L’Aiba difende la nomina di Rakhimov. Oggi scade l’ultimatum del CIO

Il CIO ha ribadito ieri la sua decisione di bloccare i contributi finanziari all’Aiba fino a quando l’Associazione non chiarirà la sua posizione.

Ha in pratica ripetuto l’annuncio fatto il 6 dicembre scorso in una conferenza stampa. Concetto espresso anche nelle due lettere spedite all’epoca presidente a interim Franco Falcinelli (sopra, a destra, con il nuovo presidente a interim Gafur Rakhimov)  il 12 dicembre 2017 e il 12 gennaio 2018.

“Fino a quando l’Aiba non presenterà un esaustivo rapporto su governance, managment, finanza, giudici, arbitri e antidoping quei fondi rimarranno bloccati.”

Nelle due lettere ha stabilito anche la data di scadenza per la presentazione del documento. I termini si chiudono oggi, 31 gennaio 2018. Al momento non vi è annuncio ufficiale da nessuna delle due parti che la richiesta sia stata esaudita.

L’Aiba, per bocca del nuovo presidente a interim Gafur Rakhimov ha fatto sapere che: “È stato raggiunto un accordo extragiudiziale per fare fronte alle richieste del maggiore creditore e porre fine a una lunga battaglia legale. La somma di dieci milioni di dollari sarà restituita alla Benkons a scadenza fisse, con inizio gennaio 2021. Parte del debito sarà trasformato in sponsorizzazione.”

L’Aiba ha inoltre spedito un preciso messaggio al CIO.

“Il successo del Congresso Straordinario di Dubai e la decisione di proporre una nuova guida sono i segnali di un ulteriore positivo sviluppo che dovrebbe essere bene accolto dal Comitato Olimpico Internazionale.”

A leggere i comunicati ufficiali del CIO non sembra che l’Ente che governa lo sport mondiale abbia gradito molto quello che è scaturito dal Congresso di Dubai.

La guerra è appena all’inizio, il commissariamento è dietro l’angolo.

 

Una campionessa che viene dal paese delle favole…

Dal 9 al 25 febbraio si svolgerà a Pyeongchang l’Olimpiade invernale 2018. Stefania Belmondo è l’atleta che in Italia ha vinto più medaglie ai Giochi: due ori, tre argenti, cinque bronzi. In questo articolo Stefy si racconta. Siamo a Ramsau, durante i Mondiali del ‘99 dove la fondista conquistò due ori e un argento. Nelle sue parole c’è la poesia e l’orgoglio di una montanara che conosce i valori della vita.

A cena, in una serata incupita da un violento temporale, con la neve che diventa ghiaccio, per poi perdersi in piccoli ruscelli d’acqua gelida. Stefania Belmondo in jeans e camicia e Manuela Di Centa in mini tailleur bianco brindano assieme sotto gli occhi delle telecamere e dei fotografi. Nei tavoli attorno si parla dei tempi passati, dell’esuberanza naturale di Manu e della riservatezza esasperata di Stefy. Qualcuno racconta dell’esordio della Belmondo fra infiniti timori, tredici anni fa. Centomila chilometri dopo, la ragazzina piemontese è diventata donna e campionessa, ma fa fatica a perdere quella voglia di contorcersi nella ricerca di qualcosa che possa rovinarle la festa.

Mi metto sempre in discussione, solo così riesco ad andare avanti. Quando ho vinto la prima gara di Coppa del Mondo, mi sono chiesta se non fosse stata solo fortuna. Nel momento in cui ti senti arrivato, non hai più voglia di migliorarti. Ogni giorno bisogna pretendere qualcosa in più da se stessi. Me lo hanno insegnato i miei: qualsiasi cosa tu voglia ottenere, hai bisogno di tanto sacrificio per ottenerla.

E’ la filosofia con cui è cresciuta da bambina a Pontebernardo, una frazione di poche case e 17 abitanti. Lì dove si parla occitano, vecchio provenzale, assai simile al catalano. Una chiesa dedicata a Maria Assunta. E neppure un prete. Un sacerdote sale fin lassù a 1300 metri solo per la funzione della domenica. La scorsa settimana è stato celebrato un battesimo. Non accadeva da 22 anni, l’ultimo nato era stato Enrico, il fratello di Stefy. E quella chiesa non era stata aperta per una cerimonia ufficiale dal giugno del ’94, quando la Belmondo aveva sposato il suo Davide.

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Se mi chiedessero quali suoni mi piacerebbe registrare, direi: il rumore dell’acqua nella fontana davanti alla mia casa natale; le campane della chiesa di Maria Assunta e le parole in dialetto dei miei genitori.

La Belmondo legge Svevo e Pavese, ama Tolstoj e Dostojevski. Sorride, ma solo quando sta da sola sembra trovare la giusta dimensione.

La popolarità mi soffocava, sentivo che si stava rubando la mia serenità. Oggi mi sono abituata. Quasi.

Davanti alla vecchia casa giravano gatti, cani, galline e conigli. Lei da bambina raccoglieva il fieno, correva per le strade mascherando da automobile una cassetta di frutta. Il suo è un mondo da sempre a contatto con la natura.

Quest’anno mi sono allenata a Kiruna, oltre il Circolo Polare Artico. Ho visto l’aurora boreale. Sono diventata amica di una lepre. Ogni sera, alla stessa ora, veniva davanti alla porta della mia casa ed io le davo da mangiare. Chissà come sarà rimasta male quando sono partita.

Questa è Stefania. Dentro le sono rimasti valori importanti, regole di vita da non tradire mai.

Lo ripeto. La mia è la vittoria dello sport pulito. Che significa? Voglio solo dire che so come ho raggiunto questo obiettivo e posso esserne orgogliosa. Ho vinto con le mie sole forze. E questo è più importante della vittoria in sé.

Nel vecchio chalet il prosecco rallegra le gole. Si festeggia l’oro di Stefania, si presentano i Mondiali del 2003 in Val di Fiemme, si cerca di consolare Fulvio Valbusa per la medaglia di legno. La Belmondo è al tavolo con il suo clan. Sola o in famiglia, non si smentisce mai. Manu Di Centa è con i dirigenti federali e gli organizzatori dei campionati. Quando la serata volge al termine, si alza e va al tavolo dell’ex rivale. Un brindisi per le telecamere.

Stefania, cosa vi siete dette?

Ero stanca, non ricordo.

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Ha massacrato le avversarie nella 15 km di esordio, potrebbe chiudere con altre tre medaglie. Una di queste potrebbe essere d’oro.

Stefania, sei la più forte fondista del mondo?

Non scherziamo.”

Quando una cosa le piace, il volto le si illumina. Gli occhi diventano più grandi ed appare un grosso sorriso. Poi però si affretta a mascherare con le parole quel peccato di felicità. Ha quasi paura di farsi vedere contenta. La montanara non apre il cuore al mondo, chi ne ha voglia deve cercare di capire, di interpretare. Una volta ha anche provato a raccontare a un diario le emozioni, ha messo giù qualche poesia. Poi le è sembrato che il tutto prendesse una piega troppo triste ed ha chiuso il diario in un cassetto.

La Belmondo è il volto pulito dello sport. Si massacra di lavoro in allenamento e va avanti contando solo su quel fisico minuscolo che sembra potersi spezzare in ogni momento. Dietro di lei, il fondo femminile ha un buio profondo. Stavolta è Stefania a lanciare un messaggio positivo.

Tranquilli. Mi piace ancora sciare. A Salt Lake City 2002 potrei esserci.

Lo speriamo.

P.S. A Salt Lake City 2002 lei c’era. E vinceva un oro, un argento e un bronzo. Dieci anni dopo il primo successo olimpico…

Non è facile chiamarsi Ray Robinson, soprattutto se fai il pugile…

Ci sono tredici Ray Robinson, escluso Sugar: il più grande, nell’archivio di boxrec.com (il sito web che conserva i record di tutti i pugili che siano saliti almeno una volta sul ring). Vengono dalla Gran Bretagna, dall’Australia e (ovviamente) dagli Stati Uniti. Tutti piuttosto scarsi, con un’unica eccezione. Il protagonista di questa storia, da solo, ha messo in piedi un record di 24-2-0, 12 ko. Gli altri, tutti assieme, hanno un meno esaltante bilancio di 10-15-1. Cioè perdono più di quanto non riescano a vincere. Lui no.

“The New” Ray Robinson, come lo chiamano giornalisti e tifosi, è distante anni luce dalle imprese del Mito, ma qualcosa di buono lo sta facendo nonostante tutto.

Il 17 febbraio a Las Vegas affronterà Yourdenis Ugas (20-3-0, 9 ko) in un’eliminatoria per il titolo Ibf dei pesi welter.

Il giovanotto viene da Filadelfia e ha 32 anni. Il nome non glielo ha regalato un papà ex pugile, ossessionato dal ricordo di Sugar, la leggenda del ring. Anche perché lui il padre non l’ha mai conosciuto. Il genitore faceva Robinson di cognome, a mamma Diane piaceva il nome Ray. Ecco come è diventato Ray Robinson.

È il quarto di sette figli.

“Avrei potuto chiamarmi Nettles, come mamma. Ma a me piaceva di più il nome che ho. No, la boxe non è stata la prima scelta. Ho provato altri sport, poi sono salito sul ring e ho deciso che avrei fatto il pugile. Chiamarmi così mi ha regalato maggiore attenzione, ma è stato anche un peso sulle spalle. A volte ho combattuto sperando di non nuocere al grande Sugar Ray, anche se solo di riflesso. E questo ha limitato il mio rendimento.”

Ma le battute d’arresto non sono arrivate solo da blocchi psicologici.

A 12 anni è caduto dalle scale e si è rotto il collo. Per dodici mesi è stato bloccato da una strana gabbia di metallo con delle piccole sbarre che fissavano fronte e nuca.

Nel 2015 un incidente d’auto gli ha provocato la rottura di entrambe le gambe. È dovuto rimanere lontano dalla boxe per diciotto mesi.

Ora, messi i guai dietro le spalle, insegue il sogno che aveva fin da quando, bambino, era entrato in una palestra. Diventare campione del mondo. Così, tanto per avere almeno un punto in comune con il più grande di tutti: Sugar Ray Robinson, quello vero.

Scopriamo chi è Murata, il rivale mondiale di Blandamura…

Ryoto Murata (13-1-0, 10 ko) ha festeggiato i 32 anni 12 gennaio.

In Giappone è un idolo. È stato il primo pugile a conquistare una medaglia olimpica sopra la categoria dei pesi gallo, il primo oro dopo Takao Sakurai a Tokyo 1964. Ha vinto il titolo nei medi ai Giochi di Londra 2012. L’anno prima aveva conquistato l’argento ai Mondiali di Baku.

Lo allena Sendai Tanaka, un 45enne che è stato il maestro anche di Marco Antonio Barrera, Erik Morales, Edwin Valerio e Jorge Linares. Insomma, un’altra celebrità da quelle parti.

È difficile che un giapponese primeggi nelle categorie superiori.
Prima del suo arrivo Shinnji Takehara (24-1-0, 18 ko, oggi 46 anni) era l’unico peso medio del Paese ad avere conquistato il titolo, impresa centrata il 19 dicembre 1995 contro Jorge Locomotora Castro. Cintura persa alla prima difesa contro William Joppy.

Ryota, alto 1.83, è campione della categoria al limite dei 75 chili e questo ha contribuito a ingigantirne la popolarità, ne ha fatto un uomo di successo. Oggi lo si può vedere in alcune pubblicità televisive, apparire sulle copertine delle riviste più importanti ed essere oggetto di grandi attenzioni, soprattutto da parte del pubblico femminile.

Ha sguardo, atteggiamento e abbigliamento da attore abituato a muoversi con disinvoltura sullo schermo. Ma è sicuramente la potenza ad averlo lanciato nel mondo della boxe, anche se la sua è stata un’avventura piena di momenti di pausa.

Ha cominciato tardi. Agli esordi il suo stile scomposto gli ha procurato più di una squalifica, al punto da fargli pensare che era meglio finirla lì. Aveva così chiuso con la boxe. Un viaggio in Tailandia ha riacceso la passione. Il fisico c’era, doveva solo adattare la mentalità al combattimento. Serviva maggiore pazienza.

La mancata qualificazione per l’Olimpiade del 2008 a Pechino l’ha spinto verso un secondo ritiro. Il matrimonio del 10 maggio 2010 con Yoshiko e la nascita del figlio Harumichi nel maggio dell’anno successivo l’hanno riportato sul ring.

Dopo Londra ha chiuso la carriera dilettantistica con un record di 119-19-0, 89 successi per ko. Il pugno c’era, ora bisognava che Morata scoprisse cosa fosse il professionismo.

 

Ha firmato con la Top Rank di Bob Arum e ha esordito il 25 agosto del 2013, in Giappone combatte per la Teiken Promotion il cui presidente ha un importante passato pugilistico alle spalle. Tsuyoshi Hamada (21-2-0, 19 ko, oggi 57 anni) è stato infatti il campione del mondo dei superleggeri Wba. Ha vinto il titolo contro Renè Arredondo, l’ha difeso contro Ronnie Shields.

Quello di Murata è stato un percorso netto fino al 20 maggio 2017 quando un verdetto scandaloso, nonostante si combattesse a Tokyo (split decision), lo ha privato della conquista del mondiale contro Hassan N’Dam N’Jikam.
Ho scritto di quel match: “Sì. È stata un’autentica rapina.
È stato il giapponese a inseguire per tutto l’incontro il francese.
È stato lui a mettere a segno i colpi più potenti.
È stato lui a mettere knock down il rivale al quarto round con un diretto destro fantastico.
È stato lui a scuotere N’Dam nella settima ripresa facendolo sbarellare e costringendolo ad aggrapparsi alle corde per non finire al tappeto.
È stato lui a portare il maggior numero di colpi.”
Il presidente della Wba, ente che sanzionava il match, ha ordinato la ripetizione dell’incontro. E Murata ha vinto.

Il destro è la sua arma migliore. Lo porta molto bene sia in diretto che in gancio. Non rari anche i montanti. Usa il sinistro per accompagnare l’azione, soprattutto nelle serie al corpo, per dargli consistenza. Ha ritmo e personalità.

Il 15 aprile a Yokohama difenderà il titolo contro Emanuele Blandamura (27-2-0, 5 ko), un giovanotto italiano di 38 anni.

“Nei prossimi giorni spero di sentire ancora la fame di successi che avevo prima della conquista del titolo. È determinante per restare campione”

Bob Arum dice di avere pronto per lui un match entro la fine dell’anno.

“Tornarci adesso non avrebbe senso, un mio incontro lì non riscuoterebbe grande interesse come quelli di Golovkin o Alvarez. Devo continuare a costruirmi la carriera passo dopo passo con avversari sempre più forti, poi andrò a giocarmi il grandissimo match. Blandamura è il test perfetto. Ha dimostrato in carriera di avere resistenza e coraggio, lo rispetto e sono convinto che verrà fuori un bell’incontro.”

Lele e Ryota hanno ripreso la preparazione, il lungo conteggio alla rovescia è appena cominciato.

 

Iron Mike allena il figlio Miguel Leon. In arrivo un nuovo Tyson? (video)

Il suo nome è Miguel Leon.
Il suo papà è Mike Tyson, la mamma non si sa chi sia.
È nato nel 2002, gli piace il golf, ma adora la boxe e la scorsa settimana si è allenato in casa proprio con l’ex campione del mondo. Poi, ha postato il video su Instagram e in pochi minuti il mondo degli appassionati ha cominciato a sognare di vedere un nuovo Iron Mike sul ring. Tyson manca tanto al pugilato.

Quello stesso pomeriggio ha fatto un leggero allenamento anche Milan Tyson, la figlia che il più giovane campione nella storia dei massimi ha avuto con l’attuale moglie Lakiha Spicer. La bambina, nata il giorno di Natale del 2008 preferisce il tennis, ma con il papà si diverte sempre e comunque.

Tre mogli. Robin Givens; Monica Turner che aveva già una figlia, Gena, il cui padre era il precedente compagno Eugene Byrd; Lakiha Spicer detta Kiki.
Otto figli avuti da più donne: Mikey Lorna (28 anni, con Kimberly Scarborough); Rayna (21 anni) e Amir (20 anni) con Monica Turner; Miguel Leon (15 anni); Exodus (la bambina avuta da Sal Xochite e morta nel 2009 a soli quattro anni mentre giocava in casa); Milan (9 anni) e Marocco (7 anni) con Kiki.
A questi va ad aggiungersi D’Amato Tyson di cui Mike pensava di essere il padre biologico, come sosteneva l’allora compagna Natalie Fears. Un test sul sangue non ha confermato la paternità.

Mike Tyson ha sposato Lakiha Spicer il 6 giugno 2009.

Il CIO è “estremamente preoccupato”. L’Aiba rischia il commissariamento

Tempi duri per l’Aiba.
Il CIO, svegliatosi da un lungo letargo, si è accorto del problema e si è dichiarato “estremamente preoccupato” che un uomo legato al crimine organizzato sia diventato presidente a interim.
Il signore in questione è l’uzbeko Gafur Rahkimov (a destra nella foto sopra, assieme al presidente della Fpi Vittorio Lai a Dubai dopo l’elezione).
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, secondo quanto scrive il Guardian, lo ha definito “uno dei principali criminali del suo Paese, una persona coinvolta nel traffico di eroina collegato al gruppo criminale Thieves-in-Law” e gli ha negato l’accesso negli Usa.
Il comitato direttivo del CIO questa settimana si radunerà a Pyeongchong e deciderà se prendere provvedimenti nei confronti dell’Associazione.
Al momento in cui scrivo mancano poco più di 48 ore alla scadenza del tempo dato dal Comitato Olimpico Internazionale all’Aiba per presentare un rapporto dettagliato su sei punti chiave: governo, gestione, finanza, giudiziaria, arbitrale e antidoping. Mercoledì 31 scadono i termini di presentazione del documento.
Persone all’interno della federazione mondiale dilettantistica hanno detto al Guardian che “il dirigente uzbeko è stato vittima di una campagna diffamatoria e non è mai stato condannato per alcun crimine.”
Hanno anche detto che “avrebbe fatto appello contro la sentenza del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.”

Rahkimov è stato nominato presidente a interim a Dubai sabato scorso durante il congresso straordinario di un giorno che si è aperto con le dimissioni a sorpresa di Franco Falcinelli (a destra nella foto con Rakhimov, dopo l’elezione), fino a quel momento in carica nel ruolo.
L’Assemblea Elettiva dell’Aiba si terrà a novembre a Mosca.
Nel caso in cui il CIO fosse insoddisfatto del rapporto potrebbe anche commissariare l’organizzazione.

Trent’anni fa si ritirava il guerriero del ring. A Detroit la notte più lunga

Trent’anni fa, il 29 gennaio del 1988,Luigi Minchillo (55-5-0, 31 ko, oggi 62 anni) chiudeva la carriera sul ring. Ha affrontato Mike McCallum, ha retto dodici riprese con Thomas Hearns e Roberto “mani di pietra” Duran, ha sconfitto Marijan Benes, Louis Acaries e soprattutto Maurice Hope a Londra. Qui racconto l’incredibile sfida di Detroit tra il guerriero del ring e Motor City Cobra.

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La prima volta che ho visto combattere Minchillo (sopra a destra nel mondiale contro Thomas Hearns) ho pensato che non avesse futuro. Il tronco era quasi parallelo al tappeto. Forse esagero, ma il ricordo è quello di un pugile che si attorcigliava su se stesso per provare a piazzare un colpo.

Mi sbagliavo, come mi sono sbagliato tante volte. Luigi Minchillo era un ottimo pugile, un guerriero indomabile che non si fermava davanti a niente. E andava a cercare il rivale, lo pressava, l’attaccava, provava a vincere. Anche se l’altro si chiamava Acaries, Hope, Benes, Duran, Hearns o McCallum. A volte riusciva a centrare l’impresa, altre no. Ma statene certi, ci provava sempre.

Trent’anni fa a Detroit l’ho visto battersi alla Joe Louis Arena contro Thomas Hearns, il Cobra. Eravamo arrivati laggiù portandoci un po’ di paura dall’Italia. La sfida era terribile. L’altro aveva perso una sola volta in carriera, contro Sugar Ray Leonard. Aveva sconfitto Esteban, Cuevas e Benitez. Picchiava come un assassino e si batteva in casa.

NOI

Detroit faceva paura (sopra, da sinistra Mauro Bruno di Tuttosport, io per il Corriere dello Sport e Teo Betti del Messaggero).

Mettete i soldi in cassetta di sicurezza e spostatevi solo in macchina. Non uscite mai la sera.

Prima di salutarci l’italiano che era venuto a prenderci all’aeroporto aveva ritenuto opportuno darci questo consiglio.

Il sindaco della città aveva prolungato di un’ora l’apertura delle scuole elementari. Si entrava alle 9:30, prima era ancora buio e il numero di bambine stuprate era in preoccupante aumento.

Gli under 18 aveva il coprifuoco. Tutti a casa entro le 22.

Detroit era una polveriera. Aveva primati che non potevano certo essere invidiati: 635 omicidi l’anno, 58 ogni 100.000 abitanti che significava moltiplicare per otto la media nazionale. Nel 50% dei casi vittima e assassino avevano meno di 16 anni.

L’industria automobilistica era crollata. Le compagnie straniere avevano conquistato il 30% del mercato e il colosso General Motors era sceso sotto il 35% con una perdita di undici punti rispetto a sei anni prima.

Le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Operai e dirigenti erano sul lastrico. La criminalità stava prendendo il sopravvento. Da Motor Ciy, la città si era trasformata in Nightmare City. L’incubo aveva preso il posto dei motori.

La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”

Così mi aveva detto un collega americano. Era un ottimista, aveva salvato l’altra metà.

Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Mink

Minchillo era un bravo ragazzo. Passionale, coraggioso, istintivo. Era sbarcato a Detroit con il manager Giovanni Branchini, il maestro Elio Ghelfi ed uno spicchio della sua famiglia: il fratello Guerino, papà Paolo e la moglie Enza.

Eravamo andati tutti assieme alla Joe Louis Arena per vedere giocare i Red Wings, campionato NHL. Hockey ghiaccio.
C’erano solo bianchi nell’arena. L’unico nero era Mudimbi, sparring di Luigi.

La sera del match la percentuale degli afroamericani era salita al 90%.

Avevo incontrato Thomas Hearns alla Cobo Hall. Il ring era al centro di un enorme salone. Indossava un accappatoio bianco e i suoi occhi ti scrutavano l’anima.

Era gentile, disponibile, corretto.

Sullo sfondo un’intera parete a vetro faceva arrivare il mio sguardo fino al Canada. A separarlo da Detroit c’era solo il fiume.

Avevo parlato a lungo con Hearns che, seduto su una panca, non aveva mai mostrato la minima insofferenza davanti a un giornalista italiano che non conosceva, ma che sentiva di dover rispettare.

HEARNSOK

L’avevo rivisto di nuovo la mattina del peso al Kronk Gym. Aveva un cappotto di cammello, un abito elegante, una cravatta di classe.

Sempre disponibile, un grande professionista.

Mi aveva raccontato di come amasse l’Italia, del rispetto che aveva per Minchillo, del forte legame che accomunava lui e la città.

Dietro di lui un grande cartellone con il disegno stilizzato dei grattacieli in vetrocemento e una scritta “Do it in Detroit”. Fallo a Detroit. Poco più in là sfilavano in passerella le ragazze che ambivano al ruolo di Ring Girl nella notte del mondiale. E sì, perché in palio c’era il titolo Wbc dei superwelter.

Luigi Minchillo quella chance se l’era meritata. Sapeva che era un compito rischioso, ma era orgoglioso di giocarsela fino in fondo. Nel gelo della città, nella neve che copriva le strade, nel ghiaccio che avvolgeva ogni cosa, il guerriero di San Paolo Civitate si sentiva caldo per la sfida.

Detroit era scura, buia. In ogni angolo.

Ma era possibile ascoltare ovunque della buona musica. Anche nella hall del mio albergo. Lì erano cresciuti Steve Wonder, le Supremes, i Temptation. Era la città della Motown, di Madonna, di Aretha Franklyn. La città del jazz.

Avevo sceso pochi gradini ed ero già dentro al locale. Con me c’erano Elio Ghelfi e il figlio Ivan. Avevamo faticato a vedere qualcosa, eravamo andati a tentoni e finalmente avevamo trovato un tavolo con tre sedie libere. Avevamo ordinato qualcosa a un cameriere che si muoveva in quel buio come se avesse avuto un radar nascosto nella testa. Avevamo bevuto e ascoltato re ottime esecuzioni.

Quando si era accesa qualche luce, finalmente avevamo visto i nostri vicini. Una signora riusciva miracolosamente a non sbattere la testa sul tavolino. Il capo le scendeva lentamente verso il basso per fermarsi solo quando era a un paio di centimetri dal legno per poi tornare su. Aveva gli occhi chiusi, le braccia penzolanti.

Al tavolo davanti un ragazzo faticava a parlare, strascicava le parole, aveva la voce impastata. La bella figliola che gli sedeva davanti non tentava neppure di fingere, non le importava nulla di quello che stava dicendo quel tizio. Lei era impegnata a vagare in un mondo tutto suo.

Anche il resto dei frequentatori di quella sala, tranne qualche eccezione, non era molto diverso.

match

La notte del mondiale, Minchillo recitava alla perfezione il suo ruolo. Non indietreggiava, ma andavava incontro al dolore. Non aveva paura, non ne ha mai avuta. A un certo punto sembrava addirittura che Hearns voltasse le spalle e si ritirasse, l’italiano esultava. Ma era solo un’impressione. Il campione torturava di colpi il volto e il corpo del rivale e la sua vittoria era netta, sacrosanta.

Dopo il match Luigi se ne stava disteso sul lettino dello spogliatoio. Aveva gli occhi gonfi, il corpo dolorante. Faticava a respirare, stringeva al petto le fotografie dei figli: Stefania e Paolo. La moglie Enza gli stava accanto: silenziosa, trepidante.

Detroit era una città terribile. Mi dicevano che la gente in strada fosse pronta a uccidere per poco. La paura era di gran lunga il sentimento più diffuso in quella metropoli angosciante come un incubo.

Ma Luigi Minchillo non sapeva cosa significhicasse quella parola. Aveva sfidato il migliore, aveva perso, ma era tornato a casa con l’orgoglio di avere fatto il suo dovere fino in fondo. Sul volo che lo riportava a Milano l’avevano riconosciuto, gli avevano fatto i complimenti. Lui nascondeva gli occhi pesti deitro un paio di occhialoni da sole. Ma era solo per pudore, non voleva esporre le sue ferite.

Il guerriero era andato all’inferno e ne era uscito a testa alta.

La boxe migliora sempre più la sua scenografia, guardate che spettacolo

Ieri, 27 gennaio 2018, Riga in Lettonia ha ospitato la semifinale delle World Boxing Super Series per la categoria dei massimi leggeri. Olexandr Usyk (14-0, 11 ko, campione Wbo) ha unificato il titolo battendo ai punti in 12 riprese per decisione a maggioranza Mairis Briedis (23-1-0, campione Wbc).

I cartellini.
Robin Taylor 115-113; Craig Metcalfe 114-114; Robert Tapper 115-113. L’arbitro era Kenny Bayless.

L’evento si è svolto all’interno di una fantastica scenografia. La boxe sta facendo passi importanti, in alcuni casi si affianca ai livelli della finale di Champions League di calcio. Non a caso alcuni membri della produzione provengono proprio da lì.

La foto (postata su Twitter da Kalle Sauerland) ne è la dimostrazione.

La bella Caroline, Million Dollar (dimenticati) Baby

Caroline Wozniacki ha battuto in finale Simona Halep 7-6 (2) 3-6 6-4 in poco meno di tre ore, ha vinto gli Australian Open e lunedì dopo sei anni tornerà numero 1 della Wta. A lei ho dedicato un capitolo del libro Storie in controtempo.

 

Il denaro è una parola, è una convenzione: c’è tanta gente che senza denaro riesce a vivere come se avesse milioni. C’è tanta gente poi, carica di milioni, che vive come se non avesse nemmeno un soldo

(Eduardo De Filippo, A che servono questi quattrini?)

Caroline Wozniacki è una tennista fuori dagli schemi.

Non certo in campo, dove picchia la palla come le recenti tradizioni tennistiche impongono. Ma in un contesto più ampio. Nei rapporti con il mondo.

Gli sportivi di successo sono spesso descritti come seguaci di una religione che gode di molta popolarità, quella che venera il dio dollaro.

Caro, come la chiamano gli amici, no.

Lei si è dimenticata di ritirare 1,45 milioni di dollari!

Solo un’ora dopo essere tornata nella sua casa di Manhattan è risalita in macchina per riprendere la strada del Billie Jean King Nazional Tennis Center e intascare così l’assegno che le spettava per la finale degli ultimi US Open, quella persa contro Serena Williams.

Caro non sapeva che le spettavano, e per questo non ha chiesto, mezzo milione di bonus degli sponsor. Ci ha pensato John Tobias, il suo manager, a sollecitare la pratica.

La ragazza non sa quanto ha sul conto in banca, semplicemente perché non lo controlla. Non sa quanto versa a suo padre Piotr che le fa da allenatore (“Non mi interessa, può prendere quello che vuole”). E nei contratti con gli sponsor non è la cifra in fondo ai fogli che va a controllare per prima, ma sta bene attenta a cosa possa rappresentare l’accordo, a quale impatto possa avere sulla sua filosofia di vita.

Non è certo una sprovveduta la 24enne danese che vuole prendere una laurea in gestione aziendale. Parla con proprietà quattro lingue, altre tre le conosce in modo da potere sostenere una conversazione. A 10 anni ha praticamente chiuso da sola il contratto con l’Adidas. A 13, vinto il primo torneo, è passata alla Nike. Quando le cose sono andate ancora meglio ha chiesto al manager di tornare alla casa tedesca, la prima azienda che aveva creduto in lei.

È una potenziale macchina da soldi. Non solo per i quasi venti milioni di dollari intascati come prize money, ma anche e soprattutto per i 10 milioni annuali che vale in sponsorizzazioni.

La gente ama sempre di più questa bella ragazza che ispira allegria. Ha quasi ottocentomila followers su Twitter, un milione e trecentomila amici su Facebook.

Il sogno è un felice futuro di coppia, quello che vivono da molto tempo i genitori. Per lei la rappresentazione del grande amore.

Non le è andata bene con il golfista Rory McIlroy che l’ha lasciata alla vigilia delle nozze. Per due anni avevano vissuto sempre assieme. E Caro aveva pagato caro tanta passione. Il tennis non figurava più in cima ai suoi pensieri, così era lentamente scivolata dal numero 1 al 18 del mondo, perdendo i bonus degli sponsor per un valore totale di otto milioni di dollari.

Se qualcuno glielo faceva notare, lei faceva spallucce.

“Non sono i soldi a motivarmi. Ne ho abbastanza per vivere bene, mangiare e comprarmi le scarpe che sogno.”

Ha dimostrato coerenza quando una rivista si è presentata con un bell’assegno per fotografarla nuda e realizzare un calendario.

“Cosa ho risposto? Semplicemente che preferisco rimanere con i vestiti addosso.”

Rory le aveva regalato un anello da 250.000 $, ma non ci ha messo molto a chiamarsi fuori quando ha capito che il matrimonio non faceva per lui.

Nei giorni scorsi Caro ha ricevuto un omaggio meno impegnativo: un braccialetto di diamanti e oro giallo, valore 15.000 $. Non arriva da un altro fidanzato generoso, ma dalla Moët & Chandon e dai gioiellieri neozelandesi Naveya & Sloane. È una sorta di ingaggio per il torneo che si disputerà ad Auckland dal 5 al 10 gennaio del 2015.

Il 2014 è stato l’anno della riscossa per Caroline Wozniacki, tornata nella Top 10, ora fissa al numero 8. Finalista agli US Open e a Tokyo, vincitrice a Istanbul. Semifinalista in cinque tornei compreso il Master di fine stagione a Singapore.

Il suo sorriso splendente è tornato in prima pagina.

Ha arricchito lo spessore del personaggio con la maratona di New York chiusa in 3h26’. Il tennis non è il suo unico sport.

Le piace, ad esempio, la boxe. C’è lei che tira pugni nel video principale del suo sito web. Quando è sotto stress si prepara come un pugile che deve affrontare un campionato del mondo. Ginnastica, corsa, pallone medicinale, pera, sacco, esercizi a vuoto sul ring. Tutto, tranne prendere cazzotti.

Caro è vestita dalla stilista Stella McCartney, la figlia di Paul. La Wozniacki non era ancora nata quando i Beatles conquistavano il mondo, ma la loro musica le è sempre piaciuta. Come le piace la moda.

Quando lo scorso settembre ha passato i quarti di finale agli US Open ha ricevuto uno splendido mazzo di fiori, accompagnato da un bigliettino firmato Michael Kors. Talentuoso disegnatore di una linea di abbigliamento femminile. Lei ha ricambiato con due biglietti di semifinale per il box di famiglia.

“Non so se questo possa essere l’inizio di un rapporto di lavoro, ma comunque vada sarà una buona pubblicità” ha commentato il manager.

“Sono semplicemente contenta di incontrarlo” ha replicato lei.

A una sfilata ha incrociato la dea della moda Anna Wintour, direttrice di Vouge, quella impersonata da Meryl Streep in “Il diavolo veste Prada” (Miranda Priestly nel film).

“Cara, dovresti cambiare il tuo taglio di capelli. È un po’ antiquato, non ti dona” le ha detto la Wintour.

“Come potrei non seguire un suo consiglio?” le ha risposto la tennista.

E ha mantenuto quei capelli lunghi, biondi, mossi, da bambolina.

È fatta così Caroline Wozniacki, rispettosa con tutti, ma fermamente intenzionata a non lasciarsi influenzare da nessuno.

I giornali l’hanno seguita nella turbolenta storia d’amore con McIlroy, lungo le strade di New York mentre lasciava dietro atleti più abituati di lei alle maratone, mentre picchiava la pallina da tennis con la violenza di un peso massimo nei principali tornei del circuito, quando si lasciava immortalare in tenere foto con il suo cane Bruno.

Poi, si sono tutti meravigliati dell’amicizia con Serena Williams. Un rapporto vero, forte. Come se due campionesse popolari, ricche e vincenti non potessero coltivare un sentimento nobile come è appunto l’amicizia.

Caro non si è curata di questa strana meraviglia ed è andata avanti.

“I miei genitori fin da ragazzina mi hanno dato un consiglio. Divertiti. Hai la fortuna di guadagnare soldi giocando a tennis, non sprecare questo regalo. Non importa se sarai la numero 1 o la numero mille, divertiti per quello che fai.”

È in casa che ha scoperto quanto possa aiutare un sorriso.

E così si è scatenata.

Ha fatto scoppiare un palloncino alle spalle di Maria Sharapova che stava concendo un’intervista televisiva. Si è fatta fotografare dopo avere messo alcuni asciugamani dentro la camicia e nella gonna con l’intento di somigliare a Serena Williams. Ha postato una foto di McIlroy con la bocca aperta e il bicchiere ancora in mano. Si diverte così, la ragazza.

Caroline Wozniacki è tornata a sorridere. Il 2014 è stato un anno difficile, tormentato, ma si è chiuso con un grande sorriso. La ragazza che si dimentica di ritirare quasi due milioni di dollari di premi ha ripreso il suo posto nel mondo del tennis. Ho la sensazione che tornerà a spingere come nella stagione che l’ha portata al numero 1, soltanto tre anni fa.

“La mia motivazione non sono i soldi. A spingermi è la passione per il tennis, la gioia quando vinco un trofeo.”

Dicembre 2014

“Storie in controtempo” Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… Viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis, di Dario Torromeo (Absolutelyfree editore, 324 pagine, 15 euro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Falcinelli si dimette da presidente Aiba, il Congresso boccia Wu

Colpo a sorpresa nel Congresso Straordinario Aiba che si è tenuto oggi a Dubai.

Franco Falcinelli si è dimesso da presidente a interim. Al suo posto è stato nominato il vice presidente in carica, l’uzbeko Gafur Rakhimov.

Il Congresso ha successivamente bocciato una precedente proposta dello stesso Falcinelli.

Nel momento in cui, lo scorso novembre, Ching-Kuo Wu si era dimesso da presidente dell’Aiba dopo tre mandati, l’italiano che l’aveva sostituito nel ruolo con un incarico a interim aveva dichiarato: “Desidero ringraziare Ching-Kuo Wu per il contributo dato allo sport del pugilato e all’AIBA per molti anni, gli auguriamo tutto il meglio.”

Poi aveva aggiunto che avrebbe chiesto al Comitato Esecutivo di votare a favore di una raccomandazione per assegnare il ruolo di presidente onorario Aiba proprio a Wu, previa ratifica del Congresso.

Ieri la proposta è stata bocciata a larga maggioranza.

Deve essere accaduto qualcosa negli ultimi giorni, qualcosa che ha fatto capire al dirigente umbro che la situazione non era quella che lui pensava fosse. Soltanto il 16 gennaio Falcinelli aveva organizzato a Roma una riunione straordinaria dell’Esecutivo Aiba in cui aveva parlato di progetti e programmi, l’aveva fatto da persona convinta di andare avanti nell’incarico sino alla fine.

A Dubai deve avere capito che la spinta non era quella sperata.

Ma in giro si sentono, sempre più insistentemente, anche altre voci che indicano nell’EUBC (European Boxing Confederation, di cui Falcinelli è presidente) la fonte di tutti i problemi. Sembra che l’opposizione al dirigente umbro stia per mettere in atto una deflagrante iniziativa tesa a concretizzare le sue proteste. Nell’attesa di risolvere i contrasti a livello continentale, Falcinelli ha pensato fosse meglio rinunciare a correre a livello mondiale.

Il nuovo presidente a interim resterà in carica sino a novembre, quando si svolgerà il Congresso Elettivo dell’Aiba.

Da segnalare che alla riunione di Dubai erano presenti solo 109 delegazioni dei Paesi affiliati all’Aiba a fronte dei 202 denunciati recentemente dallo stesso Ente. Un’assenza che sfiora il 50%, l’ennesimo segnale delle difficoltà dell’associazione sia sul piano finanziario che su quello politico/strutturale.

Chiudo confermando le voci secondo cui nel futuro dell’Aiba ci sia la lunga mano del Kazakhistan, nazione ricca e potente politicamente che vorrebbe prendere il comando delle operazioni a qualsiasi livello. Si tratterà di capire se vorrà farlo subito o aspettare dopo Tokyo 2020.

Nel tardo pomeriggio il Congresso deciderà in che modo presentare al Cio la raccomandazione di riportare a dieci le categorie maschili per i Giochi in Giappone tra due anni.