Ricordo di un grande del ring a trentacinque anni dalla morte

L’orologio segna le 3:30 del mattino, una Porsche bianca corre veloce nel buio. Il traffico è intenso. Camion enormi in cammino lungo la strada che collega Santiago de Queretaro a San Luis Potosi, centossessanta miglia a nord di Città del Messico.

Il ragazzo sta tornando a casa. È un’ora insolita per lui, abituato a mettersi a letto alle nove della sera.

La velocità sale, il traffico non concede pause.

Improvvisamente, come se fosse uscito dal nulla, un camion appare davanti ai suoi occhi. Lo scontro è frontale.
Salvador Sanchez muore sul colpo.
Finisce a soli ventitrè anni la vita di uno dei più grandi pugili della storia.

Era il 12 agosto del 1982. Trentacinque anni fa.

Città del Messico ne ha creati tanti

ma nessuno tranquillo come lui, dolce guerriero

matador magico e puro”.

Sono i versi di una canzone scritta dall’artista folk-rock Sun Kil Moon e inserita nell’album “Ghosts of the Great Highway”. Parla dei fantasmi della grande autostrada. Salvador Sanchez si muove tra loro, grande e fiero come lo è stato per tutta la sua vita sul ring.

Mi piace onorarlo ricordando la magia del giorno in cui conquistò il mondiale dei piuma Wbc. L’avversario era un altro protagonista del ring, Danny “Little Red” Lopez.

Salvador Sanchez era alto per essere un peso piuma, ma i muscoli erano nascosti. Aveva le mani pesanti. Lo sguardo fiero con cui si presentava sul ring lo faceva sembrare più anziano di quanto in realtà fosse. Una montagna di capelli ricci lo rendeva inconfondibile da qualsiasi distanza lo si guardasse.

Ai rivali che avevano la sfortuna di incrociarlo da vicino lasciava poco tempo per capire quanto fosse potente quella macchina da pugni.

Nella rincorsa verso il grande obiettivo aveva battuto anche Felix Trinidad senior, il papà di Tito, il grande campione portoricano. Lo aveva messo ko in cinque round.

Il 2 febbraio del 1980 era salito sul ring del Veteran’s Memorial Coliseum di Phoenix, in Arizona, per il titolo mondiale Wbc dei pesi piuma. L’avversario era un eroe del momento. Danny Lopez, statunitense di Fort Duchesse nello Utah.

Sette anni più grande di Chava, campione dal 1976, alla nona difesa della corona. Saliva sul ring con un grande copricapo di piume da capo indiano, lo chiamavano Little Red. Aveva la pelle chiara, capelli rossi e lunghi, basettoni e un paio di baffi enormi. Ma soprattutto picchiava come un assassino. Le sue otto difese si erano concluse tutte prima del limite.

Per quella sfida Sanchez si era allenato correndo dalle sei alle dieci miglia tutti i giorni, sei giorni alla settimana, sulle montagne. Aveva fatto footing attraversando quelle strade polverose che separavano i campi dove lavoravano i genitori. Non avrebbe mai cambiato ritmi e metodica di allenamento, aggiungendo col tempo sedute di sparring all’aperto anche d’estate, sotto un sole cocente che arrivava a toccare i 45 gradi.

In preparazione disputava round di cinque minuti, con intervalli di quarantacinque secondi.

Voleva essere pronto per reggere qualsiasi ritmo una volta salito sul ring.

Giornalisti e tifosi in platea erano pronti ad assistere all’ennesimo successo prima del limite di Danny “Little Red” Lopez. Non sapevano neppure chi fosse quel messicano lì, pensavano fosse stato chiamato per riempire un buco. Avrebbero presto scoperto che quel giovanotto era un campione che avrebbe segnato un’epoca.

In quel primo mondiale, Sanchez aveva dato dimostrazione di un’incredibile consistenza. Jab sinistro, montante destro. Ganci, diretti. Portava tutto e con la dovuta pesantezza dei colpi. Era preciso, efficace. Scelta di tempo eccezionale, ritmo abbastanza elevato da asfissiare il rivale. Lopez era stato fermato al tredicesimo round.

Aveva perso per kot, con gli occhi chiusi dai pugni dello sfidante. Distrutto nel fisico e nel morale. Il nuovo campione era un giovanotto messicano.

Salvador Sanchez si era appena presentato al mondo.

(estratto da “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, Absolutely Free editore, 436 pagine)

 

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