Sono un massimo, combatto positivo. Doping, squalifiche e facili perdoni

Deontay Wilder dice di essere furioso. Negli ultimi sedici mesi tre suoi rivali sono stati fermati dalla WADA per essere risultati positivi all’antidoping: Povetkin, Wawrzyk e adesso Luis Ortiz.

Wilder non sente ragioni, nonostante il Wbc abbia bloccato la sfida lui vuole andare avanti. Non ha alcuna voglia di rinunciare al match.

Ha ragione ad agitarsi, ma il problema non è solo il suo. È l’intera categoria dei pesi massimi che negli ultimi anni ha evidenziato un’imbarazzante familiarità con il doping.

La cosa da sola sarebbe già grave, ma ad aumentare sdegno e sfiducia è il fatto che questi signori hanno conservato (anche in caso di squalifica) la possibilità di battersi in tempi brevi per il titolo.

È un discorso che ho già fatto, ma credo sia opportuno ripetere.

Bisogna tenere sempre viva la memoria delle colpe dei pugili e di quelle degli Enti che avrebbero dovuto garantire la pulizia della boxe.

Luis Ortiz.

Positivo l’11 settembre 2014 nel match contro Lateef Kayode.

Squalificato per nove mesi.

Una settimana dopo la fine della squalifica batte Byron Polley (27-18-1).

Quattro mesi dopo disputa l’interim Wba e sconfigge Matias Ariel Vidondo.

Giovedì scorso positivo al doping in vista della sfida a Deontay WIlder per il titolo Wbc.

È numero 1 Wba, numero 2 Wbc.

Shannon Briggs.

Positivo in aprile a un controllo in vista del match del 3 giugno 2017 contro Fres Oquendo per il titolo Wba.

La Wba lo sospende per sei mesi.

Briggs ha 45 anni.

Fres Oquendo.

Positivo il 6 luglio 2104 nel match contro Ruslan Chagaev.

Non combatte da quel giorno.

La Wba lo designa per il titolo contro Shannon Briggs. Match saltato per la positività di Briggs.

È numero 3 Wba.

Bermane Stiverne.

Positivo il 4 novembre 2016 a un controllo in vista del match del 17 dicembre contro Alexander Povetkin per designare lo sfidante ufficiale di Deontay Wilder per il titolo Wbc.

Settantacinquemila dollari di multa.

Negli ultimi due anni, un solo match: sconfigge Deric Rossy (30-10-0) finendo al tappeto nel primo round e vincendo di stretta misua (96-93 96-93 95-94).

Il Wbc lo nomina sfidante ufficiale di Deontay Wilder.

Tornerà (forse) sul ring il 4 novembre contro Dominic Brazeale.

È numero 1 Wbc.

Alexander Povetkin.

Positivo il 21 maggio 2016 a un test sostenuto sette giorni prima.

Niente squalifica.

Il 17 dicembre 2016 deve affrontare Bermane Stiverne per designare lo sfidante ufficiale di Deontay Wilder.

Il 15 dicembre l’annuncio di una nuova positività.

Ancora nessuna squalifica.

Stiverne si rifiuta di fare l’incontro.

Il 3 marzo 2017 il Wbc lo multa di 250.000 dollari e lo squalifica a tempo indeterminato, potrà presentare la richiesta di licenza il 4 marzo 2018. Fino a quella data non sarà autorizzato a combattere per alcuni titolo Wbc.

L’1 luglio 2017 batte Andriy Rudeski per i titoli Wba Continentale e Wbo Internazionale.

È numero 5 Wba, numero 8 Wbo, numero 12 Ibf.

Lucas Browne.

Positivo il 5 marzo del 2016 nel match vinto contro Ruslan Chagaev per la cintura Wba.

Titolo revocato, sanzione pecuniaria, sei mesi di squalifica. Pena ridotta.

Torna sul ring il 2 giugno, batte prima del limite Matthew Greer (16-20-0, dieci sconfitte per ko).

La Wba lo designa sfidante ufficiale al titolo contro Shannon Briggs.

È numero 13 Wbc.

Dillian Whyte.

Positivo nel 2012.

Il BBBC lo squalifica per due anni.

Torna nel marzo 2013.

Adesso si propone per Wilder.

Ultimo appunto sulla categoria.

Non si tratta di doping, ma credo aiuti a capire come siano fatte le classifiche degli Enti mondiali.

Manuel Charr ha un record di 30-4-0.

Ha perso tre degli ultimi sette match.

Ha vinto gli altri quattro contro:

Michael Grant, quattro sconfitte negli ultimi sei match, 45 anni.

Alex Leapai (30-6-3), 38 anni.

Andrei Mazanik (12-8-0) 34 anni.

Sergei Seferi (21-0) 38 anni.

Manuel Charr è numero 4 della World Boxing Association…

FoxSports, quattro riunioni in un mese. Anche Joshua vs Pulev

FoxSports ha comprato i diritti televisivi della riunione, in cartellone il 28 ottobre allo stadio di Cardiff, imperniata sul titolo dei massimi Ifb, Wba, Ibo tra Anthony Joshua (19-0) e Kubrat Pulev (25-1-0). In quell’occasione il network trasmetterà l’intera serata che comprenderà, tra l’altro: Khalid Yafai (22-0) vs Sho Ishida (24-0) titolo Wba supermosca; Lenroy Thomas (21-4-0) vs David Allen (12-3-1) titolo del Commonwealth pesi massimi; Frank Buglioni (21-4-0) vs Callum Johnson (16-0) titolo del Commonwealth pesi mediomassimi; Anhai Esther Sanchez (17-2-0) vs Katye Taylor (6-0) titolo leggeri Wba donne.


Mercoledì 4 ottobre FoxSports, dalle ore 21:30, sul Canale 204 manderà in onda “La notte di Joshua” che comprenderà gli ultimi tre incontri del campione dei massimi contro Breazeale, Molina e Wladimir Klitschko.

La grande boxe torna domani sugli schermi di FoxSports e occuperà tre sabati su quattro del mese di ottobre.
Domani, 30 settembre, vedremo (in diretta dalle 20:30 fino  a mezzanotte e mezzo sul canale 205 del bouquet di Sky) l’intera riunione di Liverpool: Rocky Fielding (24-1-0) vs David Brophy (19-1-1) per il titolo del Commonwealth dei supermedi; Sean Dodd (14-2-1) vs Thomas Stalker (12-2-3) per il titolo del Commonwealth dei leggeri: Tom Farrell (13-0) vs Ohara Davies (15-1-0) per il titolo internazionale Wba; Paul Butler (24-1-0) vs Stuart Hall (25-1-2) pesi gallo; Anthony Fowler (2-0) vs Jay Byrne (5-2-0) pesi superwelter.
Telecronista Nicola Roggero, commento tecnico di Alessandro Duran.
Replica sempre su FoxSports Plus canale 205 alle 14 e alle 17:30 di domenica; su FoxSports canale 204 alle 00:30 nella notte tra domenica e lunedì.

Il 7 ottobre da Manchester (telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran) in programma: Anthony Crolla (31-6-3) vs Ricky Burns (41-6-1) in 12 round; Sam Eggington (21-3-0) vs Mohamed Mimoune (18-2-0) per il titolo europeo welter; Robbie Barrett (15-2-1) vs Lewis Ribson (12-0) per il titolo britannico dei leggeri.

Terzo appuntamento il 21 ottobre da Belfast (telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran) in programma: Ryan Burnett (17-0) vs Zhanat Zhakiyanov (27-1-0) per i titoli Ibf dei gallo e il supermondiale Wba dei gallo. In cartellone anche James Tennyson (19-2-0) vs Darren Traynor (14-1-0) per il titolo Internazionale Wba superpiuma; Paul Hyland jr (16-0) vs Stephen Ormond (24-4.0) pesi leggeri.

Earnie Shavers, a quarant’anni dal match con Ali

È mattina inoltrata e Angelo Dundee si sta ancora chiedendo se abbia fatto bene ad accettare questo match.
La domanda non ha risposta.
Chiama Eddie Hrica, un matchmaker di Baltimora ma soprattutto un amico.
“Eddie, la NBC trasmette in diretta l’incontro”.
“Lo so, e allora? Vuoi vederlo alla tv senza andare all’angolo?”
“C’è poco da scherzare. La NBC manderà in onda il punteggio, round dopo round”.
“E allora?”
“Allora, tu sarai nel nostro spogliatoio. Lì ci sarà un televisore e tu mi darai i cartellini ripresa dopo ripresa. Voglio essere aggiornato”.
“E come faccio a stare nello spogliatoio a guardare la tv e al tuo angolo a dirti i punteggi?”
“Ci penserà Bernie. Un ragazzino sveglio che ci farà da corriere”.

Interno del Madison Square Garden, 29 settembre del ’77.
Muhammad Ali ha 35 anni e mezzo, sulle sue spalle pesano 56 match.
Non è più veloce come una volta, le gambe danzano ancora sul ring ma non tengono il ritmo di un tempo.
E quel tizio che si troverà davanti picchia come un assatanato.

Earnie Shavers ha un record di 54-5-1, cinquantuno volte ha vinto per ko, spesso lo ha fatto entro il primo round, quasi sempre entro il terzo.
Il destro di Shavers è una palla demolitrice capace di buttare giù chiunque. Anche se lo vedi arrivare, quando ti piomba sulla faccia fatichi a ricordarti come ti chiami.

Mi è sempre piaciuto questo picchiatore che viene dall’Alabama.
Ha un fisico compatto, muscoli possenti, poca scherma, ma una cannonanta nel diretto destro. È un altro di quei pesi massimi nati nell’epoca sbagliata, quella di Ali, Foreman, Frazier, Lyle, Norton e altri ancora.

Con Muhammad è amico, il campione di Louisville l’ha ospitato in ritiro per aiutarlo a preparare il match contro Jimmy Ellis. È stata proprio quella sfida del 18 giugno del ’73 a cambiare la vita dell’uomo di Garland che qualche mese prima aveva incrociato Archie Moore. Il vecchio campione gli aveva messo davanti una realtà incofutabile.
“Il mondo della boxe è pieno di neri che picchiano forte. Tu devi trovare un modo di distinguerti. Devi distruggere i tuoi rivali. E se non ci riesci, devi essere in grado di batterli boxando”.
“Consigli pratici?”
“Cominciamo con Ellis. Ha il viso gentile, è una brava persona”.
“Cosa faccio? Lo abbraccio? Gli stringo la mano? Lo porto a cena?”
“Non scherzare. Ora ti spiego cosa devi fare. Tu lo guardi come se fosse l’uomo che ha ucciso tua madre. E ti porti dentro questa sensazione anche sul ring”.
“Bene”.
“Non è finita. Ti rasi la testa, così avrai ancora di più l’espressione del cattivo che vuole annientare tutto e tutti”.
Earnie Shavers mette Jimmy Ellis knock out al primo round.
E adesso c’è Muhammad Ali.

“Guardatelo e poi guardate me. Io sono bello, veloce, forte. Lui ha quel testone pelato, è una ghianda. E io spaccherò in due quella ghianda” il campione recita il ruolo che ha sempre avuto nell’approccio all’evento.
Shavers prova a fare il viso feroce anche lui. Ma ha un effetto pari a zero.
Dovrà affidarsi ancora una volta al suo destro, contro Ali la psicologia vale poco. Lui è il boss in questo gioco.

Earnie è un duro.
È nato a Garland, Alabama, il 31 agosto del ’45. Lì è rimasto fino a quando non è diventato un ragazzo. Nei campi ha imparato molte cose. Ha fatto il contadino, le sue braccia sono diventate forti trascinando e lanciando balle di fieno, le gambe sono diventare solide nelle lunghe ore sotto il sole a lavorare la terra. Poi il papà ha fatto uno sgarbo a un boss locale e un paio di sgherri hanno portato un messaggio che conteneva una proposta a cui non si poteva dire di no.
“Meglio che vai via da qui, tu e la tua famiglia”.
È stato così che sono partiti tutti per Warren, Ohio.
Earnie sognava un futuro da giocatore nella NFL, poi un giorno è entrato in palestra. Lo hanno visto, grande e grosso, e l’hanno messo sul ring. I pesi massimi hanno fatto, fanno e faranno sempre gola a chiunque frequenti il mondo del pugilato.
L’altro ragazzo era un tipo con un anno di esperienza nella boxe, aveva tecnica e gambe. Ma quando il destro di Shavers è arrivato a segno il buio è calato sugli occhi del giovanotto.
A 22 anni il primo match, a 24 l’esordio tra i professionisti.

E adesso è davanti a Muhammad Ali nel tempio del Garden.
Per arrivarci ha dovuto battere Tiger Williams e Howard Smith, gli ostacoli che Dundee e il suo clan gli avevano messo davanti nel tentativo di non vederlo sul ring contro il loro uomo.
E invece lui è qui.

Secondo round.
Il destro di Earnie Shavers scatta come una molla. Centra Ali alla mascella, lo scuote, le gambe del campione diventano molli e lui si aggrappa alle corde per rimanere in piedi.
L’altro prova a chiudere, ma non ci riesce.
È un match duro per entrambi.

Dodicesima ripresa.
Bernie arriva all’angolo. Ha il fiatone, Angelo Dundee lo fissa negli occhi.
Alza leggermente la testa, un linguaggio senza parole per porre una domanda importante: “E allora ragazzino?”
“Due giudici hanno otto riprese a quattro per Ali; il terzo ha otto per Ali, tre per Shavers e una pari”.
Angelo sorride.
“È fatta” pensa “Quello ora può vincere solo per ko. Staremo attenti, non glielo permetteremo”.

Quindicesimo e ultimo round.
Shavers ha rimontato qualcosa, ma è ancora a distanza di sicurezza.
Il campione incassa, reagisce, gira, lega, colpisce.
Poi, negli ultimi cinquanta secondi, mette in scena il capolavoro.
Le braccia tornano d’incanto veloci come una volta, la rapidità di esecuzione è impressionante, le serie arrivano a segno e scuotono Shavers che sembra sul punto di crollare. Ma anche lui resiste, si va ai cartellini.

La vittoria di Muhammad Ali è chiara.
Giudice Tony Castellano 9-6 per Ali.
Giudice Eva Shain 9-6 per Ali.
Arbitro Johnny LoBianco 9-5 per Ali e una pari.
Il titolo mondiale resta nelle mani del “Labbro di Louisville” che commenta così la prestazione del rivale: “Mi ha colpito forte al punto che hanno tremato anche i miei antenati in Africa”.

Earnie Shavers non ce l’ha fatta. Ma ha conservato l’alone del picchiatore terribile, quel destro del secondo round resterà nella storia della boxe.
Chiude la carriera con un record di 74-11-1, sessantotto vittorie per ko. Esce dal ring il 16 maggio dell’85 promettendo di non tornarci più. E invece pecca anche lui, due tristi match di rientro: una vittoria e una sconfitta che il 24 novembre del 1995 chiude definitivamente la carriera.

Ha messo ko Jimmy Young, Jimmy Ellis, Ken Norton e Joe Bugner.
Ha perso con i migliori, da Ali a Larry Holmes (“Earnie mi ha colpito più duramente di qualsiasi altro avversario, incluso Mike Tyson. Essere colpito da Mike Tyson era come essere colpito da una Ferrari a grande velocità, essere colpito da Earnie Shavers era come essere centrato (foto sotto) da un Mack Trucks”).
È stato un protagonista assoluto.

Più difficile la vita una volta sceso dal ring.
Cinque divorzi, prima di un sesto e più tranquillo matrimonio.
Nove figli, ventiquattro nipoti, qualche scivolone finanziario.
E alla fine la serenità. Un’autobiografia (Welcome to the Big Time, del 2002), qualche discorso pubblico, il lavoro come capo della sicurezza all’Hannahs’ bar di Liverpool, consigli ai giovani pugili. La tranquillità economica.

Fa un provino per il ruolo di Clubber Lang in Rocky III, sarebbe stato perfetto. Ma è un uomo che non riesce a gestire il temperamento. Durante il provino c’è una scena di sparring. Sylvester Stallone gli dice di non tenere la guardia stretta, di andarci piano. Earnie, non appena l’attore/regista gli è a tiro, spara un destro sotto le costole, poi doppia il colpo. Dopo quei due pugni la sessione di sparring è finita, ed è finita anche la carriera di attore di Shavers.

Questa è la storia di Earnie “La Ghianda” Shavers, l’uomo che ha fatto tremare Muhammad Ali.

 

 

 

 

Entriamo nella villa da 26 milioni di Mayweather e scopriamo che…

Conor McGregor deve proprio avere lasciato una grande impressione su Floyd Mayweather jr, che recentemente ha postato sul suo account Twitter un’opera d’arte commissionata per la casa che ha appena comprato. L’opera raffigura il campione irlandese dell’UFC.

L’immagine di The Nortorius servirà probabilmene a rafforzare l’ego dell’ex pugile, a ricordargli costantemente i soldi facili guadagnati in quell’unico match.

”Money” ha respinto i confronti fatti tra lui e McGregor nell’avvicinamento al combattimento, quando aveva descritto se stesso come un elefante e l’altro come una formica.

”Un elefante non mangia le formiche. Un elefante è così grande che le formiche non le vede nemmeno”.

L’opera che raffigura McGregor è stata realizzata (da un vetro rotto) da Tiffanie Anderson, nota anche come The Pretty Artist. L’artista ha creato una grande immagine singola di entrambi gli uomini davanti alle rispettive bandiere nazionali. Ha successivamente diviso il pezzo in modo da poter appendere i due quadri ai lati di una porta nella villa di Mayweather a Beverly Hills.

Floyd ha postato le immagini della sua nuova casa con la didascalia: “Le foto della mia villa d’oro a Beverly Hills” pagata, come lui stesso ha detto, 26 milioni di dollari (22 milioni di euro).

Forbes ha descritto l’edificio come una dimora moderna francese di 15.096 piedi quadrati (quasi 1.500 metri quadri), con una cucina importata dall’Italia e degna dei migliori gourmet, una mega suite con doppio bagno e terrazzo sul tetto, una piscina all’aperto con un marmo bianco e nero, e una dependance per gli ospiti.

Oltre a un ampio soggiorno, il palazzo ospita anche una biblioteca, un enorme garage per la collezione di auto sportive di Mayweather, un cinema con venti posti e una palestra.

La nuova casa di Mayweather, sei camere da letto e dieci bagni in totale, permetterà all’ex pugile di scegliere i vestiti per la giornata da armadietti personalizzati e gli darà l’opportunità di intrattenere gli ospiti in un cocktail bar con un paravento trasparente a separarlo dal resto delle stanze.

La villa è stata ristrutturata da Nile Niami, un ex produttore di film che ha trasformato molte proprietà delle stelle del cinema. Un arredatore che ha tra i suoi clienti i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss (mega imprenditori in Internet) che recentemente hanno intentato cause importanti e famose contro Facebook (portando a casa come risarcimento 65 milioni di dollari) e il rapper Sean Combs.

Una divertente storia di Ali con gli sci, non volava come una farfalla…

La storia che sto per raccontarvi regala un sorriso.
L’ho letta su un vecchio numero del Burlington Free Press, l’ha scritta Susan Green nel giugno dello scorso anno, pochi giorni dopo la scomparsa di Muhammad Ali.
Ho letto tante cose in quel periodo. Racconti di vita e di boxe. Ma qui si parla di Ali sugli sci, di neve, di freddo. Strano, no? In quell’articolo c’è la vena spiritosa del personagio, la sua caparbietà, la capacità di entrare in sintonia con i giovani. Gli bastavano poche battute e il legame era nato.
“Le piace sciare?”
“Sono andato giù più volte di Floyd Patterson!”
L’anziana signora ci aveva provato, voleva essere cortese.
Il campione era alle prese con quello che alla fine si sarebbe rivelato il più duro dei suoi avversari.

Marzo 1970, Ali era ancora squalificato. Non poteva combattere. E allora se ne era andato al West Dover Resort nel Vermont, aveva chiesto a Bob Gratton di insegnargli come cavarsela con gli sci.
L’istruttore aveva preso la cosa molto sul serio.
Si erano recati nel negozio di abbigliamento sportivo e avevano cercato la giacca a vento giusta. La più grande copriva solo per tre quarti le braccia del campione che era alto 1.91 e pesava attorno ai 98 chili. Con molta fatica erano riusciti a trovare qualcosa che gli potesse andare bene.
Gratton e Ali era andati sulla neve.
“Portami in cima alla montagna”
“I principianti non cominciano da lassù”.


Alla fine l’istruttore l’aveva convinto e si erano spostati su una collina, un leggero pendio denominato Mixing Bowl.
Gratton aveva unito le punte degli sci, l’aveva fatto per spiegargli che in quel modo sarebbe riuscito a frenare più facilmente.
Ma Ali proprio non riusciva a rispettare le regole, faticava ad ascoltare chi predicava prudenza e gli metteva davanti agli occhi gli eventuali pericoli che avrebbe affrontato se non avesse seguito le istruzioni.
Muhammad aveva messo gli sci in parallelo e si era lanciato giù.
Aveva preso velocità ed era andato dritto verso i confini della pista, aveva sfondato una recinzione in legno ed era caduto giù.
“Si sarà rotto ogni osso del suo corpo!” aveva pensato con terrore Gratton.
Errore.
Ali si era rialzato, aveva messo via i legni rotti della recinzione ed era ripartito.
Aveva percorso pochi metri, poi aveva incrociato un dosso ed era volato via. Aveva alzato le braccia al cielo con ancora le racchette in mano, era terrorizzato.
“Toglietevi dalla mia strada, TOGLIETEVI DALLA MIA STRADA!” urlava e si agitava. Non sapeva come fermarsi.
“La sua carriera è finita. Si romperà entrambi i femori” aveva sussurrato Thomas Montemagni, all’epoca istruttore di sci e oggi procuratore a West Dover.
Il campione aveva lanciato in alto le punte degli sci, riuscendo miracolosamente a attutire l’impatto sulla pista con la parte posteriore. Siera sorprendentemente salvato.


Due ore di lezione erano state però sufficienti a fargli capire che quello sport forse non faceva per lui. Era così tornato a valle, nel negozio di articoli sportivi. Lì aveva incontrato due ragazzi: John (di sei anni) e Walter Wess (di due anni più grande). Erano con il papà. Avevano riconosciuto il campione che aveva cominciato a scherzare con loro. Aveva mimato il vuoto, aveva finto di colpirli. I due avevano preso confidenza e Walter si era addirittura lanciato in un paio di domande.
“Pensi che riuscirai a battere Joe Frazier?”
“Mi avete visto cadere e cadere sulla collina. Così Joe Frazier cadrà e cadrà sul ring”.
“Come è andata con gli sci?”
“È stata più dura di quanto pensassi. Ma se non è riuscito a battermi Sonny Liston, non ci riusciranno di certo questi due legni”.
Il 26 ottobre del ’70 Muhammad Ali tornava sul ring e batteva per kot 3 Jerry Quarry.
Il 30 ottobre del ’74 riconquistava il titolo mondiale battendo George Foreman per ko 8 nella mitica notte di Kinshasa, Rumble in the Jungle.
Decisamente meglio che sulla neve, con gli sci ai piedi non volava certo come una farfalla…

Joseph Parker e i suoi cento cugini. Storia del campione Wbo…

“Pà, giochiamo”
“A cosa vuoi giocare, Jo?”
“Bum, bum!”

East Mangere, periferia di Auckland, anno di grazia 1995.

Il papà si chiama Dempsey. Se ti danno un nome così, in onore del mitico Jack campione dei pesi massimi nei ruggenti anni Venti, non puoi non innamorarti del pugilato.

Il piccolino è Joseph, ha tre anni e quando Pà gli ha regalato un paio di guantoni da boxe ha sorriso felice.

Dempsey si accovaccia sui talloni e apre il palmo della mano.

“Qui piccolino, qui! Ma non farmi male” mentre lo dice non può fare a meno di ridere.

Il signor Parker ha una gamba che non funziona molto bene, qualcuno gliel’ha schiacciata quando era ancora un bambino. Lavora in un’acciaieria, è sposato con Sala. Vengono da Faelula, cittadina nell’arcipelago delle Isole Samoa, meno di 2600 abitanti e un’umidità che a volte tocca il 98%. Hanno un bambino più piccolo di Jo, John, e una figlia più grande: Elisabeth.

Quando Joseph ha dieci anni il papà lo porta alla Papatoetoe Gym di Grant Arkell. Prima però gli insegna tutto quello che sa su uno sport duro e difficile come la boxe. Compra un altro paio di guantoni, un punching ball e fa allenare il ragazzino con grande impegno.

“Hai un fisico che promette bene, se ti preparerai con serietà potrai diventare un professionista. E con i tuoi guadagni potremo riunire tutta la famiglia”.

Jo si chiede cosa voglia dire, la famiglia è già riunita. Vivono tutti e cinque assieme e non ci sono nubi all’orizzonte.

Qualche tempo dopo imparerà sino in fondo il significato di quelle parole.

Il nonno paterno ha 18 figli. Nonna Ramona ne ha altri otto da precedenti matrimoni. Il papà di Sala ha avuto 24 figli da tre mogli diverse. In giro per il mondo ci sono almeno un centinaio di cugini.

Ecco cosa intendeva Dempsey Parker quando diceva “unire la famiglia”.

A dodici anni Joseph disputa il primo match, chiude la carriera dilettantistica a 19 dopo avere conquistato un bronzo ai Mondiali junior di Baku in Azerbajan e avere fallito l’ingresso all’Olimpiade di Londra 2012.

Il problema finora è stato quello dei soldi. Da quelle parti non è che ce ne fossero molti a disposizione di voleva praticare la boxe. Grant Arkell, per permettere al ragazzo di volare a Baku e disputare il Mondiale jr, ha tentato una colletta. Un invito che però non è stato sottoscritto da molti. Così, il denaro messo assieme era bastato per un solo biglietto aereo, quello del pugile. All’angolo non aveva nessuno, pochi parlavano inglese. Si sentiva solo, ma era andato avanti.

David Tua è sempre stato il punto di riferimento per i giovani samoani con la malattia del pugilato.

“Joseph è più forte di Tua. Vincerà di più e guadagnerà almeno quattro volte il totale delle borse dell’altro samoano” sentenzia papà Parker.

Il ragazzo sconfigge un rivale dopo l’altro. E cambia vita.

Si trasferisce a Las Vegas, nella Green Valley. Il suo allenatore Kevin Barry e la moglie Tamy diventato una sorta di genitori surrogati.

In Nevada scopre di avere cugini ovunque. Si presentano al campo di allenamento, alle riunioni, in casa. Sono affettuosi, a volte anche troppo.

Joseph vive con Laine Tavita. È la sua compagna e la mamma della loro bambina. L’hanno chiamata Elisabeth Ah-Sue Sala. Dentro ci sono i nomi della sorella e della mamma di Jo. La piccolina è nata quando lui era in preparazione per il mondiale contro Andy Ruiz. L’ha vista solo dopo avere portato a casa la cintura.

Parker continua a vincere. Arriva così la semifinale mondiale. Affronta Carlos Takam e lo supera. Poi, tra un rinvio e l’altro, ecco la sfida per il titolo Wbo dei massimi contro Andy Ruiz.

Batte anche lui al termine di un match molto equilibrato, un incontro il cui verdetto scatena infinite polemiche, e diventa il primo neozelandese a conquistare una corona così importante.

Torna a casa in Nuova Zelanda e viene celebrato come un eroe popolare. Sfilata lungo le strade principali, inni suonati dalla banda della città. I samoani, orgogliosi di avere un campione di boxe, gli si stringono attorno. Quando arriva a Las Vegas è felice e orgoglioso. Ma continua a sognare, vorrebbe diventare famoso come gli All Blacks, quei fantastici giocatori di rugby che hanno conquistato il mondo. Dan Carter, fino a qualche anno fa mitico mediano d’apertura della squadra, gli scrive via Twitter: “Buona fortuna fratello, te lo meriti”.

La World Boxing Organizzation ordina la difesa ufficiale contro Hughie Fury. Tra rinvii, dubbi, borse non versate e infinite discussioni eccoci finalmente al grande giorno.

Domani, 23 settembre, Joseph Park (23-0, 18 ko, 25 anni) difenderà da favorito (8/11 è la quota dei bookmaker) il titolo contro Hughie Fury  (20-0, 10, 23 anni) a Manchester. Al campione 930.000 dollari di borsa, allo sfidante 615.000. L’Arena sarà in gran parte vuota, solo cinquemila biglietti venduti finora, mentre la capienza è di 21.000 posti.

Nessuno dei due è una star, nessuno dei due è un fenomeno del ring.

Tutto questo però non sembra turbare Joseph Parker che profetizza la fine del match entro il quarto round, progetta un futuro contro Tony Bellew o (addirittura) Anthony Joshua e si gode il momento magico. La cosa più difficile da tenere a bada, per ora, sono i cugini che spuntano fuori come funghi…

“Ancora Jo, ancora!”

Il piccolino allunga il sinistro in jab, la corsa della manina finisce nel grande palmo di papà Dempsey.

Sono passati ventidue anni da quei giorni e fino a oggi il vecchio genitore non ha sbagliato un pronostico…

 

Andre Ward si ritira imbattuto a 33 anni. Era il numero 1…

Andre Ward (32-0, 16 ko) lascia a sorpresa il pugilato.
Lo ha annunciato con una toccante dichiarazione: “Alla boxe dico solo: ti amo. Sei stata al mio fianco da quando avevo 10 anni, mi hai insegnato tanto. Mi hai buttato giù, mi hai promosso. Mi sono sacrificato tanto per te, ma tu mi hai dato più di quanto potessi pensare fosse possibile avere. Mi ha dato un punto di appoggio, mi ha fatto diventare un campione e mi ha aiutato a provvedere alla mia famiglia. Ti sarò grato per sempre. Tu ed io saremo sinonimi, uniti per sempre. Grazie anche per tutte quelle persone meravigliose con cui sono venuto in contatto per merito tuo. Mi sono fatto amicizie che dureranno tutta la vita. Oggi mi allontano dalla boxe, lascio quando sono ancora in cima alla gloriosa montagna, a quella che era sempre stata per me una visione visione, il mio sogno.  Dal profondo del cuore, dico grazie a tutti coloro che hanno ricoperto una parte importante in questo viaggio. Voi sapete benissimo chi siete, cosa rappresentate. Non avrei potuto fare niente senza di voi. Voglio essere chiaro: lascio perché il mio corpo non può più a lungo sopportare stress e sforzi di uno sport duro come il pugilato, e poi il mio desiderio di combattere non è più forte come prima. Se non sono più in grado di dare alla mia famiglia, al mio clan e ai tifosi tutto quello che ho dato finora, allora non ha più senso combattere. Sopra ogni cosa, voglio dare a Dio la gloria, per avermi permesso di fare quello che ho fatto, per tutto il tempo che sono riuscito a farlo. ”

Andre Ward dopo una brillante carriera dilettantistica (115-4, oro olimpico ad Atene 2004 nei mediomassimi) è passato professionista. Ha conquistato il mondiale Wba, Wbc dei supermedi e quello Ifb, Wba, Wbo dei masiomassimi. Il suo ultimo incontro lo ha disputato il 17 giugno scorso battendo prima del limite Sergej Kovalev nella rivincita, al termine di un match molto incerto fino al momento  del kot (67-66, 67-66, 65-68 per i tre giudici). Potrebbero essere state proprio le ultime due prestazioni (nella prima sfida contro Kovalev, il 19 novembre scorso, se l’era cavata con un triplo 114-113 contestato da molti) a convincerlo a ritirarsi, meglio farlo da imbattuto e con il titolo in tasca. Nel suo lungo viaggio ha sconfitto anche Edwin Rodriguez, Chad Dawson, Carl Froch, Arthur Abraham, Mikkel Kessler.


A 33 anni, questo campione nato a San Francisco e residente a Oakland, si ritira. Il TBRN (Transnational Boxing Ranking Board) l’importante organizzazione di esperti mondiali che stila classifiche di merito lo pone al primo posto nella graduatoria Pound for Pound. Ovvero il miglior pugile attualmente in attività.
Negli anni più di un avversario lo ha attaccato per via del suo soprannome, Son Of God (Figlio Di Dio), affermando che la religione non può essere confusa con le vicende pugilistiche. Lui si è sempre dichiarato offeso da queste critiche.
“È una questione di fede”.
Marito e padre di quattro bambini, Andre Ward ha frequentato negli ultimi dieci anni The Well Church di Dublino, California. E lo stesso pastore della chiesa ha detto che non c’è nulla di blasfemo in quel soprannome.
In ogni caso, ora è finita. Da oggi in poi Andre Ward sarà un ex campione. E di certo alla boxe mancherà uno così forte.

 

Jake LaMotta ci ha lasciati. Il Toro del Bronx aveva 96 anni

Adesso il Toro non scalpita più.
Ci ha lasciati per sempre. Ha smesso di lottare.
Era un tipo bizzaro, gli erano sempre piaciuti il caos, la frenetica voglia di battersi a viso aperto contro tutto e tutti.
“Sarà la famiglia da cui vengo. Tutto quello che ricordo, da quando ero ragazzino in poi, è che facevo a botte e strillavo e lavoravo e rubavo e più di tutto facevo a botte. E il mio vecchio che mi menava… Doveva sempre prendere a botte qualcuno, mia madre o noi ragazzi. Me non più, di certo. Perché adesso sa che se prova a mettermi un dito addosso lo butto giù dalla finestra”, diceva proprio così nell’autobiografia Raging Bull, scritta assieme ai giornalisti Joseph Carter e Peter Savage.
Raccontava anche il momento in cui aveva capito che il suo futuro sarebbe stato nella boxe.


«Ero entrato in lite con un ragazzo. L’unica cosa che potevo fare era combattere con i miei pugni. Non sapevo niente di pugilato, tutto quello che capivo era che dovevo colpire questo ragazzo il più forte e il più velocemente possibile. Rimasi forse sorpreso più di lui quando capii che stavo vincendo, che lui era quello che le prendeva. Come ho detto non sapevo niente di pugilato, e non facevo niente di straordinario, stavo solo battendomi più forte che potevo, forse perché ero terrorizzato. Non mi preoccupavo di quanti pugni tirava lui, non mi immaginavo neanche che alla peggio poteva anche ammazzarmi. Ci ho pensato solo dopo. È in questo modo che ho fatto la boxe. La prima cosa che devi fare se vuoi essere un pugile è combattere».


Giacobbe “Jake” LaMotta era nato il 10 luglio 1921 nel Bronx, New York.
Se ne è andato per sempre ieri, 19 settembre del 2017.


Sono scritte nella storia della boxe le sue sfide contro Sugar Ray Robinson, sei incontri. Una sola, memorabile vittoria per Jake.
«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».


E ancora.
«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».
Chiunque abbia visto quel match, non l’ha più dimenticato.
14 febbraio del ’51, sfida incerta sino a metà incontro.
Poi Sugar Ray dilaga e negli ultimi round diventa un combattimento a senso unico. LaMotta è scosso, le gambe non gli reggono più, sanguina, incassa colpi terribili. Robinson vince per kot alla tredicesima ripresa in quello che i cronisti sui giornali definiranno “Il massacro di San Valentino”.


A chiudere.
«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».
È stato un buldozer del ring LaMotta, un fuoristrada che travolgeva tutto sul suo cammino. Si feriva, soffriva, piegava le gambe ma veniva avanti. Coraggio, resistenza, pugni pesanti e un grande cuore. Questo era il Toro del Bronx, uno che aveva ben chiaro come interpretare il ruolo del pugile.
“Non puoi entrare sul ring ed essere un ragazzo simpatico. Io stavo un mese, due mesi, senza fare sesso. Questo faceva di me un animale pericoloso. Non puoi combattere e provare compassione o qualsiasi cosa gli assomigli”.


Era un uomo carico di passioni. A volte, anzi spesso, negative. Altre affascinanti e capaci di fartelo sembrare un simpaticone con cui avresti voluto passare intere serate bevendo whiskey e raccontando storie.
Come quella del match contro Tiberio Mitri. Mille volte sussurrata, neppure una messa in piazza con tanto di documenti a sostegno.
Erano gli inizi degli Anni Cinquanta quando il grande sogno aveva travolto la vita del ragazzo triestino.


Era biondo Tiberio, fisico atletico, volto da attore. Ma tirava di boxe e lo faceva con ottimi risultati. Prima campione italiano dei medi, poi europeo. Adesso l’occasione mondiale. Arrivava con le parole di un messaggero dal nome famoso: Saverio Turiello. Era il portavoce di Jim “Big” Norris, il capo della famiglia, e di Frankie Carbo, il suo uomo fidato. Mitri avrebbe sfidato Jake LaMotta al Madison Square Garden di New York.


Era bello Tiberio, boxava bene. E aveva una moglie dalle curve generose. Fulvia Franco era stata eletta Miss Italia nel ’48, inseguiva il mito del cinema e gli Stati Uniti, soprattutto la costa californiana e Hollywood, sembravano una grande occasione anche per lei. Erano i tempi in cui le donne di successo portavano le gonne al polpaccio, avevano vitini di vespa, cappello e guanti in ogni stagione. Le maggiorate, così le chiamavano, avevano qualcosa in più. Forme generose da esaltare in abiti che strizzavano il corpo.
Tiberio Mitri e Fulvia Franco riempivano le cronache dei giornali, non solo di quelli sportivi. Il giorno delle nozze c’erano diecimila persone sul sagrato della chiesa. Formavano una coppia la cui fisicità prorompente incantava o intimidiva, a seconda della personalità di chi la subiva.


Tiberio aveva vinto a Parigi contro Dauthuille, aveva pareggiato a Londra con Dick Turpin, aveva conquistato l’europeo a Bruxelles contro Cyrille Delannoit, lo aveva difeso a Parigi con Jean Stock. Adesso c’era il Toro del Bronx, il Toro Scatenato che sarebbe stato raccontato molti anni dopo in modo meraviglioso da Robert De Niro in un film di Martin Scorsese.
Su quel match è stato detto e scritto di tutto.
Frank Carbo l’avrebbe messo in piedi disegnando anche il finale, LaMotta si era lasciato convincere. Il vice-capo della famiglia si sarebbe arreso solo quando il biondino italiano aveva mostrato a tutti che il Mondiale non l’avrebbe mai vinto. Non era l’uomo giusto per lui.
Toro Scatenato aveva aggredito il ragazzo italiano dal primo gong e si era fermato solo dopo l’ultima delle quindici riprese.
Tiberio era rimasto in piedi, coraggioso nella bufera. Ma aveva perso quasi ogni round di quella sfida, anche se due giudici su tre avevano faticato a registrare la sconfitta: Bert Grant 8-7, Joe Agnello 9-6, Mark Conn 12-3. Tutti, ovviamente, per La Motta.


Era il 12 luglio del ’50, avevo appena compiuto un anno. Quella volta non sedevo a bordo ring… Ma c’è stata una sera in cui ho visto davvero da vicino Jake LaMotta. È una storia che ho già raccontato in occasione dei suoi ultimi compleanni, mi piace ricordarla ora che il Toro Scatenato non c’è più.
Il 14 aprile dell’85 ero a Las Vegas per il mondiale Hagler vs Hearns che si sarebbe svolto il giorno dopo. Ero stato fortunato, mi avevano invitato alla festa dell’ennesimo matrimonio del Toro del Bronx.
Il vecchio Jake suonava un piano a coda bianco. Indossava uno smoking dello stesso colore, aveva un minuscolo papillon nero al collo di una camicia di un bianco accecante. Festeggiava le nozze civili con Theresa Miller, celebrava l’evento sulla scalinata accanto alla piscina all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas. Era la sesta volta che si sposava e a giudicare dal sorriso sembrava proprio divertirsi.
Sedevo a un tavolo vicino al pianoforte, potevo sentire Jake mentre sparava battute a raffica.
«Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva, era di guidare con attenzione».


Pausa, il tempo per godersi l’applauso, poi un’altra battuta.
«Voi tutti ricorderete Vickie, la mia seconda moglie. Vickie era sempre preoccupata, diceva che non aveva nulla da indossare. Non le ho creduto fino a quando non l’ho vista su Playboy.»

A due tavoli dal mio c’era Sugar Ray Robinson. L’avevo visto qualche giorno prima, era stato un incontro triste. Il grande campione se ne stava afflosciato su una sedia alle mie spalle. Alla sua destra la moglie, a sinistra un amico che lo sorreggeva. Davanti a noi, su un ring che sembrava preso di peso da una sagra paesana Thomas Hearns faceva finta di allenarsi. Una sessione di guanti pubblica con uno sparring lento, impacciato, incapace di impegnarlo.
Eravamo al Convention Center, Ballroom Four, del Caesars Palace. Tappeti ovunque, musica a palla e in fondo alla sala un ring. I tifosi avevano pagato due dollari per entrare. C’erano tremila persone in sala. Chiasso, urla, nessuna possibilità di concentrarsi.
Hearns salutava gli amici, rilasciava un’intervista televisiva, mimava addirittura qualche scena comica. Faceva le figure con Emanuel Steward, il manager/maestro era impostato in guardia falsa come Hagler. A volte si concedevano un giochino per la platea. Hearns sparava un colpo cattivo, il manager schivava e il pugile si ritrovava a colpire solo l’aria.
Sugar Ray dietro di me mormorava parole senza senso, non riusciva a capire le domande che tifosi incantati gli ponevano a raffica, li guardava con occhi tristi, poi mi batteva su una spalla.


«Chi ha vinto?»
Credeva fosse un match, era una seduta di allenamento.
E neppure troppo intensa.
La moglie lo proteggeva, pregando tutti noi di rivolgerci a lei. La gente sembrava incapace di capire che il vecchio campione non era più in grado di calarsi nella realtà. Ormai viveva in un mondo così lontano dal nostro da non avere neppure un punto di contatto.
Del mitico Sugar Ray Robinson era rimasto ben poco. Una faccia stropicciata dagli anni e dalla malattia, i baffetti e nulla più. Il mitico campione non era in grado di articolare una frase che avesse un senso compiuto. Aveva gli occhi velati di tristezza e, forse, a poco meno di 64 anni sentiva la vita scappargli via.


Aveva uno strano corpo Jake LaMotta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate. Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. Mi era bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.
Erano tutti lì i grandi della boxe, nel giardino all’aperto del Caesar Palace. Accanto a Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson c’erano Larry Holmes, Don Curry, Josè Torres. Erano lì per ammirare Marvin Hagler che avrebbe difeso il mondiale dei medi contro Thomas Hearns. Grandi campioni a cui LaMotta, almeno per una sera, aveva rubato la scena. Era tornato ad essere il protagonista assoluto. Un intrattenitore che, su testi di altri, si divertiva a prendere in giro anche se stesso.


«Lei ha divorziato perché io facevo a pugni con i colori delle tende».
Pausa, risate.
«Sono in gran forma per l’età che ho. Ogni arteria del mio corpo è dura come una roccia».
Altra pausa, altre risate.
«Mia moglie non si era accorta che ero un alcolizzato fino a quando, una notte, non mi ha visto sobrio».
Pausa, risate, applauso.
«Ehi Jake, raccontaci ancora quella su Rocky Graziano».
«Ve l’ho raccontata mille volte. Ma voi volete risentirla. E va bene. Quando il manager gli ha chiesto: “Vuoi combattere per la corona?”, lui ha risposto: “Uuhh, posso battere la Regina Elisabetta in tre round”. Vi giuro che è tutto vero, di mio non ho aggiunto una parola».
Era fatto così La Motta. Donne, alcool, sigari, pugni e battute. Bob Arum e Rodolfo Sabbatini mi avevano dato un invito per la sua festa di matrimonio e io mi stavo davvero divertendo.


Un’aria magica circondava la vigilia della grande sfida tra Hagler ed Hearns. Ci sentivamo un po’ tutti La Motta. Solo che noi non indossavamo lo smoking bianco e non suonavamo un pianoforte a coda in tinta.
Le parole contano molto nella vita, non sempre i pugili riescono ad usarle con la stessa abilità dei pugni. Il vecchio Jake sapeva farlo come se fossero armi. E non sbagliava un colpo.
Riposi in pace.

JAKE LA MOTTA
Altezza: 1.73
Vittorie: 84 (30 ko)
Sconfitte: 19
Pari: 3.
Campione mondiale dei medi: 1949/1950.
Campionati del mondo medi: 4 (3 vittorie, 1 sconfitta).
In attività: dal 1941 al 1954.
Ha battuto: Robinson, Zivic, Cerdan, Mitri.
Nato (New York, Stati Uniti) il 10 luglio 1921.
Morto: il 19 settembre 2017 per le complicazioni di una polmonite.

 

 

 

 

L’ex mondiale Michael Moorer ora fa l’investigatore privato…

Duck Key è una zona residenziale nella parte meridionale della Contea di Monroe in Florida.
Hawks Cay è un Resort di lusso posizionato a Duck Key.
I manager di quel posto a quattro stelle durante l’uragano Irma hanno assunto uomini della Pinkerton Armed Response Security (Sicurezza Armata) per proteggere gli alloggi dai saccheggiatori.

Tra quegli uomini c’era Michael Moorer (sotto, indicato dalla freccia nella foto del sito americano TMZ.com), ex campione del mondo dei mediomassimi e massimi. Ha disputanto l’ultimo match l’8 febbraio del 2008, chiudendo la carriera con un record di 52-4-1, 40 ko. Ha sconfitto buoni pesi massimi come Bert Cooper ed Everett Martin, aspiranti campioni come Francoise Botha (kot 12) e fuoriclasse come Evander Holyfield. È entrato nella storia del pugilato anche per una sconfitta, quella che ha ridato al quarantacinquenne George Foreman il titolo: era il 5 novembre del 1994, Big George lo mise ko alla decima ripresa.

Finita la carriera sul ring, Moorer è diventato un investigatore privato e ha lavorato anche per la sicurezza. Attualmente è in forza alla Pinkerton che prende il nome da Allan Pinkerton, celebre investigatore scozzese nella seconda metà dell’Ottocento.

Michael Moorer, 1.88 di altezza per 95 chili di peso, compirà cinquant’anni il prossimo 12 novembre.

Bellew vs Haye II il 17 dicembre a Londra sul ring della 02 Arena

Oramai è quasi fatta.
Il 17 dicembre, di domenica!, Tony Bellew (29-2-1, 19 ko) concederà la rivincita a David Haye (28-3-0, 26 ko) sul ring della 02 Arena a Londra.
Il campione Wbc dei massimi leggeri ha battuto per kot 11 Haye il 4 marzo, in un match in cui lo sconfitto ha subito la rottura del tendine di Achille che ne ha notevolmente limitato il rendimento.
Nella sfida numero 1, David Haye ha guadagnato 4,2 milioni di sterline. A Tony Bellew sono andate 2,8 milioni di sterline. Stavolta la distribuzione delle borse sarà inversa.


Pugili e manager si incontreranno all’inizio della prossima settimana per firmare i contratti.
A meno di clamorose sorprese, li vedremo sul ring otto giorni prima di Natale 2017.