Hearn dice a Sky UK: “Quasi fatta. A Twickenham il 7 aprile Joshua vs Parker”

Eddie Hearn è stato ospite degli studi televisivi di Sky Sports UK e ha detto che quasi certamente il prossimo avversario di Anthony Joshua (20-0, 20 ko) sarà Joseph Parker (24-0, 18 ko) il 31 marzo o il 7 aprile del 2018 (data preferita), molto probabilmente al Principality Stadium di Twickenham nel regno del rugby.
Si tratterebbe dell’unificazione dei titoli Wba, Ibf, Wbo dei pesi massimi.
A quel punto per avere un solo campione del mondo mancherebbe la fetta del Wbc detenuta da Deontay Wilder.
“Ma il clan di Wilder ha pretese troppo alte, siamo molto lontani da un accordo. Forse dovremo aspettare il 2019 per mettere in piedi la sfida. Molto più facile con Parker, dovremmo chiudere entro un paio di settimane. Il suo promoter verrà a Londra nel prossimo week end. Non dovrebbero esserci problemi.”
Nel caso non si riuscisse a porre le firme sul contratto, Hearn ha detto che come prossimo rivale si potrebbero orientare sulla difesa ufficiale per la Wba contro Dillian Whyte (22-1, 16 ko) o per una trasferta negli Stati Uniti contro Jarrell Miller (20-0, 18 ko). Anche per Whyte c’è un’ipotesi di riserva, se non si concretizzasse il match con Joshua affronterebbe in febbraio Lucas Browne (25-0, 22 ko).
Sembra dunque che sia proprio Joseph Parker il prossimo sfidante di Anthony Joshua per il titolo dei massimi.
Ripropongo il ritratto del neozelandese che ho fatto in occasione della sua difesa della corona Wbo contro Hughie Fury.

“Pà, giochiamo”
“A cosa vuoi giocare, Jo?”
“Bum, bum!”

East Mangere, periferia di Auckland, anno di grazia 1995.

Il papà si chiama Dempsey. Se ti danno un nome così, in onore del mitico Jack campione dei pesi massimi nei ruggenti anni Venti, non puoi non innamorarti del pugilato.

Il piccolino è Joseph, ha tre anni e quando Pà gli ha regalato un paio di guantoni da boxe ha sorriso felice.

Dempsey si accovaccia sui talloni e apre il palmo della mano.

“Qui piccolino, qui! Ma non farmi male” mentre lo dice non può fare a meno di ridere.

Il signor Parker ha una gamba che non funziona molto bene, qualcuno gliel’ha schiacciata quando era ancora un bambino. Lavora in un’acciaieria, è sposato con Sala. Vengono da Faelula, cittadina nell’arcipelago delle Isole Samoa, meno di 2600 abitanti e un’umidità che a volte tocca il 98%. Hanno un bambino più piccolo di Jo, John, e una figlia più grande: Elisabeth.

Quando Joseph ha dieci anni il papà lo porta alla Papatoetoe Gym di Grant Arkell. Prima però gli insegna tutto quello che sa su uno sport duro e difficile come la boxe. Compra un altro paio di guantoni, un punching ball e fa allenare il ragazzino con grande impegno.

“Hai un fisico che promette bene, se ti preparerai con serietà potrai diventare un professionista. E con i tuoi guadagni potremo riunire tutta la famiglia”.

Jo si chiede cosa voglia dire, la famiglia è già riunita. Vivono tutti e cinque assieme e non ci sono nubi all’orizzonte.

Qualche tempo dopo imparerà sino in fondo il significato di quelle parole.

Il nonno paterno ha 18 figli. Nonna Ramona ne ha altri otto da precedenti matrimoni. Il papà di Sala ha avuto 24 figli da tre mogli diverse. In giro per il mondo ci sono almeno un centinaio di cugini.

Ecco cosa intendeva Dempsey Parker quando diceva “unire la famiglia”.

A dodici anni Joseph disputa il primo match, chiude la carriera dilettantistica a 19 dopo avere conquistato un bronzo ai Mondiali junior di Baku in Azerbajan e avere fallito l’ingresso all’Olimpiade di Londra 2012.

Il problema finora è stato quello dei soldi. Da quelle parti non è che ce ne fossero molti a disposizione di voleva praticare la boxe. Grant Arkell, per permettere al ragazzo di volare a Baku e disputare il Mondiale jr, ha tentato una colletta. Un invito che però non è stato sottoscritto da molti. Così, il denaro messo assieme era bastato per un solo biglietto aereo, quello del pugile. All’angolo non aveva nessuno, pochi parlavano inglese. Si sentiva solo, ma era andato avanti.

David Tua è sempre stato il punto di riferimento per i giovani samoani con la malattia del pugilato.

“Joseph è più forte di Tua. Vincerà di più e guadagnerà almeno quattro volte il totale delle borse dell’altro samoano” sentenzia papà Parker.

Il ragazzo sconfigge un rivale dopo l’altro. E cambia vita.

Si trasferisce a Las Vegas, nella Green Valley. Il suo allenatore Kevin Barry e la moglie Tamy diventato una sorta di genitori surrogati.

In Nevada scopre di avere cugini ovunque. Si presentano al campo di allenamento, alle riunioni, in casa. Sono affettuosi, a volte anche troppo.

Joseph vive con Laine Tavita. È la sua compagna e la mamma della loro bambina. L’hanno chiamata Elisabeth Ah-Sue Sala. Dentro ci sono i nomi della sorella e della mamma di Jo. La piccolina è nata quando lui era in preparazione per il mondiale contro Andy Ruiz. L’ha vista solo dopo avere portato a casa la cintura.

Parker continua a vincere. Arriva così la semifinale mondiale. Affronta Carlos Takam e lo supera. Poi, tra un rinvio e l’altro, ecco la sfida per il titolo Wbo dei massimi contro Andy Ruiz.

Batte anche lui al termine di un match molto equilibrato, un incontro il cui verdetto scatena infinite polemiche, e diventa il primo neozelandese a conquistare una corona così importante.

Torna a casa in Nuova Zelanda e viene celebrato come un eroe popolare. Sfilata lungo le strade principali, inni suonati dalla banda della città. I samoani, orgogliosi di avere un campione di boxe, gli si stringono attorno. Quando arriva a Las Vegas è felice e orgoglioso. Ma continua a sognare, vorrebbe diventare famoso come gli All Blacks, quei fantastici giocatori di rugby che hanno conquistato il mondo. Dan Carter, fino a qualche anno fa mitico mediano d’apertura della squadra, gli scrive via Twitter: “Buona fortuna fratello, te lo meriti”.

La World Boxing Organizzation ordina la difesa ufficiale contro Hughie Fury. Tra rinvii, dubbi, borse non versate e infinite discussioni eccoci finalmente al grande giorno.

Il 23 settembre, Joseph Park (23-0 al momento del match, 18 ko, 25 anni) ha difeso da favorito (8/11 era la quota dei bookmaker) il titolo contro Hughie Fury  (20-0, 10, 23 anni) a Manchester. Al campione sono andati 930.000 dollari di borsa, allo sfidante 615.000.

Nessuno dei due era una star, nessuno dei due era un fenomeno del ring.

Tutto questo però non sembrava turbare Joseph Parker che profetizzava la fine del match entro il quarto round e progettava il suo futuro contro Tony Bellew o (addirittura) Anthony Joshua.
È riuscito a vincere dominando il match, anche se non l’hanno vista così tutti e tre i giudici: 118-110 per John Medfis, 118-110 per Terry O’Connore, 114114 per Rocky Young.

Parker si è goduto il momento magico e adesso sogna in grande.
La cosa più difficile da tenere a bada, per ora, sono i cugini che spuntano fuori come funghi…

“Ancora Jo, ancora!”

Il piccolino allunga il sinistro in jab, la corsa della manina finisce nel grande palmo di papà Dempsey.

Sono passati ventidue anni da quei giorni e fino a oggi il vecchio genitore non ha sbagliato un pronostico…

Con il titolo massimi Wba la boxe rotola sempre più all’indietro

I fatti separati dalle opinioni. Così ci ha insegnato Lamberto Sechi storico direttore di Panorama, vecchio maestro di giornalismo.
Ci provo.
Apro dunque, come è giusto che sia, con i fatti.
Domani notte 25 novembre, in diretta dalla Koenig-Pielsener Arena di Oberhausen in Germania, il network a pagamento BoxNation trasmetterà in diretta il match per il vacante titolo Wba dei pesi massimi. Sul ring Alexander Ustinov e Manuel Charr.
Proseguo con i fatti.
Manuel Charr negli ultimi sette match ha perso tre volte, due delle quali per ko: contro Povetkin e contro Mairis Briedis: sei centimetri più basso e 14,5 chili più leggero.  Non combatte dal 17 settembre 2016, è reduce da un’operazione di sostituzione dell’anca in maggio.

In questo periodo ha ottenuto quattro vittorie contro Michael Grant (42 anni all’epoca), Alex Leapai (36), Andrei Mazanik (31 anni, 574 per BoxRec che non sarà la bibbia del pugilato, ma un’idea del valore del pugile riesce comunque a dartela) che due mesi prima di quella sfida era stato messo ko da Smir Nebo e il massimo leggero albanese Sefer Seferi, a fatica tra i migliori cento della categoria.

Charr non figura nei primi 200 di BoxRec; nei Top 15 di Wbc, Ibf e Wbo; e ovviamente non è nei migliori dieci del Transnational Boxing Ranking Board e di The Ring.
La Wba, l’Ente governato da trentatrè anni dalla famiglia Mendoza, gli aveva promesso un match per il titolo entro il 2017 ed è stata di parola.
Alexander Ustinov festeggerà 41 anni tra due settimane. È rimasto inattivo per diciassette mesi, dal 12 dicembre 2015 al 19 maggio 2017. In questo periodo, in cui non ha disputato neppure un match, è salito dal numero 7 al numero 2 della classifica.


La Wba ha Anthony Joshua come supercampione mondiale.
Ora Ustinov e Charr si batteranno per il titolo di campione mondiale.
E già questo basterebbe a chiudere l’articolo. Ma vado avanti.
Prima di passare ai commenti, mi piace segnalare un altro paio di stranezze realizzate dai gestori dell’Associazione.


Luis Ortiz era numero 2 della classifica quando è stato trovato positivo (anabolizzanti) nel match dell’11 settembre 2014 contro Lateef Kayode. Squalificato per 12 mesi, ha visto la pena ridotta a nove e al suo rientro è stato inserito al numero 11 del ranking. Posizione che ha tenuto davvero poco. Gli è bastato un match facile facile per salire nuovamente al numero 8 (ha sconfitto Byron Polley, 27-18-1). Poi ha battuto Matlas Ariel Vidondo (20-1-1, un record costruito con rivali di medio/basso livello) ed è arrivato al numero 1, sfidante ufficiale. Quest’anno è ricaduto nel peccato del doping (diuretico) ed è momentaneamente uscito di scena.
Fres Oquendo, attuale numero 3 della Wba, ha 44 anni. È fermo dal 6 luglio 2014, dopo la sconfitta contro Ruslan Chagaev in un match in cui è stato anche trovato positivo al controllo antidoping. Inattivo dunque da tre anni e quattro mesi, è sceso dapprima al numero 6 per poi riguadagnare posizioni sino ad assestarsi al terzo gradino. Come ci sia riuscito nell’impresa senza mai combattere, resta un mistero.
Questi dunque i fatti.


Spesso mi chiedono perché il pugilato abbia perso quella grande popolarità che aveva in passato. La risposta richiederebbe un discorso articolato, impostato su diverse concause. Ma davanti a questi fatti mi cadono le braccia e dico: godiamoci quello che di bello è ancora rimasto di questo sport (il prossimo Lomachenko vs Rigondeaux ad esempio, gli show di Terence Crawford e altro ancora) e cancelliamo dal nostro cono di interesse tutto il resto.
Per quel che mi riguarda continuerò a sottolineare, con una frequenza che ad alcuni potrà sembrare irritante, le nefandezze degli Enti Mondiali. Sperare che qualcosa cambi è utopia allo stato puro…

Tyson Fury, un po’ in carne, tra Antidoping e solite stranezze…

È stata la Hennessy Sports, la società di Mike Hennessy che gestisce l’ex campione del mondo dei massimi, ad annunciare la convocazione di Tyson Fury da parte del National Anti-Doping Control britannico per dicembre 2017.
Il prossimo mese dovrebbe dunque arrivare a una conclusione il processo messo in piedi dall’Agenzia contro il pugile che nel 2016 è stato trovato positivo a una sostanza proibita in occasione di un controllo antidoping a sorpresa.
La vertenza si è trascinata lentamente.
“Contrariamente a quanto affermato dal BBBC (British Boxing Board of Control) il rinvio non è stato causato dal Team Fury” ha affermato la Hennessy Sports in risposta a una dichiarazione di Robert Smith, segretario generale della federazione britannica.
Per mostrare pubblicamente la soddisfazione per una tappa che potrebbe portarlo più vicino a un rientro previsto per aprile 2018, Tyson Fury si è fatto fotografare in palestra assieme a Ricky Hatton che ha poi postato quell’immagine sul suo profilo Twitter.
Beh, vista la foto, restano intatti i miei dubbi su un suo rientro sul ring…

Anthony Joshua stavolta è davvero sul tetto del mondo…

Anthony Joshua sul tetto del mondo.
Il campione dei pesi massimi, in attesa che il suo promoter Eddie Hearn chiuda l’accordo per il prossimo match (Joseph Parker in aprile a Twickenham?) si diverte a Dubai. Così, a mezza via tra lo show e la pubblicità, ha tenuto una finta sessione di sparring sull’eliporto posizionato sul tetto dell’hotel di lusso Burj Al Arab a 210 metri di altezza.

Tiger Woods sui tetti di Dubai aveva giocato a golf nel 2004.
Roger Federer nel 2005 aveva palleggiato con Andre Agassi.
Adesso è toccato ad AJ, a conferma della crescita del personaggio sul piano della popolarità.
“La mia opinione nella vita: rimanere affamati, tenere i piedi saldamente a terra e raggiungere la luna. Perché se non ci riesci, sarai comunque tra le stelle.”
Non male come slogan.

Tyson Fury: “Sono uno schifoso ciccione e mi diverto…”

Tyson Fury è scivolato nella parodia di se stesso,
Insulta tutti, da Joshua a Haye, annuncia match che non ci saranno mai (“Il 5 maggio sarò pronto per affrontare Tony Bellew alla 02 Arena di Londra, un montante e l’incontro sarà finito. Lui lo sa.”), minaccia e prende in giro.
Poi si fa riprendere nella palestra di Bolton dove si sta allenando (sarà vero?) e pubblica il video sul suo profilo Instagram.

Una cosa seria però la dice: “Quando pensi di poterti muovere ancora in scioltezza, ma poi ti rendi conto che sei solo uno schifoso ciccione, chi dice che allenarsi non possa essere divertente?”
Le ultime stime lo danno vicino ai 159 chili (per 2.06 di altezza).
È senza licenza.
È sotto indagine per doping.
Non combatte da due anni.

Il bimbo nasce a partita in corso, il papà lascia la squadra e corre in ospedale

Martedì 21 novembre 2017, 8:45 pm ora italiana.
DW Stadium, Wigan, Manchester (Inghilterra).
Campionato League One.
Si gioca Wigan Athletic vs Doncester Rover.
Fino al vantaggio dei padroni di casa tutto scorre via normalmente, come in qualsiasi partita di calcio. Al secondo minuto di recupero Ryan Colclough realizza il 2-0. Esultata come ha fatto altre volte in passato.
L’arbitro fischia la fine del primo tempo.
Nello spogliatoio Ryan cerca di chiamare la moglie al telefono. Non risponde.
In mattinata sono andati in ospedale, il tempo è scaduto, ma l’ostetrica ha detto che ci vorranno ancora un paio di giorni prima che il piccolo venga al mondo.
Ryan è preoccupato.
Si torna a giocare e lui guarda continuamente in tribuna, c’è il papà. Ha promesso di informarlo, a gesti, sull’evolversi della situazione nel caso ci siano novità.
Dopo dieci minuti dall’inizio della ripresa, il giovane guarda ancora la tribuna. Il papà si agita, ha un mezzo sorriso, gli fa chiari gesti. Ryan capisce. Si sono rotte le acque, la moglie è in ospedale, presto nascerà il loro bambino.


Prima di chiedere la sostituzione, decide di aspettare che la palla esca.
Azione sulla destra, cross, Ryan si tuffa e di testa spinge il pallone in rete. È il suo secondo gol della partita. Festeggia mimando il gesto di cullare un bambino. Il pubblico applaude.
Colclough guarda Leam Richardson, l’allenatore ha capito.
“Ti faccio uscire, vai da tua moglie, ha bisogno di te.”
Ryan corre verso lo spogliatoio. Il pubblico non sa, non capisce.
Ryan arriva nello stanzone, prende le chiavi della macchina e il cellulare.
Non si cambia, salta sulla sua auto e si dirige velocemente verso l’ospedale. Arriva in tempo.
Harley Thomas Colclough, tre chili e ottocentogrammi, nasce mezz’ora dopo.

David Sharpe, il presidente del Wigan, posta su Twitter la foto del neo papà che culla il piccolino. È ancora con la divisa della squadra…
Oggi, mercoledì 22 novembre, Ryan Colclough non è andato ad allenarsi, ma è tornato allo stadio. Doveva recuperare i vestiti e lasciare nella lavanderia della squadra maglietta, pantaloncini e calzettoni…

Boxe e stampa. Ammettiamo i nostri errori, poi potremo accusare chi sbaglia

Un pugile (come qualsiasi altro uomo) può sbagliare. Quando lo fa, un giornalista ha il dovere di scrivere che ha sbagliato. Nascondere la realtà vorrebbe dire non fare bene il proprio lavoro, non essere un professionista serio. E smettetela con la solita frase: “Sono giornalai, non giornalisti”. Credete che i giornalai non siano lavoratori da rispettare? Che alzarsi alle 4:30 del mattino tutti i santi giorni sia tra i piaceri nascosti della vita? Che regali felicità il tirare le somme a fine mese e scoprire che il tornaconto basta a stento a tirare avanti?
Cominciamo con rispettare la categoria. Dei giornalai, intendo.
Detto questo, mi piacerebbe che i giornalisti restassero professionisti anche quando non si tratta di parlare di rapine o pestaggi. Anche perché non mi sembra di avere letto titoli del tipo “Idraulico gambizza salumiere” o “Architetto uccide la moglie”.
Sento già salire l’obiezione. La figura del pugile ha maggiore impatto mediatico di quella di un architetto o di un idraulico. E allora perché quando il pugile è nel suo contesto naturale, cioè su un ring nel corso di un match, nessun giornale se ne occupa?
Se non genera interesse quando esercita la professione, se ne deduce che non è popolare e per questo non merita spazio sui media.
Ma a molti giornalisti non sta a cuore la verità, quanto l’associazione boxe uguale violenza radicata nelle loro teste, senza analisi del problema, senza approfondimento.
È una tesi che trova riscontro nel fatto che nelle titolazioni scompare il nome del protagonista e viene usata la parola pugile. Il cognome del soggetto non direbbe nulla perché sconosciuto, ma allora perché fare titoli di apertura per un fatto di cronaca come ce ne sono tanti altri? Fosse stato un panettiere a commettere il reato, la notizia sarebbe finita nelle brevi. Il circolo vizioso non trova via di uscita e io continuo a farmi domande.

È chiaro che per i giornalisti, soprattutto tra quelli che non sono mai entrati in un palazzetto dello sport o in una palestra, l’equazione pugile uguale violenza è immediata, ha addirittura il crisma del dogma.
Da qualsiasi parte provi a esaminarla, la questione genera in me molti dubbi.
Non mi piace che il popolo della boxe non accetti che i suoi peccati vengano portati all’attenzione pubblica, come è giusto che sia. Non mi piace che i giornalisti si occupino di pugilato in modo frettoloso, sporadico e assai raramente professionale confondendo gli sport praticati dai protagonisti, attribuendo exploit o reati a chi non ha compiuto nè gli uni, nè gli altri.
Se un pugile è violento fuori dal ring, non si può pensare, dire e scrivere che lo sia l’intero mondo della boxe. È come se un fruttivendolo fosse al centro di uno scandalo e i media dicessero che tutto il commercio ortofrutticolo italiano è corrotto. Generalizzare è sempre un errore.

Molti pugili nel mondo, non solo in Italia, hanno storie tragiche alle spalle, vecchi legami con la malavita. Qualcuno ne è uscito, altri non ce l’hanno fatta a staccarsi. Alcuni pugili sono uomini che peccano, altri sono uomini che dopo avere peccato hanno ritrovato la strada giusta proprio grazie alla boxe. E pensate, tra i pugili ce ne sono addirittura tanti che non hanno mai commesso reati. Incredibile eh?
È la vita.

Il pugilato ha salvato molti ragazzi. Non solo con la sicurezza economica che ha accompagnato il successo. Ma anche con alcuni fondamentali insegnamenti di vita.
Il rispetto delle regole e del prossimo, cosa assai rara in una società moderna che perdona qualsiasi scorciatoia se finalizzata al raggiungimento del traguardo.
Il rispetto per il proprio corpo, consci che sul ring non si possa bluffare.
La cultura del sacrificio, consapevoli che solo facendolo diventare parte della propria esistenza si possano realizzare i sogni.
La capacità di incanalare la forza fisica attraverso un percorso strategico che richiede intelligenza e autocontrollo.
E infine, la certezza che la paura vada affrontata. La boxe è uno dei rari momenti della vita in cui vai incontro al dolore, anziché fuggirne, perché sai che è l’unico modo per riuscire a farcela.
Chi sbaglia deve pagare per l’errore che ha commesso, siano pugili o giornalisti. E così che dovrebbe andare la vita in un mondo ideale. L’ho appena detto e già mi sembra di essere entrato nel Regno di Utopia.
È sbagliato gridare: “Io sono un tifoso di boxe e mi interessa solo quello che il pugile fa sul ring. Quello che l’uomo fa nella sua vita privata non voglio neppure saperlo.”
Non è così che funziona.
Se vogliamo essere rispettati, dobbiamo portare rispetto. Sempre.
Se non capiamo questo, dobbiamo rassegnarci al fatto che il pugilato sia indifendibile.

Tanto per essere più chiaro. Non sbaglia il giornalista che scrive del reato commesso da un pugile. È chi ha commesso il reato che ha sbagliato.
Non è negando l’evidenza che si difende la boxe. Perché il pugilato, a differenza di quella che è la sua interpretazione popolare, è debole. Soffre di una naturale emarginazione, è lontano dal grande giro. Per questo chi lo ama dovrebbe difenderlo, ma non certo nascondendo la testa nella sabbia. Il popolo della boxe deve affrontare la realtà senza paura. Gli errori di chi sbaglia vanno sottolineati, in modo che si sappia che per uno che va fuori strada non può essere condannato l’intero movimento pugilistico.
Bisogna gridare la verità. Non ci sono solo peccatori, come non ci sono solo santi. Nel pugilato, come nella vita. Le cose miglioreranno solo quando anche all’interno di questo sport si comincerà a capire che la quotidianità non è “Amanti della boxe” vs “Resto del mondo”, ma “Uomini che rispettano le regole della società civile” vs “Uomini che quelle regole le offendono”. Siano essi pugili, giornalisti, giornalai, commercianti, politici o astronauti. Senza distinzioni. Solo se cominceremo a camminare su questa strada potremo poi puntare con pieno diritto il dito contro chi sbaglia.
Pugili, giornalisti, giornalai, commercianti, politici o astronauti che siano.

(Questo è un vecchio articolo, riveduto e corretto. Il tempo passa, nulla cambia)

 

 

Quando l’America celebrava Mazzinghi vincitore di Don Fullmer

Stavo cercando un libro, ne ho trovato un altro.
“La grande boxe in copertina” di Vincenzo Belfiore, l’uomo che possiede la più vasta collezione di riviste, libri, ricordi cartacei che appassionato di pugilato abbia mai visto.
Una volta, tanti anni fa, ero in giro a caccia di cimeli per capire se fosse possibile mettere in piedi il progetto per il Museo della Boxe che avrebbe dovuto essere ospitato a Santa Maria degli Angeli.
Alla fine quel progetto l’avevamo fatto (Daniele Redaelli e Gianfranco Colasante erano gli altri due coraggiosi coinvolti nell’ardua impresa) e quello che avevamo visto in casa di Vincenzo aveva rappresentato una spinta importante, un’immagine che sarebbe rimasta per sempre nei nostri occhi.
Il Museo si è fatto, il nostro progetto è stato tenuto (parzialmente) in considerazione.
Torniamo al libro.
Belfiore vi ha raccolto le copertine regionali, nazionali e internazionali che illustrano storie di pugilato. Tra queste ne ho scoperta una americana, Boxing Illustrated con cui ho anche collaborato, che celebrava la vittoria di Sandro Mazzinghi (all’epoca 25-1-0, 25 anni) al Vigorelli di Milano contro Don Fullmer (30-7-1, 24 anni) per kot a 2:59 dell’ottavo round.
Di quel match ne ho parlato in “Anche i pugili piangono“, la storia drammatica e magica della vita del campione toscano.
“Don Fullmer viene dallo Utah, ha chiuso la carriera da dilettante con 65 vittorie e nessuna sconfitta. Appartiene a una famiglia di pugili. Il fratello Gene è stato campione del mondo dei pesi medi e anche l’altro fratello Jay ha avuto una discreta carriera. La voglia di combattere l’hanno ereditata dal papà.
Lawrence Fullmer, detto Tuff, è stato capace di affrontare contemporaneamente sei colossi ubriachi di birra. Li ha messi tutti knock out all’interno di un saloon. Dalle sue parti è diventato una leggenda.
Ha chiamato Gene il secondo dei quattro figli perché tifava Gene Tunney quando ha sconfitto Dempsey. Avesse perso, il nome del campione del mondo sarebbe stato Jack Fullmer.
Don lavora, fa il muratore e allo stesso tempo è pompiere part time. Ogni mattina si sveglia alle sei, fa footing, poi va al cantiere. Il pomeriggio, puntuale, arriva in palestra. Fisico un po’ troppo robusto per entrare nei limiti di peso dei superwelter,  quando è sotto match mangia solo fiocchi di latte e lattuga, si disseta succhiando cubetti di ghiaccio.
Contro Mazzinghi non ce la fa ad andare alla distanza. Finisce kot in meno di otto riprese, l’arbitro Giovanni Pedrazzoli ferma il match. L’americano non è più in grado di continuare, è completamente groggy.”

 

Wu si dimette, Falcinelli lo propone come presidente onorario…

Il comunicato con cui l’Aiba annuncia le dimissioni del presidente Ching-Kuo Wu, per la sdolcinata scelta dei termini usati, merita di essere gustato nella sua interezza.
Il bollettino è stato pubblicato, in un primo momento all’interno del sito e non in homepage, con l’anonimo titolo “Aiba e Ching-Kuo Wu, dichiarazione congiunta”.

“L’International Boxing Association e Ching-Kuo Wu hanno annunciato oggi di aver accettato amichevolmente di risolvere i problemi di gestione all’interno dell’AIBA e di ritirare e chiudere tutte le relative procedure pendenti davanti ai tribunali civili e alla Commissione disciplinare dell’AIBA.

Entrambe le parti hanno convenuto che in questa fase non vi è alcuna indicazione di comportamenti non etici da entrambe le parti.

Dopo undici anni come presidente dell’AIBA, Wu ha deciso di dimettersi dalla sua posizione di presidente.

Wu ha detto che ha preso la decisione “Per lo sport che amo e a cui ho dedicato la mia vita. Ho a cuore l’interesse sia dell’AIBA che della boxe, continuerò a impegnarmi per garantire un passaggio senza problemi alla nuova leadership. Sono grato per il tempo che mi è stato concesso di servire il nostro sport, l’AIBA e la comunità del pugilato.”

Per il momento, l’italiano Franco Falcinelli conserverà il suo ruolo di Presidente AIBA ad interim esercitando tutti i poteri del Presidente in conformità con lo Statuto.

Falcinelli ha dichiarato: “Desidero ringraziare Ching-Kuo Wu per il contributo dato allo sport del pugilato e all’AIBA per molti anni, gli auguriamo tutto il meglio. Il nostro obiettivo è ora il futuro. Ci concentreremo sulla nostra missione principale di promuovere e sviluppare il nostro sport in collaborazione con le 202 federazioni nazionali.”

Falcinelli chiederà al Comitato Esecutivo di votare a favore di una raccomandazione per assegnare il ruolo di presidente onorario AIBA a Wu, previa ratifica del Congresso.

L’AIBA convocherà un Congresso Straordinario con tutte le federazioni nazionali il 27 gennaio 2018 a Dubai per prendere in considerazione in particolare i cambiamenti di governance proposti.”

Fin qui il Comunicato.

Ricordo brevemente alcuni recenti passaggi della guerra tra ilil presidente Ching-Kuo Wu e il Comitato Esecutivo, composto da Franco Falcinelli (Italia), Terry Smith (Galles), Pat Fiacco (Canada), Alberto Puig De La Barca (Cuba), Mohamed Moustahsane (Marocco).

Il CE ha accusato negli ultimi mesi (a partire dal 24 luglio in occasione del Congresso di Mosca) Wu di aver causato problemi finanziari, di avere accumulato debiti dai tredici ai trenta milioni di dollari, di non avere mai risposto alle domande di ordine amministrativo, di avere creato all’interno dell’organizzazione un clima difficile instaurando la cultura della  paura.

Il CE ha votato la sfiducia del presidente e ne ha chiesto le dimissioni.

Wu ha replicando definendo false tutte le accuse e accusando a sua volta il CE di avere agito tentando di mettere in atto un vero e proprio colpo militare contro di lui.

E adesso ci raccontano che sono tutti bravi, belli e buoni. E il presidente a interim propone Wu come presidente onorario…

Se tanto mi dà tanto, c’è da aspettarsi un futuro del tutto uguale al passato.

Un passato che con Wu (in carica dal 2006) ha portato il pugilato ai disastrosi Giochi di Londra 2012, la peggiore Olimpiade della storia(a pari merito con Seul 1988) per quel che riguarda la gestione di arbitri e giudici dei tornei.

Wu è stato anche l’artefice del capolavoro dei professionisti trattati come appestati, minacciando squalifiche e sanzioni ancora più gravi per chiunque non evitasse il contatto, costringendo tutte le Federazioni a disfarsi del settore. L’Italia è stata in prima fila a muoversi su questa linea. Salvo poi, a pochi mesi dai Giochi di Rio 2016, cancellare qualsiasi abiura e portare di peso il professionismo all’Olimpiade. Alla fine solo pochi pugili, non di primissimo piano, hanno aderito al programma.

È stato quello che ha cambiato i criteri di giudizio. Cinque arbitri, le macchinette, tre arbitri, i cartellini. Mancava il lancio della monetina e la morra ed eravamo al completo.

L’Aiba ha toccato il fondo sotto questa amministrazione. Ma il modo con cui le parti si sono salutate, tra baci e abbracci e promesse di presidenza ad honorem, mi ha convinto che cambiare non sarà difficile, sarà impossibile.

Tempi duri ci aspettano.

 

Anthony Hopkins sarà Cus D’Amato in un film in uscita nel 2018

“L’eroe e il vigliacco provano entrambi la stessa cosa,
ma l’eroe usa la sua paura, la proietta sull’avversario,
mentre il vigliacco scappa. È la stessa cosa, paura,
ma è ciò che fai con essa quello che conta.”

Cus D’Amato (1908-1985)

 

Le riprese cominceranno il prossimo anno.
Sarà un film sulla vita di Cus D’Amato, il leggendario trainer che ha guidato Josè Torres, Floyd Patterson e Mike Tyson.


Cornerman, il titolo.
Anthony Hopkins, il protagonista nella parte di coach D’Amato.
I produttori stanno cercando, tramite la 2017 Casting Calls, due attori per i ruoli di Tyson giovane è più anziano.

Nel  bando per l’audizione è precisato che sono a caccia di un afro-americano, alto 1,76 o più.