La strana abitudine di andare fuori peso in mondiali programmati da mesi

Il campionato del mondo è il sogno di qualsiasi pugile. Il punto di arrivo dei migliori. Nonostante queste motivazioni, accade di frequente che un pugile cada nel più incomprensibile dei passi falsi.

Mi chiedo e vi chiedo come sia possibile che un atleta, spesso in possesso del titolo, uno che sa da mesi che andrà a battersi per la corona, salga sulla bilancia e non faccia il limite della categoria.

È accaduto, accadrà ancora.

Il regolamento (cito come esempio quello del World Boxing Council) dice:

“Se un pugile supera il limite della categoria, gli saranno concesse  due ore per fare il peso, consentendogli tutte le prove che desideri.

(a) Se il campione superasse il limite di peso ufficiale nel suo ultimo tentativo, perderebbe il titolo. L’incontro potrebbe comunque svolgersi nel numero previsto di round. Se lo sfidante fosse nei limiti del peso ufficiale e vincesse il match, diventerebbe il nuovo campione. Se a vincere fosse l’ex-campione, il titolo diventerebbe vacante.

(b) Se lo sfidante superasse il limite di peso ufficiale nel suo ultimo tentativo, il campione manterrebbe il titolo e i pugili avrebbero comunque la possibilità di disputare l’incontro, ma senza cintura in palio.

(c) Se entrambi i pugili non dovessero fare il peso, il titolo diventerebbe vacante.

Cosa spera un campione quando sale sulla bilancia sapendo che non è nei limiti della categoria? Prega forse affinché appaia il numero magico che gli permetterebbe di salvare la corona e beffare tutti?

Cosa gli ha impedito, in mesi di preparazione, di raggiungere il peso indicato dal regolamento?

L’ultimo colpevole in ordine di tempo è il messicano Luis Nery (25-0). Campione dei gallo per il Wbc, già graziato dallo stesso Ente. Aveva battuto il giapponese Shinsuke Yamanaka (27-1-2) che regnava da oltre cinque anni. Ma all’antidoping era risultato positivo a una sostanza proibita. Il Wbc l’aveva perdonato: la motivazione sosteneva che era possibile trovare la sostanza proibita in molta della carne consumata in Messico. Nella rivincita imposta dal Consiglio Mondiale per il titolo vacante, Nery avrebbe dovuto affrontare domani Yamanaka a Tokyo. Ma al momento di salire sulla bilancia ha segnato 55.791 (2,268 chili oltre il limite!) alla prima pesata, 54,884 alla seconda. L’incontro per lui non sarà valido per il titolo.

Restando in tempi recenti, era già accaduto a Gervonta Davis (19-0), detronizzato dall’IBF alla vigilia della difesa della corona superpiuma contro Francisco Fonseca (19-0-1) il 26 agosto 2017, dopo avere passato quasi una settimana a digiuno per centrare il limite. Davis ha vinto il combattimento per ko, con il risultato di rendere il titolo vacante.

Singolare il caso di Marlon Tapales (30-2-0), filippino, che doveva battersi per la cintura Wbo dei gallo contro Shaohei Omori (18-1-0) il 23 aprile 2017: 0,800 kg sopra nella prima pesata, 1,100 kg nella seconda! Il match l’aveva poi vinto per kot e il titolo era rimasto vacante.

Daniel Jacobs (33-2-0) non aveva potuto affrontare Gennady Golovkin (36-0) per le corone Wba super, Wbc, Ibf, Ibo dei medi il 18 marzo 2017. Alla seconda pesatura Golovkin aveva segnato 115 grammi sotto il limite, Jacobs non si era neppure presentato. Entrambi avevano fallito il primo tentativo. La sera del match era stato stimato in 4,5 kg oltre il limite il peso di Jacobs, che aveva poi perso ai punti l’incontro.

Adrian Broner (33-3-0) aveva perso il titolo super leggeri Wba, niente difesa contro Ashley Theophane (39-6-1) l’1 aprile 2016: 63,750 la prima volta che era salito sulla bilancia. Poi si era rifiutato di fare un secondo tentativo. Il combattimento lo aveva vinto per kot e il titolo era diventato vacante.

Un nano, un culturista, Marilyn Monroe e un ko che spegne il futuro

Fino a quando non avrò divelto dalle radici
tutta la lor razza, vivrò come all’inferno.
(William Shakespeare, Enrico VI)

Atlantic City, 27 giugno 1988

Alloggio al Claridge Hotel, sulla boardwalk. Ma non è per la posizione che l’ho scelto. Quando ho saputo che Marilyn Monroe, ogni volta che veniva in città per fare da giudice a Miss America, scendeva qui, non ho resistito. Amo quella donna.

Cybill Shepherd l’ha descritta perfettamente.

«Aveva curve in certi posti dove le altre donne non hanno neppure i posti.»

Sento addosso una strana euforia, ma Atlantic City mi ricorda subito che se avessi voluto sorridere sarei dovuto andare da un’altra parte.

Un veterano del Vietnam chiede l’elemosina seduto sulla boardwalk. Ha il cappellino nero calato sulla fronte e una vecchia blusa mimetica a coprire una T-shirt verde.

Un nano corre tra la folla, un culturista mostra muscoli gonfi e canottiera rossa mentre trascina su un risciò una coppia di turisti, una donna obesa mangia voracemente un hot dog.

Passo davanti a una vetrina corrosa dalla salsedine. Vedo una foto, mi fermo. È l’ultima copertina di Life.

Lui la stringe e sorride.

Lei sta per soffocare e il seno fatica a restare dentro le coppe del vestito.

Lui è Mike Tyson, veste Armani ma non può bastare questo per farlo sembrare un damerino.

Lei è Robin Givens, la moglie.

Sono la coppia più chiacchierata d’America.

Ruth e Robin, la mamma, hanno un nemico comune. Si chiama Bill Cayton. Assieme a Jim Jacobs ha investito duecento milioni di lire su Mike. Finora ha intascato 8,4 miliardi. E questo alle signore non piace.

“Michael Spinks cercherà di portare via a Tyson la cintura di campione del mondo. Le due donne vorrebbero portargli via il resto del guardaroba” scrive Mike Lupica sul Daily News.

Sembra proprio che Michael Spinks sia il minore dei problemi di Tyson.

Entro in palestra, Iron Mike sta picchiando gli sparring. Loro sono qui per questo. Guadagnano duemila dollari la settimana, in cambio prendono una scarica di cazzotti ogni giorno.

Tyson si fa dare un microfono e con quella vocina sottile dice cose terribili.

«Cercherò di infliggere a Spinks quanto più dolore possibile»

Amen.

«Ho visto uno sparring uscire dalla palestra piangendo» mi confida Bob Arum.

Cambio di scena.

Sono le sette del mattino, non ho ancora assorbito il fuso orario. Passeggio lungo la spiaggia con un amico americano, fa il portiere d’albergo e ha appena finito il turno di notte.

Sorride.

«Sino a due settimane fa pensavo che Tyson avrebbe distrutto Spinks in meno di tre round. Ora non ne sono più così sicuro.»

Cosa è accaduto nel frattempo?

«Mi sono sposato.»

Il signore che siede nella fila dietro di me urla come un pazzo. Ha pagato millecinquecento dollari il biglietto e non ha visto nulla.

Mike Tyson ha archiviato il caso Spinks in novantuno secondi.

E lui non c’era.

Maledice il mondo intero, ma proprio non ce la faceva più. A una certa età è la prostata a comandare.

Il match doveva cominciare alle 22:50, alle 23:20 il ring era ancora vuoto. Spinks voleva innervosire Tyson imponendogli una lunga attesa.

Mike non si è logorato, cosa che invece ha fatto la prostata di quel signore che adesso starnazza come un’anatra.

Gli occhi sbarrati, una gamba semiparalizzata. Spinks è al tappeto quando il cronometro segna 1:31 del round iniziale. Un montante sinistro alla mascella, un destro alla milza. Una pausa di pochi attimi, ancora un destro corto. Fine dei giochi, si può tornare a casa.

Tyson sorride.

Big George Foreman se ne sta seduto in disparte, evita i giornalisti, non concede commenti su quello che ha appena visto. Appena esce dalla Convention Hall si guarda attorno, si assicura che nessuno lo veda mentre si infila nella limousine e azzarda un mezzo sorriso.

Quella strana idea che ha nella testa comincia a piacergli ogni notte di più.

(da “Il match fantasma” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free. Su tutti i principali store online e nelle migliori librerie)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il campione è ciccione, vecchio e lento. Ma fa ancora tanta paura…

La felicità sta nel viaggio
non nella destinazione
(Socrate, filosofo greco)

Atlantic City, 19 aprile 1991

Il legno della passeggiata a mare sembra lamentarsi, ma non per la pioggia che scende giù fitta da un paio d’ore. Il grido di dolore è per i passi di quel gigante che calpesta le tavole come se volesse distruggerle.

George Edward Foreman si mette in guardia e fa la faccia cattiva.

«Molti hanno detto che nella mia seconda carriera ho affrontato solo gente che si presentava sul ring con la bombola dell’ossigeno. È una bugia. Ho combattuto esclusivamente contro avversari che non respiravano da almeno otto giorni.»

Al Convention Center sfiderà per il titolo Evander Holyfield, un campione che ha quindici anni meno di lui.

Non c’è traccia di tensione sul suo volto. Da giovanissimo si è trovato al centro di una guerra che coinvolgeva dodici gang, cosa volete che sia un match di boxe?

«Mike Tyson è un birichino. IO ero un ragazzo cattivo.»

George, perché continui a combattere?

«Lo faccio perché le tasse mi stavano mangiando tutto. Perché aiutare i giovani costa. Perché sono stanco di raggranellare soldi chiedendoli alla gente. Ma forse lo faccio soprattutto per aiutare mio fratello Roy. Ha aperto una palestra di pugilato a Houston, insegna boxe ai ragazzi per toglierli dalla strada. Una volta ero lì. È entrata una donna con un giovanotto. Le ho detto: Signora, porti questo figliolo in Chiesa da me, ha bisogno di buone intenzioni più che di prendere e dare pugni sul ring. Se ne sono andati. Tre giorni dopo ho saputo che quel ragazzo è stato ucciso mentre cercava di rapinare un benzinaio. Beh, sono tornato a combattere proprio perché vorrei che non accadessero più storie così.»

Il mare si agita, sporco e nervoso. Uomini e donne continuano a bruciare soldi nei casinò.

Foreman sembra essere l’unico a sorridere. Ciccione, vecchio e lento, ma ancora capace con un solo pugno di stendere qualsiasi avversario.

Holyfield è avvisato.

Vado a vedere Big George che si allena al Trump Plaza.

Quattrocento spettatori paganti, risate, applausi e incoraggiamenti per lo show di un eterno giovanotto.

Finge di misurarsi con tre sparring, mangia un cheeseburger, scambia battute con il pubblico e formula indovinelli. Chi indovina riceve in regalo una maglietta.

Tutto per promuovere l’evento. Il vero allenamento lo fa in una palestra nella città vecchia. Ingresso vietato.

Nel suo futuro c’è il sogno di sempre, affrontare Mike Tyson.

Prima però dovrà battere Holyfield.

«Sono come la Cometa di Halley, come un’eclissi di sole. Potete vederla una sola volta nella vostra vita. Forza gente, comprate binocoli e telescopi. So che il clan di Holyfield ha studiato alcuni miei filmati. Errore. Come puoi studiare un miracolo? Io ho un sogno e nessuno mi impedirà di realizzarlo, neppure quel bravo ragazzo di Evander. Ha muscoli dappertutto, anche nelle orecchie e nelle dita dei piedi. Ma non potrà battermi.»

Holyfield non può perdere questo match.

Eppure eccomi qui per vedere se qualche colpo isolato di Big George andrà a segno, se la Cometa di Halley passerà per Atlantic City.

Al suono del gong, Foreman alza il testone pelato e si guarda intorno, poi lentamente si dirige verso il centro del ring.

La folla impazzita grida il suo nome facendo tremare le mura della Convention Hall. Diciassettemila persone in piedi rapite dal mito.

Si chiude il settimo round, quello in cui Holyfield capisce quanto facciano ancora male i pugni del vecchio campione.

Nell’ottava e nona ripresa il testone pelato di Foreman si trasforma nel punching ball di una palestra di periferia.

Oscilla il vecchio campione, ma non cede. Pericolosi fantasmi vanno a occupare la mente di Evander.

GE-O-R-GE

GE-O-R-GE

urla Gene Hackman imitato da Sugar Ray Leonard.

GE-O-R-GE

GE-O-R-GE

grida Kevin Costner e con lui ritmano quel nome anche Bruce Willis, Robert Duvall e Bon Jovi.

Sono in delirio, come l’intera sala.

Holyfield si sente offeso e stravolge il copione. Non si accontenta di vincere il match, cerca di chiuderlo prima del limite. Riesce a portare a casa la sfida, ma il cuore della gente è per il vecchio gigante.

Big George Foreman non rinuncia alla battuta.

«Continuate a chiedermi perché non mi sia seduto durante gli intervalli. Sono una persona anziana, se l’avessi fatto probabilmente avrei finito con l’addormentarmi.»

In nottata vola a Houston, al mattino ha un appuntamento a cui non può mancare.

Deve celebrare messa nella Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Amen.

(tratto da “Il match fantasma” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gridava: Soy el campeón! All’alba si era ritrovato solo e triste nella città deserta

Erano da poco passate le 4 del mattino e io ero nel minuscolo camerino di Marvin Hagler.

Venti persone pressate in quei quindici metri quadri.

Il Meraviglioso parlava lentamente.

Aveva portato a compimento il piano con grande freddezza. Al quinto round era arrivata la prevedibile conclusione. Marvin aveva alzato il ritmo, le braccia si erano mosse con una frequenza superiore a quella delle riprese iniziali.

Prima ganci, poi montanti.

E per Obel la discesa nel burrone era diventata sempre più veloce. La firma sulla sfida era stato un gancio destro. L’ultimo, quello definitivo, il Meraviglioso l’aveva scagliato quando erano passati 2:30 dall’inizio del quinto round.

Obel era crollato al tappeto e l’arbitro Ernesto Magana aveva decretato il kot del venezuelano.

Marvin aveva subito fissato Leonard.

«Se sei veramente un mio amico, facciamo l’affare.»

L’altro gli aveva risposto senza pensarci tanto su.

«È Mike Trainer che firma per me.»

Tredici ore prima Obel aveva commesso l’errore più grande. Alle operazioni di peso era salito sulla bilancia, aveva alzato le braccia al cielo e aveva cominciato a urlare.

«Ehi Marvin sono qui. Il tuo uomo è qui. El campeón, soy el campeón.»

«Sei pazzo. La paura ti ha fatto impazzire.»

Pat Petronelli aveva guardato il suo pugile.

«È un uomo da due soldi.»

«Mi piacciono così, gli farò del male.»

Nulla faceva infuriare di più Hagler, che le esibizioni da sbruffone dei rivali prima del match.

Svuotato dalle fatiche per rientrare nei limiti della categoria, nelle ultime ventiquattro ore si era nutrito solo con due pere ed un grappolo d’uva, Fully era crollato al tappeto. Poi si era lamentato anche di presunte scorrettezze.

«Alla terza ripresa mi ha messo il pollice nell’occhio. Non ho visto più nulla. Sono stato costretto a stargli vicino e ho perso.»

Un’ora dopo il Mondiale, l’avevo incrociato in strada.

Era seduto sui gradini di un negozio chiuso, in una Sanremo che cominciava ad accogliere la luce del nuovo giorno. Accanto a lui c’era solo Mabel, la moglie.

Fulgencio Obelmejias piangeva, singhiozzava. Il volto, gonfio e martoriato dalle ferite, raccontava le sofferenze patite sul ring. Non si era neppure tolto l’accappatoio e la tenuta da pugile. Sembrava terribilmente solo, abbandonato anche dagli uomini che avrebbero dovuto riportarlo in albergo.

Telecronache, conflitti di interesse, nuovo corso del professionismo…

Questa è la trascrizione di alcune fasi della telecronaca del match tra Francesco Lomasto e Jeremias Ponce, valido per il titolo (vacante) Intercontinentale superleggeri Ibf. L’incontro si è svolto il 24 febbraio scorso al PalaBarbuto di Napoli.
Un applauso ai due pugili per il coraggio e la passione per lo sport praticato, qualità messe in mostra durante l’intero arco del combattimento.
Informazione per i lettori.
Nella telecronaca ogni parola è urlata nella convinzione di avere a che fare con un gruppo di non udenti, privi peraltro del necessario apparecchio acustico.

Presentazione del match

A: Il vincitore entrerà di prepotenza e di diritto nelle prime posizioni mondiali della Ibf. Lomasto e Ponce si giocano un posto in paradiso per giocarsela con i migliori della categoria.

Nona ripresa

A: Bravissimo Lomasto!

Un centesimo di secondo dopo, il nostro pugile va al tappeto.

A: Attenzione! Nel momento in cui stava quasi chiudendo il match ha preso questo diretto destro in uscita.

Il pugile italiano è in netta difficoltà.

A: Alza quelle braccia!

B: Basta! Io lo fermerei!

A: Ce ne ha ancora! Ce ne ha ancora! Forza Francesco alza le braccia!

B: Non c’è più! Non c’è più! Fermatelo!

A: Forza Francesco!

L’arbitro ferma il match.

B: Bravo arbitro! Doveva essere fermato anche prima. Io ho fatto il pugile, seguo dei pugili. È pericoloso!

A: Ci aveva abituato a incassare dei colpi incredibili. A noi ci ha emozionato veramente tanto.

Informazioni e domande.

  1. Prima del match Ponce era numero 10 della classifica Intercontinentale Ibf e Lomasto numero 13. Nessuno dei due era nei Top 15 della classifica mondiale assoluta.
  2. Il colpo che ha dato il via alla vittoria di Ponce è stato un gancio sinistro.
  3. La trasmissione non è andata in onda sul canale YouTube della Federpugilistica, ma su un’emittente nazionale.
  4. La suddetta televisione nazionale ha affidato la gestione dell’evento al responsabile comunicazione e rapporti media della Fpi e al consigliere federale, nonchè direttore tecnico dell’Italia Thunder nel torneo Wsb.

  5. Nella trascrizione ho indicato con A il telecronista Stefano Buttafuoco e con B il commentatore tecnico Biagio Zurlo.
  6. Zurlo aveva decisamente ragione nell’analisi della parte finale dell’incontro. Il match andava fermato prima.
  7. Chiudo con quattro domande. La prima: è questo il nuovo corso che dovrebbe promuovere e rilanciare il professionismo italiano?
  8. Seconda domanda. Qualcuno ha mai spiegato alla Fpi cosa voglia dire conflitto di interessi?
  9. Terza domanda. Cosa direste se una partita di calcio avesse come telecronista il capo ufficio stampa di una delle due società e come commentatore tecnico l’allenatore della stessa?
  10. Quarta e ultima domanda. Telecronisti che fanno parte dell’organico federale commentano pugili tesserati per la Federazione. Non sarebbe meglio mandare in onda un bel sottopancia con il messaggio: attenzione informazione pubblicitaria?

 

I due allenatori cubani non possono andare all’angolo degli azzurri

Sono sempre in attesa di una risposta da parte del presidente federale.
La domanda che ho posto, in fondo era semplice.
Quali sono i curricula dei due allenatori cubani scelti per gestire la rinascita del pugilato italiano?
Tutto tace, un assordante silenzio incombe nei corridoi dei sospiri di viale Tiziano.
Io comunque una prima risposta l’ho in qualche modo ricevuta.
Di certo il sessantatreenne Jorge Valdes Perez e il cinquantaseienne Gerardo Gonzalez Bicet non hanno alcun riconoscimento a livello mondiale.
Si sono infatti iscritti al corso (12-20 marzo a Santa Maria degli Angeli) per ottenere la prima stella Aiba. Senza di quella, se si dovesse rispettare il regolamento della federazione internazionale, non potrebbero neppure andare all’angolo nei tornei.


Traduco, per chiarezza. Il presidente federale ha assunto due tecnici che non possono seguire i pugili azzurri durante le competizioni.
Per la regola 16.1.1 del Regolamento tecnico infatti, solo quelli che hanno ottenuto la certificazione possono lavorare come secondi nelle riunioni Aiba.
Quale è il problema?
Sento già l’obiezione nell’aria. C’è comunque un direttore tecnico a gestire la situazione. Il dt in questione è Giancarlo Ottavio Ranno che, come è uso nell’attuale Federazione, ricopre un doppio incarico. Fa parte del CF e dovrebbe svolgere anche un ruolo operativo sul campo. Sembra però, e qui mi fido di testimonianze esterne, che dopo la nomina non sia andato all’angolo di un pugile italiano.


Nella Fpi deve esserci un’epidemia, perché anche Biagio Zurlo (responsabile delle Wbs e consigliere federale, ovviamente un doppio ruolo anche per lui) non si è visto all’angolo. Almeno nelle prime due uscite dell’Italia Thunder in cui ha svolto unicamente il ruolo di commentatore tecnico televisivo.
Chiedo ai consiglieri federali (tanto lo so, il presidente non risponderebbe), a voi sembra così normale che i ruoli di controllore e controllato siano affidati alla stessa persona?
Ricordo che il duo cubano è stato assunto con un contratto trimestrale che scadrà a fine marzo. Che accadrà dopo? Voci provenienti dall’interno del palazzo di viale Tiziano dicono che l’accordo sarà rinnovato sino alla fine dell’anno. Poi, sarà nominato un tecnico italiano. Nel caso fosse vero, si tratterebbe di una strategia suicida. Non posso credere che il rumor corrisponda a verità.
È la terza domanda a rimanere senza risposta.
Cosa accadrà a fine marzo?

Non vorrei essere frainteso. Non sto contestando le qualità dei due tecnici caraibici. Non potrei farlo. Loro sono in Italia da soli due mesi e, per mia colpa unita alla mancanza di chiarezza da parte della presidenza federale, non conosco il loro passato.
Hanno vinto, a livello senior, medaglie olimpiche o mondiali?
Hanno gestito la carriera di qualche pugile cubano, senior, di grande livello?
Chi può dirlo?
In Italia, per ottenere la qualifica di maestro devi avere precisi requisiti.

Abbiamo allenatori tre stelle Aiba (il massimo), tecnici segnalati tra i migliori del mondo, maestri che hanno gestito grandi campioni. Eppure non sono stati giudicati all’altezza di guidare la rinascita della nazionale italiana. Gli sono stati preferiti tecnici (con incarico trimestrale) che non possono neppure andare all’angolo.
È un evidente paradosso. Non si è cercata una soluzione che portasse al bene della boxe, si è scelta la strada meno chiara, quella imposta dall’ennesimo aiutino.

Altre cose risultano incomprensibili. Si ha l’impressione che anzichè accettare un dialogo con l’opposizione, si sia cercato di imbavagliare i contestatori. O è forse un caso che presto si tornerà a votare per le cariche dell’Associazione Nazionale Allenatori Pugilato?

Ultima annotazione. Nel corso per ottenere la seconda stella Aiba, stessa sede e stesse date, si ripresenterà Massimo Scioti dopo la bocciatura di due anni fa. Con lui c’è il dt Biagio Zurlo.
In quello per la prima stella ci sono anche Valeria Calabrese, Riccardo D’Andrea, Roberto Cammarelle e (sorpresa!) Clemente Russo.

 

Quel campione nato la notte in cui nonna mette ko nonno…

Dopo la storia della drammatica nascita
di Carlos Monzon,  oggi racconto la notte in cui
Roberto
“mani di pietra” Duran è venuto al mondo. 

 

La vita di Roberto “mani di pietra” Duran non è mai stata facile.

Nel momento in cui nasceva, erano già evidenti i segnali di quello che sarebbe stato il suo futuro.

Era venuto al mondo nella Casa de Piedra, il condominio dove abitavano nonna Ceferina Garcia e nonno Jose “Chavelo” Samaniego.

Qualche ora prima che la mamma lo mettesse al momento, c’era stata un’inaspettata scazzottata.

Questo è un episodio che va raccontato meglio.

Quella sera “Chavelo” se ne era andato al bar, a bere e soprattutto ad amoreggiare con una giovane ragazza, incurante del fatto che la figliola minorenne Clara stesse per dare alla luce il quarto bambino.

Ceferina non si era persa d’animo. Aveva raggiunto il marito, l’aveva chiamato, Chavelo si era girato e lei lo aveva messo ko. Steso sul pavimento da un veloce e potente gancio destro.

Poi, l’aveva aiutato a rialzarsi e l’aveva riportato a casa. C’era bisogno dell’aiuto di tutti per dare conforto a Clara, devastata dai dolori del parto.

Quella notte era venuto al mondo uno dei più grandi pugili della storia.

Una casa di pietra, un gancio destro, un knock out.

Ancor prima che Roberto nascesse, il segnale era già stato spedito.

Per pochi spiccioli, da bambino, aveva ballato per i turisti del porto. Aveva lucidato le scarpe dei signori nei quartieri per ricchi, venduto per strada il giornale “La Estrella de Panama”, lavato i piatti nei ristoranti, cantato e suonato nei night club.

Era cresciuto in fretta, accompagnato da una rabbia sempre più grande.

Poi, era arrivata la boxe.

Perché tra i giornali e l’Italia maglia nera del rugby c’è un legame così forte?

L’Italia del rugby ha collezionato a Marsiglia, contro una Francia parente lontana della grande squadra di una volta, la quindicesima sconfitta consecutiva al Sei Nazioni.

Prima di porre la domanda che mi porto dentro da sempre, credo sia necessario fare un riassunto delle puntate precedenti.

L’Italia…

  1. Nella storia azzurra della competizione (2000-2018) ha vinto 12 partite su 92, incassando l’87% di sconfitte.
  2. È arrivata dodici volte ultima su diciotto partecipazioni.
  3. Non vince una gara da quattro edizioni.
  4. Nei confronti delle altre cinque nazioni ha un record di 12 vittorie, 79 sconfitte e 1 pareggio.
  5. Nella Coppa del Mondo (dal 1987) non ha mai fatto meglio della prima fase a gironi.
  6. Occupa il quattordicesimo posto della classifica mondiale dietro Nuova Zelanda, Inghilterra, Irlanda, Australia, SudAfrica, Galles, Scozia, Argentina, Isole Fiji, Francia, Giappone, Georgia, Tonga.

Resta in piedi solo la Grande Bellezza del gioco, a prescindere da quale squadra lo pratichi.
Gli stadi per il Sei Nazioni sono ancora pieni, ma un segnale d’allarme è già arrivato. Partito sulla Rai, traslocato su La 7, poi sulla Tv a pagamento Sky, è infine approdato su DMax, sembra con soddisfazione di tutti. Resta il fatto che i network che oggi sono in testa a livello nazionale lo hanno ceduto senza strapparsi i capelli.

Gli unici fedelissimi restano i media della carta stampata. Inserti pubblicitari, redazionali in appoggio a piedini pubblicitari, inviati a ogni partita anche quando non vengono coperte le sfide della serie A di calcio.

Davanti a una inquietante lista di risultati catastrofici, in qualsiasi altro sport la procedura sarebbe stata la stessa: inchieste, processi, articoli avvelenati che chiedono le dimissioni a scalare dal presidente all’ultimo impiegato, strali infuocati su allenatori e giocatori. Niente di tutto questo è accaduto. Le giustificazioni per il fallimento a livello competitivo del team sono da tempo le stesse.

  1. Giochiamo sempre contro i migliori.
  2. Gli stadi sono pieni.
  3. Lo spettacolo è decisamente meno avvelenato rispetto agli altri sport.

Contesto il primo punto. Oltre alle squadre del Sei Nazioni, davanti a noi nel ranking mondiale abbiamo Nuova Zelanda, Australia, SudAfrica, Argentina, Isole Fiji, Giappone, Georgia e Tonga. Cioè altri otto team. Quindi, non giochiamo sempre contro i migliori.

Secondo punto, gli stadi pieni. Sono da sempre convinto che il rugby sia riuscito a realizzare quello che altri sport hanno solo sognato: vendere un’idea, a prescindere da chi siano i protagonisti che interpretano la storia. Fino a quando funzionerà, soprattutto in una nazione che non ha alle spalle una tradizione di successi, gli stadi per il Sei Nazioni rimarranno pieni. Il successo del prodotto rugby è legato a un’intuizione di marketing. A lungo termine potrebbe accusare un calo irreversibile, soprattutto se a supportarla non ci fosse la concretezza di una squadra competitiva. Ma anche se tutto dovesse continuare sulla linea degli stadi sempre pieni, il concetto rimarrebbe immutato. Il rugby vincerebbe le sue battaglie, mentre l’Italia continuerebbe a perdere le partite.

Terzo punto. Al centro del pacchetto promosso dai creatori della campagna c’è la pubblicità di uno sport incontaminato da beghe interne, una disciplina in cui dopo ogni scontro ci si ritrova da grandi amici al bar per una birra, la spettacolarità della sfida in se stessa. In quanto a beghe interne ci andrei cauto. La lite, di qualche anno fa, tra Federazione e giocatori per una questione di premi aveva fatto suonare un altro campanello d’allarme. Se il grande pubblico dovesse scoprire che dietro il concetto di amore universale tra uomini duri c’è della gente normale e non disincantati cavalieri senza paura, tutto rischierebbe di crollare. A quel punto il popolo del rugby, ne sono sicuro, resterebbe fedele allo sport che ama. Ma l’intero sistema rischierebbe di confinarsi in una nicchia di audience che non potrebbe più generare quel giro di soldi che attualmente è l’unica giustificazione della presenza dell’Italia nel Sei Nazioni.

E adesso la domanda, anzi due domande.

Perché i giornalisti, davanti a numeri così devastanti, non attaccano a fondo l’Italia del rugby?
Perché i quotidiani che non coprono la serie A di calcio, il mondiale di motociclismo (se non con collaboratori), la Formula 1, Giro e Tour nella sua totalità, hanno sistematicamente un inviato a ogni partita dell’Italrugby?

 

 

Marsili, che lezione a Betancourt! Goddi perde per ko in cinque minuti

Pronti via e tutto sembrava stesse già per finire. Una testata volontaria di Betancourt procurava un taglio sotto l’arcata sopracciliare sinistra di Marsili. Rischiava di finire ancora prima di cominciare l’avventura del pugile di Civitavecchia. Per fortuna la ferita si rivelava meno pericolosa di quanto potesse sembrare. 

Poi è cominciata la battaglia. Betancourt è un robottone, poca tecnica e discreta sostanza, che viene avanti a testa bassa e porta colpi larghi. Ganci soprattutto. Ma era più un torello infuriato che un maestro della noble arte. Marsili era bravo a prendergli il tempo, la maggiore velocità di esecuzione del nostro campione rendevano limpida ed efficace la sua azione. Per tutti, meno che per un arbitro che dopo quattro riprese aveva un solo punto di vantaggio per Emiliano! Una bestemmia tecnica soprattutto se si considera il giusto richiamo ufficiale inflitto dall’ottimo arbitro Massimo Barrovecchio al messicano nel primo round.

Emiliano Marsili dava una lezione di pugilato a Betancourt, inutilmente più grosso, più alto e più giovane.

Lo beffava sul tempo, teneva un ritmo che l’altro non poteva tenere. Un match piacevole, per merito quasi esclusivo del campione di casa nostra.

“Mi raccomando, non scappare” così aveva detto Betancourt a Marisli. Ed Emiliano non è scappato. Nel settimo round ha accettato la guerra a corta distanza e ha spiegato con la sua arte come si combatta testa a testa. L’uomo di Civitavecchia portava i primi colpi interni, per poi chiudere la serie con ganci precisi. L’altro sparava bordate larghe che otto volte su dieci finivano sulle braccia del rivale.

A tredici secondi dalla fine del settimo round la ferita di Marsili cominciava a sanguinare, era diventata pericolosa soprattutto per posizione. Barrovecchio chiamava il medico che sospendeva l’incontro. Si andava alla lettura dei cartellini. La decisione non poteva che essere unanime.

Ha vinto Marsili, lo ha fatto con pieno merio, grazie a una classe che ha bocciato le presuntuose speranze di Betancourt che non aveva i mezzi per contrastare il più bravo avversario.

Un bel successo, raggiunto contro un rivale di medio livello, ma sicuramente capace di soddisfare sul piano dello spettacolo.

A 41 anni Marsili è ancora in grande spolvero.

È finito invece male, dopo meno di cinque minuti, il sogno europeo di Alessandro Goddi. Prima un gancio destro e poi un destro a mezza via tra diretto e gancio di Szeremeta hanno mandato al tappeto il pugile sardo. Incerto sulle gambe, senza più forza mentale e fisica, Goddi era comunque pronto a riprendere la battaglia. Un pugile non dice mai “mi arrendo”. L’arbitro era ancora incerto su cosa fare quando dall’angolo del sardo Salvatore Cherchi ha lanciato l’asciugamano in segno di resa. Una decisione giusta, sacrosanta. Alessandro Goddi non era assolutamente più in grado di continuare. 

Il polacco era arrivato a Roma con le credenziali di un ottimo pugile, dotato però di poca potenza. Szeremeta si è invece mostrato atleta in possesso di personalità e consistenza nei colpi, aiutato anche dalla rigidità sul tronco di Goddi e dal fatto che ogni volta che portava il destro in attacco il nostro pugile tirava giù imprudentemente il sinistro e si esponeva al destro del rivale. Su quella parte del volto, totalmente scoperta, Szeremeta ha infierito senza pietà.

Sorpreso, forse troppo teso, Goddi non è riuscito a giocarsi le sue possibilità.

Bravo il polacco che con questo successo è diventato, con pieno merito, il nuovo campione europeo dei pesi medi.

Carmine Tommasone, assente dal ring da maggio dello scorso anno (unico match del 2017), ha vinto facilmente la sfida contro Savic. Un test in preparazione all’incontro che il 6 maggio prossimo lo vedrà impegnato contro Kamil Laszczyk ad Avellino, per il titolo dell’Unione Europea dei piuma.

Stasera Tommasone doveva solo ritrovare confidenza con il combattimento. Ha cambiato promoter, da Loreni è passato con la Opi Since82 della famiglia Cherchi, e si attende grandi cose da questa decisione. Il serbo Savic non poteva certo essere un grande ostacolo, ma il modo in cui il campano lo ha superato ha dato garanzie precise sulla sua condizione fisica.

A Tommasone è bastato il sinistro per dominare il rrivale. A volte ha doppiato con il diretto destro, ha fatto vedere anche qualche bel montante. Un successo senza alcun pensiero, una seduta pubblica di allenamento portata a termine con grande dignità da entrambi. Ognuno per i suoi meriti e per la propria caratura pugilistica.

Bene Devis Boschiero. Un avvio senza lampi, un po’ lento di braccia. Poi ha cambiato ritmo per un paio di round e ci ha fatto vedere una buona prestazione. Uno spettacolo che ha soddisfatto la platea, anche per merito di Tellez che ha sempre accettato la battaglia. È andato avanti, ha sfidato Boschiero sulla corta distanza. Ha pagato pegno, il nostro pugile aveva maggiore consistenza nei colpi e un  supereriore tasso tecnico. Quando ha visto che le cose si complicavano, Tellez ha deciso di tentare la strada delle scorrettezze. Un paio di testate volontarie, un paio di colpi bassi. E l’arbitro Marco Pacor non è intervenuto con un richiamo come avrebbe dovuto. Forse il secondo colpo basso mancava di volontarietà, ma per il resto non credo potesse esserci il benificio del dubbio.

Come dubbi non potevano assolutamente esserci sul risultato. Devis ha vinto nettamente, non ha perso neppure un secondo della sfida. Era anche questo un test in vista di un match importante. In maggio si batterà contro Faruk Kurbanov per l’Unione Europea dei superpiuma al Teatro Principe di Milano.

Leggeri: Marsili (60,800 kg, 36-0-1, 14 ko) b Betancourt (60,300 kg, 22-2-0, 10 ko) decisione tecnica dopo 2’47” del settimo round. Cartellini, Cavalleri 69-64, Fernandez 68-64, Nikolov 70-62; medi (campionato europeo, titolo vacante) Serzmeta (72 kg, 17-0, 3 ko) b Goddi (71,500 kg, 33-3-1, 16 ko) kot 2. Arbitro: Loughlen (Gbr). Giudici: McDonnell (Gbr), Fernandez (Fra), Nikolov (Bul); superpiuma: Boschiero (59,700, 45-5-1, 21 ko) b Tellez (59,500, 12-37-5, 6 ko) p 6; piuma: Tommasone (57 kg, 18-0, 5 ko) b Savic (57,300 kg, 4-26-2, 1 ko) p.6; leggeri: Gonzalez (63,300 kg, 17-5-0, 10 ko) b Varela (63,500 kg, 22-38-0, 10 ko) p.6; supermedi: Zucco (77,200 kg, 2-0, 2 ko) b Bojic (77,200 kg, 4-13-2, 2 ko) abb. 4; Di Luisa (77,200 kg, 19-4-0, 14 ko) b Markovic (78,100 kg, 3-7-1, 1 ko) p.6.

In diretta Tv su FoxSports la sfida mondiale di Blandamura in Giappone

FoxSports trasmetterà in diretta televisiva, sul canale 204 o 205 del bouquet di Sky, il mondiale Wba dei medi tra il detentore Ryota Murata (13-1-0, 10 ko) e lo sfidante italiano Emanuele Blandamura (27-2-0, 5 ko). Il match si disputerà il 15 aprile nell’Arena Yokohama, a trenta chilometri da Tokyo.

A causa del fuso orario (il Giappone è otto ore avanti rispetto all’Italia: quando da noi è mezzogiorno a Tokyo sono le otto di sera), l’incontro dovrebbe andare in onda nel primo pomeriggio (ora italiana).

In cartellone altri due mondiali. Vedremo dunque su FoxSports anche Ken Shiro (12-0) vs Ganigan Lopez (28-7-0) per i minimosca Wbc, Daigo Higa (15-0) vs Cristofer Rosales (26-3-0) per i mosca Wbc.

Blandamura e il suo clan partiranno per il Giappone il 5 di aprile.