In ricordo di Maurizio Zennoni, un uomo che ha lottato per difendere i suoi sogni

Si celebrano domattina i funerali del maestro Maurizio Zennoni.
Il corteo partirà dalla palestra di Via Pellico alle ore 11
per dirigersi al cimitero di Valera,
una frazione di Parma, a circa 10 km dal PalaRaschi.
Aveva 64 anni. Riposi in pace.

 

Avevo conosciuto Maurizio Zennoni poco più di dieci anni fa, quando era all’angolo di Paolone Vidoz. Avevo imparato a conoscerlo meglio nell’aprile del 2012 quando ero stato per una settimana a Parma. C’eravamo visti in palestra, al Comune e soprattutto a cena. Avevamo parlato tanto.
Mi era sempre rimasta dentro una gran voglia di andare a fondo, di capire meglio cosa nascondesse quel sorriso triste che si portava dietro.
Aveva una faccia da artista, Maurizio. Le rughe che ne segnavano il volto mi facevano pensare a Keith Richards, il grande musicista, uno dei leader dei Rolling Stones. Quelle rughe raccontavano una vita che non era di certo stata facile.
Mi piaceva Maurizio, con lui potevo parlare di qualsiasi argomento.
Insegnava pugilato. È stato all’angolo di campioni italiani, europei e mondiali. I suoi allievi dicevano e dicono che insegnasse anche a vivere. In tanti gli hanno voluto e gli vogliono un bene dell’anima.
Un pomeriggio di aprile di qualche tempo fa, l’ho chiamato al telefono. Io ero a Montreal, mi stavo godendo figlia e nipotini, lui era a Parma e si preparava ad andare in palestra.
Abbiamo parlato di boxe e non solo.
Ve la ripropongo quell’intervista, non ho cambiato nulla. Ho lasciato dentro anche i riferimenti temporali al match di Fragomeni con Krzysztof Wlodarczyk, a quello di Modugno con Fabio Turchi e alla storia complicata di Paolone Vidoz.
Maurizio diceva cose interessanti, mi sembrava brutto cancellarle solo perché facevano sentire il pezzo datato.
Domattina ci saranno i funerali. Non faccio un elogio funebre. Ve lo racconto attraverso le parole che mi ha detto quel giorno.
Questa, in fondo, è la storia di un uomo che ha lottato per difendere i suoi sogni.

 

Quando hai scoperto la boxe?

“Diciamo che mi sono innamorato a 15 anni.”

Come è nata questa passione?

“Venivo da un paesino di mezza montagna, Montebello, 800 metri sul livello del mare. Quando da ragazzo sono arrivato a Parma, i cittadini ci prendevano in giro. Noi reagivamo e le buscavamo. E poi…”

E poi?

“Avevo dentro tanta rabbia da scaricare. I miei genitori lavoravano soprattutto a mezzadria. E i padroni erano padroni, le cosce delle galline le volevano sempre loro. Bisognerebbe che molti giovani di oggi capissero cosa voglia dire essere mezzadri, affronterebbero la vita in modo diverso. Io l’ho fatto attraverso la boxe.”

Soddisfazioni?

“Soprattutto da dilettante. Andavo bene, i giornali di Parma scrivevano di me. Così ho dovuto dirlo anche a casa.”

I tuoi non sapevano che facevi il pugile?

“No. L’unica ad esserne a conoscenza era mia sorella Erminia. Ma ormai non potevo più tacere, anche perché avevo un occhio nero! O scappavo o confessavo.”

Come l’hanno presa?

“Papà Renato bene, da uomo era orgoglioso di avere un figlio forte. Mamma Maria e la nonna volevano picchiarlo. “Figlio mio, ti ho fatto bello e guarda come ti sei ridotto!” mi diceva scherzando. Ma non troppo.”

Poi, è arrivato il professionismo.

“Prima è arrivata la chiamata al Gruppo dei Carabinieri. Il momento più bello della mia vita sportiva. Ho girato il mondo, mi sono divertito, sono cresciuto. Nel professionismo sono stato poco, due match e basta.”

Era andata male?

“No. Ma nel primo mi ero rotto la mano destra, nel secondo la sinistra. Avevo le manine da signorina. Avevo più paura a picchiare che a prenderle. E poi dovevo lavorare. Quando ho trovato un’occupazione fissa sono tornato dal mio vecchio maestro Odino Baraldi per ricominciare.”

E lui?

“Aveva la vista lunga. Mi ha detto: non ho bisogno di pugili, ho bisogno di qualcuno che continui la mia attività. E ora sono il maestro della Boxe Parma.”

In che categorie hai combattuto?

“Superwelter, medi e mediomassimi.”

Maurizio, da mediomassimo proprio non ti ci vedo.

“E hai ragione, è stata l’unica volta che sono finito con il culo per terra.”

Fai l’insegnante a tempo pieno. E allora dimmi: perché oggi in Italia un ragazzo sceglie di fare il pugile?

“Per passione. Io sono onesto con chi entra in palestra. Spiego che soldi da andare a prendere non ce ne sono. Quella è roba per pochissimi talenti. Se si vuole fare uno sport affascinante, capace di regalare emozioni intense, bene. Ma se si cercano soldi è meglio rivolgersi altrove.”

Parlando di emozioni, come si vive all’angolo di un pugile?

“Si soffre. A volte, dopo una sfida dura, ho dolori fisici per due giorni, come se avessi corso la maratona. Sento la pressione, la responsabilità di dover decidere in una frazione di secondo. Lasciar perdere o continuare? La tensione la sento soprattutto con i giovani, con quelli che conosco meno e non so come reagiranno davanti alle difficoltà. Ma sono chiaro anche su questo. Una mia decisione sul ring non si discute, si accetta.”

Ho sentito dire in giro che i tuoi ragazzi li alleni anche a spaccare la legna. E’ vero?

“Verissimo. Un’ora al giorno. Giù a picchiare con l’accetta sul legno. Come ai vecchi tempi, diventano tutti Rocky lassù in montagna nei boschi di Montebello. Da quando lo facciamo, hanno meno problemi alle mani. E c’è qualcuno che si addirittura è innamorato di tutto questo.”

Nome e cognome del masochista.

“Giacobbe Fragomeni. Gli piace a tal punto che pensa di farne una professione. Vorrebbe diventare taglialegna, una volta chiusa la carriera.”

Ora c’è l’assalto al mondiale di Krzysztof Wlodarczyk.

“Il 6 dicembre a Chicago, negli Stati Uniti.”

E poi?

“E poi spero che vinca, si tolga quest’ultima soddisfazione e si ritiri da campione. Bisogna saper voltare pagina. Dopo la vita da pugile c’è quella da uomo. Si deve arrivare preparati e al meglio a questo appuntamento. Giacobbe ha avuto un’esistenza travagliata. Meglio dimenticare cosa ci sia stato fino a 20 anni. Da 20 a 44 ha vissuto bene. Ma, come gli ho detto più volte, deve imparare a vivere come una persona normale, con 1.500/2.000 euro al mese. Un lavoro posso garantirglielo, ma credo che non debba continuare a rinviare il momento di voltare pagina.”

Cosa ti ha conquistato di Fragomeni?

“La generosità. Come pugile e come uomo. A volte era eccessiva, ma ha imparato a gestirla. Ragiona di più, è meno istintivo. Gli voglio bene come a un fratello. E’ stato un degno campione mondiale, ora deve guardare avanti. E’ tempo di frenare quella generosità.”

Accompagnando i pugili si gira il mondo. Un uomo sempre fuori per lavoro riesce a farsi una famiglia?

“E’ difficile. Parlo per esperienza diretta. A volte sei stanco, hai poco tempo, sei nevorso. E le ragazze giustamente si incazzano. Devi trovare chi ti capisce sino in fondo.”

Ce l’hai fatta?

“Con Roberta funziona. Lei è una sportiva, una che ama correre. A volte si allena con noi. Dice che se mi avesse conosciuto prima, avrebbe fatto la boxe. A me sta bene così. Ci capiamo e questo ci fa andare avanti felici.”

Quanti ragazzi hai alla Boxe Parma?

“Una decina di professionisti e trenta dilettanti. Si va avanti a fatica, soldi in giro per farli combattere ce ne sono pochi.”

Tra i dieci pro’, oltre a Fragomeni, c’è Matteo Modugno. Contro Fabio Tuiach ha disputato un ottimo match.

“E’ migliorato molto. Peccato che…”

Cosa?

“L’Ebu lo ha minacciato di una squalifica di nove mesi se avesse continuato a combattere nelle World Series of Boxing gestite dall’Aiba. Così ha dovuto rinunciare a un guadagno sicuro. Ha dovuto scegliere.”

E cosa ha scelto?

“Di fare il pugile professionista. Ha un contratto con alcuni sponsor che gli garantiscono quattro match l’anno con cui può pareggiare la cifra persa rinunciando alle Wsb.”

Torniamo al match con Tuiach

“Matteo è stato bravo. Non era un incontro facile, anche sul piano psicologico. Ha fatto un bel passo avanti. E’ veloce, intelligente, ha fisico, sa ascoltare i consigli. Anche se prima della preparazione per la difesa del tricolore abbiamo litigato un giorno sì e l’altro pure. Poi abbiamo cominciato a lavorare e tutto è andato a posto. A livello europeo può dire la sua. Dovremo agire con attenzione, ma può regalare grandi soddisfazioni.”

Come Paolone Vidoz, un altro tuo ragazzo?

“Beh, posso dire con assoluta certezza che le vittorie in Germania di Paolo sono la cosa più bella che mi sia capitata nella carriera di maestro. Lo amo.”

Ottimo pugile, un po’ testa matta.

“Potevamo davvero farlo il mondiale in America. Diciamo che non è stato fortunato, ma diciamo anche che lui non ha dato una mano alla fortuna.”

Ho sentito che hai un passato da attore.

“Da grande attore (ride). Un regista e alcuni veri attori sono stati un paio di mesi in palestra da noi per girare un film televisivo che prendeva spunto dalla mia vita. Non ne ho più saputo niente. Una particina l’ho avuta in un testo andato in scena al Teatro Regio qui a Parma. Alla prima c’erano anche Nino Benvenuti e l’ex presidente Gianni Grisolia. Un testo sul rapporto tra un pugile e il suo maestro. Forte, drammatico, ma bello. Tutto qui.”

Cosa c’è nel futuro del maestro Maurizio Zannoni?

“Altri allenamenti, altri ragazzi da seguire all’angolo, insegnare il lavoro di taglialegna a Giacobbe. La vita di sempre. La vita che amo.”

 

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