Tyson Fury annuncia che nel 2018 metterà ko Joshua, Wilder e Parker…

Tyson Fury è un fuoriclasse della comunicazione.
Sa promuovere il suo personaggio, sa cosa cercano i giornalisti per tirare giù articoli e titoloni.
Fermiamoci un attimo e guardiamo i fatti prima di cominciare ad ascoltare le parole dell’illusionista.
Tyson Fury non combatte dal 28 novembre 2015.
Due anni fermo. Niente palestra, anche se lui ha raccontato di sessioni di sparring che nessuno ha visto.
È andato vicino alla depressione, ha sofferto terribilmente l’isolamento mediatico, è stato trovato positivo alla cocaina, la commissione antidoping lo ha denunciato e il British Boxing Board of Control gli ha tolto la licenza di pugile.
Non sì è allenato, ha accumulato grasso in quantità. Tre mesi fa dicono fosse arrivato a 165 chili, una cinquantina sopra il peso forma  (foto sopra).
Ha annunciato il ritiro, poi il rientro, quindi di nuovo il ritiro, per poi tornare al rientro.
Ha insultato amici, avversari, manager, giornalisti e dirigenti.
Raramente è stato visto sereno.
Questi i fatti.


Lui racconta altre cose.
Pubblica un tweet in cui dice che il BBBC gli ha dato via libera, il che farebbe supporre che presto gli sarà restituita la licenza. Ma poi il presidente del BBBC va in televisione da Sky UK e dice: “La situazione è molto semplice. Il team legale di Fury deve concordare una data per il proseguimento dell’udienza. Noi siamo pronti, la commissione antidoping è pronta, ma loro non si fanno sentire. Anche noi vorremmo rivederlo sul ring, ma deve risolvere prima le sue questioni personali”.
L’udienza conclusiva avrebbe dovuto svolgersi in maggio, è stata rinviata a fine anno. Sino  quando gli avvocati di Tyson Fury non fisseranno con la controparte una data, il pugile resterà nel limbo e non potrà salire sul ring.


Secondo punto.
L’ex campione dei massimi annuncia il suo calendario di prestazioni per il 2018.
“Primo match in aprile, poi in estate, il terzo a fine anno”.
La vedo dura. Fermo da quasi trenta mesi, si ripresenterebbe sul ring dopo avere lasciato lungo la strada cinquanta chili. E rientrerebbe non per fare dei match tanto per riprendere confidenza con la boxe, no. Lui ha altri programmi.
“Metto Joshua ko prima dell’ottavo round, poi mi sbarazzo di Wilder”.


Il terzo match sarebbe con Parker, e anche per lui è ovviamente prevista la stessa fine…
Non contento, va oltre.
“Il mio match contro Joshua ricorderà quello di Ali contro Foreman a Kinshasa. Rumble in the jungle. Date ai britannici La più grande sfida di sempre, coinvolgiamo Lennox Lewis e Frank Bruno”.
La modestia è sempre stata il suo forte.
“Ho il più grande gioco di gambe del mondo. Contro Joshua vincerò solo spostando i piedi. Non puoi colpire quello che non vedi”.
Frase copiata, ma l’originale di Muhammad Ali resta decisamente più poetico: “Le mani non possono colpire quello che gli occhi non possono vedere”.
Joshua e il suo sodale Eddie Hearn prendono l’occasione al volo e parlano di contatti, possibilità, ipotizzano addirittura delle date.
Al momento la possibilità più reale è che Tyson Fury non torni più a combattere.
Ma se volesse smentire questo pronostico dovrebbe prima tornare ad allenarsi, sottoporsi a una dieta ferrea e prolungata, soffrire, dannarsi l’anima e sostenere almeno un match di rientro. A sentirlo parlare, i dubbi crescono.
Salve a tutti, appuntamento alla prossima sceneggiata…

Sarah ha sconfitto il cancro, grazie alla boxe ha imparato a lottare. E adesso…

Sarah è una donna forte.
Quando le hanno detto che aveva un tumore al collo dell’utero ha pianto, ma è durato poco. Ha stretto i denti e ha deciso di lottare.
Poi le hanno spiegato che, anche se l’operazione fosse andata bene, non avrebbe potuto più avere figli.
Un altro duro colpo da incassare.
Ha cominciato a dubitare di avere un futuro.
L’operazione è andata bene. La vita ricominciava. Con un macigno sulla testa, ma ricominciava.
Era il 2011.
Due anni dopo ha voluto sfidare se stessa. Ha lasciato Brisbane, è andata a Canberra ed è entrata in una selezione di quaranta persone tra uomini e donne, il premio per i due vincitori era una borsa di studio. Sarebbero stati pagati per fare i pugili.


La storia di Sarah McFarlane l’ha raccontata il giornalista Eammon Tiernan sul The Canberra Times, a corredo del servizio le foto di Sitthixay Ditthavong.
Dice Sarah.
“Sembrava di essere in un campo di addestramento per marine. Appena arrivati ci hanno detto di chiamare casa e salutare i parenti, per alcuni giorni non ci sarebbe stato più permesso. Si sono fatti consegnare i telefonini, ci hanno dato dei numeri al posto dei nostri nomi. Ogni mattina chiamavano qualche numero e lo informavano che era fuori dal programma. Sono stati cinque giorni duri, ma alla fine ho sentito il mio numero. Ce l’avevo fatta. Avevo la borsa di studio”.
Detta così sembra facile. Ma questa donna ha dovuto lottare contro più problemi. La massa grassa del corpo era calata, si sentiva debole per colpa del cancro e delle terapie impiegate per sconfiggerlo. Più di una volta ha pensato che il suo futuro di atleta fosse finito. E per fortuna la diagnosi del tumore era stata precoce, l’operazione aveva scacciato l’incubo.
Quando è tornata in palestra dopo la selezione ha ricominciato ad allenarsi duramente. A spronarla c’erano le compagne, il coach e quattro nomi scritti sulle pareti del locale. I nomi dei pugili che avevano scritto la storia di quel posto.
Una vittoria dopo l’altra, fino alla conquista dei Golden Gloves.
Il pomeriggio dopo il successo è entrata nel ginnasio e ha pianto, stavolta di felicità.
Accanto ai quattro campioni ha visto scritto anche il suo nome.
Sarah McFarlane sarebbe stata lì per sempre.

Le sorprese non erano finite.
Nel 2015 si stava preparando a un torneo. Correva, lottava, sudava ma non riusciva a calare di peso.
Il combattimento era un vero supplizio, più per rientrare nel limite dei 54 kg, la sua categoria, che per misurarsi con le avversarie.
È andata dal medico.
“Signora, lei è in stato di gravidanza”.
“Non è possibile, io dopo l’operazione non posso avere figli”.
“Mi creda signora, lei è in stato interessante di nove settimane. Difficile che possa sbagliarmi”.
Il pugilato l’ha aiutata ad andare avanti, le ha insegnato a combattere. E ora i suoi sacrifici sono stati ricompensati dal dono più grande. Anche perché inaspettato.
“Il piccolo è nato ed è stato la cosa migliore che abbia fatto nella mia vita, anche se ha scelto il momento sbagliato per venire al mondo – scherza – Le ragazze si stavano preparando per l’Olimpiade di Rio 2016… Ma lui è stato il premio più bello che potessi mai vincere”.
Ha continuato ad allenarsi, ha sostituito lo sparring con le figure ed è andata avanti. Cinque settimane dopo il parto era di nuovo in palestra. I Giochi brasiliani li ha visti in Tv, ma adesso vuole recuperare il tempo perduto.
Il mese scorso ha sconfitto Adriana Smith, campionessa australiana dei 51 kg. Dovrà affrontarla di nuovo. È una sfida a due per un posto in squadra. In palio i Giochi del Commonwealth che si disputeranno ad aprile del 2018.
Sarah McFarlane non è una che si arrende facilmente.
Ha subito due ricostruzioni del ginocchio, la frattura della clavicola. Il tutto giocando a calcio.
Anche per questo è passata alla boxe, cercando uno sport che le offrisse la possibilità di sognare.
”Ho già avuto tanto, ma spero che non sia ancora finita”.

La Polizia ritwitta illegalmente il match di Joshua e (negli intervalli) scene di film porno

La polizia di Avon&Somerset (Bristol, Inghilterra) è stata vittima di un curioso incidente.
Uno dei suoi account ufficiali Twitter, quello della squadra di supporto,(per errore) ha trasmesso illegalmente in streaming il titolo Wba, Ibf, Ibo dei massimi tra Anthony Joshua e Carlos Takam in programma a Belfast sabato sera.
Affidandosi all’applicazione Periscope l’accaount della polizia ha ritwittato il match.
Ma la stranezza non è certo finita lì.
Ad attirare l’attenzione, più dell’incontro di pugilato, è stato il fatto che tra un round e l’altro, nel minuto di intervallo sono stati mandati in onda spezzoni di un film porno. Quello che mostrava una donna impegnata in scene di sesso orale con un uomo sembra sia stato il frammento che ha raccolto il maggiore interesse.
Ci è voluta un’ora, in pratica l’intera trasmissione, prima che Polizia e Periscope scoprissero l’inganno e bloccassero lo streaming.
La polizia di Avon&Somerset si è scusata per quanto accaduto, ha detto che si è trattato di un errore umano e spera che il fatto non si ripeta più in futuro.
Non si hanno commenti da parte degli utenti che hanno fruito gratuitamente dello spettacolo.

Ibrahimovic tifa Joshua e vorrebbe insegnargli l’arte di Bruce Lee…

Zlatan Ibrahimovic era a bordo ring al Pricipality Stadium di Cardiff.
Ha incontrato Anthony Joshua prima del match mondiale contro Carlos Takam. Il giocatore del Manchester United si è poi si è seduto in platea e ha fatto il tifo per l’inglese.

Intervistato, ha detto che gli piacerebbe vedere Anthony Joshua andare negli Stati Uniti e affrontare Deontay Wilder, per poi tornare a casa con il titolo Wbc in tasca.

Quando gli hanno chiesto se incontrerebbe AJ sul ring, ha riso.

“No, direi proprio di noi. Ma se lui volesse imparare qualche segreto dello sport di Bruce Lee io sono pronto”.

Takam, un guerriero sconfitto per kot. Ma adesso dateci Joshua vs Wilder

Match difficile da raccontare, si rischia di scivolare in un’analisi frettolosa che ingigantisce i meriti dell’uno e punisce ingiustamente l’altro. Diciamo la verità, ci aspettavamo tutti una veloce vittoria di Anthony Joshua, un ko rapido e spettacolare. E invece abbiamo dovuto attendere la decima ripresa perché la sfida si chiudesse.

Pensavamo che Carlos Takam finisse sotto la mannaia dell’inglese. Il franco/camerunense ha invece retto botta, portato avanti la battaglia, cercato dal quinto round in poi addirittura di fare un match in cui osare non fosse un sacrilegio. Si è mosso bene con oscillamenti sul tronco e ha tenuto a distanza per lungo tempo il campione che, mancando a mio avviso di una grande scelta del ritmo nell’esecuzione dei colpi, è spesso andato fuori misura.
E allora mi verrebbe da dire che lo sfidante ha limitato il campione, ne ha evidenziato alcuni difetti, ha saputo superare l’handicap di una doppia ferita alle arcate sopracciliari che ne hanno diminuito il rendimento.

Poi rivedo velocemente il film del match e mi accorgo che AJ ha vinto sicuramente nove delle dieci riprese (la settima potrebbe essere assegnata a Takam), la quarta addirittura di due punti avendo inflitto un kd allo sfidante in seguito a un preciso gancio sinistro. E allora mi chiedo se non siano state le aspettative a influenzare il mio giudizio, a farmi apparire la prova di Takam migliore di quanto non sia in effetti stata.

Forse la verità sta nel mezzo. Certo, si può pensare che Joshua sia stato paziente, che abbia di sua volontà scelto la strada dell’attesa, abbia deciso di non forzare evitando rischi inutili. Certo è che per lunghi tratti non mi è sembrato quel fulmine di guerra che avevo visto in altre occasioni, contro Wladimir Klitschko soprattutto. Ma allora sapeva di rischiare, stavolta era certo di non correre pericoli.

È andato spesso fuori misura. Non trovava la giusta distanza, i colpi bucavano l’aria.

Ha sempre fatto meglio dell’altro, lo ha tenuto sotto scacco per quasi l’intero match. Ma ha permesso a Takam di allungare il racconto, di piazzare qualche pregevole colpo, di accorciare la distanza nella fase finale del combattimento e di impegnarlo. Ha sempre e comunque tenuto in mano il pallino, ma è stato costretto a faticare più di quanto fosse lecito pensare.

È stato un guerriero coraggioso il franco/camerunense. Un pugile sempre dentro l’azione, rapido di braccia e deciso a giocarsi fino in fondo le sue carte. Si è lamentato quando l’arbitro ha fermato la sfida dopo due ganci di AJ andati a vuoto. Generalmente sono per la prudenza, meglio un secondo prima che un secondo dopo. Ma stavolta mi sembra che Phil Edwards abbia esagerato. Si è fatto influenzare dal montante destro che un attimo prima aveva centrato alla mascella Takam, ha ripensato alle due ferite e ha creduto fosse lecito chiuderla lì. Ma, in tutta onestà, non me la sento di seguirlo in questa decisione. Lo sfidante era ancora presente, schivava i colpi del campione e gestiva il momento in piena lucidità.

Se l’è cavata egregiamente Takam, è andato fino alla decima ripresa. Solo Klitschko ha fatto meglio di lui.

Onore a lui, un fighter che ha capito come il pugilato sia soprattutto sacrificio e capacità di sopportare il dolore. Applausi limitati per Joshua che ha vinto soffrendo il minimo indispensabile. Stavolta però, sinceramente, non mi ha entusiasmato. Ha faticato a trovare la distanza giusta per mettere a segno il suo colpo migliore, il montante destro. È finito affaticato, anche se ha dominato il match.

La chiudo qui, ma continuo a chiedermi se non abbia scritto l’intero commento seguendo una chiave di lettura errata. Pensavo finisse presto, è andato avanti fino alla decima. E allora ho forse scambiato per oro qualsiasi cosa brillasse. O forse no.

Ora Anthony sale a 20-0, 20 ko. Non male.
AAA Cercasi avversari.

Eddie Hearn, il boss di Matchroom, nei giorni che hanno preceduto il match con Takam ha parlato molto sul futuro di Joshua. Ha detto che il 3 febbraio 2018 il campione dei massimi potrebbe fare il suo esordio americano. E potrebbe farlo contro un pugile che non era mai stato nominato prima come potenziale rivale.

Parlo di Jarrell Miller (foto sopra), 29enne di Brooklyn (New York, Usa) con un record di 19-0-1 (17 ko). Ma soprattutto 1.93 di altezza per un peso medio di 125/130 kg. Nessun grande nome tra i suoi rivali, con l’eccezione di Gerald Washington (18-1-1) sconfitto per kot 8 il 29 luglio di quest’anno, dopo che cinque mesi prima lo stesso Washington aveva perso per kot 5 il mondiale Wbc contro Deontay Wilder.

Miller salirà sul ring l’11 novembre a Nassau per un match in dieci round contro Mariusz Wach (33-2-0). La sua scelta come sfidante al titolo mi sembra quantomeno discutibile.

Nel 2018 dovrebbe concretizzarsi la riunificazione delle sigle. In estate Joshua potrebbe infatti affrontare Deontay Wilder, sempre che questi superi Bermane Stiverne il prossimo 4 novembre e successivamente Dillian Whyte (come da proposta dello stesso Hearn per garantirgli la sfida della riunificazione).

 RISULTATOMassimi (titolo Wba, Ibf, Ibo) Anthony Joshua (20-0, 20 ko, kg 115,200, detentore, Ing) b. Carlos Takam (35-4-1, 27 ko, kg 106,800, Cam/Fra, sfidante) kot 10 dopo 1:34. Arbitro: Phil Edwards. Giudici: Michael Alexander (Ing), Pawel Kardyni (Pol), Ron McNair (Usa).

REPLICHE IN TV Domenica 29 ottobre dalle 14:30 un’ora su FoxSports (canale 204 del bouquet di Sky); lunedì 30 dalle 13:30 un’ora su FoxSports (204); martedì 1 novembre dalle 22:00 un’ora su FoxSports (204). Telecronaca di Mario Giambuzzi, commento tecnico di Alessandro Duran.

Joshua, mai così pesante, netto favorito contro Takam (diretta Tv su FoxSports Plus)

I bookmaker hanno quasi sempre ragione.
Scelgono l’ovvio e ci prendono, anche se a volte vengono travolti dalla sorpresa. Nessuno pensava che James Buster Douglas potesse sconfiggere Mike Tyson. Invece è accaduto e chi ha osato ha portato a casa 42 volte la posta della scommessa. Ma si è trattato di un caso, come quello del match tra Tyson Fury e Wladimir Klitschko. Gli eventi che hanno sconvolto il pronostico si contano sulle dita di una mano.

Stavolta i bookmaker dicono che Anthony Joshua non può proprio perdere contro Carlos Takam. Lo dicono soprattutto quelli di William Hill che quotano l’inglese 1/33, il minimo che potessero offrire. Anche le operazioni di peso hanno confermato la sensazione che il franco/camerunense parta nettamente svantaggiato. La foto che ritrae assieme il campione e lo sfidante è l’immagine esatta di quello che quasi tutti pensiamo di questa sfida. Joshua (1.98 di altezza e 115,400 sulla bilancia: non aveva mai pesato tanto nell’intera carriera) domina dall’alto Takam (1.87 per 107 chili).

Carlos dovrà dannarsi l’anima per avvicinarsi al detentore dei titoli senza incappare nei suoi pugni pesanti. La carriera dell’uomo attualmente guidato dal promoter italiano Salvatore Cherchi offre una doppia chiave di lettura sulle sue possibilità.
Takam ha tenuto botta per dieci riprese contro Alexander Povetkin prima di finire ko, ha portato sino all’ultimo gong Joseph Parker e Mike Perez. Buone prestazioni, ma anche sfide chiuse con due sconfitte e un pari. L’africano, cittadino francese dal 2015, ha fisico robusto, resistenza ai colpi, discreta velocità di esecuzione ed esperienza, buona potenza. Ma l’altro ha le stesse caratteristiche, con il vantaggio di possederle in quantità superiore.

La difesa e la capacità di incassare colpi potenti sono le due incognite che Joshua si è portato dietro sino al match contro Wladimir Klitschko. Quella notte a Wembley ci ha fatto capire che per quanto riguarda la resistenza ai colpi il dubbio è stato risolto. E in modo positivo. La metropolitana che gli è arrivata in faccia nella sesta ripresa era di una potenza devastante. L’ucraino ha tirato il diretto destro con tutta la forza che aveva in corpo. E il britannico è finito al tappeto, fulminato. Così almeno sembrava. Si è invece rialzato e ha ripreso a combattere, fino a vincere lui prima del limite.

In difesa c’è ancora, a mio avviso, qualcosa che non va. Si espone troppo ai colpi del rivale, in fase di attacco lascia varchi invitanti per chiunque abbia il coraggio di provarci. Ma sarà proprio la struttura fisica dei protagonisti a dare ulteriori vantaggi al campione. Potrà decidere se tenere a distanza lo sfidante, e questa scelta si rivelerebbe senza dubbio faticosa ma redditizia. Oppure se accettare gli scambi da vicino. E qui potrebbe far valere altezza e peso.

Dovunque ci giriamo, il risultato è sempre lo stesso.
Carlos Takam è un buon pugile, ma Anthony Joshua gli è decisamente superiore.
Io, se fossi uno scommettitore prudente, punterei sulla vittoria del britannico. Se volessi guadagnare qualcosa in più, azzarderei entro il quarto round. Questo farei. Qualcuno però potrebbe vederla diversamente e, sognando di trasformare il camerunense nel novello Buster Douglas, puntare tutto su Takam, magari confidando in un miracolo del suo sinistro. In fondo se riuscisse a realizzare l’impresa Carlos porterebbe sul tetto del mondo un pizzico d’Italia grazie al Team Takam (sopra: Alessandro Cherchi, Salvatore Cherchi, Carlos Takam, il maestro Joseph Germain, Christian Cherchi). E questo di certo non mi dispiacerebbe.

IN TELEVISIONE SU FOXSPORTS PLUS (205)

Sabato 28 ottobre 2017, diretta su FoxSports Plus (canale 205 del bouquet di Sky) dalle 20:30, il mondiale dovrebbe essere attorno alle 23:30. Trasmessi anche gli altri quattro match titolati. Telecronaca di Mario Giambuzzi, commento tecnico di Alessandro Duran.
Domenica 29 dalle 14:30 un’ora su FoxSports (canale 204 del bouquet di Sky); lunedì 30 dalle 13:30 un’ora su FoxSports (204); martedì 1 novembre dalle 22:00 un’ora su FoxSports (204).

C’È ANCHE IL MONDIALE DI KATIE TAYLOR

Sabato 28 ottobre 2017, Principality Stadium di Cardiff (previsti 75.000 spettatori).
Supermosca (titolo Wba, 12×3): Khalid Yafai (22-0) vs Sho Ishida (24-0).
Massimi (vacante Silver Massimi Wbc, 12×3) Dillian Whyte (21-1-0) vs Robert Helenius (25-1-0).
Mediomassimi (titolo inglese, 12×3) Frank Buglioni (20-2-1) vs Craig Richards (9-0).
Mosca (titolo leggeri femminile Wba, 10×2) Anahl Esther Sanchez (17-2-0) vs Katie Taylor (6-0).
Massimi (titolo Wba, Ibf, Ibo, 12×3) Anthony Joshua (115,400 kg, 19-0, 19 ko, detentore) vs Carlos Takam (107 kg, 35-3-1, 27 ko). Arbitro: Phil Edwards (Inghilterra). Giudici: Michael Alexander (Inghilterra), Pawel Kardyni (Polonia), Ron McNair (Stati Uniti).

 

Muhammad Ali squalificato per doping. Non è quello vero, ma che tristezza…

Leggendo i giornali inglesi mi sono intristito.
“Muhammad Ali trovato positivo per steroidi, squalificato per un lungo periodo”.
Sì, lo so. Muhammad Ali, quello vero, se ne è andato per sempre il 3 giugno dello scorso anno.
Ma anche questo Muhammad Ali è vero e vedere il nome del pugile più popolare di sempre accostato all’uso del doping mi ha messo tristezza.
Il giovanotto ha 21 anni.
Fa il peso mosca, ha vinto l’argento ai Mondiali Youth e agli Europei. Ha boxato per la Gran Bretagna all’Olimpiade di Rio 2016. L’hanno beccato a marzo, in un controllo per la trasferta dei British Lionshearts contro la squadra dei Morocco Atlas nel torneo delle WSB, le World Boxing Series. Ad aprile l’hanno squalificato. Ha fatto ricorso, ha chiesto che fosse esaminata anche la provetta B. Fatto. Ancora positivo al Trenbolone, uno steroide anabolizzante.
Rischia una squalifica di due anni.
Muhammad Ali positivo per steroidi, così dicono le analisi ripetute due volte.
Un giovanotto che viene da Bradford ha sporcato il nome del campione di Louisville.
È davvero una brutta storia.

“Per qualche tempo potete ingannare tutti, potete ingannare qualcuno per sempre
ma non potete ingannare tutti per sempre” (Abramo Lincoln)

Joshua, un pomeriggio di sparring con il cugino per recuperare tranquillità…

Quando qualche giorno fa Eddie Hearn l’ha chiamato,  AJ aveva appena finito di allenarsi con il maestro di sempre, Rob McCracken. Il boss di Matchroom gli ha detto che Kubrat Pulev aveva dato forfait e che il 28 sul ring di Cardiff avrebbe affrontato un altro avversario, Carlo Takam.

Quale è stata la sua reazione? (la domanda è di un giornalista del tabloid The Sun).
Mi è sembrato un po’ incazzato!” (la risposta è di Hearn).

Un pugile in allenamento è una corda di violino, viaggia ogni istante sulla sottile linea di confine con la rottura dell’equilibrio nervoso.Un minimo particolare altera gli equilibri e può provocare crisi impensabili. Anthony Joshua non era indispettito solo dal fatto che si sarebbe trovato davanti un tipo decisamente più basso di lui (1.87 contro 1.98) e con un pugilato completamente diverso da quello del bulgaro (un attaccante dalla corta distanza il franco/camerunense, un uomo da media distanza e con uno stile più lineare l’altro). No, AJ era furibondo perché i meccanismi avevano subito una deviazione, non contava quanto fosse importante. Lo indispettava il fatto che un imprevisto avesse modificato un avvicinamento al match fino a quel momento perfetto.

E allora ha deciso di concedersi una scossa emotiva. Ha voluto riallacciare i fili della passione per poi ricominciare a marciare sereno verso l’obiettivo. Ha fatto un paio di telefonate, ha combinato un appuntamento, ha ricevuto la disponibilità delle due persone a cui si era rivolto. Ed è andato ad allenarsi nella sua vecchia palestra con Binga, il cugino.

Binga è un trentenne nato a Liverpool, ma da tempo residente a Londra. Il suo vero nome è Ben Ileyemi. È molto legato ad Anthony. È stato Binga a portare il futuro campione olimpico e mondiale per la prima volta al Finchley&District Amateur Boxing Club quando AJ non aveva alcuna idea che da grande sarebbe diventato un pugile di successo.

È stato Binga ad aiutarlo nel 2011 quando la polizia ha trovato AJ con 200 grammi di cannabis (marijuana). Anthony si è dichiarato colpevole, è stato sospeso dalla nazionale inglese e condannato a dodici mesi di servizi civili, più cento ore di lavoro non pagato. Accanto ha avuto Lennox Lewis, Carl Froch e Ben.

Joshua ha un legame forte con il cugino. L’ha fatto inserire nei programmi di Matchroom dopo il passaggio al professionismo. Ileyemi è un massimo leggero, oggi trentenne, che ha esordito alla 02 Arena in occasione del primo match di AJ. E tornato sul ring alla York Hall nella serata in cui il cugino disputava il suo terzo incontro. La terza volta ha boxato alla ExCel Arena in un programma in cui il clou era retto dalla difesa dell’europeo welter da parte di Leonard Bundu contro Lee Purdy. Due vittorie nei primi due combattimenti, un pari nel terzo. Poi, più nulla. Fermo dal 14 dicembre del 2013.

Dopo quattro anni di assenza ha ripreso a boxare, non poteva non rispondere alla chiamata di Anthony, il cugino prediletto aveva bisogno di lui. Una sessione di sparring  per prendere un po’ di confidenza con un massimo (anche se leggero) che somigliasse a Carlos Takam, il nuovo avversario. Binga è alto 1.83 (quattro centimenti in meno dello sfidante al titolo) e oggi pesa attorno a 97 chili (sei in più di quando era in attività, tredici in meno di Takam).

Ma soprattutto un pomeriggio con una amico, tirando di boxe e parlando dei vecchi tempi. Una pausa per recuperare la giusta carica nervosa, per non interrompere il ritmo della preparazione, per sentirsi amato.

Anche i campioni hanno bisogno di aiuto.

Un cugino pugile, e amico, è una buona carta da giocarsi nei momenti di difficoltà.

Tutto quello che c’è da sapere su Joshua vs Takam (in Tv su Fox Sports Plus)

Quando?
Sabato 28 ottobre.

A che ora?
Il mondiale massimi sarà attorno alle 23:30 ora italiana.

Dove?
Principality Stadium di Cardiff (Galles), previsti 75.000 spettatori.

Quale Tv trasmetterà il match in Italia?
Diretta su FoxSports Plus (canale 205 del bouquet di Sky) dalle 20:30, il mondiale dovrebbe essere attorno alle 23:30. Trasmessi anche gli altri quattro match titolati (vedi “resto del programma”).

Ci saranno repliche in Tv?
Domenica 29 dalle 14:30 un’ora su FoxSports (canale 204 del bouquet di Sky); lunedì 30 dalle 13:30 un’ora su FoxSports (204); martedì 1 novembre dalle 22:00 un’ora su FoxSports (204).

Cosa ci sarà in palio?
Titolo supercampione Wba, campione Ibf, campione Ibo dei pesi massimi.

Quale è il record di Anthony Joshua?
40-3-0 da dilettante.
Oro olimpico nei supermassimi a Londra 2012.
19-0 (19 ko) da professionista.
Vittorie significative: Dillian Whyte (16-0) kot 7; Charles Martin (23-0-1) ko 2; Dominic Breweale (17-0) kot 7; Wladimir Klitschko (64-4) kot 11.

Quale è il record di Carlos Takam?
35-3-1 (27 ko) da professionista.
Vittorie significative: Gregory Tony (10-0) p. 8; Tony Thompson (39-4-0) p. 12.

Quali sono le loro schede?
Anthony Joshua, 28 anni, alto 1.98, peso 113 chili (nato a Watford, Gran Bretagna).
Carlos Takam, 36 anni, alto 1.87, peso 110 chili (nato a Douala, Camerun. Cittadino francese dal 2015).

Quali sono le quote dei bookmaker?
Anthony Joshua 1/33
Carlos Takam 11/1
Pari 33/1

Cosa hanno detto i protagonisti?
Joshua: “La boxe è uno sport che non ti permette di dimenticare. Se Takam mi mi batterà, la sconfitta rimarrà sul mio record per tutta la vita, sarà sempre con me. La gente non dirà: Era un campione del mondo e ha fatto bene nella sua carriera pugilistica. No, no, no. Dirà il suo record era 19-1. Questo è il ricordo che lascerò. Ma io non voglio proprio mettere una sconfitta nel mio record. Takam è un duro. Continua a venire in avanti e questo è scoraggiante per qualsiasi rivale. Sono curioso di vedere come riuscirò a cavarmela, come riuscirò a superare la sua difesa. Preferisco boxare a distanza, piazzare i miei colpi dritti. Ma so già che lo avrò addosso finché durerà il match. Sono pronto alla guerra. Sarà dura, ma credo che riuscirò a chiudere attorno alla decima ripresa”.
Takam: “Credo in me stesso. Non affronto mai un match pensando che potrei perdere. Sono un vincente. Mi piace vincere, non perdere. Non mi lascerò spaventare dagli 80.000 tifosi sugli spalti. Non avranno alcun peso per me. Conterà solo quello che accadrà sul ring. Sarà un affare tra me e lui”.

Quale è il resto del programma?
Supermosca (titolo Wba, 12×3): Khalid Yafai (22-0) vs Sho Ishida (24-0).
Massimi (vacante Silver Massimi Wbc, 12×3) Dillian Whyte (21-1-0) vs Robert Helenius (25-1-0).
Mediomassimi (titolo inglese, 12×3) Frank Buglioni (20-2-1) vs Craig Richards (9-0).
Mosca (titolo leggeri femminile Wba, 10×2) Anahl Esther Sanchez (17-2-0) vs Katye Taylor (6-0).

Quale è la pubblicità più curiosa?
Quella del Belushi’s Bath. Con 5 sterline ingresso e una consumazione, oltre alla possibilità di vedere (in piedi) il match su un maxischermo; con 10 sterline stessa offerta, ma la possibilità di avere una sedia nella migliore posizione possibile per gustarsi lo spettacolo.

 

 

Carlos Takam, il Leone Indomabile ha studiato boxe nella palestra Marcel Cerdan

Finora è sembrato un film già visto. Una storia che cattura l’anima degli ingenui, dei puri di cuore, di chi vuole credere alle favole.

Un pugile si allena per un match senza tanti strombazzamenti.

Ha già data e sede fissati, 4 novembre a Montecarlo.

Picchia e si danna l’anima in palestra, corre al mattino per le strade di Parigi. Vive a Noisy-le-Grand, alla periferia Est della città, quindici chilometri dal centro.

Il suo nome completo è Armand Carlos Netsing Takam, viene dal Camerun. È nato a Doula, la più grande città dello Stato con i suoi tre milioni di abitanti, il 6 dicembre dell’80.

Fin da bambino ha tifato per i Leoni Indomabili, la nazionale di calcio che ha regalato molte gioie ai camerunensi.

Anche Carlos è convinto di essere un Leone Indomabile.

Fisico tozzo, un blocco di cemento e muscoli che spuntano fuori ovunque da quel corpo compatto. Uno e ottantasette per centodieci chili di peso. Provate a spostarlo, se ci riuscite.

La boxe non era in cima ai suoi pensieri. Il calcio forse sì. Ha cominciato a fare sul serio in palestra quando ormai aveva ventidue anni. Doveva prima vincere la resistenza del papà, ex cintura nera di karate, che insisteva perché il figliolo impegnasse tutto se stesso sempre e solo negli studi.

Carlos finalmente riusciva a mettere in pratica quello che è il sogno di tutti noi, quello che è stato mirabilmente riassunto in una frase dell’attrice Isabelle Azema nel film “Una domenica in campagna” girato da Bernard Tavernier nell’84.

“Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata”.

Nel 2002 entra in palestra, nel 2004 indossa la maglietta del suo Paese e va all’Olimpiade di Atene per combattere nei supermassimi. Non sapete cosa possa provare un giovanotto di quella età davanti ai più grandi campioni del mondo. È uno spettacolo che non dimenticherà mai.

Più affascinante di sicuro dell’esordio sul ring. Subito fuori al primo match contro l’egiziano Mohamed Ali.

Il sogno era finito ancora prima di cominciare.

A quel punto Carlos aveva tre strade davanti: tornare in Camerun, andare a cercare fortuna a Tunisi dove la squadra si era allenata in vista dei Giochi, tentare la fortuna in Europa. Buona l’ultima.

Va inizialmente in Belgio, poi si sposta nel 2005 con tutta la famiglia in Francia.

Favola dicevamo, sceneggiatura in cerca di effetti deflagranti.

Va a Parigi, entra nel gruppo del maestro Joseph Germain. Si allena nella palestra Marcel Cerdan, un altro africano trapiantato in Francia. Veniva dall’Algeria e avrebbe conquistato il cuore dei francesi con la conquista del mondiale dei medi, il suo debordante amore con Edith Piaf e la tragica fine in un incidente aereo.

Carlos Takam non ha le qualitù pugilistiche di Cerdan, ma ha la stessa forza di volontà. Esordisce al professionismo e infila diciotto vittorie consecutive, quattordici per ko. Qualcuno si accorge di lui. Ma il nome non ha ancora superato i confini, combatte quasi sempre vicino casa.

È dopo quel 18-0 che i ricordi affiorano. La memoria va indietro nel tempo e lo riporta alle notti passate con la banda di amici davanti alla tv per vedere in televisione match che arrivavano dagli Stati Uniti. La boxe ancora non era la sua passione, ma qualcosa di assai simile.

Subisce una battuta d’arresto, ma si rialza e torna a battersi con la stessa grinta di prima. Takam è un carroarmato che va a caccia del bersaglio. Ha irruenza e forza fisica, ha la rabbia necessaria per andare a sfidare chiunque.

Nel 2014 affronta il primo match che avrebbe potuto cambiargli la vita. Fino a quel momento aveva sconfitto Botha, Grant e Thompson. Bravi, ma un po’ datati. Come si dice? Leggermente avanti con gli anni. Rispettivamente 44, 41, 43. Aveva fatto pari con Mike Perez, si era lanciato anima e cuore nel pugilato.

Quel 24 ottobre 2014 sale sul ring di Mosca contro Alexander Povetkin (27-1-0 all’epoca). Dopo quattro round è avanti 39-37 39-37 37-39. Dopo otto è in parità 76-76 per Mauro Di Fiore, Omar Mintum jr e Pedrag Aleksic. Poi, come a volte gli accade (credo sia il suo difetto maggiore), cala alla distanza. Alla decima ripresa Povetkin lo mette ko.

Bisogna ricominciare.

È il momento delle lacrime e della sofferenza.

È la fine del 2015.

Comincia il rapporto con un nuovo promoter, un italiano.

Salvatore Cherchi, sardo trapiantato a Milano, è da una vita nella boxe. Ha gestito più di un campione del mondo, almeno otto: Parisi, Nardiello, Zoff, Piccirillo, Sanavia, Silvio Branco, Fragomeni, Simona Galassi. Ha creato la OpiSince82 sulla scia di quella che era la società inventata dal mitico Umberto Branchini.

Il 21 maggio del 2016 Takam affronta Joseph Parker (18-0 all’epoca), l’attuale campione dei massimi Wbo. Carlos perde ai punti (116-112 116-112 115-113) e fa una buona figura.

All’inizio di questo mese è in allenamento. È salito al numero 3 dell’International Boxing Federation, è in attesa della grande occasione. La sera del 16 una telefonata gli cambia la vita.

Kubrat Pulev si è chiamato fuori, sarà il franco/camerunense a battersi contro Anthony Joshua il 28 allo stadio di Cardiff.

Sfida accettata senza neppure un ma.

Dice Il Leone Indomabile: “Credo in me stesso. Non affronto mai un match pensando che potrei perdere. Sono un vincente. Mi piace vincere, non perdere. Non mi spaventano gli 80.000 tifosi allo stadio. Non hanno alcun peso per me. Conta solo quello che accade sul ring. Sarà un affare tra me e lui”.

Dice Salvatore Cherchi: “Carlos può vincere. Ne sono convinto. Sul ring ha una grande intelligenza tattica, è veloce e potente. Ha un sinistro che potrebbe creare problemi al campione. È esperto, si muove bene e picchia. L’altro è un grande pugile, ma qualche difetto in difesa ce l’ha. Sarà durissima, ma credo che il mio assistito possa uscirne vincitore”.

L’altro è Anthony Joshua, 19-0, diciannove ko. L’ultimo della lista è stato Wladimir Klitschko.

Gli inglesi non credono che Takam possa diventare il Buster Douglas dei nostri giorni, quello che mise ko Mike Tyson facendo arricchire gli scommettitori che avevano puntato su di lui offerto a 42/1.

Non lo credono neppure i bookmaker, William Hill paga undici volta la posta in caso di vittoria di Carlos, per vincere una sterlina puntando su Joshua ne dovete scommettere trentatrè.

Riassumendo.

Joshua 1/33.

Takam 11/1.

Pari 33/1.

Per vincere il 36enne di Douala, dal 2015 cittadino francese, dovrà compiere quella sorta di miracolo che si verifica appunto nelle favole. Dovrà conservare la sua aggressività per l’intero match, non calare nella seconda parte degli incontri come gli capita contro i migliori, sfruttare la capacità di mettere a segno colpi potenti non solo nelle prime riprese, approfittare dei punti devoli del campione.

Insomma dovrà entrare in quella zona, come la chiamano gli americani, in cui all’atleta riesce tutto alla perfezione.

Dovrà fare il match perfetto, avendo anche un po’ di fortuna. E aspettare che il ring announcer pronunci il verdetto.

Solo allora sapremo se per lui il mondiale dei massimi sarà diventato un sogno che si realizza, proprio come nelle favole, o se invece si sarà trasformato in quell’incubo che quasi tutti pensano.

Tifosi, bookmaker, esperti ed appassionati. Me compreso.