Earnie Shavers, a quarant’anni dal match con Ali

È mattina inoltrata e Angelo Dundee si sta ancora chiedendo se abbia fatto bene ad accettare questo match.
La domanda non ha risposta.
Chiama Eddie Hrica, un matchmaker di Baltimora ma soprattutto un amico.
“Eddie, la NBC trasmette in diretta l’incontro”.
“Lo so, e allora? Vuoi vederlo alla tv senza andare all’angolo?”
“C’è poco da scherzare. La NBC manderà in onda il punteggio, round dopo round”.
“E allora?”
“Allora, tu sarai nel nostro spogliatoio. Lì ci sarà un televisore e tu mi darai i cartellini ripresa dopo ripresa. Voglio essere aggiornato”.
“E come faccio a stare nello spogliatoio a guardare la tv e al tuo angolo a dirti i punteggi?”
“Ci penserà Bernie. Un ragazzino sveglio che ci farà da corriere”.

Interno del Madison Square Garden, 29 settembre del ’77.
Muhammad Ali ha 35 anni e mezzo, sulle sue spalle pesano 56 match.
Non è più veloce come una volta, le gambe danzano ancora sul ring ma non tengono il ritmo di un tempo.
E quel tizio che si troverà davanti picchia come un assatanato.

Earnie Shavers ha un record di 54-5-1, cinquantuno volte ha vinto per ko, spesso lo ha fatto entro il primo round, quasi sempre entro il terzo.
Il destro di Shavers è una palla demolitrice capace di buttare giù chiunque. Anche se lo vedi arrivare, quando ti piomba sulla faccia fatichi a ricordarti come ti chiami.

Mi è sempre piaciuto questo picchiatore che viene dall’Alabama.
Ha un fisico compatto, muscoli possenti, poca scherma, ma una cannonanta nel diretto destro. È un altro di quei pesi massimi nati nell’epoca sbagliata, quella di Ali, Foreman, Frazier, Lyle, Norton e altri ancora.

Con Muhammad è amico, il campione di Louisville l’ha ospitato in ritiro per aiutarlo a preparare il match contro Jimmy Ellis. È stata proprio quella sfida del 18 giugno del ’73 a cambiare la vita dell’uomo di Garland che qualche mese prima aveva incrociato Archie Moore. Il vecchio campione gli aveva messo davanti una realtà incofutabile.
“Il mondo della boxe è pieno di neri che picchiano forte. Tu devi trovare un modo di distinguerti. Devi distruggere i tuoi rivali. E se non ci riesci, devi essere in grado di batterli boxando”.
“Consigli pratici?”
“Cominciamo con Ellis. Ha il viso gentile, è una brava persona”.
“Cosa faccio? Lo abbraccio? Gli stringo la mano? Lo porto a cena?”
“Non scherzare. Ora ti spiego cosa devi fare. Tu lo guardi come se fosse l’uomo che ha ucciso tua madre. E ti porti dentro questa sensazione anche sul ring”.
“Bene”.
“Non è finita. Ti rasi la testa, così avrai ancora di più l’espressione del cattivo che vuole annientare tutto e tutti”.
Earnie Shavers mette Jimmy Ellis knock out al primo round.
E adesso c’è Muhammad Ali.

“Guardatelo e poi guardate me. Io sono bello, veloce, forte. Lui ha quel testone pelato, è una ghianda. E io spaccherò in due quella ghianda” il campione recita il ruolo che ha sempre avuto nell’approccio all’evento.
Shavers prova a fare il viso feroce anche lui. Ma ha un effetto pari a zero.
Dovrà affidarsi ancora una volta al suo destro, contro Ali la psicologia vale poco. Lui è il boss in questo gioco.

Earnie è un duro.
È nato a Garland, Alabama, il 31 agosto del ’45. Lì è rimasto fino a quando non è diventato un ragazzo. Nei campi ha imparato molte cose. Ha fatto il contadino, le sue braccia sono diventate forti trascinando e lanciando balle di fieno, le gambe sono diventare solide nelle lunghe ore sotto il sole a lavorare la terra. Poi il papà ha fatto uno sgarbo a un boss locale e un paio di sgherri hanno portato un messaggio che conteneva una proposta a cui non si poteva dire di no.
“Meglio che vai via da qui, tu e la tua famiglia”.
È stato così che sono partiti tutti per Warren, Ohio.
Earnie sognava un futuro da giocatore nella NFL, poi un giorno è entrato in palestra. Lo hanno visto, grande e grosso, e l’hanno messo sul ring. I pesi massimi hanno fatto, fanno e faranno sempre gola a chiunque frequenti il mondo del pugilato.
L’altro ragazzo era un tipo con un anno di esperienza nella boxe, aveva tecnica e gambe. Ma quando il destro di Shavers è arrivato a segno il buio è calato sugli occhi del giovanotto.
A 22 anni il primo match, a 24 l’esordio tra i professionisti.

E adesso è davanti a Muhammad Ali nel tempio del Garden.
Per arrivarci ha dovuto battere Tiger Williams e Howard Smith, gli ostacoli che Dundee e il suo clan gli avevano messo davanti nel tentativo di non vederlo sul ring contro il loro uomo.
E invece lui è qui.

Secondo round.
Il destro di Earnie Shavers scatta come una molla. Centra Ali alla mascella, lo scuote, le gambe del campione diventano molli e lui si aggrappa alle corde per rimanere in piedi.
L’altro prova a chiudere, ma non ci riesce.
È un match duro per entrambi.

Dodicesima ripresa.
Bernie arriva all’angolo. Ha il fiatone, Angelo Dundee lo fissa negli occhi.
Alza leggermente la testa, un linguaggio senza parole per porre una domanda importante: “E allora ragazzino?”
“Due giudici hanno otto riprese a quattro per Ali; il terzo ha otto per Ali, tre per Shavers e una pari”.
Angelo sorride.
“È fatta” pensa “Quello ora può vincere solo per ko. Staremo attenti, non glielo permetteremo”.

Quindicesimo e ultimo round.
Shavers ha rimontato qualcosa, ma è ancora a distanza di sicurezza.
Il campione incassa, reagisce, gira, lega, colpisce.
Poi, negli ultimi cinquanta secondi, mette in scena il capolavoro.
Le braccia tornano d’incanto veloci come una volta, la rapidità di esecuzione è impressionante, le serie arrivano a segno e scuotono Shavers che sembra sul punto di crollare. Ma anche lui resiste, si va ai cartellini.

La vittoria di Muhammad Ali è chiara.
Giudice Tony Castellano 9-6 per Ali.
Giudice Eva Shain 9-6 per Ali.
Arbitro Johnny LoBianco 9-5 per Ali e una pari.
Il titolo mondiale resta nelle mani del “Labbro di Louisville” che commenta così la prestazione del rivale: “Mi ha colpito forte al punto che hanno tremato anche i miei antenati in Africa”.

Earnie Shavers non ce l’ha fatta. Ma ha conservato l’alone del picchiatore terribile, quel destro del secondo round resterà nella storia della boxe.
Chiude la carriera con un record di 74-11-1, sessantotto vittorie per ko. Esce dal ring il 16 maggio dell’85 promettendo di non tornarci più. E invece pecca anche lui, due tristi match di rientro: una vittoria e una sconfitta che il 24 novembre del 1995 chiude definitivamente la carriera.

Ha messo ko Jimmy Young, Jimmy Ellis, Ken Norton e Joe Bugner.
Ha perso con i migliori, da Ali a Larry Holmes (“Earnie mi ha colpito più duramente di qualsiasi altro avversario, incluso Mike Tyson. Essere colpito da Mike Tyson era come essere colpito da una Ferrari a grande velocità, essere colpito da Earnie Shavers era come essere centrato (foto sotto) da un Mack Trucks”).
È stato un protagonista assoluto.

Più difficile la vita una volta sceso dal ring.
Cinque divorzi, prima di un sesto e più tranquillo matrimonio.
Nove figli, ventiquattro nipoti, qualche scivolone finanziario.
E alla fine la serenità. Un’autobiografia (Welcome to the Big Time, del 2002), qualche discorso pubblico, il lavoro come capo della sicurezza all’Hannahs’ bar di Liverpool, consigli ai giovani pugili. La tranquillità economica.

Fa un provino per il ruolo di Clubber Lang in Rocky III, sarebbe stato perfetto. Ma è un uomo che non riesce a gestire il temperamento. Durante il provino c’è una scena di sparring. Sylvester Stallone gli dice di non tenere la guardia stretta, di andarci piano. Earnie, non appena l’attore/regista gli è a tiro, spara un destro sotto le costole, poi doppia il colpo. Dopo quei due pugni la sessione di sparring è finita, ed è finita anche la carriera di attore di Shavers.

Questa è la storia di Earnie “La Ghianda” Shavers, l’uomo che ha fatto tremare Muhammad Ali.

 

 

 

 

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