Tre fratelli sul ring nella stessa serata, i Montgomery non deludono: tre ko…

Tre fratelli sul ring nella stessa serata.
I Montgomery Brothers, allenati dal papà Michael sr, hanno entusiasmato Macon (Georgia) la loro città natale.
Tre vittorie per knock out, fino a questo momento in cinque match complessivi i fratellini hanno messo a segno altrettanti successi prima del limite. Per carità, sabato notte non c’erano grandi ostacoli davanti a loro, ma il modo in cui hanno risolto il problema rappresenta un segnale importante. Qualcosa si può comunque fare.
Da segnalare la bravura anche di chi gestisce il loro ufficio stampa. Giornali e siti web americani hanno riportato le loro storie, hanno raccontato la serata allo Shire Temple di Macon, hanno descritto il loro valore. E l’hanno sempre fatto allo stesso modo, con identiche parole. Il comunicato messo in circolazione da chi gestisce i Montgomery ha avuto lo stesso successo dei ragazzi sul ring.

Maliek detto Mayhem  ha vinto per kot 3 contro Calvin Smith (2-12-0). Maliek ha 22 anni e un record di 149-12 da dilettante. È l’unico cittadino di Macon ad avere vinto per due volte i Golden Gloves dello Stato. È alto 1.73 e boxa da superpiuma, era al suo secondo incontro da professionista. Il primo lo superato con un altro successo per kot. È stato nazionale della squadra USA. Ha cominciato a boxare quando aveva otto anni, gli piace anche il wrestling e la corsa campestre. Si è diplomato in Sports Marketing al Technical College della Georgia.

Mikhail detto 50-Khail ha 20 anni, boxa da dieci, è alto 1.70 e combatte da peso piuma. Da dilettante ha chiuso con un record di 120-12. Anche lui aveva già debuttato, vincendo per kot all’esordio. Sabato ha sconfitto per kot 2 Tony Jones.

Michael jr detto Six Speed ha 23 anni. Alto 1.80 combatte da peso welter. Da dilettante 150-20, da professionista è al debutto. Ha superato Edwin Aceves (0-2) detto Eddie.

Contento più di tutti papà Michael sr, anche lui ha boxato da professionista (7-4–0, 1 ko il suo record). Ha cominciato agli inizi degli anni Settanta mettendo in fila sei successi di fila (cinque ai punti e uno prima del limite). Si faceva chiamare Mike e governava abbastanza bene la sua carriera. Poi è accaduto qualcosa che capita a tutti. Ha perso un match. Era il 6 dicembre del ’77. È sceso dal ring ed è rimasto fermo per sei anni, quando è tornato non aveva più la forza di prima. Si è ritirato dopo avere messo assieme un deludente 1-3-0 nella seconda parte della carrieta. Ora guida i tre figli.

Burnett supera Zhakiyanov e porta a casa il titolo Wba/Ibf dei gallo

L’uomo dalle tre vite piange. Ha appena vinto il titolo Wba/Ibf dei gallo, ha unificato le corone. E piange. Ryan Burnett non ha avuto una vita semplice, ma è riuscito a superare ogni battaglia. L’ultima l’ha vinta contro Zhanat Zhakiyanov al termine di una lotta intensa, molto fisica, fatta di scorrettezze e cattiverie.

È stato un match sporco, giocato dalla corta distanza. Testa contro testa per gran parte delle dodici riprese, le braccia dell’uno che legavano quelle dell’altro, più per impedire di colpire che per cercare di andare a segno. Il kazako ha boxato in maniera monocorde, non ha mai saputo cambiare tema tattico. Si è attaccato all’irlandese e ha cercato di imporre una superiorità fisica che non c’era. Non si è mai lasciato lo spazio giusto per tirare i colpi. I ganci e qualche montante non avevano aria sufficiente per fare davvero male.

Burnett ha più varietà di azioni nel suo repertorio. Ha accettato la sfida, ma quando dopo sei round ha capito che se avesse continuato in quel modo avrebbe rischiato oltre il dovuto, ha fatto un passo indietro, si è guadagnato la media distanza e da lì ha comandato. Round tutto sommato in equilibrio, divisi da un paio colpi in più. Solo in due riprese, la sesta per Zhakiyanov e la nona per l’irlandese, la supremazia è stata netta.

Con il passare dei round Ryan Burnett ha trovato nuove traiettorie, ha fatto valere la sua migliore tecnica, ha piazzato quei rari diretti che sono rimasti colpi sconosciuti a entrambi per gran parte del combattimento. Ha vinto con merito, io avevo quattro punti di vantaggio come il giudice canadese Pasquale Procopio (non lo conosco, ma con un nome e cognome così se non ha origini italiane lui…).

Ha vinto il migliore, quello che ha saputo interpretare l’incontro attraverso più chiavi di lettura. Il kazako non ha mai provato a fare altro che accorciare la distanza e far pesare il suo vigore fisico. L’irlandese è riuscito a evitare il trappolone e nella seconda parte del mondiale ha portato a casa la vittoria.

A qualcuno piace la boxe sporca, vissuta con il costante contatto tra i due pugili, con pochi colpi puliti e tanti pugni a vuoto. A me no. Mi è accaduto in più di un round di annoiarmi. Per carità, merito ai due protagonisti. Hanno dato l’anima e un applauso nessuno glielo può negare. Ma la nobiltà del pugilato stavolta non l’ho proprio vista. Ed erano sul ring due campioni di sigla…

Sabato si torna a boxare. C’è il titolo dei massimi, Anthony Joshua contro Carlos Takam. Speriamo di vedere qualcosa di meglio.

RISULTATO – Mondiale gallo Wba/Ibf: Ryan Brunett (Irl, 53,296 kg, campione Ibf) b. Zhanat Zhakiyanov (Kaz, 53,183 kg, supercampione Wba) p. 12. Arbitro: Howard Foster (Ing). Giudici: Valerie Dorsett (Usa) 118-110; Pasquale Procopio (Can) 116-112; Carlos Sucre (Usa) 119-109.

Piloti, moto, vita e sport. Quarant’anni di racconti con il grande Paolino…

I giornalisti scrivono di altri giornalisti quasi sempre per criticarli, attaccarli, entrare in polemica con loro. E se proprio devono spendere degli elogi (ipocriti), lo fanno a collega defunto. Questo blog va da sempre controcorrente. Siete avvisati, qui si parla di un campione. Un campione di giornalismo. Se cercate velenosi commenti e poco onorevoli giudizi, potete anche chiudere il link. Qui si parla di una persona che stimo.

Conosco Paolo Scalera da una vita, a memoria (ma non fidatevi) sono oltre trent’anni. Ci siamo incontrati per la prima volta in Mauritania. Lui inviato di Motosprint io del Corriere dello Sport. Me lo ricordo benissimo quel momento. Paolo e Alberto Sabbatini che entrano di corsa nella hall dell’albergo di Nouakchott, la capitale, un’oasi di tranquillità. Prima e dopo quella città c’era il deserto con tutto il suo fascino, ma anche con ricordi di notti insonni e corse folli sull’auto guidata da autisti a volte stupefacenti. I due sono stanchi, distrutti, sporchi, ricoperti di sabbia. Ma la prima cosa che dicono appena incrociano un dipendente dell’hotel è: “Un telefono! Dove è un telefono?!”. Davanti a tutto c’è il servizio da trasmettere, il resto può aspettare. Erano i tempi in cui il nostro mestiere ci faceva sentire uomini davvero fortunati, ci portava in posti incredibili e ci regalava la gioia di raccontarli. Eravamo felici di essere giornalisti.

Su quella Parigi-Dakar ho scritto una storia, mi fa piacere riproporla.

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LA NENIA del Muezzin fende l’aria, entra nelle case. Ricorda ai fedeli l’obbligo della preghiera, ṣalāt al-ṣubḥ. Mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Sono le 4:30 del mattino di un caldo gennaio dell’87. Dopo tre ore la gente è in strada e io mi rivolto ancora nel letto. Gli uomini vestono i boubou, è l’abito tradizionale della Mauritania. Le donne hanno gli chechs, lunghi pezzi di lino avvolti attorno alla testa. Vagano tutti senza una meta. Lo scorrere del tempo assume una diversa unità di misura. Le distanze si misurano in ore di viaggio, non in chilometri.

Al mercato di Atar, appena dietro la piazza principale, la carne sui banchi dei macellai è avvolta da nuvole di mosche che si azzuffano per succhiare più a lungo gocce del sangue degli animali. Non si alza neppure una mano per scacciarle.

Poco più in là le donne pestano la polvere che servirà per colorare le tele dei boubou e degli chechs. Tutto attorno è confusione.

Ai tavoli di piccole trattorie offrono cous-cous e riso con carne di cammello. Non so raccontarne il sapore, ogni volta che me lo hanno proposto ho scosso il capo in un gentile segno di diniego.

Fuori dalla città c’è solo sabbia. Il sole martella di giorno e il freddo arriva puntuale la notte. Poi ci sono le mosche. Sono tante, mi sembrano milioni. C’è poca poesia nel primo impatto con il deserto della Mauritania, Sahara centrale.

Sto correndo incontro alla Parigi-Dakar. Una galoppata di cinquecento chilometri, dieci ore di strada dalla capitale Nuackchott attraverso un panorama che cambia continuamente. Distese sconfinate di sabbia, spruzzate di verde, migliaia di pietre. Poi di nuovo sabbia.

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Sono in macchina con due colleghi e un autista del posto. Viaggiamo a una media di 35 kmh. L’autista manovra il volante della Peugeot 504 come se stesse guidando un vecchio camion con rimorchio senza servosterzo. Poi tira fuori dal tascone del boubou un astuccio di cuio. Riempie il bocchino d’argento con una pallina di qualcosa assai simile al tabacco e aspira. Per una decina di minuti quella che era una tranquilla velocità di crociera si trasforma in un’andatura da Gran Premio, poi torna la calma. Fino alla successiva tirata.

Lungo il cammino incrociamo enormi copertoni, scheletri di auto bruciate. Comincio a fantasticare su quali misteriose storie si possano nascondere dietro quelle carcasse. In una delle soste confido i miei dubbi a un amico. Nessun mistero sono semplicemente le indicazioni per i concorrenti. E’ tutto segnato sul “road book”. Le auto bruciate sono il ricordo tangibile di imprese sfortunate chiuse con l’abbandono. Della gara e della macchina. Ora quelle auto servono come segnapista.

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Incontriamo solo due villaggi, San Just e Boisson, in cinquecento chilometri di strada. Case basse, senza tetto. Non piove molto da queste parti. Il vento è l’unica cosa che abbonda.

La macchina procede saltando da una buca all’altra. Non stiamo marciando sul tole oundulé, avvallamenti di sabbia alti dai tre ai cinque centimetri che con ritmo regolare tormentano per centinaia di chilometri i concorrenti nel deserto d’Algeria. Però i salti sono ugualmente fastidiosi e il mio rispettabile sedere ha tutto il diritto di lamentarsi. Solo 160 chilometri su 500 sono parzialmente asfaltati. Il resto è sassi e sabbia su piste che il vento nasconde. Finalmente arriviamo ad Atar.

René Metge, uno degli organizzatori, confessa un segreto.

E’ qui che i concorrenti scoprono perché chiamiamo “Inferno” il deserto della Mauritania. E’ nella tappa da Tiddjika ad Atar che se ne accorgono.”

L’ho capito anch’io, non è difficile. Dune alte fino a 400 metri ci si parano davanti. Quando arrivi ai loro piedi o hai la macchina in piena spinta e riesci a passarle, o ti blocchi e resti lì finché non arriva qualcuno ad aiutarti. Se ad accompagnarti c’è la signora sfortuna, arriva anche il vento che ti soffia contro. A quel punto tutto cambia aspetto e tu non sai neppure dove sei. Non ti resta che affidarti alla bussola di bordo. O, se ci credi, puoi cominciare a pregare.

Se hai la jella marchiata sulla pelle, può anche succedere che dopo avere superato l’inferno un cane ti tagli la strada e finisca la corsa tra le ruote della tua moto. Cadi e la vittoria sfuma all’improvviso. Chiedete a Neveu se volete una conferma.

La corsa ha così tanto fascino da conquistarti al primo impatto. Anche se è un’esperienza massacrante, non ce la fai proprio a odiare la Dakar. Come potresti davanti alle storie che sa raccontare?

C’è gente che si è persa e ha ritrovato la strada giusta seguendo una piccola stella indicatagli dai Tuareg. Chiedete a Batti Grassotti, torinese e unico italiano in gara con una Kawasaki 650.

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La Parigi-Dakar è perdersi al bivacco fra migliaia di tende la mattina all’alba subito dopo il briefing. O sentirsi con il morale a terra e la benzina che sta per finire proprio mentre sei in mezzo al deserto. E poi ritrovare il sorriso e la speranza succhiando carburante a un’auto cappottata e ormai fuori gara. Crudele, forse anche spietato. Ma sicuramente utile per salvarti.

Se la prendi per il verso sbagliato puoi pensare che sia un’avventura come tante.

A Lorenzo è accaduto proprio così. Lui è di Rovigo e ha partecipato a un concorso indetto da un’industria di calzature. Primo premio: la partecipazione alla corsa. E’ arrivato secondo, ma il vincitore si è rotto le dita della mano destra a due giorni dalla partenza ed ha rinunciato. Così è stato sostitutito da Lorenzo che si è presentato al raduno di Parigi con un materasso e un cuscino. Quando gli hanno spiegato che non era proprio così che si dormiva in pieno deserto, ha cercato di giustificarsi.

Senza cuscino non riesco a prendere sonno.”

Glielo hanno buttato in strada, perso per sempre.

Con sé aveva un coltello da foresta dell’Amazonia, tipo Jungle Jim. Lama enorme e dentro il manico cavo tutto l’occorrente per la sopravvivenza. Aveva anche gli ami da pesca, utilissimi nel deserto. Gli hanno chiesto perché non avesse portato il machete.

Era troppo grande, non entrava nella sacca.”

L’hanno subito soprannominato Rambo. Quando l’ho incontrato era giallo per la sabbia, aveva il viso rigato dalla fatica e poca voglia di parlare. Dubito che alla fine della storia continuerà a considerarsi come il fortunato vincitore di un premio.

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Questa corsa è anche il mostruoso Daf di Jan De Roy che tutti qui chiamano “L’Olandese Volante”. Quando arriva a sirene spiegate, moto e auto si fanno da parte. Il suo Turbotwin crea ammirazione e scompiglio.

Già l’aspetto del pilota, un gigante dallo sguardo cattivo, contribuisce a creare tensione. Dicono sia un iracondo. Non ho alcuna voglia di incontrarlo.

Ma non è solo lui a destare sgomento. Il suo Daf con il telaio in lega d’alluminio riesce a suscitare altrettanto timore. La parvenza di carrozzeria si limita alla lamiera della cabina, il resto è in vetroresina. Ha una potenza di mille cavalli, sedici marce e una velocità massima di 200 kmh.

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C’è odore di soldi ovunque. La Peugeot ha investito dieci miliardi nell’operazione. Macchine da trecento milioni che corrono in un Paese dove il reddito annuo pro capite è di 600.000 lire. Auto che consumano da fare paura: un litro ogni due chilometri. Marciano a velocità da Formula 1 con punte di 220 kmh e medie vicine ai 150.

Tanti soldi. Ma qui la gente è davvero povera. Te ne accorgi guardando i volti e le gambe dei bambini, la magrezza dei vecchi, i rarissimi negozi, i mercati all’aperto, la gente che cammina a piedi nudi sulla polvere di sabbia. Ne hai la certezza leggendo i rapporti del ministero della sanità francese. La Mauritania è la zona africana con la più alta percentuale di morti per malattie infantili. L’agricoltura offre un reddito striminzito, il commercio non dà vie d’uscita. La corsa regala un momento di allegria, non porta ricchezza e complica la vita.

Un circo infernale di 1500 persone che si spostano freneticamente, troppo veloci per lasciare una traccia.

E’ una gara massacrante. Sbalzi di temperatura che vanno dai 30° del giorno ai 7° della notte, poco tempo per recuperare la fatica, ancora meno per dormire. C’è poi la tensione della guida, gli scossoni, l’accumulo di stanchezza dopo avere guidato per settecento chilometri a ritmi pazzeschi.

Uomini vestiti di sabbia cavalcano moto che somigliano a mostri preistorici. Auto nascoste dagli adesivi degli sponsor volano verso la fine della loro avventura nel deserto. I nuovi eroi vanno a caccia dell’impresa sensazionale ficcandosi a testa bassa nel mistero. Amano i loro mezzi, forse più di quanto dicano di amare se stessi. Passano davanti alle meraviglie dell’Africa senza fermarsi.

Io sono stato scosso dal cielo nel deserto, dalla possibilità di girarmi attorno e guardare sino all’orizzonte senza vedere altro che sabbia, dai colori di quest’Africa povera, dall’unica oasi che ho incrociato lungo il cammino. Immagini di desolato squallore e magica bellezza.

A essere sincero, ho provato meraviglia anche davanti a una Coca Cola ghiacciata pagata cinquanta onguiyas, più o meno mille lire, in uno strano posto di ristoro spuntato dal nulla in mezzo al deserto.

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Altri hanno apprezzato col cuore il panorama. Patrick Tambay durante la tappa che portava da Nema a Ridijika voleva addirittura fermarsi per scattare delle foto. Il paesaggio l’aveva stregato. Il navigatore si è opposto. Urla, liti, poi finalmente l’accordo. Patrick continuava a pigiare sull’accelleratore e Lemoyne spingeva il pulsante per gli scatti della macchinetta. Hanno fatto splendide foto e hanno anche vinto la tappa.

Lascio Arat, prossima tappa Nouadhibou. La Parigi-Dakar continua e non posso neppure brindare al suo successo con un goccio di vino. In Mauritania l’alcool è proibito.

Paolo Scalera dal ’77 scrive con passione storie di piloti e di moto. C’è stato un tempo in cui le nostre strade si sono incrociate su sponde opposte. Lui pilota, io giornalista. Sono l’autore di un articolo temerario a cui un collega ancora più temerario diede come titolo “Scalera favorito a Vallelunga”. Paolino (sopra, in una foto di tanti anni fa, in sella a un’Aprilia AF1 250) ci fece fare bella figura. Quella gara la vinse.

Siamo stati vicini di banco al Corriere dello Sport-Stadio. Lui veniva da Motosprint, io ero da sempre al quotidiano di piazza Indipendenza. Amici veri, nonostante i nostri caratteri difficili. Ci siamo divertiti a lavorare. Abbiamo messo a segno qualche scoop in totale rilassatezza, altri dannandosi l’anima sono arrivati dopo. Nessuno vuol fare il fenomeno, siamo stati solo fortunati. In comune abbiamo anche quel pizzico di follia e disincanto che non ci fa sempre prendere la vita sul serio. Una risata spesso è la medicina migliore quando sembra che attorno a te ci sia solo il buio.

Scrivo queste righe dopo avere letto su Facebook un post di Mrc MotoGP: “MotoGP Journalist legend. He has been a MotoGP journalist since 1977“. È un campanello che mi ricorda che gli anni passano in fretta, ma sottolinea anche come, dopo quattro decenni, Paolo sia riuscito a conservare l’entusiasmo di una volta.

Ha lasciato il Corriere dello Sport, con cui continua a scrivere da collaboratore, e si è dedicato totalmente al sito che ha inventato: GPOne (http://www.gpone.com), un successo di cui deve andare fiero ancora più dei colpi messi a segno in carriera.

Così Paolino si racconta sul sito.

MI SONO sempre piaciute le corse, forse perché da bambino vedevo le foto di mio padre Luciano sulla Rumi. Correre è vivere. Mi piace farlo a piedi, e anche in moto ma le mie esperienze sono state amatoriali: derivate di serie, campionato juniores 250. Così ho cominciato a scrivere di motociclismo. A un certo punto ho preso la mia Fiat 500 – è ancora in garage! – e sono partito per i Gran Premi del lontano Nord, in tenda: Svezia, Finlandia, Inghilterra. Nel 1977 è nato Motosprint e da collaboratore ne sono diventato l’inviato. Un’esperienza bellissima, fra gente appassionata come me. Gioie e dolori. La perdita di un collega, Beppe De Tommaso, mi ha spalancato le porte della Parigi-Dakar (nella foto sotto nell’edizione 1984, assieme a Juan Parcar e Toni Merendino). Un amore travolgente, dapprima da giornalista, poi da “pilota”. Otto anni di avventura con la fortuna di aver trovato un amico, Gigi Soldano che mi introdotto nel mondo della fotografia. E sono stati libri. Poi nel 1987 è arrivata la chiamata del Corriere dello Sport. Ho pensato, ora si inizia a lavorare seriamente, è finito il divertimento, ed invece nel grande quotidiano ho allargato gli orizzonti all’auto con la F.1. Ed è stato allora che ho capito che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. In moto con Eddie Lawson nel deserto del Mojave, con Freddie Spencer in Lousiana, in macchina a Monza con Nannini. Le ore ad aspettare Alain Prost ai tempi della Ferrari, i silenzi carichi di significato di Ayrton Senna prima di darti una risposta. Avevamo tutti la stessa età. Ma la volete sapere una cosa? Correre, e seguire le corse, aiuta a non invecchiare. Per questo nel 1999 ho fondato GPone.com. E per questo, ora, proverò a raccontarvi cosa c’è dietro questa grande passione che giustamente gli americani chiamano ‘The Need for Speed’.”

Paolino è stato uno sportivo praticante: pilota di moto, nazionale di pentathlon moderno e maratoneta con tempi da invidiare. È un bravo giornalista, un amico.
Se amate lo sport, continuate a leggere Paolo Scalera.
E poi, ama il pugilato…

 

 

Domani a Macon (Georgia), tre fratelli saliranno sul ring nella stessa serata…

Domani tre fratelli saliranno sul ring nella stessa serata.

Macon è una città al centro della Georgia, poco meno di 140 chilometri a sud di Atlanta. È lì, allo Shrine Temple al numero 22 di Mecca Drive, che si svolgerà l’evento. Non so quanti precedenti abbia, di certo è una rarità.

In programma i Montgomery Brothers (la foto sotto è tratta dal profilo Facebook di Maliek), allenati (e non poteva essere altrimenti) dal loro papà Michael sr.

Maliek detto Mayhem ha 22 anni e un record di 149-12 da dilettante. È l’unico cittadino di Macon ad avere vinto per due volte i Golden Gloves dello Stato. È alto 1.73 e boxa da superpiuma, è al suo secondo incontro da professionista. Il primo lo ha vinto per kot. Affronterà Calvin Smith (2-11-0). È stato nazionale della squadra USA. Ha cominciato a boxare quando aveva otto anni, gli piace anche il wrestling e la corsa campestre. Si è diplomato in Sports Marketing al Technical College della Georgia.

Mikhail detto 50-Khail ha 20 anni, boxa da dieci, è alto 1.70 e combatte da peso piuma. Da dilettante ha chiuso con un record di 120-12. Anche lui ha già debuttato, vincendo per kot all’esordio. Domani incontrerà Tony Jones.

Michael jr detto Six Speed ha 23 anni. Alto 1.80 combatte da peso welter. Da dilettante 150-20, da professionista è al debutto. Si batterà contro Edwin Aceves detto Eddie, anche lui al debutto.

La palestra in cui hanno cominciato non poteva che essere Team Montgomery Boxing.
Il coach Michael sr ha boxato da professionista (7-4–0, 1 ko). Ha cominciato agli inizi degli anni Settanta mettendo in fila sei successi di fila (cinque ai punti e uno prima del limite). Si faceva chiamare Mike e governava abbastanza bene la sua carriera. Poi è accaduto qualcosa che capita a tutti. Ha perso un match. Era il 6 dicembre del ’77. È sceso dal ring ed è rimasto fermo per sei anni, quando è tornato non aveva più la forza di prima. Si è ritirato dopo avere messo assieme un deludente 1-3-0 nella seconda parte della carrieta. Ora guida i tre figli.

Si combatte domani, sabato 21 ottobre.
Venticinque dollari per entrare, quarantacinque per una sedia a bordo ring.
I Montgomery sono certi che riempiranno lo Shrine Temple.

Le tre vite di Ryan Burnett, il campione a cui Belfast ha dedicato un murale

Ryan aveva il telefono attaccato all’orecchio, ma le parole che arrivavano dall’altro capo del filo sembravano venire da un’altra dimensione. Il suono era confuso, ovattato.

La realtà era che lui quella frase non voleva proprio sentirla.

Le gambe erano diventate molli mentre un freddo glaciale l’aveva assalito senza pietà.

“Mi dispiace. La TAC ha evidenziato un problema al cervello. Non può più praticare la boxe”.

Il neurologo ripeteva per la seconda volta quella che aveva tutta l’aria di essere una sentenza senza appello.

Era il 2011, Ryan aveva diciannove anni e stava per diventare professionista con il club di Ricky Hatton.

Paradossalmente era stata l’ultima parte della telefonata (non può più praticare la boxe) a mandarlo nel panico. Qualsiasi altra persona sarebbe rimasta sconvolta dell’inizio del discorso (la TAC ha evidenziato un problema al cervello), ma un pugile spesso vede le cose allo specchio. Al contrario del resto dell’umanità. Non a caso se c’è un pericolo sul ring lui ci va incontro, cercando di eliminarlo ma sicuramente non fuggendo mai.

Ryan Burnett era pallido, stanco, deluso, avvilito.

Aveva quattro anni quando gli avevano scattato la prima foto con un paio di guantoni sulle mani. Ne aveva nove al debutto in palestra, undici al match d’esordio.

A 15 aveva cambiato palestra. Dal quella del St Patrick College si era trasferito alla Holy Family Boxing Club di Gerry Storey. Un posto dove non guardavano le differenze, non c’era diverso trattamento per i ragazzi, qualsiasi credo politico o religioso professassero.

Il percorso dilettanstico l’aveva chiuso con un onorevole record di 94-0 e una medaglia d’argento ai Mondiali Youth.

Adesso era arrivato il momento di fare il grande passo.

Ma era arrivata la telefonata di quel neurologo.

“Mi dispiace. La TAC ha evidenziato un problema al cervello. Non può più praticare la boxe”.

Ryan e Brian Burnett, figlio e padre, non si erano arresi. Nella battaglia li aveva aiutati Ricky Hatton. Visite specialistiche, cure, nuovi esami. Ancora visite, cure e esami. Un anno di tormento, ma alla fine era arrivata un’altra telefonata. Stavolta Ryan l’aveva capita al primo colpo.

“Lei è idoneo. Può tornare sul ring, corre gli stessi pericoli che corre qualsiasi persona che decida di fare del pugilato la sua professione”.

Esordio nel maggio del 2013, a ventuno anni.

Quattro match, tre vittorie per ko e uno ai punti.

Tutto sembrava filare liscio.

I Burnett erano una famiglia unita. Tre fratelli, un papà che seguiva la carriera di quello mediano, l’unico che avesse scelto la boxe. Una mamma occupata a tenere a bada gli uomini di casa. L’Irlanda del Nord nel sangue, Belfast nel cuore.

Il pugilato era entrato d’impeto nella vita di Ryan.

Da piccolino vedeva il papà impegnato nella boxe di strada, quando aveva comincitato a crescere si era unito alle risse. Picchiava e le prendeva, a scuola o in strada non faceva differenza. Era quasi sempre il più piccolino, ma difficilmente si faceva intimidire.

Nel 2014 un cambio brusco aveva sconvolto la sua esistenza.

Per motivi che non ha mai voluto rivelare, l’accordo con Ricky Hatton si era rotto. Doveva trovare un altro allenatore, un nuovo promoter. E soprattutto lui e il papà dovevano trovarsi una nuova casa. Soldi in tasca ne avevano pochi, non bastavano di certo per pagare l’affitto.

Per sei settimane i Burnett erano diventati dei senzatetto, avevano dormito all’interno di una jeep che gli era stata data in prestito dallo stesso Hatton.

Ma, si sa, gli irlandesi hanno la testa dura. Non si arrendono mai. E così i Burnett hanno continuato a lottare. Hanno trovato un nuovo coach, Adam Booth che Ryan chiama La Bibbia per la sua onniscenza pugilistica, hanno aperto la caccia a un promoter che volesse investire sul ragazzo.

Match del nuovo esordio il 22 novembre 2014.

Il viaggio era appena ricominciato.

Poco meno di tre anni dopo è arrivata l’occasione mondiale. Proprio a Belfast, proprio davanti ai suoi amici. L’altro si chiama Lee Haskins. Burnett lo domina per dodici round, lo mette al tappeto nella sesta e nell’undicesima ripresa. Al momento del verdetto saltella felice sul ring, poi sente la voce del ring announcer e un brivido freddo gli attraversa la schiena.

Split decision: 119-107, 119-107, 108-118.

Ero davanti alla tv e mi stavo chiedendo chi fosse quel folle che aveva partorito un verdetto che sembrava il frutto della mente di un alieno.

Quel tizio si chiama Clark Sammartino.

Cosa fosse accaduto l’ha spiegato il promoter Eddie Hearn.

“Il giudice ha confuso i due pugili, assegnando all’uno il punteggio dell’altro”.

Come è possibile?

“Per due volte ha chiesto a un fotografo a bordo ring chi fosse Haskins”.

Il fotografo gli ha dato l’indicazione sbagliata?

“No, ha risposto correttamente. Gli ha detto: Haskins è quello nell’angolo rosso”.

E allora perché Sammartino si è confuso?

“Perché ha capito: Haskins è quello con i pantaloncini rossi”.

Piccola aggiunta. Haskins e Burnett avevano i loro nomi scritti a caratteri cubitali sui pantaloncini.

Clark Sammartino ha stilato il cartellino lo scorso 10 giugno.

Sabato 28 ottobre entrerà nella Hall of Fame del Connecticut.

Torniamo al giovane Ryan, un ragazzo di 25 anni che ama i vecchi film, ascolta Frank Sinatra e ha visto almeno cinque volte “Il miglio verde”.

Vinto in titolo Ibf dei gallo, sabato a Belfast si batterà per l’unificazione contro il kazako Zhanat Zhakliyanov, super campione per la Wba che all’angolo avrà proprio Ricky Hatton.

Burnett torna a casa.

“Figliolo qui hanno dipinto un enorme murale con la tua figura”.

La mamma, orgogliosa e felice, gli ha telefonato per dargli la bella notizia.

E lui si è commosso.

L’Irlanda del Nord nel sangue, Belfast nel cuore.

Sempre.

Diretta televisiva su FoxSports Plus

Il titolo Ibf, Wba dei gallo tra Ryan Burnett (17-0, 9 ko) e Zhanat Zhakliyanov (27-1-0, 19 ko) sarà trasmesso in diretta da FoxSports Plus, canale 205 del bouquet di Sky a conclusione della partita di Champions League di volley femminile (il collegamento avrà inizio tra le 22:00 e le 22:30). Repliche domenica alle 10:30 su FoxSports (canale 204) e alle 17:30 su FoxSports Plus (205). Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran.

 

 

Salvatore Cherchi: Takam è veloce e potente, può battere Joshua

Salvatore Cherchi è da una vita nella boxe.

L’ho conosciuto alla fine degli anni Settanta, nello scantinato di una vecchia palestra romana dove ero andato per intervistare Rocky Mattioli.

È stato a lungo al fianco di Umberto Branchini e quando il Cardinale se ne è andato per sempre, Salvatore si è messo in proprio.

Ha gestito i campioni del mondo Giovanni Parisi, Vincenzo Nardiello, Stefano Zoff, Michele Piccirillo, Christian Sanavia, Silvio Branco, Simona Galassi, Giacobbe Fragomeni.

È a capo della OpiSince82, società che ha le sue origini nella vecchia Opi inventata da Umberto Branchini, quella in cui si muoveva da protagonista un giovanissimo Giovanni Branchini oggi tra i più importanti procuratori di calcio del mondo.

Negli ultimi tempi avevo sentito Salvatore carico di nuovo entusiasmo. Stava inseguendo un sogno. Quando me ne parlava ascoltavo, ma dentro di me pensavo fosse di difficilissima realizzazione.

E invece ieri notte ce l’ha fatta.

Un suo pugile, Carlos Takam (35-3-1, 27 ko), si batterà per il titolo più prestigioso. Quello dei pesi massimi. Il 28 affronterà nello stadio di Cardiff l’imbattuto Anthony Joshua (19-0, 19 ko) per i titoli Wba e Ibf.

 

Salvatore, quale è il tuo rapporto di lavoro con Takam?

“Sono il suo promoter”.

Da quanto tempo lo hai sotto contratto?

“Due anni”.

Quando avete saputo che si sarebbe battuto per il mondiale?

“Eddie Hearn ci aveva detto di tenerci pronti nel caso in cui Pulev non potesse rispettare l’impegno. In pratica sapevamo di essere la prima scelta in caso di forfait sino dalla firma dell’accordo tra il campione e lo sfidante ufficiale. Se Pulev avesse affrontato Joshua, Takam avrebbe combattuto il 4 novembre a Montecarlo”.

Dove si sta allenando Carlos?

“A Parigi con il suo maestro Joseph German, lo stesso che ha portato JeanMarc Mormeck a battersi a livello assoluto”.

Match terribile quello contro Joshua, pensi che Takam abbia una possibilità di vittoria?

“Ne sono convinto”.

E cosa ti spinge ad essere così ottimista?

“Carlos sul ring ha una grande intelligenza tattica, è veloce e potente. E ha un sinistro che potrebbe creare qualche problema al campione. È esperto, si muove bene e picchia. L’altro è un grande pugile, ma qualche difetto in difesa ce l’ha. Sarà durissima, ma credo che il mio assistito possa uscirne vincitore”.

Che tipo è Carlos Takam?

“Una persona seria. Uno che non ha vizi. Non beve, non fuma e la sera va a dormire presto come ogni atleta che voglia arrivare al massimo. Vive da solo a Parigi, non ho mai avuto alcun dubbio su di lui”.

Quale è il suo peso attuale?

“Centodieci, centododici chili”.

Non è un po’ troppo per uno che non arriva a 1,90?

“No. Se lo vedi sul ring ti sembra un armadio. È compatto, muscoloso, resistente”.

Quando ti sei convinto che potesse puntare al massimo?

“Fin da quando l’ho preso. Ho subito avuto fiducia in lui. E poi l’ho visto contro Joseph Parker. Il match era suo, poteva vincerlo prima del limite. Ha dato una grande dimostrazione di sostanza pugilistica”.

Credo sia quasi impossibile che possa battere Joshua. Ma se invece dovessi avere ragione tu, cosa accadrebbe dopo?

“Cercherei di fargli fare tre difese e poi mi farei da parte. Giro il mondo per passione, mi danno l’anima, lavoro sodo. È tempo di rallentare. Se dovesse davvero andare come sogno, mi ritaglerei un ruolo da supervisore e lascerei campo libero ai miei figli. Christian e Alessandro sono bravi, stanno facendo la giusta esperienza e sapranno farsi valere”.

In bocca al lupo, Salvatore.

“Dario, io il lupo me lo mangio…”

Pulev infortunato, il 28 vedremo Joshua vs Takam su FoxSports

Kubrat Pulev (25-1-0, 13 ko) non affronterà Anghony Joshua il 28 ottobre allo stadio di Cardiff. Si è infortunato alla spalla e ha dovuto dichiarare forfait.

Eddie Hearn aveva poco tempo per trovare un sostituito e per trovarlo all’altezza, c’è riuscito. Per sua fortuna si era premunito. Nel momento stesso in cui aveva chiuso l’accordo con Pulev aveva avvertito il clan di Carlos Takam di tenere in allenamento il pugile nell’eventualità che lo sfidante ufficiale dovesse avere qualche problema.

Takam è anche in linea con il regolamento Ibf che prevede per le difese obbligatorie di rivolgersi al primo disponibile della classifica per un’eventuale rimpiazzo. Il pugile e il suo clan hanno immeditamente accettato l’offerta.

Carlos Takam, francese di origini camerunensi, ha 36 anni e un record di 36-3–1, 27 ko. Le due ultime sconfitte le ha subite contro l’attuale campione del Wbo Joseph Parker, ai punti al termine di un match combattuto e contro Alexander Povetkin per kot 10, dopo che per otto round era riuscito a rimanere in parità sui cartellini dei tre giudici.

Il mondiale massimi valido per Wba e Ibf tra Anthony Joshua e Carlos Takam sarà trasmesso in Italia da FoxSports che nell’occasione manderà in onda l’intera serata che comprenderà, tra l’altro: Khalid Yafai (22-0) vs Sho Ishida (24-0) titolo Wba supermosca; Lenroy Thomas (21-4-0) vs David Allen (12-3-1) titolo del Commonwealth pesi massimi; Frank Buglioni (21-4-0) vs Callum Johnson (16-0) titolo del Commonwealth pesi mediomassimi; Anhai Esther Sanchez (17-2-0) vs Katye Taylor (6-0) titolo leggeri Wba donne.

Se ne è andato Valter Cevoli, pugile gentile e coraggioso

Valter era un ragazzo educato. Bastava guardarlo in faccia per capire che potevi fidarti di lui. Riusciva addirittura ad arrossire per un complimento.

Non cercate il nome di Valter Cevoli tra gli italiani campioni del mondo, per essere un campione non bisogna necessariamente conquistare quel titolo.

Non viaggiava su livelli di eccellenza assoluta, ma era bravo. Un mediomassimo che sapeva tirare di boxe. Elio Ghelfi era stato il maestro che l’aveva messo su giorno dopo giorno, arrivando a realizzare un piccolo capolavoro.

Non dovevate farvi ingannare da quel viso gentile e dai modi da figliolo a modino. Se c’era da tirare fuori il carattere lui sapeva farlo.

Il 15 aprile dell’83 è la data, credo, più importante della sua carriera. È andato a Mugnano, in casa del rivale, a prendersi il titolo italiano della categoria. Ha sconfitto ai punti Gennaro Mauriello, uno che fino a quel momento non aveva mai perso, idolo di un pubblico che ha (come era normale che fosse) tifato per lui sino alla fine. Poi ha applaudito Valter, il vincitore.

E lui ha sorriso. Niente follie, niente dichiarazioni sopra le righe.

Valter Cevoli era fatto in questo modo. Godeva in silenzio, quasi temesse di disturbare. Io lo ricordo così.

Elio Ghelfi descrive il loro primo incontro nel suo libro “Con i miei sogni all’angolo del ring”: “Uno degli Zavattini, il “Nano” (un vero mago della preparazione dei trottatori, aveva allevato fior di campioni), un pomeriggio venne in palestra. Accompagnava un ragazzo alto e decisamente grasso. Mi chiamò in disparte, mi parlò all’orecchio come se volesse dirmi chissà quale segreto: Questo ragazzo è un purosangue. È un vero campione. Con questo Elio, andiamo lontano”.

Al ragazzo piaceva lavorare, si impegnava, dimagriva. Ma era ancora grezzo nei movimenti e il maestro cominciava a dubitare. La testa però era quella giusta. Si applicava e imparava alla svelta.

Ben presto Ghelfi capì che il tutto il tempo passato in palestra con lui era stato ben speso…

Non avrei mai pensato che potesse diventare un pugile tecnicamente tanto bravo. Invece Valter imparò quel pugilato del quale ero e sono ancora innamorato. Un pugilato fatto di tecnica, mobilità e gioco di gambe” (ancora dal libro autobiografico del maestro riminese).

Campione italiano delle Forze Armate, bronzo ai Mondiali Militari, campione italiano agli Assoluti dilettanti di Fano, nazionale.
Poi il passaggio al professionismo con il grande Umberto Branchini che aveva un debole per i suoi modi gentili, l’educazione. Ma anche per le qualità del pugile: sempre in linea, sempre col tempo giusto, rapido. Non aveva grande potenza, una pecca che ne ha limitato i successi ai confini nazionali, ma l’arte della boxe la conosceva più che bene.

Ha esordito nel marzo del 1980. È rimasto sul ring fino al maggio dell’85 chiudendo con un record di 29-3-1, due sconfitte con Mauriello e una con Bonny McKenzie agli inizi. Vittorie ancora su Mauriello, Lazzari, Freo e Peralta.

Ieri pomeriggio ho aperto Facebook e ho appreso della sua morte da un post dell’amico Gualtiero Becchetti.

“Oh, no!”, mi è uscito di getto.

Quando mia moglie ha chiesto cosa fosse successo, le ho detto: “È morta una brava persona”.

L’avevo conosciuto bene negli anni in cui era in attività, l’avevo rivisto raramente. Non l’incontravo da tanti anni. Eppure quando ho letto la notizia, quando ho rivisto le sue foto ho capito che quell’esclamazione mi era uscita direttamente dal cuore.

Ha fatto parte degli anni della mia maturità professionale, ero un giornalista curioso di capire che cosa fosse davvero la boxe.

Andavo spesso a Rimini, mi ci portavano Loris e Maurizio Stecca, ma anche Pira, Cevoli e Righetti. Andavo volentieri in Romagna dove avevo conosciuto un signore con cui era nata un’amicizia.

Elio Ghelfi era diventato la mia guida nel pugilato, la palestra della Libertas Rimini sotto lo stadio di calcio era l’università dove studiare.

Vogliamo essere forti come lo sei sempre stato tu papà, ti porteremo nel cuore con orgoglio per il grande uomo che sei stato e per ciò che ci hai insegnato“, così il figlio Andrea ha dato il triste annuncio sul suo diario Facebook.

Cevoli aveva 59 anni e faceva parte dei ragazzi dell’Ottanta, quelli magici per il nostro pugilato.
Se ne è andato per sempre in un pomeriggio di metà ottobre e io sono qui avvolto in una grande tristezza.

Riposa in pace Valter.

La mamma di Kuba: “L’organizzatore mi ha offerto dei soldi, tanti”

Il coroner capo della Contea di Norfolk, Jacqueline Lake, continua i suoi interrogatori.
Oggi ha ascoltato la mamma di Jakub “Kuba” Moczyk, il 22enne morto nel novembre scorso in seguito a un ko subito sul ring dell’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra.
La signora Jolanda Smigaj (nella foto accanto al compagno) ha detto essere stata avvicinata, fuori dall’ospedale dove il figlio era in coma, da Aurelius Kerpe che le avrebbe offerto dei soldi, tanti.
“Mi ha chiesto quanti ne volessi, 20.000, 30.000 sterline. Il mio compagno era con me. È tutto molto strano, dall’inizio alla fine”.
La signora ha confermato la versione della figlia, la gemella di Jakub, sul ritardo dell’ambulanza che sarebbe arrivata soltanto un’ora dopo la chiamata.

Aurelius Kerpe ha negato di avere fatto quelle offerte in denaro, ha aggiunto di avere messo a disposizione 1.500 sterline come “donazione” che “veniva dal cuore, dopo aver porto le condoglianze”.
Ha negato anche di essere l’organizzatore della riunione. Ha detto di essere stato avvicinato perché ha vent’anni di esperienza nella boxe. Gli avrebbero chiesto di aiutarli “ad allestire l’evento, a ordinare il ring, contattare l’arbitro e fare il tabellone degli accoppiamenti”.
Quando il medico legale gli ha chiesto se avesse controllato l’efficienza del servizio medico prima della riunione, ha replicato: “Non rispondo alla domanda”.

Falcinelli nuovo presidente (a interim) dell’Aiba. Congresso Straordinario a novembre…

Il Comitato Esecutivo dell’Aiba, con 15 voti su 17 a favore, ha ufficialmente nominato Franco Falcinelli presidente a interim dell’Aiba dopo che nei giorni scorsi il Comitato Disciplinare aveva sospeso il presidente Wu Chun-Kuo, in carica dal 2006.

La ratifica della qualifica fino alle prossime elezioni avverrà nel Congresso Straordinario che si terrà il prossimo mese.

È stata una decisione naturale, essendo in pratica imposta dall’articolo 39.3 dello Statuto Aiba che dice: “If the President is unable to exercise his powers for a prolonged period due to absence or illness, the Vice President who has served the longest period will act as Interim President, this for a maximum of one (1) year until an Extraordinary Congress is called and a new President elected”. In pratica se il Presidente non è in grado di esercitare per un periodo prolungato i suoi poteri per assenza o malattia (la sospensione disciplinare è stata considerata paritaria alla “assenza”) il suo posto viene preso da chi ha esercitato per il periodo più lungo il ruolo di vice presidente. Falcinelli rientra nel profilo tratteggiato dalla regola.

Il direttore esecutivo dell’AIBA William Louis-Marie ha rilasciato questa dichiarazione ufficiale: “Oggi 15 membri su 17 del Comitato Esecutivo hanno votato a favore di Franco Falcinelli come presidente provvisorio dell’AIBA sino alla decisione finale della Commissione Disciplinare in relazione  alla sospensione del presidente Ching-kuo Wu”.

In pratica, a novembre si terrà un Congresso Straordinario per fissare le strategie davanti a tutte le Federazioni Nazionali affiliate all’Aiba. La situazione dell’Ente e del pugilato è estreamente grave. L’Aiba, secondo l’Interim Management Committee (IMC: il Comitato Provvisorio nato durante il Congresso di Mosca del luglio scorso) ha avuto una cattiva gestione finanziaria che l’ha portata sull’orlo della bancarotta con un debito di oltre tredici milioni di euro e altri ammanchi in sospeso. L’IMC conta su cinque membri: l’italiano Franco Falcinelli, Terry Smith (Galles), Pat Fiacco (Canada), Alberto Puig De La Barca (Cuba) e Mohamed Moustahsane (Marocco). Saranno loro a gestire il Congresso Straordinario in cui si dovranno delineare le linee future e stabilire il momento dell’elezione del prossimo presidente.

Tutto lascerebbe pensare che sia proprio Falcinelli a prendere in mano il comando dell’Aiba. Wu infatti ha conservato solo l’appoggio di un ristretto gruppo di nazioni che hanno poca forza politica. Ma da qualche tempo circola con insistenza la voce che dietro l’intera manovra ci sia la lunga mano del Kazakhistan, nazione ricca e potente politicamente che vorrebbe prendere il comando delle operazioni. Si tratterà di capire se vorrà farlo subito o aspettare dopo Tokyo 2020.