“L’oste della porta accanto”, racconti e ricette dell’osteria del sentimento…

Ho scritto questo libro in chiaro conflitto di interessi.
L’oste della porta accanto, quello del titolo, è mio nipote.
Confesso la parentela, ma non credo che il testo ne risenta.
Sono rimasto affascinato dalla passione con cui L’Oste affronta il lavoro per proporci la sua cucina del sentimento.
Quello che segue è un estratto dell’Introduzione.

 

 

Cucinare è come amare,
o ci si abbandona completamente  o si rinuncia
(Harriet Van Horne, giornalista americana)

 

 

Un calciatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia scrive e canta Francesco De Gregori.

E un oste, da cosa si giudica?

Dal sentimento, dall’amore che prova per il mestiere, dalla quantità e dalla qualità del lavoro che fa, dal rispetto per il cliente, dalla cura maniacale con cui cerca le materie prime.

Il romano, si sa, tende a esorcizzare la paura usando soprattutto l’ironia. Una battuta al vetriolo può mitigare anche l’immagine più drammatica.

Flavio De Maio, romano della Garbatella, la vena dissacratoria ce l’ha nel sangue. È anche per questo che racconta con un sorriso a mezza via tra il disincantato e il beffardo il modo in cui gli piacerebbe chiudere la vita.

«Quando verrà l’ora, se potessi scegliere come andarmene da questo mondo, mi piacerebbe realizzare una carbonara perfetta. E poi un infarto a chiudere con una malattia nobile e senza sofferenze la mia storia terrena. A ricordo eterno, una foto con il padellone tra le mani mentre manteco quel piatto».

Eh sì perché la carbonara è l’esame di laurea, il confine tra il bene e il male. L’esame fondamentale per l’oste romano.

«Mo me devi levà dar foco, sennò te frego».

Se avesse la parola, la carbonara probabilmente regalerebbe questo suggerimento.

Ma non ce l’ha e allora bisogna cavarsela da soli.

Un momento prima è acquosa, lenta.

Un attimo dopo è frittata.

L’acme dura un attimo, devi coglierlo al volo.

«La cucina romana è territorio di sfida. Non solo con gli altri, ma anche e soprattutto con te stesso. Il filo a cui è indispensabile aggrapparsi è la memoria, il ricordo di quell’odore di sugo con cui ti svegliavi la domenica mattina, un profumo che dava senso a tutta la giornata.
Non c’è un prontuario antico da seguire. Non esiste un libretto in cui sono raccolte le ricette o in cui sono incamerati dati, nomi, citazioni, calcoli e indicazioni su come realizzare un piatto. Le ricette si disperdono nel tempo. Ognuna fa capo a un’invenzione all’interno della famiglia. Una mamma, una sorella, un papà innamorato della cucina. Se il prodotto aveva successo, automaticamente si raccoglievano nuovi adepti che facevano proprio il modo di confezionare quel piatto. Nasce così, spesso e volentieri fondendosi con la tradizione ebraica, l’arte culinaria romana. È il prodotto di singole esperienze, elaborate nel tempo e fissate nella memoria nel giorno zero. Quando tutto è cominciato».

Flavio al Velavevodetto è nel cuore di Testaccio, territorio di Osterie, figlie di un Mattatoio che per decenni ha pagato l’extra ai suoi dipendenti offrendo loro frattaglie e carni provenienti dal mitico quinto quarto, espressione incomprensibile per chi non è di queste parti.

Il quinto quarto è quel che rimane della bestia vaccina o ovina dopo che sono state vendute le parti pregiate: i due quarti anteriori e i due quarti posteriori. Le due parole si fondono, sfruttando il gusto tipicamente romano della provocazione. I nobili prendevano le parti pregiate, i poveri si dovevano accontentare di quel che restava. Il quinto quarto, appunto.

Il libro è una visita guidata all’interno di questa Osteria del sentimento, tra i cocci a vista esposti dietro una vetrina d’inverno e liberati d’estate per regalare magicamente aria condizionata naturale agli ambienti. Sono gli stessi cocci che hanno dato nome al quartiere di Testaccio e scritto la storia di Roma.

Entriamo in cucina, ascoltiamo le voci dell’Osteria. Il personale è disposto in linea, come una squadra di rugby. Ognuno deve fare il massimo, lo chef è il capitano. Si vince tutti assieme, nel rispetto delle competenze.

Giriamo l’Italia seguendo i viaggi di Flavio alla ricerca delle materie prime. Lo accompagniamo nella scelta dei vini. Lo ascoltiamo mentre parla dei suoi piatti, prima le origini arricchite da gustosi aneddoti e poi la ricetta, così, per provarci anche noi. Perché dietro ogni preparazione non c’è un protocollo di realizzazione, a dargli corpo è quasi sempre la voce della memoria.

In questo mondo di passioni c’è però una nota che alle orecchie dello chef suona stonata. La voce dei critici del web, il popolo degli insultatori professionisti. L’Anonima Guerrieri della Tastiera si nasconde dietro un soprannome e, su quei siti che regalano loro spazio e visibilità, spara ad alzo zero anche senza conoscere la materia di cui parlano. Senza conoscerla realmente, non in senso figurato. Non sono mai entrati nell’Osteria e parlano di piatti che non hanno mai mangiato.

Non è così che va la vita.

Flavio sogna di tornare all’antico. Cucinare cibo e fare quattro chiacchiere con gli avventori, nel segno di una semplicità restituita al ruolo. Senza divismo e senza esagerazioni.

C’è odore di cucinato in queste pagine, un profumo che viene da lontano. Da quel sugo che mamma Gisa o addirittura nonna Rocca preparavano la domenica mattina. C’era tutto quello che la tradizione imponeva e ad arricchirlo c’era soprattutto la passione di donne che amavano profondamente quello che stavano facendo.

Flavio non ha dimenticato la lezione.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16:30 in via di Monte Testaccio 97, presentiamo questo libro di racconti e ricette.
Potrete intanto trovarlo nelle migliori librerie e su tutti gli store online (Amazon, Ibs, Mondadori, Feltrinelli…).
“L’OSTE DELLA PORTA ACCANTO” di Flavio De Maio & Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free.

Flavio De Maio, romano della Garbatella, nella sua prima vita lavorava alla Datamat Spa: azienda di informatica in cui è rimasto per ventisei anni. Poi, l’illuminazione sulla via dell’arte culinaria. Per sei anni è stato da Felice a Testaccio, osteria in cui ha appreso metodologie di lavoro, scelta delle materie prime e rispetto per il cibo. In società con Marco Arduini ha aperto nel 2009 l’osteria Flavio al Velavevodetto a Testaccio e nel 2012 quella in Piazza dei Quiriti. Dal 2017 gestisce anche il ristorante Coqui Beach di Fregene.

Dario Torromeo, anche lui romano della Garbatella, ha lavorato per quarant’anni al Corriere dello Sport. Ha collaborato con GQ, il Messaggero ed Epoca. Scrive e, soprattutto, legge libri. Ama il cinema e la musica. Il cibo è la sua passione. È un banchettante professionista.

 

Blandamura mi scrive: “Kuba vittima della violenza di chi non ha regole”

Sulla vicende che hanno portato alla morte del giovane Jakub “Kuba” Moczyk e sulle nefandezze che hanno accompagnato quella notte maledetta, mi ha scritto Emanuele Blandamura: campione europeo dei pesi medi e attuale numero 10 del World Boxing Council (Wbc), ma soprattutto uomo dall’animo sensibile. Le sue sono parole che nascono dal cuore.

Ciao Dario,

ho letto con molto interesse e tanto dispiacere la storia del ragazzo “Kuba” e della sua crudele morte a soli 22 anni. Non è stata una tragedia, ma un reato di squadra. Io amo la boxe, o meglio la Nobile Arte. Di questo sport mi piace la possibilità di confrontarsi ad armi pari, uno contro uno. Ma ci sono anche delle regole ben precise e la sfida deve essere portata avanti rispettandole tutte.

È questa la garanzia che ci permette di tenere la violenza fuori del pugilato.

La violenza non ha regole, come purtroppo ci ha confermato questa triste vicenda.

Ci troviamo davanti a un caso di violenza pura, gratuita e umiliante sia per chi ha visto che per chi è chiamato a giudicare. Mi sento travolto da un senso di dispiacere per questo ragazzo e per la sua famiglia. Magari Kuba aveva un sogno, quello di diventare un giorno un campione, un esempio, oppure più semplicemente un fighter. Quando dico semplicemente non ho alcuna intenzione di accomunare questa parola con mediocrità, dico semplicemente perché la boxe si può fare anche per pura passione, per il gusto di sfidare gli altri e se stessi, senza per forza avere come meta finale il titolo assoluto.

Purtroppo un’organizzazione di poca nobiltà, competenza, moralità e professionalità ha messo in piedi una serata che ha visto la morte di un ragazzo, una serata in cui altre vite sono state messe a rischio: quelle dei pugili che sono saliti sul ring.

Io da campione d’Europa esprimo tutto il mio cordoglio alla famiglia e sento il bisogno di rendere pubblico il mio disprezzo per queste persone che si sono autoproclamate competenti di uno sport che si chiama pugilato. Di pugilato quella sera non c’era neanche l’ombra.

Scusa Dario, ma credo sia giusto che il mondo della boxe italiana esprima un giudizio in occasioni come questa. Dobbiamo prendere posizione, forse è ora che la parola torni a chi ha diritto di farsi sentire, i pugili.

Emanuele Blandamura

Il ragazzo morto il giorno del debutto, un giallo sul nome del promoter…

Terza giornata di interrogatori.
Il coroner Jacqueline Lake della Corte di Norfolk continua la sua indagine sulla riunione del 19 novembre scorso all’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra, quella in cui Jakub Moczyk (primo in basso a destra nel poster della manifestazione) detto Kuba è finito ko al terzo round nel match contro il diciassettenne Irvidas Juskys. Due giorni dopo il ragazzo è morto, avrebbe compiuto 23 anni il 12 dicembre scorso. Era un novizio al primo match.

Ieri è stata ascoltata la testimonianza di Colin Abbott, il proprietario dell’edificio.
È stato lei a organizzare l’evento?
“No”.
Ma l’Atlantis Arena è di sua proprietà.
“Sì. Ma affitto spazi all’interno dell’edificio”.
A chi li ha affittati?
“Ryan Martin gestisce un bar a piano terra e mi ha chiesto l’affitto dell’Arena”.
C’era una licenza di locazione in vigore la sera in cui si è svolto il tragico match?
Abbott si è rifiutato di rispondere a questa domanda.
Può aiutarci a capire meglio?
“Un amico mi ha detto che un uomo di nome Aurelius Kerpe era interessato ad allestire una serata di pugilato. L’ho presentato a Martin”.

Il coroner ha quindi interrogato il titolare del bar.
Signor Ryan Martin, può fornirci la sua versione dei fatti?
“Abbott mi ha detto di avere organizzato una serata di boxe con un socio, io avrei gestito il bar come avevo fatto in altre occasioni. Non si è mai parlato di coinvolgermi nell’organizzazione dell’evento”.
Secondo le informazioni in suo possesso, chi ha organizzato la serata?
“Aurelius Kerpe”.

Sentito infine Benjamin Poole che era all’angolo dell’avversario di Jakub Moczyk quella tragica notte.
“Moczyk ha preso un brutto colpo alla testa, era ko ancora prima di toccare il tappeto”.

Oggi la chiusura dell’inchiesta.

Pugile morto al debutto, il coroner indaga. Nuovi inquietanti particolari…

L’inchiesta del coroner (medico legale) Jacqueline Lake (foto sotto) della Corte di Norfolk ha portato alla luce nuovi sconvolgenti particolari sulla riunione del 19 novembre scorso all’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra.
Quella sera Jakub Moczyk detto Kuba è finito ko al terzo round del match contro il diciassettenne Irvidas Juskys. Due giorni dopo Jakub è morto, avrebbe compiuto 23 anni il 12 dicembre scorso. Era un novizio al primo match.

Ieri il coroner ha interrogato gli operatori sanitari che sono intervenuti in soccorso dello sfortunato pugile.

Riporto il testo, redatto a domanda e risposta per rendere più immediata la comprensione, ripreso da quanto riportato da vari giornali inglesi sulla testimonianza rilasciata da Susan Mitchison.

Signora Mitchison, quando hanno chiesto il suo aiuto come sanitario?

“Alle 16:30 del pomeriggio, il giorno della riunione”.

Lei cosa ha risposto?

“Ho detto che sarei potuta andare, ma che non ero in grado di fare sforzi fisici. Ero stata operata da poco per una brutta ernia e avevo tolto i punti appena due giorni prima”.

Come pensava di farcela?

“Ho chiamato mio marito, Andrew Cawlard. Era a Londra stava lavorando in un set cinematografico. Gli ho chiesto se sarebbe potuto venire, mi ha risposto che sarebbe arrivato prima possibile”.

Eravate in platea quando il match è cominciato?

“Sì”.

Lei è laureata in medicina?

“Sono un tecnico medico per le emergenze”.

Lavora in un ospedale?

“Lavoro per la Lifeshield Medical Services assieme a mio marito”.

È una dipendente?

“La società è mia e di mio marito”.

Di cosa si occupa la Lifeshield?

“Fornisce copertura sanitaria a eventi, tra cui incontri di boxe, piccoli festival musicali e set cinematografici”.

Quando è arrivata nell’Arena ha visto se era stata allestita un’adeguata attrezzatura medica?

“Non c’era alcuna zona preparata per i medici e non è stata data nessuna informazione sui pugili, non c’era neppure la lista dei nomi di quelli che avrebbero combattuto o i risultati dei precedenti test medici. L’avversario di Jakub Moczyk non aveva neppure il referto dell’esame della pressione sanguigna”.

A quel punto, lei cosa ha fatto?

“Ho messo un tavolo accanto alla cabina del DJ e ho fatto scrivere a ogni pugile il proprio nome su un pezzo di carta dopo avere controllato se fossero in grado di combattere”.

Avete notato qualcosa di strano durante il combattimento?

“Per due volte l’avversario di Jakub ci è sembrato in grandi difficoltà, ci aspettavamo che l’arbitro ci guardasse in cerca di un consiglio, incerto se fermare o meno il match. Ma non è accaduto”.

Signor Cawlard, non ha ritenuto opportuno salire sul ring per sincerarsi delle condizioni del pugile in difficoltà?

“Ero a conoscenza del fatto che l’arbitro era anche l’allenatore del pugile, ero convinto sapesse benissimo se fosse giusto fermarlo o andare avanti”.

Cosa avete fatto quando nel terzo round Moczyk è finito ko?

“Siamo immediatamente saltati sul ring, lo abbiamo messo in posizione di recupero, gli abbiamo dato ossigeno e abbiamo chiamato paramedici e ambulanza”.

Dopo quanto sono arrivati?

“Crediamo una decina di minuti”.

C’era altra gente sul ring?

“C’erano tante persone, troppe, gente che non aveva alcun diritto di essere lì. Era tutto molto disorganizzato” risponde la Mitchison.

Ieri il coroner Jacqueline Lake ha ascoltato anche Melvin Payne, l’arbitro del match.

Signor Payne, Jakub Moczyk e il suo rivale avevano record simili? Era un match sulla carta equilibrato?

“Kuba era al primo combattimento da pugile, ma aveva un po’ di esperienza nella arti marziali. Il suo avversario aveva disputato tre match di boxe, vincendone uno e perdendone due. Era una sfida equilibrata, per questo mi è sembrato giusto fare quell’accoppiamento”.

È stato lei a mettere in piedi il combattimento?

“Mczyk mi aveva chiesto un aiuto e io ho trovato un pari peso”.

Lei era arbitro del match e allenatore del rivale di Jakub Moczyk?

“Assolutamente no. Sul ring devi essere imparziale, inutile dare una vittoria al tuo ragazzo se ha perso”.

Sembra che i guantoni non avessero lo stesso peso, cosa mi dice in proposito?

“All’epoca credevo che entrambi usassero guantoni da 12 once”.

Nessuno dei due aveva il casco di protezione.

“Non avevano l’obbligo di indossarlo”.

(Il regolamento recita: Headguard and Breast Protection, art. 62. All male Devolopment Boxers and male Elite Boxers will box without headguards. art. 63. All other Male & Female boxers MUST wear headguards and use 10oz gloves. In pratica, dovendo i due protagonisti del match in questione fare riferimento all’art. 63 DOVEVANO indossare il caschetto protettivo e combattere con guantoni da 10 once. L’arbitro ha quindi commesso un doppio grossolano errore)

Nel secondo round l’avversario di Jakub Moczyk è stato in difficoltà, lei non lo ha neppure contato.

“Non era stato colpito da un pugno, il suo era un problema di ansia e non di sofferenza fisica”.

Nel terzo Jakub Moczyk è stato centrato duramente.

“E io sono saltato tra i due, ho contato Kuba e gli ho chiesto se si sentisse in grado di continuare. Mi ha fatto cenno di sì e li ho fatti andare avanti”.

Si sente in colpa per questo?

“La decisione di farli continuare è stata mia. Ma anche il suo angolo avrebbe potuto gettare l’asciugamano”.

Se il match si fosse svolto in Italia secondo i regolamenti vigenti della FPI, organizzatori, arbitro, medici o tecnici medici, maestri e ogni altra persona coinvolta nell’evento avrebbero commesso più violazioni.

Da noi per ottenere l’autorizzazione a effetuare una riunione è indispensabile che dal luogo dell’evento sia raggiungibile un Centro di Neurochirurgia nel termine massimo di un’ora. Ove non fosse possibile, il promoter deve mettere (per iscritto) a disposizione, oltre all’ambulanza, un presidio mobile di rianimazione con personale medico e paramedico.

L’ambulanza deve stazionare vicino all’uscita più facilmente raggiungibile.

Gli addetti all’ambulanza devono rimanere a disposizione del medico di servizio.
E soprattutto a coordinare e presiedere deve essere un medico di servizio non un tecnico medico.

Prima di ogni incontro si deve procedere alla visita, secondo quanto prescritto dal Regolamento Sanitario, e al controllo del peso di tutti i pugili.

Ascoltate le testimonianze fatte sino a questo momento, è più che lecito chiedersi se anche altre nostre regole non siano state violate: libretto sanitario, operazioni di peso, controllo della vista, controllo del tesseramento.

Una tragedia ha colpito un ragazzo di 22 anni.

In molti hanno sbagliato.

Le udienze continuano.

Il presidente Wu sospeso, sarà Falcinelli il nuovo capo dell’Aiba?

Stavolta non hanno commesso quei piccoli errori di procedura che avevano permesso a Wu Ching-Kuo di salvare la poltrona e di ottenere una sentenza favorevole dal Tribunale di Ginevra a fine settembre.
Stavolta l’IMC (il Comitato di Gestione a Interim) è andato a dama.
L’Interim Management Committee  è nato durante il Congresso di Mosca (24-25 luglio scorsi) e conta su cinque membri: l’italiano Franco Falcinelli, Terry Smith (Galles), Pat Fiacco (Canada), Alberto Puig De La Barca (Cuba) e Mohamed Moustahsane (Marocco).
Assieme ad altri sei rappresentanti dell’ex Comitato Esecutivo, l’IMC ha evidenziato quattro capi di imputazioni precisi e li ha portati davanti alla Commissione Disciplinare dell’Aiba.
L’accusa principale è la cattiva gestione finanziaria, a cui sono state associate altre colpe.

  1. Tentativo (fallito) di allontare i dissidenti dal Comitato Esecutivo.
  2. Iniziative commerciali prese senza consulatazioni e quindi senza alcuna  approvazione.
  3. Informazioni false fornite alla stampa e alle Federazioni Nazionale sulle finanze dell’Aiba.
  4. Tentativo (fallito) di bloccare un voto di sfiducia.

    La mala amministrazione delle finanze resta comunque l’elemento principale. Gli uomini dell’IMC contestano a Wu un buco di oltre 13 milioni di euro che starebbe portando l’associazione verso la bancarotta.
    La Commissione Disciplinare ha esaminato il pacchetto di accuse e ha votato all’unamità per la sospensione del presidente Wu Ching-Kuo dal suo ruolo, privandolo con effetto immediato di ogni potere.
    La decisione della Commissione è stata pubblicata anche sul sito ufficiale dell’Aiba.
    È stato indetto per il mese di novembre un Congresso Straordinario a cui parteciperanno le Federazioni Nazionali. In quell’occasione si terrà l’elezione del nuovo presidente.
    Il capo a interim e (sembra) futuro presidente dell’Aiba sarà l’attuale vice-presidente, l’umbro Franco Falcinelli.

Un pugile muore al primo match. Chi ha sbagliato? Il medico legale indaga…

È morto il 21 novembre dello scorso anno.

Adesso provano a capire il perché.

Le accuse della famiglia sono macigni che si abbattono sulla testa degli organizzatori, colpevoli secondo le parole della gemella Magdalena e del maestro Scott Osinski di mille nefandezze. Le hanno elencate parola dopo parola al capo del reparto di medicina legale Jacqueline Lake della Corte di Norfolk.

Great Yarmouth (Inghilterra), 19 novembre 2016.

Un match fra novizi, all’interno dell’Atlantis Arena.

Lui si chiamava Jakub Moczyk, per gli amici era più semplicemente Kuba. Esordiva sul ring, era al suo primo match, realizzava il sogno di una vita. Negli ultimi quattro mesi si era allenato duramente per quell’incontro, ma la mattina della sfida sembrava che tutto dovesse trasformarsi in una grande delusione.

Era andato all’Arena per la visita medita prima del match. Ma non aveva trovato traccia di assistenza sanitaria, di medici neppure a parlarne.

Pochi minuti dopo, tra lo stupore generale, era tornato a casa.

Mamma e sorella avevano sorriso felici. Non volevano che il ragazzo combattesse, temevano per lui.

Il maestro Osinski era furibondo.

“Niente medico, niente combattimento”.

Ma non mancava solo il dottore, non c’era neppure l’ambulanza, nessuna barella in vista. Niente di niente.

A un certo punto un medico è sbucato dal nulla e la riunione ha avuto inizio.

Gong, primo round.

Kuba si muove bene, crea problemi al rivale.

Nel secondo round è ancora lui a tenere la scena. L’altro è in crisi, si appoggia alle corde, “ha addirittura vomitato” (testimonia Magdalena in tribunale). L’arbitro però fa andare avanti l’incontro.

Nel terzo round l’altro “Spara colpi sporchi sulla testa di Jakub che crolla al tappeto. Qualche tempo dopo scoprirò che l’arbitro era anche l’allenatore dell’avversario di mio fratello” dice ancora Magdalena.

È a questo punto che il capo medico legale Jaqueline Lake vuole ascoltare la testimonianza del coach dello sfortunato Maczyk.

“Signor Scott Osinski, che tipo di riunione era?”

“Una riunione senza licenza”.

Ma con biglietti regolarmente in vendita.

Platea a 15 sterline, zona Vip a 25.

Dicono che siano state date 250 sterline allo sfortunato ragazzo come borsa per la sfida.

Kuba è al tappeto, perde conoscenza. Attorno a lui il caos.

Non ci sono dottori, barelle, non c’è un’ambulanza per portarlo di corsa in ospedale.

“Non gli hanno dato una sola possibilità di recuperare” si dispera Magdalena ( a destra nella foto sopra, al centro la mamma Jolanda Smigaj, a sinistra il compagno della mamma).

Passa un’ora, su questo le testimonianze della gemella e del coach concordano, prima che arrivi un mezzo in grado di trasportare lo sfortunato ragazzo al Paget Hospital di Gorleston.

È in coma.

Magdalena si danna l’anima. Prova a raccogliere ventimila sterline per trasferirlo in un centro specializzato dove possa avere trattementi specialistici.

Non ce la fa. Mette assieme quattromila sterline, ma deve arrendersi.

Il gemello muore per danni cerebrali a 48 ore dal match, la famiglia dona il suo cuore per salvare una vita.

Ieri il capo giudice legale di Norfolk ha ascoltato le prime testimonianze. Le indagini continuano.

Jakub Maczyk, origini polacche, avrebbe compiuto 23 anni il 12 dicembre scorso.

Ventitrè giorni dopo quel maledetto match.

Hanno incendiato la Kronk Gym, il regno di Thomas Hearns

L’hanno distrutto, hanno tirato giù il tempio dove anche i diseredati avevano diritto di cittadinanza. Hanno incendiato la Kronk Gym a Detroit. Le hanno dato fuoco, la polizia sospetta fortemente che l’incendio sia doloso, e lentamente il palazzo è venuto giù, si è sgretolato portandosi dietro le mura che, anche se decrepite e sporche, rappresentavano ancora la testimonianza di un’epoca d’oro. I Vigili del Fuoco sono accorsi veloci, ma ormai era troppo tardi.

Quell’edificio tra McGraw e Junction non esiste più.

Da tempo non ospitava ragazzi in cerca di riscatto, giovani pugili e grandi campioni se ne sono andati via, hanno traslocato al 9520 Mettetal. Da una decina di anni si allenano nel seminterrato di una chiesa. Nel 2012 se ne è andato via per sempre anche Emanuel Steward che della Kronk Gym è stato il papà, l’ideatore, il proprietario. Ora a gestire le storie di casa c’è Sylvie Steward-Williams, la figlia del grande maestro che ha allenato decine di campioni del mondo.

Nella prima Kronk Gym si sono preparati alla battaglia trenta campioni del mondo e tre ori olimpici. Di lì sono passati il mitico Thomas Hearns, Steve McCrory, William Caveman Lee e tanti altri. L’edificio era stato tirato su negli anni Venti e lentamente era diventato il regno della boxe.

Me lo ricordo ancora in un freddo pomeriggio di febbraio dell’84. Detroit era una polveriera. Aveva primati che non potevano certo essere invidiati: 635 omicidi l’anno, 58 ogni 100.000 abitanti che significava moltiplicare per otto la media nazionale. Nel 50% dei casi vittima e assassino avevano meno di 16 anni. L’industria automobilistica era crollata. Le compagnie straniere avevano conquistato il 30% del mercato e il colosso General Motors era sceso sotto il 35% con una perdita di undici punti rispetto a sei anni prima.

Le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Operai e dirigenti erano sul lastrico. La criminalità stava prendendo il sopravvento. Da Motor Ciy, la città si era trasformata in Nightmare City. L’incubo aveva preso il posto dei motori.

La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”

Così mi aveva detto un collega americano. Era un ottimista, aveva salvato l’altra metà.

Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Ma lì, dentro quelle mura tra punching ball, ring e guantoni tutto sembrava stranamente tranquillo. Guardavo i pugili allenarsi, vedevo le ragazze in costume sfilare in passerella per la scelta delle ring girls, parlavo col grande Thomas Hearns. Avvolto in un cappotto di cammello, un abito elegante, una cravatta di classe. Sempre disponibile, un grande professionista. Gentile con il giornalista venuto da lontano. Ero lì per la sfida di Luigi Minchillo, il guerriero pugliese, al titolo mondiale. Un’avventura sfortunata contro un fenomeno del ring.

Adesso quel posto non esiste più. Gli hanno dato fuoco, l’hanno distrutto. Ma non riusciranno mai a cancellarne i ricordi che chiunque l’abbia visto, anche solo per una volta, porterà per sempre in fondo al cuore.

Rosi, unico italiano in lizza per entrare quest’anno nella Hall of Fame

La lista dei sogni è composta da trentadue nomi (foto sotto). Una giuria di giornalisti, campioni ed esperti internazionali dovrà sceglierne tre, i tre pugili che meritano di entrare quest’anno nell’Internationl Boxing Hall of Fame. Le votazioni si chiuderanno il 31 ottobre, il risultato si conoscerà in dicembre, la cerimonia avverrà il 10 giugno a Canatosta (New York).
In quella lista di nomi c’è un solo italiano: Gianfranco Rosi.

Solo due pugili del nostro Paese figurano attualmente nella Hall of Fame: Nino Benvenuti (dal 1996) e Duilio Loi (2005). Nelle liste speciali hanno trovato posto: Giuseppe Ballarati (1999) denominato il Nat Fleischer italiano, famoso nel mondo per il suo annuario; il grande manager Umberto Branchini (2004) e il mitico organizzatore Rodolfo Sabbatini (2006).

Gianfranco Rosi, umbro di sessant’anni, ha disputato l’ultimo match il 20 ottobre 2006 chiudendo la carriera con un record di 62-6-1 (18 ko). È stato campione italiano ed europeo prima di conquistare il mondiale Wbc dei superwelter contro Lupe Aquino. L’ha difeso contro Duane Thomas per poi perderlo in un disastroso match contro Don Curry.

A sorpresa ha riconquistato la corona, stavolta dell’Ibf, il 15 luglio 1989 quando al Trump Plaza di Atlantic CIty ha dominato Darrin Van Horn, all’epoca imbattutto, 39-0, e popolare al punto che The Ring gli aveva dedicato la copertina con il titolo Million Dollar Baby. L’umbro ha atterrano il campione dopo appena ventiquattro secondi dall’inizio del match e poi non gli ha concesso il minimo spazio di recupero. Verdetto unanime ai punti, con largo margine.

Dopo quella sfida Rosi ha difeso il mondiale nove volte, per poi perderlo contro Vincent Pettway a Las Vegas.

 

In arrivo una nuova categoria di peso. I mali della boxe…

Sembra che il World Boxing Council voglia introdurre una nuova categoria di peso, i supermassimi.
Sembra che voglia farlo entro i prossimi sei mesi.
Da diciassette si passerebbe così a diciotto.
Nel 1913 erano solo otto.
Mosca fino a 50,802 kg.
Gallo 53,525.
Piuma 57,153.
Leggeri 61,235.
Welter 66,678.
Medi 72,574.
Mediomassimi 79,378.
Massimi oltre i 79,378.

La categoria regina ha continuato ad accumulare chili.
Jack Broughton nel 1738 aveva fissato il limite oltre i 72,700.
Nel 1920 la NYSAC (New York State Athletic Commission) l’aveva portato a oltre i 79,378.
Il Wbc nel 1979, la Wba nel 1982 e l’Ibf nel 1983 l’avevano fissato a oltre i 90,718.
Adesso il Wbc sta pensando di scindere i massimi e creare i supermassimi per chiunque ecceda un limite che non ha ancora definito.

Si preoccupano, dicono, per la salute degli atleti.
E allora perché non intervengono in maniera seria sulla disidratazione del corpo.
È di ieri la nota emessa dal Wbc durante il Congresso di Baku.
Il World Boxing Council raccomanda i pugili di portare un piccolo regolatore in tasca per controllare il colore delle loro urine, sarà quel colore a determinare se sono correttamente idratati. Il precursore “Pee pee”, o auto-regolatore, ha un grafico a colori che va da un giallo pallido che indica buona salute a un argento profondo o addirittura marrone che evidenza una grave disidratazione e la necessità di un’attenzione medica tempestiva”.
Pensano che questo basterà a risolvere il problema?
Ogni pugile dovrebbe sapere quali siano i rischi che corre non seguendo una dieta equilibrata, aiutandosi con la medicina, seguendo pratica assurde.
E se non lo capisse da solo, bisognerebbe indurlo a ragione con regole precise e punizioni adeguate.

E poi, si occupassero anche del catch weight.
Qualcuno dovrebbe spiegarmi per quale motivo due pugili possano accordarsi per un mondiale fissando loro stessi un limite di peso della categoria, pur avendone a disposizione quasi due decine stabilite dai regolamenti.
Dico, fate pure un match a un peso concordato, ma per quale stramaledetto motivo deve essere considerato campionato di una categoria che prevede un altro limite?
Oggi ne abbiamo diciassette.
Paglia fino a 47,627 kg.
Minimosca 48,988.
Mosca 50,802.
Supermosca 52,163.
Gallo 53,525.
Supergallo 55,225.
Piuma 57,153.
Superpiuma 58,967.
Leggeri 61,235.
Superleggeri 63,503.
Welter 66,678.
Superwelter 69,850.
Medi 72,574.
Supermedi 76,203.
Mediomassimi 79,378.
Massimi leggeri 90,892.
Massimi oltre 90,892.

Quattro Enti mondiali (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) distribuiscono titoli. Nel migliore dei casi ci sono quattro campioni per categoria. Il pugilato è l’unico sport al mondo a non avere un unico Ente che lo gestisca e un solo campione che lo rappresenti. La World Boxing Association nei supergallo, piuma, medi, mediomassimi e massimi leggeri ha addirittura tre detentori del titolo: il campione del mondo, il supercampione del mondo e il campione a interim.

Qualcuno ha provato a rendere meno caotica la situazione creando una classifica unica che prendesse in considerazione i risultati e il valore dei pugili, chiamando campione solo chi abbia realmente i titoli per definirsi tale. Il Transnational Boxing Rankings Board (TBRB) l’ha fatto con professionalità e competenza, per questo merita rispetto. Ma, non per sua colpa, è un organismo noto esclusivamente all’interno dell’universo specifico a cui si rivolge. Non lo conoscono gli appassionati in generale e (purtroppo) anche molti maestri o pugili ne ignorano l’esistenza e gli scopi.

Penso che tutto questo accada perché molti di noi camminano senza curarsi di quello che hanno attorno, adattandosi alle nuove situazioni senza chiedersi perché avvengano e chi ci guadagni, fingendo di non vedere i cambiamenti perché preferiscono subirli. Oggi più che mai dovrebbe valere il vecchio detto: non è l’etichetta appiccicata su un match a stabilirne il livello, è la bravura dei due pugili a imprimere il marchio del valore assoluto.

La frantumazione dei titoli, stanno per diventare settantadue mondiali per diciotto categorie!, ha rivoluzionato la boxe.
Ora per essere credibili e vendere meglio il prodotto si tende a cercare di salire sempre più di livello.
Quest’anno abbiamo visto Joshua vs Klitschko, Alvarez vs Goovkin, Ward vs Kovalev, Crawford vs Indongo, Husyk vs Huck, Brook vs Spence jr, Thurman vs Garcia, Bellew vs Haye. Avremo Lomachenko vs Rigondeaux. Bello, fantastico sul breve. Inquietante sulla lunga distanza.


Sono sfide che hanno portato e porteranno popolarità all’evento e ricche borse ai protagonisti. Ma hanno anche evidenziato come gli organizzatori siano costretti ad alzare il livello delle proposte, lasciando a pochi personaggi i grandi guadagni e offrendo al resto del gruppo compensi decisamente medio/bassi.
L’offerta ha dovuto riaffidarsi alla qualità per garantirsi successo economico e richiamo popolare. Così facendo ha però destabilizzato il mercato. In troppi si trovano a battersi per un titolo ricevendone in cambio (relativamente) pochi soldi.
Alla qualità bisognerebbe abbinare la credibilità, lo spessore del titolo in palio, il ritorno all’unico campione, un solo regolamento valido per qualsiasi combattimento. Un solo Ente a decidere classifiche, sfidanti, arbitri e criteri di valutazione. Il campione dovrebbe tornare ad essere un punto di riferimento assoluto, riconosciuto e riconoscibile da tutti. Mi fermo qui, da una decina di righe ho sconfinato nell’utopia.
Siamo destinati a navigare a vista e quando i veri campioni da esibire saranno finiti, si sprofonderà tutti nella stessa noia che ha già avvolto la categoria regina.
Non ditemi che Ortiz, Stiverne, Pulev, Parker, Bellew, Povetkin vi fanno sognare…

 

Il segreto per diventare numero 1? Non combattere per due anni…

Sembra sia diventato impossibile parlare di pesi massimi senza parlare di doping.

Luis Ortiz è fuori dal mondiale del 4 novembre contro Deontay Wilder.
Mercoledì 4 ottobre il World Boxing Council, in una nota ufficiale, comunicava: “Il campione dei pesi massimi Deontay Wilder attende il risultato del doping test sul numero due classificato, lo sfidante Luis Ortiz. Lo sfidante ufficiale Bermane affronterà il numero sei della classifica Dominic Breazeale, il vincente di questo match affronterà il vincitore della sfida per il titolo”.

A un osservatore esterno risulta difficile accettare il fatto che il numero 1 debba affrontare il numero 6 per garantirsi un match per la cintura, quando il campione e il numero 2 si battono per il titolo. Ma questi sono dettagli nel mondo della boxe.

A meno di 24 ore di distanza sembra che il Wbc abbia deciso di non consentire a Luis Ortiz di affrontare Wilder.

A me risulta difficile anche capire perché Bermane Stiverne (prossimo ai 39 anni) sia il numero 1.
Nel gennaio 2015 ha affrontato Deontay Wilder per il titolo. È stato dominato (118-109, 119-108, 120-107), ma ha fatto di quella sconfitta ai punti un fiore all’occhiello: è l’unico ad avere chiuso in piedi contro il campione (38-0, 37 ko). Un paradosso che solo nella boxe può esistere.
Ma questo non basta. Dopo quel match Stiverne ha combattuto una sola altra volta, il 14 novembre 2015, battendo con fatica ai punti (96-93, 96-93, 95-94) e finendo knock down al primo round Derric Rossy che aveva un record di 30-10-0. Da quel giorno non è più salito sul ring.

Ed è il numero 1 del Wbc. Forte di questa posizione in classifica il 4 novembre al Barclay Center di New York affronterà Deontay WIlder per la corona dei pesi massimi.

Stranezza per stranezza, Tyson Fury, e non il British Boxing Board of Control, annuncia che la sua sospensione si è conclusa. Lo fa come al solito con un post su Twitter. Così, dopo avere minacciato di ritirarsi, di prendere una licenza negli Stati Uniti, di combattere senza licenza e molto altro ancora, ora ci dice che tornerà sul ring. In attesa di una conferma ufficiale da parte del BBBC, seguo incuriosito lo sviluppo degli eventi.

L’unica certezza resta la sfida per i titoli Ibf e Wba tra Anthony Joshua (19-0, 19 ko) e Kubrat Pulev (25-1-0, 13 ko) il 28 di questo mese a Cardiff.

I pesi massimi, dopo la piacevole parentesi di Joshua vs Wladimir Klitschko, hanno ripreso ad annoiarmi.