Alcune cose su Canelo Alvarez vs Gennady Golovkin (video)

Alcune cose da sapere sulla supersfida di metà settembre.

CHI SONO I PROTAGONISTI

Gennady Golovkin ha un record di 37-0, 33 ko. Ha 35 anni, è alto 1.78. È nato a Karaganda in Kazakhstan, vive a Los Angeles in California (Stati Uniti). Soprannome GGG.

Saul Alvarez ha un record di 49-1-1, 34 ko. Ha 27 anni, è alto 1,74. È nato e vive a Guadalajara, Jalisco, Messico. Soprannome Canelo.

COSA C’È IN PALIO

Mondiale International Boxing Federation (IBF), International Boxing Organizzation (IBO), World Boxing Council (WBC). Supermondiale World Boxing Association (Wba).

QUANDO SI COMBATTE

Nella notte tra sabato 16 e domenica 17 novembre, orario italiano: 4:30 del mattino.

DOVE SI COMBATTE

Alla T-Mobile Arena di Las Vegas, un impianto costato 375 milioni di dollari e inaugurato il 6 aprile dello scorso anno. La capienza è di ventimila posti a sedere. Lì sabato scorso si è svolto Mayweather jr vs McGregor.

COME SONO LE QUOTE

I bookmaker di Las Vegas vedono Golovkin favorito e lo pagano a 8/11. Bisogna puntare 11 dollari per vincerne 8 nel caso si sia indovinata la scommessa.

Alvarez è l’underdog e gli allibratori offrono la puntata a 6/4, punti 4 vinci 6.

Il pari è quotato 25/1.

IL PROGRAMMA DELLA SERATA

Medi (12×3) Saul Alvarez (49-1-1) vs Gennady Golovkin (37-0); supergallo (10×3, titolo NABF) Randy El Matador Caballero (24-0, 14 ko) vs Diego De La Hoya (19-0, 9 ko); piuma (12×3) Joseph JoJo Diaz (24-0, 13 ko) vs Jorge Pilon Lara (29-0-2, 21 ko); leggeri (10×3, Wba Intercontinentale, Wbc Continentale Americhe) Ryan Martin (19-0) vs Francisco Roja (20-2-0); piuma (12×3, Interim Wba) Claudio Marrero (22-1-0) vs Jesus M. Rojas (25-1-2).

 

 

Vogliono trasformare il mitico Luna Park di Monzon in una serie di uffici

Vogliono vendere il mitico Luna Park di Buenos Aires, aperto nel 1931 e diventato un luogo magico dello sport mondiale (soprattutto del pugilato) e della musica rock. Vogliono trasformarlo in una serie di uffici.

Ernestina Devecchi, la zia di Tito Lectoure, alla sua morte nel 2013 ha nominato eredi del 95% delle azioni la Caritas argentina e la Società Salesiana di San Giovanni Bosco. Successivamente l’Arcivescovato ha comprato il rimanente 5% direttamente dalla famiglia Lectoure, rappresentata da Esteban Livera: nipote di Tito.

L’Arcivescovato di Buenos Aires è dunque l’amministratore dello stabile che attualmente non produce guadagni. La Curia sta chiudendo una trattativa per venderlo a un gruppo di industriali che pagherebbe 45 milioni di dollari e lo trasformerebbe in una serie di uffici.

Due al momento gli ostacoli per la realizzazione del progetto.
Primo: nel 2007 il Luna Park è stato dichiarato monumento storico nazionale.
Secondo: l’autorizzazione per la ristrutturazione dovrebbe arrivare direttamente dal Vaticano.

C’è un forte movimento di opposizione, soprattutto da parte di vecchi sportivi, affinchè il Luna Park non cambi la sua natura di sede storica dello sport e dello spettacolo.

Questo ha scritto con precisione e rigore giornalistico Claudio Corsalini sul sito online di Perfil, bisettimanale cartaceo argentino.

Al Luna Park sono legate molte storie di boxe. Alcune le ho raccontate assieme a Riccardo Romani nel libro “Monzon, il professionista della violenza” (edizioni Absolutely Free). Qui sotto ne riporto qualche stralcio.

Juan Carlos Lectoure detto Tito, il più famoso manager dell’America Latina, era il boss del Luna Park di Buenos Aires. L’aveva ereditato dallo zio Josè (primo campione argentino dei pesi leggeri) che l’aveva inaugurato assieme a Ismael Pace con una serata retta da tre match professionistici. Nei pesi leggeri Juan Pathenoy aveva battuto in 10 round Josè Suarez Franco; Eduardo Corti aveva sconfitto in 12 Emilio de Rittis (che un anno dopo sarebbe stato battuto anche dal romano Otello Abbruciati, detto “il moro”); nei medi Amilcar Caperotta aveva messo ko in quattro riprese Jack Canavesi che non aveva così fatto onore al suo soprannome, El Toro de Maipù.

Era il 5 marzo del 1932.

Le riunioni si svolgevano rigorosamente al sabato.

Tito viveva con i genitori, Juan Augusto e Maria Celia Naredo, due fratelli (Oscar Roberto e Ernesto) e due sorelle (Amalia Celia e Alicia Amanda). Avevano casa nel barrio Balvanera, a pochi passi dal mercado de Abosto dove era cresciuto Carlos Gardel che occupava un appartamento in calle Jean Jaures, al numero 735. Forse anche per questo il Luna Park sarebbe diventato il teatro ideale de “Il giorno del tango”, fissato all’11 dicembre di ogni anno e dedicato alla celebrazione de “la voz” Carlos Gardel e de “la musica” Julio De Caro.

Tito per un breve periodo era stato pugile. Aveva anche fatto da sparring a Archie Moore quando il grande campione si stava preparando per un match a Buenos Aires. Poi si era dedicato a tempo pieno al Luna Park.

Due riunioni settimanali (il mercoledì, con il programma della serata ripreso in diretta dalla televisione, e il sabato) per quasi trent’anni, per un totale di tremila appuntamenti. Lo stesso impianto ospitava il circo, il pattinaggio su ghiaccio, addirittura gli Harlem Globetrotters.

Lectoure aveva anche aperto una mega palestra all’interno del complesso. Lì si potevano allenare, contemporaneamente, fino a cento pugili.

Adesso si ritrovavano di fronte. Stesso ring, quello del Luna Park. Benny “Bad” Briscoe stava venendo ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che pensava gli appartenesse di diritto. Arrivava da Filadelfia, la patria del pugilato. Un peso medio capace di battersi in quella città era già garanzia di valori alti, assoluti.

Briscoe era nato ad Atlanta, in Georgia, ma viveva da sempre a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il Comune. Prima era stato impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta dei rifiuti.

Benny, come li uccidevi i topi?

«Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo».

E questo era un po’ quello che cercava di fare anche con gli avversari. Li chiudeva in un angolo del ring e poi tirava giù bastonate fino a quando quelli non andavano giù.

Combatteva al piccolo Blue Horizon. Una caverna spoglia e piena di fumo. Gli spettatori erano gente tosta, sapevano cosa fosse un match di boxe. Dalle balconate sopra il ring potevano allungarsi fino a quasi a toccare con le mani i pugili.

Il 30 settembre del 1969 Benny aveva fatto il tutto esaurito, 1606 persone pigiate in un’arena che poteva contenerne solo 1300. Aveva messo ko Tito Marshall al primo round, aveva raccolto l’applauso dei tifosi e aveva cominciato a prepararsi per la prossima battaglia.

Cresciuto di livello, Briscoe era passato ad esibirsi allo Spectrum. Affrontava tutti e vinceva spesso.

Sui pantaloncini portava la stella di David. Dicevano perché era di religione ebraica. In realtà era più un omaggio ai due manager: Arnold Weiss e Jimmy Iselin, che la testimonianza di una fede a cui si era convertito in età matura.

Cattivo sul ring, un signore di grande dolcezza nella vita.

Briscoe inseguiva il titolo, Monzon lo difendeva.

L’acqua veniva giù senza pietà. Pioveva da una settimana sul nord dell’Argentina. Il viaggio verso Buenos Aires era stato lungo e per lunghi tratti noioso. La macchina si era trovata spesso scossa da una pioggia così fitta da sembrare nebbia. Accanto a Carlos viaggiava Daniel Gonzalez, un welter leggero che si allenava con Brusa. Un anno prima, Monzon era stato a bordo ring al Luna Park per applaudirlo nel match contro Boggio. Un deludente successo ai punti che aveva lasciato nelle orecchie di Gonzalez i fischi del pubblico e sulla sua fronte un taglio profondo. Poi, erano andati tutti a mangiare e a mandare giù birre come se dal giorno dopo ne fosse proibito il commercio. A Brusa non importava molto quanto alcool buttasse dentro Monzon quando il match era lontano.

Un’altra borsa da centomila dollari aspettava il campione argentino, giunto alla sesta difesa del titolo. Quella con Benny Briscoe.

Era l’ostacolo più difficile.

Quindicimila dollari era la borsa di Briscoe, lo sfidante che era salito sul ring non al massimo della condizione per colpa di un’epatite da cui non era del tutto guarito.

I soldi non erano certo il principale motivo per cui l’uomo di Filadelfia combatteva, ma gli erano comunque serviti per realizzare il sogno di una vita. Comprare una casa, un villino diremmo noi, con sei stanze e due bagni per la mamma. Era un tenerone Benny Bad Briscoe.

C’era poca gente dentro il Luna Park quella notte.

L’impianto poteva contenere quasi ventimila spettatori, solo in millecinquecento erano stati così coraggiosi da sfidare il maltempo. La pioggia aveva tenuto lontano tifosi e appassionati.

Bam.

Il destro era arrivato secco, potente, distruttore.

E aveva centrato Monzon al volto. Mancava poco meno di un minuto alla fine del nono round e fuori continuava a piovere quell’11 novembre del 1972. Fino a quel momento l’argentino aveva dominato la sfida. Montanti sinistri e diretti destri si erano abbattuti sull’americano che incassava e continuava a venire avanti. Senza paura, con grande coraggio, ma senza ottenere risultati accettabili.

Sui cartellini dei giudici c’erano sette riprese per il campione, solo una per lo sfidante. Il Cattivo cercava un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Un pugile sa che deve meritarsi la grande occasione. E nessuno poteva dire che Benny Briscoe non se la fosse meritata.

Bad non si era mai risparmiato sul ring. Ma il titolo mondiale non era mai arrivato.

Adesso eccolo lì, vicino come non lo era mai stato.

Bam.

Il destro dell’uomo calvo aveva scosso Monzon.

L’argentino era rimasto quasi sorpreso che fosse accaduto, che ad essere in difficoltà adesso fosse lui. Un macho che passava come un treno sopra ogni nemico, senza curarsi delle macerie che lasciava lungo il cammino.

Sapeva che Briscoe era diverso dagli altri, era un duro come lui. Per questo lo rispettava. Un peso medio di Filadelfia, un pugile doc. Un certificato che garantiva la qualità del prodotto.

Carlos lo rispettava, ma non accettava l’idea di essere sconfitto. Neppure da lui.

Benny si era lanciato su Monzon. Ora o mai più. Il gancio sinistro del pelato della Pennsylvania aveva nuovamente scosso il campione. Adesso mancavano quaranta secondi alla fine del round. Doveva fare in fretta.

Si sentiva attraversato da una comprensibile frenesia.

Aveva paura che il momento passasse, che il gong arrivasse a salvare l’argentino regalandogli il tempo che gli serviva per riprendersi. E allora aveva continuato ad andare avanti e aveva piazzato un altro diretto destro. Meno potente del primo, ma comunque in grado di fare male. Monzon aveva piegato le gambe, legato, abbracciato l’avversario. Mancavano venti secondi alla fine del nono round.

«In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito ed ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match».

Dieci secondi alla fine. Nessun altro colpo.

Finiva lì il Grande Sogno. Benny Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo dei pesi medi.

Avrebbe guadagnato rispetto, ammirazione, pacche sulle spalle e commenti positivi. Ma la cintura mondiale non l’avrebbe mai riportata a casa.

Il ring era quello del Luna Park di Buenos Aires.

Chiuso il nono round, uno dei pochi che in quel match Monzon aveva perso nettamente, si era chiuso anche il match.

Benny Bad Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo.

 

 

 

McGregor sul ring a oltre settantasette chili di peso…

Il Mirror online ha dato una risposta a una domanda che molti si erano fatti la notte del match.

Quanto pesava Conor McGregor al suono del primo gong dello show contro Floyd Mayweather jr?

Alle operazioni di peso ufficiali, l’irlandese aveva fermato la bilancia a 153 libbre (69,399 kg). Il suo nutrizionista aveva spiegato che limitando in maniera drastica i carboidrati e bevendo poca acqua, tranne che a quattro giorni dal match, arrivare a quel risultato era stato abbastanza semplice.

Dopo essersi reidratato e avere mangiato, nelle trenta ore dal peso all’incontro il campione dell’UFC ha messo su quasi otto chili e si è presentato al combattimento a 77,110 (cioè 170 libbre).

Non si hanno dati su Mayweather, ma da indiscrezioni sembra che Pretty Boy non fosse sopra i 70 chili.

Floyd vs Conor, per lo streaming illegale rischio di forte multa e carcere

Un giallo attorno allo show Mayweather vs McGregor.

Il mistero coinvolge lo streaming illegale e tutti quelli che ne hanno usufruito (oltre tre milioni di utenti secondo BoxingInsider.com). Lo ha svelato TorrentFreak: una pubblicazione online che riporta le ultime notizie sui diritti d’autore, la protezione sulla diffusione di notizie sulla vita privata e tutto ciò che riguarda la condivisione dei file.

Durante le trasmissioni pirata (operate da quei siti che non ne avevano pagato i diritti di messa in onda e le proponevano gratuitamente) sono apparse sugli schermi di Tv o computer delle serie casuali di numeri e cifre. Mai durante il match, sempre quando la telecamera riprendeva gli angoli. Una sorta di codice che ha fatto pensare all’azione di qualcuno che volesse rintracciare chi stava approfittando del segnale senza avere pagato la quota della pay per view.

TorrentFreak ha ricevuto una segnalazione anonima, ha contattato altre due fonti e ne ha avuto la conferma (nelle foto appaiono, con alcune cifre mascherate, le immagini incriminate). Ora si tratta di capire chi e perché abbia usato quello stratagemma.

Il sito online insinua il dubbio che possa essere stata la stessa emittente Sky Boxe Office del Regno Unito, uno dei broadcast che aveva i diritti di trasmissione. Avrebbe potuto usare quel sistema per individuare i pirati e poi denunciarli alle autorità.

In questo caso i colpevoli, se individuati, rischierebbero una forte multa pecuniaria e/o (addirittura) una pena carceraria.

Del resto che la lotta allo streaming illegale sarebbe stata spietata lo aveva annunciato per tempo anche Showtime Tv.

Altra ipotesi avanzata da TorrentFreak. Potrebbero essere stati gli stessi originari ladri di immagini a inserire il codice con lo scopo di avere un tabulato in cui fossero indicati gli accounti di chi aveva usufruito della pirateria, per poi sfruttare successivamente quei dati per altri scopi.

La domanda che aumenta il mistero è: perché con la tecnologia avanzata di cui disponiamo nel 2017, una tecnologia che permetterebbe di indagare senza rendere visibile alcun indizio dell’indagine, si è scelto di fare apparire quei numeri/cifre?

Sky Box Office potrebbe avere agito per mandare un segnale: attenti sappiamo chi siete, per ora è un avvertimento, non provatci più. Oppure chi ha operato potrebbe non essere un professionista di alto livello. Terza ipotesi: lo scopo non è quello di denunciare alle autorità competenti coloro che hanno usufruito illegalmente dello streaming, ma quello di ottenere dati importati da usare per successive attività criminose.

Un altro dato va intanto ad arricchire il già abbondante incasso per l’organizzazione dello show tra Floyd Mayweather jr e Conor McGregor. La vendita al circuito chiuso nei 481 cinema che hanno mandato in onda negli Stati Uniti la diretta dell’evento ha fruttato 2,4 milioni di dollari.

 

 

Il CE dell’Aiba vuole spodestare il presidente Wu nel Congresso di novembre

Un dettagliato resoconto della riunione tenutasi domenica ad Amburgo tra dodici membri del Comitato Esecutivo dell’Aiba e i rappresentanti delle Federazioni Nazionali è stato pubblicato sul sito specializzato Around The Rings (foto sotto).

Rappresentanti delle federazioni nazionali AIBA e membri del Comitato Esecutivo (CE) dell’AIBA si sono riuniti ad Amburgo approfittando della disputa dei Mondiali dilettanti in corso nella città tedesca.

“È stata un incontro in cui i membri del Comitato Esecutivo hanno informato le Federazioni Nazionali sull’attuale situazione finanziaria dell’Aiba e hanno ascoltato le loro opinioni in proposito” ha detto Pat Fiacco (foto in alto), il portavoce canadese del CE.

I dodici membri del CE hanno approvato e firmato tre documenti.

Il primo chiede al presidente C.K. Wu i contratti e altre informazioni sulle questioni finanziarie che la Federazione ha affrontato, incluse le specifiche sul prestito di 10 milioni di dollari da parte dell’azienda azera Benkons, un investimento di 19 milioni di dollari da parte della ditta cinese FCIT e la sponsorizzazione con Alisport, una divisione di Alibaba, annunciata all’inizio di quest’anno.

Nel secondo documento il CE richiede una riunione straordinaria del Comitato Esecutivo a settembre per organizzare il Congresso Straordinario che si terrà a Dubai nel mese di novembre.

Il terzo documento ratifica l’invito a Wu per il Congresso che includerà l’elezione del nuovo presidente.

CK Wu è stato eletto alla guida della Federazione nel 2006 ed è ora al suo terzo mandato.

Fiacco agisce come portavoce del comitato di gestione a interim (IMC) che si è formato a luglio nella riunione di Mosca. L’IMC sostiene di avere il potere di prendere il controllo dell’AIBA nel caso in cui le circostanze giustificassero l’azione. Wu sta sfidando la legittimità dell’IMC. Entro un paio di settimane sul caso controverso è prevista una sentenza del Tribunale svizzero.

“Il CE si impegna a garantire che il futuro dell’AIBA ritorni ai membri dell’AIBA anziché sotto il controllo di un’unica persona. Le Federazioni Nazionali offerto il loro sostegno” afferma Fiacco.

 

 

Jack distrugge Cleverly, Davis mette ko Fonseca con un colpo irregolare

Badou Jack (21-1-3, 13 ko) ha offerto una prova fantastica. Vera boxe.

Ha distrutto Nathan Cleverly (30-4, 16 k0), lo ha dominato per cinque round, gli ha rotto il naso nel terzo, inflitto una severa punizione nel quarto e chiuso il conto nel quinto.

Una lunga, pesante serie di colpi con il gallese alle corde, capace solo di tentare una reazione disperata, ha convinto l’arbitro a fermare il match decretando il kot.

Dopo quello dei supermedi, Badou Jack conquista anche il titolo dei mediomassimi. E lo fa con una prova estramente convincente.

“Volevo tenerlo a distanza mentre cercavo di trovare il tempo giusto per piazzare il mio jab. Il piano era quello di cercare di mandarlo giù, di finirlo quando mi sarei sentito sicuro di farlo. Sono un po’ emozionato come a volte mi capita, ma dovete capirmi: ho appena finito un match di pugilato. Il mio IQ (quoziente di intelligenza, ndr) pugilistico ha fatto la differenza in questo match. Tutti i dubbi che ho sentito lungo il cammino verso il mondiale mi hanno motivato. Il mio allenatore e tutta la squadra hanno fatto un ottimo lavoro per aiutarmi a raggiungere l’obiettivo. È un sogno che diventa realtà”.

E adesso?

Pongono la domanda a Badou Jack conoscendo in anticipo la risposta.

“Adesso voglio Adonis Stevenson. Ma lui sembra più interessato a completare la trilogia con Fonfara. Allora io gli dico: affronta un avversario vero, solo così capirai se sei sul serio un campione. Io sono pronto”.

Distrutto, nel fisico e nel morale, Nathan Cleverly.

“Mi ha rotto il naso nel terzo round, da quel momento in poi è stata solo una lunga sofferenza. Credo comunque che l’arbitro abbia fermato l’incontro troppo presto. Peccato, è andata male”.

Io penso invece che Tony Weeks sia addirittura intervenuto troppo tardi. Cleverly non era più in grado di difendersi e stava subendo troppi colpi.

Gervonta Davis (19-0, 18 ko) è un ottimo pugile. Ha tutti i numeri per diventare un protagonista a livello assoluto, ma deve eliminare alcuni difetti che potrebbero frenarne la carriera.

Deve essere più disciplinato fuori dal ring.

Ha dovuto tentare tre volte prima di ottenere il limite della categoria contro Liam Walsh nell’ultima difesa.

È salito due volte sulla bilancia senza riuscire a scendere sotto le 132 libbre venerdì a Las Vegas. E così l’IBF gli ha tolto il titolo dei superpiuma.

Punto due. Sul ring deve limitare le sue attitudini da commediante, almeno fino a quando non sarà certo di potersele permettere. Nella sfida contro Francisco Fonseca (il titolo era vacante, solo l’uomo del Costarica poteva prenderlo in caso di vittoria) ha voluto imitare il Roy Jones dei tempi d’oro. Si è messo le mani dietro la schiena e ha fatto partire un lungo montante sinistro. Ci ha provato due, tre volte nel quarto round. In un’occasione è andato a segno. Ma quando nella settima ripresa ha assunto un atteggiamento strafottente, parente stretto di quella sceneggiata, Fonseca (19-1-1, 13 ko) gli ha piazzato un solido gancio destro sulla mascella e per poco non lo ha spedito al tappeto. Le corde lo hanno salvato.

Dopo trentanove secondi dell’ottavo round è arrivata la conclusione. Ma il colpo che ha decreato il ko è stato chiaramente irregolare, un sinistro totalmente dietro la nuca. L’arbitro Russell Mora ha fatto finta di niente e ha contato l’uomo di Costarica out.

Ora Gervonta Davis dovrà rimettersi in corsa per il titolo. Molto probabilmente passerà tra i leggeri, sembra che ieri sia salito sul ring a 160 libbre dopo la ridratazione. Ma certamente dovrà trovare qualcuno che gli spieghi quanto sia duro salire e quanto sia facile precipitare.

A Las Vegas (T-Mobile Arena) – Superpiuma (12×3) Gervonta Davis (19-0) b Francisco Fonseca (19-1-1) ko 8; mediomassimi (titolo Wba, 12×3): Badou Jack (22-1-2) b Nathan Cleverly (30-4-0) kot 5; massimi leggeri (titolo NABF, 12×3) Andrew Tabiti (15-0) b Steve Cunningham (29-9-1) p. 10; superwelter: Floyd Mayweather jr (50-0) b Conor Mcgregor (0-1-0) kot 10; superleggeri: Juan Heraldez (13-0) b Jose Miguel Borrego (13-1-0) p. 10; supermedi: Mark Anthony Hernandez (10-1-0) b Kevin Newman II (7–11) p 6; supermedi (boxe femminile): Savannah Marshall (1-0) b Sydney Leblanc (4-4-1) p. 4; welter: Yordenis Ugas (20-3-0) b Thomas Delorme (24-3-0) p. 10.

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Floyd: L’ultimo match. Conor: L’ho trasformato in un messicano….

Sereno, senza scossoni anche il dopo match.

Sorridente Mayweather, sorridente McGregor, sorridente l’intervistatore di Showtime.

A parlare per primo è Floyd Mayweather jr.

“Questo è il mio ultimo incontro. Signore e signori, questo è il mio ultimo match”.

Una frase che avevo già sentito in almeno altre due occasioni.

Andiamo avanti.

“Stanotte ho scelto il giusto partner con cui danzare. Conor tu sei un diavolo di campione”.

Ghigno soddisfatto.

“Una vittoria è una vittoria, non importa come la raggiungi“.

Inevitabile la domanda sul 50-0, superato il record di Rocky Marciano. Questo dato statistico mi fa sempre innervosire. Sia perché non significa nulla, sia perché è stato raggiunto con l’aggiunta di un match facile, facile.

“Rocky Marciano è una leggenda, io spero un giorno di entrare nella Hall of Fame”.

Floyd Mayweather jr è un fuoriclasse, uno dei migliori. Ma è prigioniero di se stesso, vittima del proprio ego gigantesco. E a volte racconta favole anziché storie.

“Credo che abbiamo dato ai tifosi quello che volevano vedere. Sono venuto sempre avanti, non ho mai fatto un passo indietro. Ho regalato al pubblico una grande prestazione. Anche lui lo ha fatto. È molto meglio di quanto pensassi. È stato un avversario forte, ma io stanotte sono stato un uomo migliore”.

Poi, finalmente racconta.

“Il nostro piano era quello di prenderci il nostro tempo, andargli incontro, fargli tirare i suoi colpi pesanti all’inizio del match e poi metterlo via nel finale del combattimento. Nella MMA lui combatte 25 minuti a grandi ritmi. Dopo 25 minuti, ha cominciato a rallentare.”

Piomba sulla scena Conor McGregor.

“L’ho trasformato in un messicano! Stanotte ha combattuto come un messicano!”

Sorriso di intesa.

“Lui è molto attento sul ring. Non è veloce, non ha tutta quella potenza, ma è molto tranquillo. Penso sia stato un match incerto, l’arbitro l’ha interrotto troppo presto. Ero solo un po’ affaticato. Lui era molto più sereno di me, più tranquillo. Gliel’ho detto. È la serenità che ti hanno regalato i tuoi cinquanta match. Ma ripeto, ero affaticato non distrutto”.

 

Mayweather per kot, bene McGregor. Posso dire di essermi annoiato?

Una cosa l’abbiamo capita. Non siamo i soli a vivere con l’idea fissa del complotto. Nell’ultima settimana sui siti americani meno affezionati all’etica è stato un rimbalzare di illazioni. Su una cosa erano tutti convinti, che Mayweather avrebbe fatto il tuffo. Avrebbe rispettato un patto scritto, riscosso i milioni di dollari che gli servivano per pagare le tasse e sarebbe tornato a casa.

È andata in modo leggermente diverso…

Conor McGregor era un debuttante. Cosa diavolo pensavate facesse?

Lento, macchinoso, impacciato. Mai in controllo del match.

Floyd Mayweather mi ha sempre dato l’impressione della serenità. Ha lasciato che l’altro si facesse del male da solo. L’irlandese ha cominciato meglio. Ma neppure nei primi tre round, che sono stati i migliori di McGregor, c’è stata incertezza. Li ha vinti (sicuramente i primi due), ma provate a rivederli e poi ditemi quanti colpi puliti ha messo a segno.

Dopo sei riprese era già a corto di fiato. È un lottatore, un guerriero. Per questo ha tenuto la scena, aiutandosi con clinch e colpi irregolari, sino alla decima. Non c’è stata storia, come era lecito pensare. È andata avanti fino a quando Mayweather non ha spinto per chiudere.

Deluso?

E perché mai?

Se entro in un ristorante romano e trovo sul menù carbonara, matriciana, cacio e pepe non mi lamento per il fatto che non siano sulla carta pâté de foie gras e zuppa di cipolle. Sapevo benissimo cosa avrei visto, è andata anche meglio di quanto pensassi.

Il fatto è che il match non mi ha regalato emozioni, strano per un evento pugilistico. Ma questo lo era? Per dieci round ho avuto la sensazione di assistere a due grandi protagonisti che interpretavano un copione che conoscevano a memoria. No, non dico che la sceneggiatura del match fosse stata scritta prima (anche se avvio favorevole all’antagonista, ripresa e successo per kot del campione potrebbero installare qualche dubbio…), ma che sia Mayweather che McGregor hanno confermato quello che di loro si sapeva.

Floyd a quarant’anni, dopo due di assenza dal ring, ha ingigantito i suoi (pochi) difetti. Non concede molto allo show, e in questo caso potrebbe sembrare davvero un paradosso, rischia il minimo indispensabile, accelera solo quando è sicuro. E io non sono così convinto che siano davvero dei difetti…

Spettacolo accettabile, ben recitato. Ma a me è sembrato privo di passione. Alla fine Mayweather fresco come se fosse reduce da un pomeriggio sul divano a guardare la tv, McGregor con qualche gonfiore sulla faccia e un ematoma sotto l’occhio sinistro. Per tutti quei milioni di dollari che hanno intascato, credo sia stato il minimo della pena.

Non penso che questa sfida abbia sancito la superiorità della boxe sull’UFC. Si combatteva con le regole del pugilato, se così non fosse stato probabilmente il risultato sarebbe stato invertito. Penso che alla fine sia rimasta in piedi la domanda che ci ha accompagnato per questi lunghi mesi di approccio all’evento: Mayweather vs McGregor, a quale sport apparteneva questo show?

Il match va rivisto senza la tensione della diretta, senza il coinvolgimento emotivo di una visione notturna, senza la pressione del tifo per l’uno o per l’altro, senza l’antipatia che Mayweather attira naturalmente, senza i condizionamenti che ci sono pervenuti dall’esterno spediti da professionisti della gestione delle emozioni, senza l’amore per l’una o l’altra disciplina. Se faremo così, forse, potremo convincerci che il tutto è stato decisamente noioso.

Ma non potremo lamentarci, perché nessuno di noi pensava di trovarsi davanti a un altro Hagler vs Hearns. Ricordate? Quello era un match di boxe…

Superwelter: Floyd Mayweather jr (50-0; 67,814) b Conor McGregor (0-1; 69,399) kot 10 dopo 1:05. Cartellini al momento della sospensione: Clements 89-82, Moretti 87-83, Cavalleri 89-81.

Un evento di cui il mondo parla, per i giornali italiani non esiste…

Il mondo ne parla, l’Italia tace.

Mayweather vs McGregor occupa spazi sulle prime pagine di tutti i giornali del globo, tranne che in Italia. Un evento che racchiude finanza, genialità del marketing, razzismo, violenza, sport, storia della società americana e di quella irlandese, sviluppo della televisione, capacità di scatenare sentimenti contrastanti, popolarità dei protagonisti, non è stato giudicato degno neppure di un richiamo a una colonna.

Il significato dell’aggettivo popolare è totalmente sconosciuto ai nostri media.

Da noi lo sport si identifica solo con il calcio.

Da più di venti anni l’informazione sportiva è omologata. Il calcio occupa fino all’85% dello spazio, a seconda del quotidiano di riferimento. E dal calcio non escono notizie. Le società di Serie A hanno messo il doppio lucchetto e l’allarme anti-notizie. Comunicano solo attraverso veline, il proprio sito web e twitter. Anche le interviste in esclusiva si vanno diradando fino quasi a scomparire. E quando diventano possibili, sono sotto il taglio della censura. La presenza di un uomo dell’ufficio stampa della società è condizione indispensabile per acconsentire all’incontro tra il giornalista e il calciatore. Ormai giocatori e allenatori parlano solo con le televisioni che pagano milioni di euro i diritti per avere partite e interviste. Così tutti hanno quasi sempre lo stesso materiale, partendo da questo bisognerebbe cercare almeno di diversificare il modo di raccontare l’universo sportivo.

Si continua ad andare sul facile: le “notizie” di calciomercato. Per un mese si porta avanti la favola di tizio che finisce alla squadra X, per poi scoprire che tizio andrà alla squadra Y oppure non si muoverà da quella che è già la sua squadra.
Dicono: è l’unica cosa che faccia vendere.
Forse. Io almeno il dubbio ce l’ho, i gestori dell’informazione sportiva no. Anche se i loro quotidiani perdono decine di migliaia di copie ogni anno.
A questo punto urge una precisazione, altrimenti passo per pazzo, stupido o (nella migliore delle ipotesi) ingenuo.
So benissimo che il calcio è largamente lo sport più popolare in Italia. Quello che fa vendere di più i giornali. Lo so io, lo sai tu, lo sanno tutti. Ma un quotidiano fatto all’85% di calcio non regge più. Sono i numeri a dirlo, non io.
E se abbassassimo la proporzione di 10 punti percentuali?

Peccato che stavolta l’evento uscisse dai confini dello sport per entrare a piedi uniti nel sociale, con tutte le implicazioni del caso. Bastava rilevarle…

Per quel che riguarda i quotidiani sportivi solo la Gazzetta dello Sport ha mandato un inviato, anche se non ha ritenuto l’evento meritevole di spazio in prima.

Tuttosport ha relegato la materia nella pagina del notiziario. Pezzo, titolo a due colonne e fotone.

Il Corriere dello Sport ha messo la notizia tra le brevi.

Si è perso il gusto del racconto. E cosa volete raccontare se non siete testimoni dell’evento, se con i protagonisti ci parlate se va bene una volta l’anno, se la vostra faccia non la conosce più nessuno tra gli addetti ai lavori?
La crisi economica ha portato alla riduzione degli organici, al taglio drastico delle trasferte. Un giornale che azzera gli inviati non può farcela. Le storie riprese dalla Tv o da Internet sono vecchie già prima di essere scritte. Non c’è approfondimento che tenga se alla base c’è un’ignoranza della materia. Nel senso che se non si è dentro al sistema, se non si conoscono i dettagli, se non si riesce a parlare con i protagonisti difficilmente si può scrivere qualcosa che faccia dire al lettore: “Ho speso bene i miei soldi.”
Gli unici stravolgimenti dell’editoria sportiva in tempi recenti sono stati quelli realizzati sul piano grafico. Ora le pagine (forse) sono di più facile lettura, rendono (forse) più immediato il senso della proposta. Ma, a mio parere, i contenuti sono scaduti e scadono ogni giorno di più.

So che Internet e televisione sono un freno, che in Italia si legge davvero poco. Lo so io, lo sanno i boss dell’editoria che sembra si siano convinti che qualsiasi cosa si faccia, non si potrà mai bloccare il calo della diffusione. Dobbiamo morire? Difendiamoci, almeno moriremo più tardi possibile.

Non è che andando sui siti dei quotidiani politici le cose cambino. Solo il Corriere della Sera ha messo un pezzo in homepage (ha dedicato ampio spazio anche nell’edizione cartacea). Repubblica e La Stampa non ne danno notizia neppure nella sezione Sport. E in edicola il quotidiano torinese si affida a qualcosa che è poco più di una notizia, mentre il giornale romano non offre neppure quello.

Tv e Internet rappresentano un freno devastante per la diffusione della stampa su carta. Ma non possono essere l’unico alibi per il crollo verticale. Non possono essere sempre e comunque citati come scusa per non fare resistenza.

Se non si trova spazio online vuol dire che non si conosce quello di cui si dovrebbe parlare, se ne ignora la potenziale valenza, non si hanno le capacità giornalistiche per raccontarla.

Torniamo ai giornali sportivi. Qualità, credibilità e capacità di analisi sono le uniche armi che possono usare davanti a una crisi epocale. Ma se l’arsenale è vuoto, se le munizioni non ci sono, come fai a sparare?

Forse i media di casa nostra pensavano tutti si trattasse di un match di pugilato, quando invece si tratta di un evento dalle mille sfaccettature, altrettante storie da raccontare da qualsiasi angolazione si volesse affrontare la materia.

I giornali sportivi italiani vivono tra le mura della redazione, sono autoreferenziali, hanno perso il contatto con il lettore. Sarebbe bastato fare un giro in città per ascoltare gente che non ha mai ha visto due persone su un ring, parlare di questo show che ha al suo interno mille sfaccettature in grado di diventare materia di scrittura.

Non si doveva mica fare la rivoluzione.

Inter-Roma per i quotidiani italiani vale (GIUSTAMENTE) molto di più di Mayweather vs McGregor. Metterlo in dubbio vorrebbe dire esser ciechi e sordi, oltre che giornalisticamente incapaci. Ma le antenne dovrebbero servire a vedere l’intero panorama, a spaziare in ogni angolo del pianeta sport. Mega spazi meritati dunque per Spalletti e i guerrieri giallorossi, ma un microscopico ritaglio in prima e paginate interne sui giornali sportivi le meritava anche lo show di Las Vegas.

E non parlatemi del fatto che qualcuno ha scritto un pezzo durante la settimana, mettendo assieme cifre, soldi, dollari. Insomma solo quello che appare in superficie. Non è questo di cui sto parlando, non può bastare.

Non un pugno, ma una montagna di dollari. Si va in scena…

Las Vegas, T-Mobile Arena.

(interno notte)

Tutto è pronto per lo show.

Si va in scena.

Due attori protagonisti, qualche commediante di secondo piano, tanto chiasso attorno allo spettacolo e un fiume di soldi che scorre lungo la Strip. Bisogna seguire la via del dollaro per capire cosa rappresenti Mayweather vs McGregor, allestito in un teatro costato 375 milioni.

È un evento venduto al mondo intero. Se la pay per view farà il suo dovere e porterà a casa quattro milioni di acquirenti, a cose fatte Mayweather metterà in banca 210 milioni e McGregor 90 (100 e 30 sono i rispettivi minimi garantiti).

Per ora mi fermo qui con i numeri. Potrebbero diventare noiosi, ma sono indispensabili per capire come sia stato possibile realizzare qualcosa che non c’è.

Non è boxe, comunque vada.

Non è UFC, le regole con cui si combatte non lo comtemplano.

Forse è sport, ma non chiedetemi quale. Perché mettere sul ring un pentacampione mondiale con un record di 49-0 e un debuttante, anche se campione nella sua arte, non avrebbe senso in alcuna disciplina.

Quando è stato annunciato, l’opinone comune era che Mayweather avrebbe distrutto McGregor così velocemente da fare infuriare tutti quelli che avevano comprato i biglietti pagandoli da 1.500 a 18.000 dollari. Dopo avere investito tempo e denaro si sarebbero guardati allo specchio chiedendosi: Perché l’ho fatto?

Adesso che siamo a poche ore dallo show, in tanti si chiedono: ma davvero McGregor non ha alcuna possibilità di vittoria?

Se lo chiedono soprattutto gli oltre settemila scommettitori che hanno puntato su di lui. Su Floyd si sono scatenati in meno di cinquecento, anche se per ovvie ragioni, leggasi quote, le cifre pagate ai bookmaker sono state decisamente più alte: in tre hanno messo sul piatto altrettanti milioni di dollari. Se lo chiedono i tifosi della MMA, gli ammiratori dell’irlandese. Ma se lo chiede anche qualche supporter della boxe e di Pretty Boy.

Il cambio di umore è stato lento e costante. Chi ha gestito l’operazione è un fuoriclasse. Ha lavorato per installarci un dubbio dietro l’altro, per convincerci che lo spiraglio per infilare la sorpresa non era poi così piccolo. E quando ha ritenuto che fosse giunto il tempo di piazzare la botta finale, l’ha fatto senza starci tanto a pensare su.

Mayweather non ha più soldi, deve 25 milioni al Fisco e non sa dove trovarli. Ha accettato il match. Ha sperperato al gioco tutto quello che aveva, solo per questo è tornato a combattere.

L’ha detto Conor nell’ultima conferenza stampa. E da quel momento la cascata delle illazioni è scesa giù senza rispetto né pudore.

Hanno detto che nei contratti sono scritte anche le percentuali da dare alla Mayweather Promotion per i prossimi match di McGregor.

Mi chiedo. Come ha fatto Floyd a buttare al vento 1,2 miliardi di dollari guadagnati in carriera? Perché dovrei credere a una simile follia?

Eppure applaudo i gestori occulti, credo siano sceneggiatori di serie televisive o esperti di psicologia di massa. Li applaudo perché sono convinto che Conor riuscirà a mettere a segno pochi pugni e Floyd vincerà senza fatica, ma ancora non sono riuscito a scriverlo. Mi hanno influenzato, lo ammetto. Tutte queste chiacchiere mi hanno tolto capacità di analisi critica. I dubbi rendono difficile la gestione serena dei propri pensieri.

Ma adesso che sono alla fine di questa storia sento il dovere di esprimermi come avrei fatto per qualsiasi altro match. Dimenticando la montagna di soldi, parliamo di seicento milioni di dollari, che lo show realizzerà.

Eccomi, sono pronto. Senza condizionamento alcuno.

Floyd Mayweather jr sarà l’attore protagonista a cui Kenny Bayless, che reciterà nel ruolo dell’arbitro, alzerà il braccio. Conor McGregor raccoglierà applausi per la sua breve apparizione sul palcoscenico.

Giù il sipario, fine della commedia.

Anche se le cose dovessero andare in maniera diversa, resterò sempre dell’idea che si sia trattato di due grandi prove d’attore.

FINE

(le foto di Conor McGregor con il figlio e la moglie sono dal profilo Instagram del campione dell’UFC)

A Las Vegas (T-Mobile Arena, sabato 26 agosto) – Superpiuma (12×3) Gervonta Davis (18-0-0, foto) vs Francisco Fonseca (19-0-1); mediomassimi (titolo Wba, 12×3): Nathan Cleverly (30-3-0) vs Badou Jack (21-1-2); massimi leggeri (titolo NABF, 12×3) Andrew Tabiti 14-0-0) vs Steve Cunningham (29-8-1); superwelter (12×3) Floyd Mayweather jr (49-0-0) vs Conor Mcgregor (debuttante). Arbitro Robert Byrd (Usa), giudici: Burt A. Clements (Usa), Dave Moretti (Usa), Guido Cavalleri (Ita); superleggeri: Juan Heraldez 12-0-0) vs Jose Miguel Borrego (13-0-0); supermedi: Kevin Newman II 7-0-1) vs Mark Anthony Hernandez (9-1-0); supermedi (boxe femminile): Savannah Marshall (debuttante) vs Sydney Leblanc (4-3-1); welter: Yordenis Ugas (19-3-0) vs Thomas Delorme (24-2-0).