Rotolando all’indietro Roy Jones jr è arrivato a 49 anni sul ring. L’8 febbraio (forse) si ferma

L’8 febbraio al Civic Center di Pensacola, Florida, Roy Jones jr (65-9-0, 47 ko) disputerà (forse, spero) il suo ultimo match.
Quella sera salirà sul ring a 49 anni compiuti.
In carriera ha affrontato Bernard Hopkins, Glenn Thomas, Thomas Tate, Virgil Hill, Jorge Castro, James Toney, Vinny Pazienza, Eric Lucas, Tony Thorton, Merqui Sosa, Montell Griffin, Lou Del Valle, Mike McCallum, Otis Grant, Reggie Johnson, Richard Frazier, Richard Hall, Eric Harding, Derrick Harmon, Glen Kelly, Julio Cesar Gonzalez, John Ruiz, Clinton Woods e Antonio Tarver.

Negli ultimi quattro incontri, l’uomo che è stato campione del mondo in quattro categorie, ha incontrato:

  1. (12 dicembre 2015) Enzo Maccarinelli. Sconfitta per ko dopo 1:57 del quarto round, un knock out brutale. Dopo quel combattimento Maccarinelli ha disputato un solo match: è stato sconfitto per kot dopo 2:48 del primo round da Dmytro Kucher nel giugno 2016. Poi non è più salito sul ring.
  2. (20 marzo 2016) Vyron Phillips. Vittoria per kot 2. Non solo Phillips era al debutto, ma dopo quel combattimento non si è mai più ripresentato sul ring.
  3. (13 agosto 2016) Rodney Moore. Vittoria ai punti in 10 round. Moore (17-14-2 all’epoca del match) veniva da nove sconfitte consecutive e ne avrebbe incassate altre due nei match successivi. Nella sfida Roy Jones jr si è procurato uno strappo al bicipite destro.
  4. (17 febbraio 2017) Bobby Gunn. Vittoria per kot 8. Bobby Gunn non combatteva dal 2013 e negli ultimi sette anni aveva sostenuto solo quattro match, perdendo gli ultimi tre contro Tomasz Adamek (kot 4), James Toney (kot 5) e Glen Johnson (UD 8). Bobby Gunn è più noto come campione della boxe a pugni nudi che del pugilato classico.

    Mi ero già spaventato sei anni fa guardando Roy Jones jr contro Denis Lebedev.
    Avevo pregato perché la punizione non fosse più severa di quello che era già stata. Un ko devastante. Dieci colpi consecutivi, due dei quali terribili. Jones a terra per qualche minuto, la moglie che trema e piange sul ring. Ma era tutto già scritto. L’ex campione del mondo, che è stato il miglior pugile pound for pound degli anni Novanta e ha dominato la scena sino agli inizi del Duemila, al peso aveva segnato 90 chili. Quasi undici in più del match precedente, quasi due e mezzo in più rispetto al mondiale dei massimi contro John Ruiz. Non aveva più velocità di braccia, non aveva più mobilità, non incassava più niente.

    Mi ero intristito vedendolo combattere cinque mesi dopo Lebedev all’Atlantic Civic Center davanti a meno di mille spettatori, senza televisioni nazionali a riprenderlo e con la pay per view offerta in saldo a 9,99 dollari. Un’arena indegna del campione che è stato. Lui diceva: “Ho vinto e vado avanti”. Certo aveva messo su un successo ai punti dopo tre sconfitte consecutive, due delle quali per ko. Aveva ottenuto la prima vittoria dall’agosto 2009. Ma aveva battuto il signor Max Alexander che negli ultimi sette match vantava un record di sei sconfitte e un pari. Uno che non saliva sul ring dal 3 ottobre 2009, ventisei mesi di inattività. Ci sarà pur stato un motivo. E neppure contro questa sorta di sparring partner, Jones era riuscito a fare qualcosa di accettabile.
    Da quel momento altri sette birilli. Vittorie contro un tale Courtney Fry in Latvia, Hany Atiyo in Russia, Eric Watkins o Paulo Vasquez in Nordamerica. Successi tanto per giustificare un folle prolungamento di carriera. Poi la storia è scivolata, se possibile, ancora più in basso.

    L’inizio della fine è datato 15 maggio 2004, la notte in cui ha perso per kot contro Antonio Tarver. Dopo sono arrivate altre tre sconfitte in otto incontri. Non si è più ripreso.
    Ma perché sale ancora sul ring?
    La prestigiosa rivista Sports Illustrated sostiene lo faccia per soldi. Ricorda i due contratti con la televisione HBO: 60 milioni per sei anni e poi 20 milioni per tre match. Ma rammenta anche il fallimento della compagnia discografica, il furto da parte di un impiegato della sua azienda, le spese folli per l’entourage e i familiari, la difficoltà a gestire le operazioni immobiliari in Florida.

    Ha guadagnato cifre con cui vivere da re e si ritroverebbe a combattere per sopravvivere. Attenzione, non è la boxe a rovinare gli uomini. Sono alcuni pugili a rovinare se stessi. Chi non è capace di fermarsi in tempo non rischia solo le finanze, ma corre anche il pericolo di avere pesanti problemi con la psiche e con la tutela delle proprie condizioni fisiche. E parlo di grandi campioni, non di mezze figure.
    L’ultimo show è dunque programmato per l’8 febbraio. Non si conosce ancora il nome del rivale, ma le voci raccontato di una possibile sfida con Anderson Silva, ex stella dell’UFC. Con le regole delle MMA o del pugilato? Chi può dirlo? Rotolando all’indietro si rischia di ritrovarsi in fondo al burrone senza neppure accorgersene.

Pugile sotto squalifica per doping vince un titolo minore Wba. Come è possibile?

Joe Fournier, un milionario inglese proprietario di vari night club, combatte come pugile professionista nella categoria dei mediomassimi. Ha 34 anni e un record di 9-0, tutte le vittorie sono state ottenute per ko contro rivali di modesto livello.

Il 25 giugno 2016, al termine del match contro Mustapha Stin è stato trovato positivo all’esame antidoping. Il verdetto è diventato No Decision e lui è stato squalificato fino al 5 dicembre 2020. In appello la pena è stata ridotta a 18 mesi, terminerà alla mezzanotte del 5 giugno 2018.

Il seguito della storia non è così lineare.

Dopo il match incriminato, Fournier ha sostenuto altri cinque combattimenti, nell’ultimo del 18 dicembre scorso ha addirittura conquistato il titolo Internazionale Wba della categoria battendo per ko 2 Wilmer Mejia (11-9-2 negli ultimi ventidue incontri).

Dove è l’errore?

L’UKADA (l’agenzia antidoping britannica) nel suo sito ufficiale, scrive:

“Il 25 giugno 2016, il NADO Flanders ha condotto un test in gara dopo un match di pugilato a Ninove, in Belgio. Fournier è risultato positivo per sibutramina, un agente per la perdita di peso, ed è stato accusato di un ADRV ai sensi dell’articolo 2.1 del Codice mondiale antidoping: “Presenza di una sostanza proibita o dei suoi metaboliti o marcatori nel campione di un atleta”. Fournier è stato squalificato dal 6 dicembre 2016 fino alla mezzanotte del 5 giugno 2018.”

La stessa European Boxing Union (Ebu) nella Lista Sospensioni riporta come data di fine squalifica il 5 giugno 2018.
E allora?

Come può un pugile squalificato per doping sostenere cinque incontri e addirittura battersi per un titolo (minore) di un Ente come la World Boxing Association?

Tutti e cinque i match dopo la positività si sono svolti a Santo Domingo. La Repubblica Dominicana è nella zona caraibica, cioè in un luogo in cui l’influenza della Wba è molto importante. Come può essere accaduto?

Il mistero si infittisce.

Joe Fournier vince un titolo internazionale Wba, titola Fightnews il 18 dicembre. Vado a cercare un riscontro su Boxrec, il sito universalmente noto per riportare ogni singolo evento pugilistico che si svolga sul pianeta Terra. Niente, non trovo traccia del match. Cosa sta accadendo? Sarà pure stato un titolo minore, ma sempre di un match ufficiale si trattava…

I tabloid inglesi confermano la notizia della conquista del titolo, ma non danno spiegazioni su come un pugile sospeso possa avere avuto il nulla osta per salire sul ring.

La Wba ha due programmi in atto per combattere il doping: WBA Fair boxing e Ko Drugs. Deve esserci per forza qualcosa che mi sfugge.

Il sito della World Boxing Association è aggiornato a novembre, la prima notizia è la cartolina di auguri di compleanno al presidente Gilberto Mendoza, la seconda gli auguri di Natale del presidente Gilberto Mendoza.

Nella classifica dello scorso mese Joe Fournier non figurava nei primi quindici. Neppure Mejia era nella Top 15. Nell’elenco dei campioni internazionali (aggiornato a novembre 2017) il titolo dei mediomassimi era vacante.

Come è possibile che un pugile squalificato per doping sia stato autorizzato a combattere in cinque occasioni, una delle quali valida come titolo (minore) della Wba?

 

 

 

 

Storia di un perdente felice. “In 12′ guadagno quello che molti prendono in un mese”

Journeyman, un’etichetta pesante da portare addosso.

Nella boxe la regalano a qualsiasi pugile ingaggiato a giornata, buono per un match e nulla più. Senza ambizioni, senza altro futuro che mettere assieme una sconfitta dopo l’altra.

Kristian Laight, più di tanti altri, ne ha fatto una professione al punto che lo chiamano Mr Reliable. Ovvero Signor Affidabilità. Così affidabile che ci puoi scommettere sopra, lui perde di sicuro. Ma lo fa da professionista e, soprattutto, non se ne vergogna.

Partito con uno sconfortante 0-10-0 da dilettante (dieci match, altrettante sconfitte), un giorno ha capito che il pugilato poteva essere più remunerativo del lavoro che faceva.

“Avevo ventitrè anni, un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio di 120/130 sterline a settimana. Passato professionista ho cominciato a incassare 500/600 sterline ogni sette giorni. Mi sembrava di sognare.”

Con quei soldi ha comprato casa, ha tenuto in piedi la famiglia (ha un figlio) e ha messo da parte qualcosa per il domani.

Kristian Laight combatte spesso, finora ha messo in piedi un record di 12-262-8. Ventinove match nel 2012 e 2013 con uno score complessivo di 1-56-2, venticinque incontri quest’anno. L’ultimo il 16 dicembre scorso, sconfitta ai punti contro Andrew Fleming. Ha perso in 4 round, perché lui è uno che si misura quasi sempre su quella distanza: l’ha già fatto 189 volte.

Non gli piacciono i commenti che spesso sente su di lui.

“A nessuno piace sentirsi dire che è una merda. Ho un ruolo in questo sport” ha confessato alla BBC.

Se vi chiedete quale sia questo ruolo, Kristian Laight ha una risposta anche per voi.

“Salgo sul ring e mi prendo cura della mia persona. Nel primo round cerco di scoprire come potrebbe finire il match. Se capisco che l’altro è troppo superiore, punto tutto sulla difesa. Non devo prendere colpi, non devo rischiare. Se vedo una possibilità di vittoria, ci provo sino alla fine. Sempre e comunque faccio il mio lavoro. Combatto e punto a sentire il gong finale, possibilmente senza avere subito danni. Prendo i soldi, torno a casa e la mattina dopo vado ad allenarmi, perché so che dovrò combattere anche la settimana seguente. Per dodici minuti di lavoro guadagno quello che molti prendono in un mese.”

Ha messo a segno un paio di colpi a sorpresa.

Il 29 maggio del 2010 ha sconfitto Craig Whyatt (5-0) a cui molti tecnici avevano pronosticato un futuro da campione.

L’1 agosto del 2015 ha battuto Carl Chadwick (2-0) che sembrava incamminato verso un cammino diverso.

Prima e dopo ci sono state sempre e comunque 262 sconfitte.

“Un journeyman è pronto ad affrontare qualsiasi avversario in qualsiasi momento. Entro in un pub, ordino una birra, squilla il telefono. È il mio manager che mi ricorda che la sera dopo devo combattere. “Torna a casa e mettiti a letto, esci da quel pub” mi dice e attacca. Ha ragione lui, per continuare a guadagnare devo essere sempre pronto.”

Kristian Laight ha 37 anni, mancino, superleggero alto 1.78. Professionista dal 2003, è nato e vive a Nuneaton, Warwickshire, Inghilterra. Sale sul ring ogni sette giorni, o quasi.

Il suo sogno non è vincere il titolo, ma superare Peter Buckley e i suoi 300 match prima del ritiro. Può farcela, ma sicuramente non riuscirà mai a raggiungere le 32 vittorie del leader dei journeyman.

Non so se tutto questo sia giusto, prendere pugni per 1316 round (sono quelli disputati finora dal nostro uomo) non fa certamente bene alla salute. Di certo il suo è un lavoro usurante, anche per questo ha deciso che si ritirerà il giorno del quarantesimo compleanno. Punizioni ne ha prese poche (solo cinque sconfitte prima del limite), ma non può certo bastare questo dato a tranquillizzare.

Kristian Laight fa il pugile professionista, prende più cazzotti di quanti ne dia. Perde quasi sempre. Con i soldi delle borse vive, e neppure male. Ma quanto pagherà tutto questo?

Non so rispondere, non lo conosco. Le sue parole hanno un senso, ma non sono riuscite a convincermi. Ho letto, visto, analizzato numeri e rivali. Alla fine so molto di più sul pugile, assai poco sull’uomo.

Ma ho avuto la conferma di quello che in fondo già sapevo, fare il journeyman professionista è un lavoro dannatamente duro.

 

Piccole storie dei sei pugili che faranno Capodanno sul ring di Tokyo…

A Tokyo si combatte anche l’ultimo dell’anno.
Nella nuovissima Ota City General Gymnasium, il palasport costruito nel 2012 in vista dell’Olimpiade del 2020, saranno in programma tre campionati del mondo.
Minimosca Ibf e supermondiale Wba.
L’unificazione del titolo tra i minimosca è merce rara. Per questo e per il valore dei contendenti sarà il match principale della serata.
Il campione della Wba è Ryoichi Taguchi (26-2-2, 12 ko) che ha disputato nove dei suoi ultimi dieci match proprio in questo impianto. Affronta il filippino Milan Melindo (37-2-0, 13), un tipo che a Tokyo lo scorso luglio ha sorpreso tutti mettendo ko al primo round Akira Yaegashi conquistando il titolo dell’Ibf. A bordo ring in quell’occasione c’era Miki, la fidanzata conosciuta sette anni fa su Facebook. Lui vive nelle Filippine, lei lavora come infermiera a Tokyo. Una relazione a distanza che sta reggendo davanti a molte difficoltà. Miki sarà in platea anche domenica.
Mosca Wbo.
Sho Kimura (15-1-2, 8 ko) ha perso l’unico incontro il giorno del suo esordio al professionismo il 22 aprile del 2013 contro il mancino Shosuke Oji che dopo quella vittoria, a 23 anni di età, si è ritirato.
Difende la corona contro Tashiyuki Igarashi (23-2-3, 12 ko) che cambia sede dei suoi combattimenti dopo avere disputato gli ultimi otto alla Korokuen Hall.
Paglia Ibf.
Il campione, il 24enne Hiroto Kyoguchi (8-0, 6 ko), mette in palio la cintura contro il nicaraguense Carlos Bultrago (30-2-1, 17 ko). Ha conquistato il mondiale di sigla il 23 luglio scorso superando ai punti in 12 riprese il messicano Josè Argumedo. Era professionista da un anno e tre mesi, mai nessun giapponese ha conquistato la corona in così breve tempo.

Parliamo di Fragomeni, a 48 anni ancora una volta sul ring…

 

L’anima nasce vecchia ma diventa giovane con il tempo. Questa è la commedia della vita.
E il corpo nasce giovane e diventa vecchio. Questa è la tragedia della vita.
(Oscar Wilde)

 

Stasera Giacobbe Fragomeni (35-5-2, 14 ko), ex campione Wbc dei massimi leggeri, combatte a Catanzaro contro l’ungherese Tibor Laczo (3-7-0) che viene da sette sconfitte consecutive.

Fragomeni ha 48 anni e negli ultimi quattro anni ha subito due devastanti sconfitte contro  Krysztof Wlodarczyk e Rakhim Chakhkiev.

Se chiedete a un pugile quale sarà il suo ultimo match, lui vi risponderà: “Il prossimo”.
Sempre e comunque.
Poi aggiungerà: “Tranquilli, quando capirò di non averne più mi fermerò.”

Purtroppo un pugile spesso non è il più affidabile giudice di se stesso.

Ogni cosa ha il suo tempo.

Leggo sulla Gazzetta che Giacobbe vorrebbe chiudere con un grande match.

Fragomeni ha dato tanto alla boxe. Ha conquistato titoli che sembrava dovessero rimanere solo sogni (europeo dilettanti e mondiale professionisti), si è sempre battuto con coraggio, non ha mai tradito i tifosi.

Ma ora è arrivato il tempo di fermarsi. A 48 anni si deve entrare nella vita reale. Il ring non può continuare a essere il rifugio dove sognare l’eterna gioventù. Anche Mike Tyson diceva: “Solo lassù mi sento felice.” Addirittura lui ha trovato un futuro fuori dalle sedici corde.

Il problema non dovrebbe essere stasera, Laczo non è rivale da creare pericoli. Il problema è in quel match che sta inseguendo.

Giacobbe si è sempre fatto voler bene. Ecco, questo è il momento che chi gli vuole davvero bene lo consigli di fermarsi.

Mi diceva il suo maestro Maurizio Zennoni prima del match contro Wlodarczyk del 6 dicembre 2013, quattro anni fa.

“Spero che vinca, si tolga quest’ultima soddisfazione e si ritiri da campione. Bisogna saper voltare pagina. Dopo la vita da pugile c’è quella da uomo. Si deve arrivare preparati e al meglio a questo appuntamento. Giacobbe ha avuto un’esistenza travagliata. Meglio dimenticare cosa ci sia stato fino a 20 anni. Da 20 a 44 ha vissuto bene. Ma, come gli ho detto più volte, deve imparare a vivere come una persona normale, con 1.500 euro al mese. Un lavoro posso garantiglierlo, ma credo che non debba continuare a rinviare il momento di voltare pagina.”

Un mese fa purtroppo Maurizio se ne è andato per sempre. Ma il suo consiglio rimane.

Voleva bene a Giacobbe. Tutti quelli che continuano a volergliene dovrebbero sussurrargli in un orecchio le parole del maestro. È dura affrontare la vita, a volte è più dura di un match di boxe. Ma ogni cosa ha il suo tempo. E a 48 anni è il tempo di salutare tutti, scendere dal ring e ricominciare a lottare tra noi comuni mortali.

I ricordi rimangono, le imprese non si cancellano. La vita continua.

So benissimo che è difficile, anche lui lo sa. In una chiacchierata fatta un po’ di tempo fa me l’ha candidamente confessato.

“Dario, non mi hai chiesto cosa mi faccia paura della boxe.”

“Giaco, cosa mi avresti risposto?”

“Smettere.”

Era l’ottobre del 2008.

P.S. È dal febbraio scorso che non scrivevo di pugilato italiano. Ho fatto un’eccezione per un pugile a cui sono affezionato.

Campione del mondo mette ko il maestro in allenamento (video)

Diciamo che si è trattato di un incidente sul lavoro.

Yunier Dorticos, cubano di 31 anni campione Wba dei massimi leggeri (22-0, 21 ko), si stava allenando a Miami con il suo coach Eric “El Tigre” Castanos.

Yunier, non a caso, è soprannominato “The Ko Doctor”. Ha vinto dieci volte al primo round, diciassette entro la terza ripresa. Un solo avversario, Edison Miranda (35-9-0), è riuscito a finire in piedi il match.

Un sinistro è partito con troppa veemenza, Castanos si è fatto cogliere impreparato ed è finito al tappeto.

“Sono cose che succedono tra coach e allievo” ha detto l’allenatore che, dopo un iniziale periodo di sbandamento, si è perfettamente ripreso.

Dorticos è in preparazione per il match che sosterrà il 3 febbraio al Bolshoy Ice Dome di Sochi (Russia) contro Murat Gassiev (25-0, 18 ko), campione Ibf, per un posto nella finale delle World Boxing Super Series.

Il cubano ha vinto il titolo il 23 settembre scorso battendo per tot 2 Dmitry Kudryashov (21-1) all’Alamodome di San Antonio, Texas.

Martin Antonio combatte il 23, leggo il suo cognome e faccio un salto indietro di trent’anni…

Stamattina sono andato a guardare sul web le riunioni attorno a Natale, volevo capire quanti pugili nel mondo sacrificassero le feste per stare dietro alla loro passione.

Ognuno ha le sue curiosità da appagare.

Mentre scorrevo il calendario, un nome ha risvegliato in me vecchi ricordi.

Sabato 23 dicembre, a Ranchos: 120 chilometri da Buenos Aires, combatte Martin Antonio Coggi (34-7-3, 17 ko). Affronta German Argentino Benitez (19-2-0, 9 ko) per il vacante Wbo Latino dei superleggeri.

Coggi, superleggeri. Nome e categoria di peso coincidono.

Martin Antonio ha 34 anni ed è il figlio di Juan Martin, l’uomo che il 4 luglio dell’87 ha tolto il titolo mondiale Wba a Patrizio Oliva.

Ricordo benissimo quella notte.

Una vigilia agitata. Nei giorni prima di approdare a Ribeira (in Sicilia) dove si sarebbe svolto il match, Patrizio aveva vissuto una drammatica avventura. Era in ritiro a Bogliasco, da Rocco Agostino. Era in macchina, quando un’altra vettura nel tentativo di sorpassarlo l’aveva quasi urtato. Non contento, il conducente del veicolo aveva rallentato, aveva aspettato che Patrizio passasse e aveva poi tirato fuori una pistola puntandogliela contro.

Oliva aveva accellerato, l’altro aveva rinunciato all’inseguimento. La grande paura era comunque rimasta.

Ricordo l’attesa.

C’erano tanti giornalisti, argentini e italiani. Così tanti da mettere in piedi una partita di calcio. Undici contro undici e quattro giocatori in panchina per ciascuna squadra. L’arbitro era Adriana Sabbatini, figlia del grande Rodolfo. Era finita ai supplementari e aveva vinto loro. Brutto presagio.

Juan Martin Coggi era soprannominato Latigo, la frusta. E il suo gancio sinistro spiegava il perché di quel nomignolo. Nei giorni che avevano preceduto il match mi aveva telefonato più volte Giuseppe Ballarati, manager ma soprattutto autore della Bibbia del Pugilato: un libro che racchiudeva i record di tutti i pugili in attività. Internet doveva ancora arrivare, BoxRec non era ancora nato. Ballarati era avanti a tutti.

Mi aveva telefonato ripetendomi ogni volta lo stesso ammonimento.

“Devono stare attenti, Coggi è un cliente estramamente pericoloso. Può anche mettere ko Oliva.”

E così era stato.

Avevo visto il mio amico al tappeto e mi ero sentito triste. Spedito il servizio al Corriere dello Sport ero andato a trovarlo nello spogliatoio. La scena che avevo visto non era quella che mi aspettavo. Patrizio mi sembrava sereno, quasi felice. La realtà era che non ce la faceva più. Nell’ultimo anno aveva disputato sette match, tre volte sul ring per il mondiale. Combatteva da quando era poco più di un bambino. E l’aveva fatto sempre ai massimi livelli, sia da dilettante che da professionista. Aveva accumulato tensione, lo stress era diventato palpabile. Quel ko lo aveva paradossalmente liberato dalla difficoltà di prendere una decisione. Dopo Coggi si era infatti ritirato, dopo due anni sarebbe rientrato. Ma questa è un’altra storia.

Juan Martin aveva festeggiato  a lungo sul ring.

Una bandierona argentina e il figliolo sulle spalle. Ho fatto un tuffo nel passato quando ho visto la copertina de El Grafico. Mi sono ricordato di lui e di quella foto del marzo ’90. Battuto Oliva, Juan Martin aveva difeso tre volte il titolo in Italia: in due occasioni a Vasto, una a Roseto degli Abruzzi. Poi aveva sconfitto Jose Luis Ramirez ad Ajaccio, in Corsica. E la rivista sudamericana gli aveva dedicato il servizio di copertina sparando un fotone in cui si vede il biondo Martin Antonio che  festeggia orgoglioso sulle spalle di un papà così famoso.

Un figlio avuto giovanissimo, a soli ventidue anni. Un figlio che ha cercato di seguirne le orme.

Martin Antonio Coggi ha avuto una buona carriera. Senza i picchi del papà, tre volte campione, che oggi l’allena e va all’angolo: fisico sempre asciutto, solo i capelli grigi raccontano degli anni che passano.

In Argentina chiamano il giovane uomo El Principito, il Piccolo Principe come il protagonista del romanzo di Antoine de Saint-Exupery. Dicono gli somigli. Al Piccolo Principe, non allo scrittore.

Mancino, coraggioso, dotato di buoni fondamentali, ha combattutto una volta in Italia. Il 10 luglio del 2011 è stato dominato da Brunet Zamora che lo ha messo kot al sesto round dopo avergli inflitto due conteggi in precedenza.

Sabato, 23 dicembre, Martin Antonio salirà ancora una volta sul ring. Non ci saranno né le grandi televisioni, né tanti giornalisti come accadeva per il papà. Ma il 34enne di Brandson continuerà a fare il suo mestiere.

È un pugile e se il lavoro chiama bisogna farsi trovare pronti, anche all’antivigilia di Natale.

Lui non lo sa, ma devo dirgli grazie. Leggendo quel cognome sono tornato più giovane di trent’anni. È stato un regalo natalizio inaspettato.

Cinderella Man un anno fa voleva ritirarsi, oggi è campione del mondo…

Caleb ha il cranio rasato e un pizzetto sottile, muscoli forti, sguardo sicuro.

Ha 33 anni. È nato e abita a Osseo, Minnesota. In questo paesone, meno di duemilacinquecento anime, ha trascorso tutta la vita. Ha visto migliaia di macchine correre lungo la Jefferson Highway, l’arteria che taglia la città da Nord a Sud. Ha passeggiato infinite volte su Central Avenue, guardando le vetrine di negozi che non promettono magie, ma regalano comunque un’immagine di serenità.

E Caleb è un uomo sereno. O meglio, lo è stato fino a una settimana fa. Poi Michelle Stocke è stata ricoverata d’urgenza in Ospedale e lui ha scoperto il lato brutto della vita.

Michelle è la fidanzata di Caleb ed è incinta della loro prima bambina, che hanno deciso di chiamare Gia. Sorrisi, progetti, una stanzetta già arredata e piena di giochi.

Poi comincia il travaglio. I dottori si affannano attorno alla ragazza. Sguardi seri, professionali, ma anche preoccupati. Un’emorragia cerebrale è appena arrivata a complicare le cose.

Caleb deve partire, ha un impegno di lavoro. Fa il pugile professionista e l’incontro con Anthony Dirrell, al Taj Mahal di Atlantic City, è fissato da tempo. Non può tirarsi indietro.

Anche lui nei giorni scorsi ha avuto problemi. La prima risonanza magnetica al cervello non ha convinto la Commissione Atletica del New Jersey, sono stati necessari ulteriori approfondimenti, altri esami. Alla fine la documentazione ha chiarito la situazione. Il giovanotto può combattere.

Caleb è nervoso. Michelle ha un malore che lui conosce bene, compagni di palestra ne sono stati vittime. E questo gli fa paura.

Dopo qualche ora Gia nasce, sta bene. È una bella bambina di quasi tre chili.

“E Michelle? Come sta Michelle? Ditemi la verità!” urla Caleb.

“Sta bene, tutto si è risolto per il meglio. Puoi stare tranquillo” gli rispondono i medici.

Facile a dirsi. Ma come si fa a stare tranquilli quando il tuo amore ha appena rischiato la vita assieme alla bambina che ancora doveva venire al mondo?

Quando arriva ad Atlantic City l’orgoglio del Minnesota scopre di avere paura. È stranamente convinto che si farà male. Pensieri che entrano nella testa e la riempiono di dubbi. Veleno puro per un pugile.

Telefona in continuazione in ospedale, cerca conferme che lo rassicurino.

Anche Ron Lyke cerca di tranquillizzarlo. È il proprietario e il capo allenatore dell’Anoka-Coon Rapids Boxing Gym, la palestra in cui il ragazzo ha scoperto il pugilato quando aveva vent’anni. Prima aveva provato con il football americano e il baseball. Un infortunio al ginocchio destro l’aveva obbligato a fare una scelta diversa. Aveva optato per la boxe.

Caleb è un pugile laureato. È uscito dalla Minnesota University con un diploma in Sociologia, si è specializzato in Scienze Politiche e storia Afro-americana. Poi ha deciso che per guadagnarsi da vivere avrebbe dato e preso cazzotti. Ha rinunciato ad altre offerte di lavoro, ha preferito fare il commesso part time in un negozio di liquori ed è andato avanti.

Adesso è qui, in questo albergo che odora di finto in ogni suo angolo. Uomini e donne riempiono le hall, giocano a black jack, tirano i dadi, puntano sui numeri della roulette, si stirano i muscoli a forza di abbassare le enormi leve delle slot machines. E stanotte lui salirà sul ring per uno dei match più importanti della carriera.

Accanto a Caleb c’è un signore di quarant’anni. Ha il faccione tondo, i capelli cortissimi, un paio di occhiali da miope e un passato da pugile. Si chiama Tony Grygelko, ha boxato nei primi anni Duemila: cinque vittorie, due sconfitte. Lo chiamavano “l’orgoglio della Polonia”. Poi ha smesso, adesso fa il promoter.

Una volta qualche anno fa è andato assieme a Caleb a Las Vegas per vedere una riunione di boxe. Hanno incrociato Roger Mayweather, lo zio di Floyd, il suo allenatore. Hanno parlato una notte intera, Roger ha ripetuto all’infinito lo stesso concetto.

“Ragazzo, se vuoi diventare qualcuno devi diventare un maestro del jab. È l’arma che ti porterà in cima alla montagna.”

Una, dieci, cento volte.

Quella frase gli è entrata nella testa, non l’ha più dimenticata.

Caleb a Osseo è una celebrità, è il personaggio più importante che sia vissuto da quelle parti. Caleb crede che zio Mayweather abbia visto giusto. Il jab e il lavoro lo porteranno in alto e lui porterà il titolo mondiale nel Minnesota. Qui vivono ancora di piccoli ricordi. Scott LeDoux, peso massimo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, è stato l’ultimo a mettere lo Stato sui giornali nazionali. A Bloomington ha affrontato Larry Holmes nel mondiale Wbc, Ken Norton e Mike Weaver.

Adesso a Osseo c’è Caleb.

Tutto questo passa nella testa del giovanotto, ma quella testa è anche piena di strani pensieri. Appena chiude gli occhi rivive la grande paura.

Michelle e Gia ora stanno bene, ma l’incubo è difficile da allontanare.

È il 29 aprile del 2016.

Caleb Truax (26-2-2) sale sul ring del Taj Mahal di Atlantic City per affrontare Anthony Dirrell (28-1-1).

L’arbitro è Harvey Dock.

Destro dritto, gancio sinistro, un altro destro dritto.

Primo knock down.

Si rialza, ma resta in piedi per poco.

Dopo 1:49 del primo round Caleb Truax è kot.

Non è mai stato nel match, aveva la testa piena di brutti pensieri.

Giù, finita quando la sfida era appena cominciata.

Per un mese è travolto dai dubbi. Decide di smettere, davanti non c’è futuro, vede solo buio. Tom Halstad è il suo allenatore, lo convince a un ultimo test. Prima di arrendersi deve capire se il sacro fuoco si è definitivamente spento.

Un match facile, non importa il valore dell’avversario. Quello che conta è capire se c’è ancora la voglia di sacrificarsi.

Caleb mette ko in meno di due round Zaharian Kelly (5-15-0) e decide di andare avanti. Si prende tempo, rimette ordine nella vita, si gode i primi mesi di Gia e l’amore di Michelle.

Un anno dopo fa un altro incontro per sondare il livello di fiducia.

Mette kot in dieci riprese Leathewood KeAndrae (20-4-1).

La vita scorre serena a Osseo, Minnesota. Caleb, che da tempo tutti chiamano Golden, è tornato l’orgoglio dello Stato. Lavora ancora part time nel negozio di liquori, ma ogni mattina alle 6 si alza e va a correre. Nel pomeriggio tre ore in palestra, poi di nuovo a casa con la famiglia. Nessuna distrazione, nessun eccesso. Ha 34 anni e se dovesse arrivare la grande occasione, perché ogni pugile è convinto che prima o poi la grande occasione arriverà, non vuole farsi trovare impreparato.

“Caleb?”

“Sì, Ron.”

“Ci siamo.”

“Che vuoi dire?”

“Il 9 dicembre combatti a Londra contro James DeGale per il titolo Ibf dei supermedi.”

Silenzio. Né urla di gioia, né domande imbarazzanti. Lo sapeva che sarebbe arrivato il grande momento e non si è fatto trovare impreparato.

BoxRec è il sito che raccoglie i record dei pugili di tutto il mondo. Tira giù anche delle classifiche. Non saranno la bibbia del pugilato, ma un’indicazione riescono comunque a darla.

Al momento in cui riceve la telefonata, Caleb è al numero 55 di quella classifica. James DeGale è cinquanta posizioni sopra, al numero 5.

I bookmaker sono addirittura più cattivi.

Il campione è quotato a 1.01 (punti un dollaro, vinci un centesimo).

Lo sfidante è offerto a 17 (punti un dollaro, ne vinci diciassette).

“Lo sentivo parlare e mi chiedevo: perché fa così? Perché mi regala qualche speranza quando tutti pensano che io non ne abbia neppure una? Continua a fare discorsi sui match che verranno, su chi affronterà. Io per lui sono un fantasma, non esisto. Bene, è proprio quello che voglio.”

Lo sfidante non se la prende per il ruolo di ombra invisibile che gli è stato assegnato dagli organizzatori e dal campione. Sul ring, ne è convinto, si accorgeranno che esiste.

 

Si combatte alla Copper Box Arena.

Caleb ha la barba lunga, lo sguardo sicuro e un sorriso indecifrabile che rende inquietante il suo approccio alla sfida.

Le cose non vanno come James DeGale pensava.

Prima montanti e ganci, poi anche diretti. Caleb mostra l’intero repertorio. Una volta, non tanto tempo fa, Mike Tyson l’ha visto in azione e ha detto che prima o poi quel ragazzo sarebbe arrivato in cima. In tanti hanno pensato alla solita frase di cortesia, ma Iron Mike ha insistito: “Vedo in lui le qualità del campione, ma soprattutto vedo la determinazione di chi vuole prendersi quello che pensa sia suo di diritto.”

Dodici round da leader per Caleb, che adesso, a match concluso, è a centro ring assieme al campione. In mezzo c’è l’arbitro Phil Edward.

Caleb prima del verdetto sorride, poi si inginocchia. Sente di avere vinto, ringrazia il mondo intero per quel risultato.

Poi, arriva la voce del ring announcer.

“Giudice Dave Parris 114-114, pari.”

La gente urla, protesta. Il ragazzo del Minnesota si agita, ha la brutta sensazione che stia per arrivare un verdetto fatto in casa.

“Giudice Benoit Russel 115-112, giudice Alex Levin 116-112…”

La pausa sembra durare un’eternità.

“Per il vincitore con decisione a maggioranza e…”

E allora? Vogliamo mettere a dura prova le coronarie? Non basta una lunga battaglia di dodici riprese?

Finisce la pausa e arriva il verdetto.

“…nuovo campione dei supermedi Ibf Caleb Truax!”

Il titolo vola in Minnesota. A seimilacinquecento chilometri di distanza due ragazze vivono in modo diverso la loro felicità. A Osseo è pomeriggio inoltrato, Michelle è incollata davanti alla televisione, Gia dorme nel lettino. Il loro uomo è appena diventato campione del mondo e i giornali americani già lo chiamano Cinderella Man.

L’uomo Cenerentola ha sconvolto qualsiasi pronostico.

Quest’anno sarà davvero un felice Natale in casa Truax.

Era il Natale del ’65. Smokin’ Joe voleva lasciare la boxe, ma un anziano giornalista…

“Camminavo fino a che le gambe non si facevano di pietra
sentivo le voci dei miei amici svanire inesorabilmente
di notte, sentivo il sangue nelle vene
nero e frusciante come la pioggia
sulle strade di Filadelfia.”
(Bruce Springsteen, Le strade di Filadelfia)

 

“Woody, ti cercano dal negozio. Dicono che è urgente.”

Il giovanotto smette per un attimo di riparare la caldaia in casa della signora O’Sullivan e risponde al telefono.

“Ha chiamato un certo Yank Durham. Vuole che lo richiami” urla la commessa, fa così da sempre: ha paura che quello strano aggeggio del telefono non funzioni.

“Ti ha detto perché?”

“No. Ha solo detto che ha un affare per te, un buon affare.”

Woody finisce di riparare la caldaia, poi torna nel suo negozio di idraulica a Lancaster, Pennsylvania.

Telefona a Yank, si mettono d’accordo, salta in macchina e in meno di due ore è a Filadelfia.
Consuma un pasto veloce, fa un breve riposo nel pomeriggio, poi si sposta alla Convention Hall.

Woody “Elwood The Rose” Goss, vent’anni tra due giorni, è l’avversario scelto per il debutto al professionismo di Joe Frazier.

Il peso massimo ha conquistato la vittoria ai Giochi di Tokyo 1964, l’unico oro della squadra statunitense. Ma al ritorno a casa ha trovato solo brutte sorprese.

Aveva un posto da macellaio nel negozio dei fratelli Ross e ora non l’ha più. Pensava ci fosse la fila per accompagnarlo lungo l’avventura del professionismo e si è trovato accanto solo il vecchio Yank Durham, il manager di sempre.

Quel primo match contro Woody, Joe lo vince in fretta e intasca 125 dollari. No, non è la borsa. Quella non l’ha neppure discussa, è il compenso per i biglietti che è riuscito a vendere.

È agosto, fa caldo. I problemi verranno in inverno, quando arriverà il gelo e non ci saranno i soldi per il riscaldamento.

Seguono altre tre vittorie prima del limite. Poi strani pensieri cominciano a riempire la testa di Frazier.

Non ha soldi. Il Natale si avvicina e lui non può comprare regali per i tre figli, un quarto è in arrivo. Ma non ha neppure dollari a sufficienza per un tacchino. I bambini guardano fuori dai vetri delle finestre, vedono la neve che scende, gli altri bambini che giocano in strada, sentono grida e risate.

Joe e Florence, sua moglie, pensano sia arrivato il momento di fare una scelta.

Una specie di lavoro lui ce l’ha. Niente di fisso, né capace di produrre un reddito in grado di sfamare la famiglia. Mette in tasca 2,50 dollari l’ora per caricare e scaricare mobili con una ditta di traslochi; il reverendo William H. Grey lo paga 2,39 dollari l’ora due volte a settimana per la sicurezza della Chiesa Battista del quartiere.

Forse è meglio lasciare la boxe e dedicarsi alla ricerca di una vera occupazione.

È il 23 dicembre del 1965.

Frazier gira per le strade della città sommersa dalla neve, le mani affossate nelle tasche di un vecchio cappotto, in testa ha uno zucchetto nero.

“Come va campione?”

Joe si gira, alza la testa e lo riconosce. È Jack Freid, un anziano e famoso giornalista del Philadelphia Bulletin, il quotidiano più diffuso della città con i suoi 760.000 lettori.

Joe scoppia in un pianto dirotto.

“Che succede, campione?”

Frazier sente il bisogno di liberarsi di quella storia che gli pesa sulle spalle come un enorme macigno.

Jack Fried è un giornalista di valore, ama la boxe, la segue da quarant’anni. E poi è un uomo di sentimenti, gli piace raccontare storie che abbiano al centro i problemi della vita.

Il 24 mattina il Philadelphia Bulletin esce con un gran titolo di apertura nelle pagine di Sport. C’è dentro tutta la commovente avventura di un campione olimpico che a casa non è stato accolto come meritava e che ora sta pensando di lasciare il pugilato perché ha bisogno di un lavoro che gli garantisca soldi per mantenere la famiglia.

Sono le nove del mattino quando qualcuno bussa a casa Frazier.

“Salve, lavoro alla stazione radio della zona. Ho qualcosa per lei.”

Il giovanotto, vent’anni al massimo, mette nelle mani del campione un gigantesco cesto di frutta e poi va via senza neppure ascoltare i mille grazie che arrivavano dalla casa improvvisamene illuminata.

Chiusa la porta, Joe dopo neppure due minuti deve andare di nuovo ad aprire.

“Sono Cecil Bassett Moore e faccio l’avvocato, mi batto per i diritti civili. Tieni, te lo meriti. Non arrenderti mai.

Il regalo stavolta è una sacca da golf piena di banconote da uno e cinque dollari, frutto di una colletta nel quartiere.

Ancora una scampanellata.

“Vengo per conto del ristorante John Taxin, ho questo per lei.”

Dentro la busta bianca c’è un buono da cinquecento dollari.

La neve continua a scendere fitta su Filadelfia, ma in casa Frazier non fa più freddo. Sarà un Natale felice.

I benefattori bussano alla porta per ore.

Quando è tutto finito, Joe raccoglie i soldi, li mette in una sacca che nasconde tra le travi del soffitto in sala da pranzo. Poi chiama Yank e gli dice che nel pomeriggio, il pomeriggio della vigilia di Natale, andrà ad allenarsi.

E ci va davvero. La cosa strana è che non è da solo. Con lui ci sono Bennie Briscoe, Eugene Hart, George Benton, Willie Monroe e Bobby Watts.

A Filadelfia puoi lavorare sempre con i migliori, non importa quale giorno tu abbia scelto per farlo. Lì, in palestra troverai sempre i compagni giusti.

Il 4 marzo 1968, Joe Frazier detto Smokin’ Joe  batte per kot 11 Buster Mathis e diventa il campione NYSAC dei pesi massimi. Illinois, Maine, Pennsylvania e Massachussetts riconoscono il match come valido per il titolo mondiale.

Il 16 febbraio 1970, Joe Frazier batte per kot 4 Jimmy Ellis e diventa campione del mondo Wba, Wbc e Nysac.

 

Ha combattuto sei volte per l’Inghilterra, ora è un fantasma che il Ministero vuole deportare

Questa è la storia di Bilal Fawaz detto Kelvin.

Nato in Nigeria ventinove anni fa, orfano di madre quando ne aveva otto. Lei veniva dal Benin, il papà dal Libano.

Ha quattordici anni Kelvin quando uno zio gli fa sognare un nuovo mondo.

“Vai a Londra, lì c’è tuo padre.”

Ma a Londra il ragazzo trova solo qualcuno che lo accompagna in una casa dove è picchiato e affamato, ridotto quasi in uno stato di schiavitù, costretto a pulire  stanze, bagni, cucina, corridoi senza avere in cambio niente. Neppure qualcosa da mangiare.

Il papà non lo vedrà mai.

Kelvin vuole studiare, è bravo. Ma le scuole non lo accettano, non ha i documenti, è senza passaporto. Dalla schiavitù della Nigeria è passato a quella inglese.

È in quel periodo che, avendo per compagni criminali con problemi mentali, si adatta alla situazione. Commette qualche crimine, piccole cose: fuma cannabis, guida senza licenza. Abbastanza comunque per convincere il Ministero degli Interni a non concedergli alcun documento di soggiorno, né tantomeno un permesso di lavoro.

Sposa una cittadina britannica con cui convive da sei anni. Chiede il visto come sposo di una persona con nazionalità e cittadinanza inglese, il Ministero degli Interni dichiara nullo il matrimonio essendo stato contratto quando la sua condizione di immigrato non era stata definita.

Cinque anni fa conosce Aamir Ali, il proprietario dello Stonebridge Boxing Club nella zona nord di Londra. Fa sparring con dilettanti bravi come Shane McGuigan, Luke Campbell e Anthony Joshua.

È bravo, appassionato. La boxe lo distrae dai mille problemi che gli frullano per la testa. Combatte, vince il campionato londinese dei pesi medi. Si batte sei volte per l’Inghilterra, in un’occasione il caso vuole che l’avversaria sia la Norvegia.

Tutti dicono un gran bene di lui. Potrebbe addirittura andare ai Giochi Olimpici di Rio 2016, ma il Ministero degli Interni gli nega il visto.

Barry McGuigan lo descrive come un vero talento.

Frank Warren gli offre un contratto triennale con un minimo garantito di 230.000 sterline.

Il manager Steve Goodwin gli propone un accordo con un programma di incontri già fissato.

Ma lui non ha il permesso di lavoro.

L’Amateur Boxing Association inglese chiede cinque volte il visto. Cinque volte il Ministero degli Interni lo nega.

La situazione è ormai scivolata nel paradossale.

L’Inghilterra non concede né passaporto, né permesso di lavoro.

Kelvin si rivolge alla Nigeria che gli nega la nazionalità, affermando che la madre non è di quel Paese e lui non ha documenti che accertino con assoluta certezza che sia nato lì.

Prova a chiedere alla Gran Bretagna il riconoscimento del suo stato di apolide, cioè di uomo privo di qualsiasi cittadinanza. Ma anche questo gli viene rifiutato.

Non ha un Paese che voglia riconoscerlo, ha offerte di lavoro ma deve rifiutarle perché il Ministero non gli concede il visto. Per vivere pulisce i bagni della palestra dove passa gran parte delle giornate.

La settimana scorsa otto poliziotti in borghese e due ufficiali in divisa entrano allo Stonebridge Boxing Club e lo trovano che si sta allenando.

Lo arrestano, lo portano al commissariato di Wembley per poi trasferirlo al penitenziario di Tinsley House. Danno inizio al processo di deportazione.

L’accusa è quella di non essersi presentato per tre volte al Centro Immigrazione. Kelvin non è andato perché soffre di depressione. È tutto documentato, ci sono medici pronti a confermare la diagnosi e a testimoniare che il paziente è in cura per un forte stato depressivo. Avrebbero potuto rivolgersi all’avvocato designato dal tribunale, sarebbero potuti andare al domicilio ufficiale. Hanno preferito fare irruzione in dieci, prelevarlo e cominciare l’iter per deportarlo.

La storia di Bilal Fawaz detto Kelvin, pugile di grandi potenzialità (giurano gli esperti inglesi), è ferma a questo punto. La Gran Bretagna non lo vuole, la Nigeria nega la sua esistenza, la stessa Inghilterra ha respinto la sua richiesta di essere riconosciuto come un apolide. Se non ci saranno novità in suo favore, sarà deportato. Anche se al momento non si sa dove, visto che la Nigeria non lo vuole.

È un fantasma che si aggira per Londra. Gli amici lo aiutano, per tutti gli altri è invisibile. Non esiste.

La paradossale vicenda è stata pubblicata da tutti i maggiori quotidiani britannici che hanno chiesto a gran voce l’intervento del Ministero degli Interni. L’ha fatto anche il Guardian che ha ricevuto questa risposta ufficiale.

“Quando qualcuno non ha il permesso di rimanere nel Regno Unito, ci aspettiamo che lasci il Paese volontariamente. Nel caso non lo faccia, faremo di tutto affinchè rispetti l’obbligo di andare via.”