L’Aiba rischia la bancarotta, scrivono Guardian e New York Times

L’Aiba è sotto attacco e rischia la bancarotta.

Lo scrivono due autorevoli quotidiani, tra i pochi che ancora pratichino quel giornalismo investigativo che è alle radici della professione.

Sean Ingle del Guardian e Ken Belson del New York Times affermano che la chiave di tutto sono la mancata restituzione del prestito di dieci milioni di dollari alla società azera Beckons MMC con sede a Baku (4,5 di quei 10 milioni di dollari non sarebbero mai stati spesi e l’Aiba non sarebbe in grado di fornire spiegazioni su dove siano finiti, affermava il New York Times in un servizio dello scorso agosto) e dei venti milioni di dollari che dovrebbero tornare alla cinese Boxing Marketing Arm.

“Se onoreremo questi debiti saremo alla bancarotta” ha detto al Guardian un’autorevole fonte interna dell’Aiba.

Recentemente si sono dimessi il tesoriere David Francis e il direttore delle finanze Rob Garea. È stato quest’ultimo a riferire nei giorni scorsi al giornale britannico che “Le spese annuali per l’ufficio del presidente Wu Ching-kuo a Taipei e per i suoi viaggi sono superiori a quanto noi diamo alle cinque confederazioni per promuovere lo sport”.

La Beckons MMC ha prestato dieci milioni di dollari all’Aiba nel 2011 con l’accordo di una restituzione entro il 2013. Non essendo stato onorato il prestito è scattata una mora di 500.000 dollari che negli anni è andata via via aumentando. La società azera sostiene che il contratto è stato inizialmente garantito personalmente dallo stesso presidente Wu. L’Aiba nega. A smentirla è intervenuto Ho Kim, vice presidente esonerato dallo stesso Wu.

“Il presidente Wu è andato a Baku per la negoziazione finale sull’accordo di investimento. Dopo quella visita è stato firmato l’accordo con la società azera con sede in Svizzera. Successivamente l’Azerbaigian ha cambiato il contratto, investendo direttamente dal proprio Paese e noi abbiamo dovuto firmare un nuovo documento. Sì, il presidente è stato coinvolto in tutte le trattative” (intervista dello scorso novembre al Guardian).

In un articolo dello stesso periodo Owen Gibson scrive: I documenti che abbiamo visto, tra cui una lettera del dottor Wu al ministro azero per le situazioni di emergenza Kamaladdin Heydarov nell’agosto 2010, confermano come il presidente sia stato strettamente coinvolto nella negoziazione del prestito. Il dottor Wu in una lettera al ministro (che è anche a capo della Federazione Pugilistica azera) chiede a Heydarov di finalizzare il pagamento, non appena può”.

Il New York Times, che afferma di avere visto recentemente i documenti finanziari dell’Aiba, scrive: “Nonostante in un solo mese dello scorso anno i conti avessero un saldo di 9,5 milioni di dollari, in cassa attualmente risultano meno di 7 milioni di dollari”.

Complesso anche il caso relativo alla BMA.

Wu Di, presidente della società, ha dichiarato sia al Guardian che al Times di avere investito venti milioni di dollari per lo sviluppo del pugilato nel continente americano. L’accordo in essere, secondo Wu Di non sarebbe stato rispettato e il recente contratto stilato dall’Aiba con la società AliSport lo avrebbe ulteriormente tradito.

La questione si va trascinando da anni, ora però sia la Beckons che la BMA hanno deciso di accelerare rivolgendosi direttamente al Tribunale svizzero con l’intenzione di fare onorare i prestiti in tempi brevi.

Terry Smith, rappresentante gallese nel Board dell’Aiba, ha chiesto in una lettera a Wu Ching-kuo chiarimenti sulla situazione finanziaria e amministrativa dell’Ente. A inizio luglio è stato esonerato dal Board. Smith si è rivolto al Tribunale svizzero che questa settimana lo ha reinsediato di autorità nel suo incarico.

Il mandato del presidente Aiba scade nel 2018.

 

Il senatore Antonio Razzi scambia Benvenuti per Monzon…

I politici amano apparire, si sa. Autoscatti, profili su Twitter, Instagram, pagina su Facebook, comparsate televisive, interviste su qualsiasi tema e quanto altro ancora. Tutto porta un minimo di popolarità. Accade però che a volte si scivoli sul post e si rischi di farsi male. Questa foto postata dal senatore Antonio Razzi su Twitter ne è la conferma…

La madre di tutte le bufale, Tyson vs Putin su un ring di Mosca!

Le bufale, a Roma chiamiamo così quelle che in televisione vengono denominate fake news, sono notizie redatte con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, rese pubbliche nel deliberato intento di disinformare o  diffondere pure invenzioni attraverso i mezzi di informazione tradizionali o via internet.
Le notizie false sono pubblicate con l’intento di attrarre il lettore, costringendolo a leggere l’articolo o a guardare il video al cui interno c’è sempre della pubblicità.
Stavolta però il National Enquirer, periodico statunitense di gossip e intrattenimento, ha esagerato. C’è un principio semplice che i creatori di bufale dovrebbero tenere a mente. Più la notizia inventata è verosimile, più efficace è il suo impatto sui potenziali fruitori dell’informazione. Bisogna quindi restare nei confini della realtà per ottenere il massimo risultato.
Il National Enquirer ha infranto anche questa regola di base.
Leggete cosa è stato capace di scrivere.
“Mike Tyson potrebbe affrontare su un ring di Mosca il 64enne presidente Vladimir Putin. Per convincere ad accettare il match, al 51enne di Brownsville sono stati offerti 500.000 dollari e la pubblicazione del suo libro tradotto in russo. Nel pacchetto c’è anche la possibilità di una convention da tenersi a New York, a spese di investitori che hanno la Russia come base di lavoro”.
Una balla spaziale, la madre di tutte le bufale, che può far solo sorridere.
Ridicola per Tyson, per il modo poco professionale con cui è stata creata, per l’assurdità del contesto, ma soprattutto per il presidente russo.


Una notizia addirittura meno credibile di quella, pubblicata sempre sul National Enquirer, in cui si rivelava la relazione tra Vladimir Putin e Pamela Andersson.
Al peggio non c’è mai fine…

Per i giornali, l’Italia degli incendi si è fermata a Capalbio…

Una domenica da incubo.

La linea ferroviaria che costeggia la litoranea tirrenica si è tramutata in un inferno per migliaia e migliaia di viaggiatori. Treni fermi per oltre un’ora a Orbetello. Per tre ore e mezzo a Civitavecchia. Alta velocità a passo di lumaca. E infine, tutti giù a Ladispoli. La corsa finisce qui. Roma resta un miraggio per chi è partito da Ventimiglia sicuro di arrivare prima di notte nella Città Eterna.

Migliaia di persone abbandonate quando la sera era ormai calata da tempo.

Attorno alle 23:00 il piazzale della stagione di Ladispoli era invaso da oltre mille passeggeri abbandonati nella notte. Dei bus annunciati, fino a quel momento neppure l’ombra.

Tromba d’aria a Ostia. Case minacciate dalla fiamme, inquilini costretti a scappare. Gli incendi (a detta di alcune fonti di informazioni) dolosi, hanno distrutto i nervi e in alcuni casi anche le case di vittime incolpevoli.

A Roma Termini non sono arrivati tuti i treni provenienti da Ventimiglia, Genova o Grosseto. L’Aurelia intasata dalle auto, con file lunghe anche venti chilometri.

Il caos più totale.

Ho aperto Internet praticamente in diretta, volevo capire. Niente. I siti online dei giornali ingnoravano il fenomeno, a leggerli sembrava che la moltitudine di persone prigioniere in treno tra il fumo e un odore nauseabondo di bruciato fosse solo frutto della fantasia.

Stamattina leggo i quotidiani e trovo solo poche righe, soprattutto se confrontate con il main event, l’evento principale che la quasi totalità dei media italiani ha considerato meritevole di attenzione in esclusiva.

La paura dei Vip a Capalbio.

Signori le fiamme ci sono stata anche a Civitavecchia e Ladispoli. Una tromba d’aria ha causato danni gravi e feriti a Ostia. Lungo l’intero litorale tirrenico il popolo dei viaggiatori si è sentito sprofondare in un incubo. La gente è rimasta chiusa nelle case assediate dal fuoco, migliaia e migliaia di persone (giovani, anziani, bambini) sono stati costretti a soste forzate lunghe anche più di tre ore,  obbligati a trovare una soluzione per capire come riuscire ad arrivare a casa mentre la paura cresceva.

E voi avete messo al centro dell’inferno sempre e solo la spiaggia Vip. L’unica, a leggere i quotidiani, che sia stata minacciata dalle fiamme.

Forse sono io che appartengo a una generazione che non riesce più ad analizzare con serenità i problemi, sono figlio di un vecchio giornalismo che avrebbe scatenato i cronisti sulla vera essenza della notizia. I disagi, le pene e le paure degli italiani finiti all’inferno senza colpe.

Ma questa è una chiave di lettura che evidentemente appartiene al passato.

Oggi è meglio titolare in prima con tanto di fotone “L’oasi dei vip lambita dagli incendi” e all’interno “Le fiamme e il fumo fanno paura a Capalbio” come ha fatto il Corriere della Sera, relegando a taglio centrale “Gli 800 passeggeri prigionieri in treno per otto ore”. Ma allora le fiamme hanno creato paure e timori anche al di fuori di Capalbio…

“I roghi non danno mai tregua, paura all’Ultima spiaggia” (Il Fatto Quotidiano).

“Capalbio, spiaggia Vip in fiamme” (Il Giornale).

“Turisti in fuga dopo gli incendi su Capalbio” (La Stampa), ma anche “In volo sull’Italia assediata dal fuoco”.

Silenzio sulla prima di Libero.

“A ferro e fuoco”, il riferimento è a Roma (Il Tempo).

“Tornado e feriti, paura e roghi a Ostia e Capalbio” (Il Messaggero).

“Roghi a Capalbio, evacuata la spiaggia dei Vip” (Il Gazzettino).

“Nella morsa degli incendi, bagnanti in fuga a Capalbio” (Il Secolo XIX).

“Vesuvio in fiamme, fuga dalla case” (Il Mattino, unico ad aprire sul tema).

Silenzio sulla prima del Tirreno, che avrebbe dovuto mostrare interesse anche solo per il fatto che si è trattato di un evento accaduto nella sua area diffusionale.

In altre parole, il fuoco si è fermato a Capalbio.

L’Italia dei media non ce l’ha proprio fatta ad allargare l’orizzonte.
È il nuovo giornalismo che avanza.
Era già accaduto con gli incendi di Messina, diventati importanti soltanto dopo un tweet di Fiorello. E per quelli nei dintorni di Napoli.

Prima di essere frainteso, non dico che i Vip di Capalbio non siano stati vittima di una situazione drammatica. Lo sono stati come molte altre zone d’Italia. Ma a sfogliare i quotidiani sembra che abbiano avuto l’esclusiva del dolore.

Per ventiquattro ore cartaceo e Internet hanno viaggiato sullo stesso piano. Quello che porta a disinteressarsi sempre di più di chi quei giornali vorrebbe comprarli per essere informato…

P.S. Pensate che ci sia stato un solo organo online che nelle prime ore di questa mattina abbia detto ai viaggiatori se le linee interrotte causa incendi fossero state ripristinate?

Quarant’anni fa, Monzon confessa il ritiro a una persona speciale…

Il 30 luglio del ’77, tra meno di due settimane saranno passati quarant’anni, Carlos Monzon batteva Rodrigo Valdes e si ritirava dalla boxe. Ecco il dialogo tra il campione e la persona speciale a cui confessa la decisione appena presa…

Carlos rientrava velocemente nello spogliatoio, si guardava allo specchio e vedeva qualcosa che non gli piaceva. Le ferite, il viso gonfio. I segni del match erano tutti lì, inconfondibili. Era stata una battaglia, aveva vinto, ma mai era andato così vicino alla sconfitta. E questo proprio non riusciva a sopportarlo. Un ghigno, il pensiero di quello che avrebbe detto una volta fuori. Si era steso sul lettino dei massaggi, il corpo martoriato lo costringeva a pensare, a decidere. Un piccolo sorriso gli aveva riempito la faccia. Aveva scelto quale strada percorrere. Poi si era spogliato e si era infilato sotto la doccia.

Due reporter argentini erano riusciti a intrufolarsi lì dentro chissà come e avevano scattato tre foto. Avrebbero venduto le immagini di Monzon nudo sotto la doccia a una rivista spagnola per mille dollari a scatto. Carlos li avrebbe maledetti, non per aver visto esposte la sua nudità, ma non averci guadagnato un soldo. Un paio di mesi prima aveva infatti rifiutato la proposta di Playboy che gli aveva offerto cinquantamila dollari per un servizio fotografico. Aveva detto no e adesso Pichi Arcàzate e il suo amico lo avevano fregato.

Abel aveva solo undici anni. Era entrato nello spogliatoio e lentamente si era avvicinato al lettino dove il papà era steso in cerca di un minimo recupero.

«Quando sei andato al tappeto ho pianto, ho versato molte lacrime».

«Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi».

E con quella frase pensava di aver risolto definitivamente la questione. Aveva appena spiegato ad Abel come doveva pensare e come doveva comportarsi un vero macho. Ma il ragazzo insisteva.

«Dimmelo papà»

«Cosa?»

«Che non combatterai più»

«Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea»

L’annuncio del ritiro non era ancora ufficiale.

Rodolfo Sabbatini non credeva fosse possibile.

«Dice di ritirarsi, ma in gennaio, massimo febbraio sarà da me per rimproverarmi. Mi chiederà come mai non abbia ancora preparato un match per lui. Perché lui, Carlos Monzon, non chiuderà qui».

Per una volta, il saggio promoter romano aveva sbagliato.

(stralcio da “Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

Mayweather vs McGregor, a me ricorda gli show del wrestling

Il mondo del pugilato è travolto da un’onda gigantesca.
Sembra che non esista niente altro che la sfida Mayweather jr vs McGregor.

I siti specializzati americani e inglesi parlano solo di questo, Espn.com ha in home page venti articoli sul tema. I giornali inglesi sono pieni di commenti sull’evento in programma il 26 agosto.
In Italia le reazioni sono opposte. C’è chi è entusiasta per l’insolita popolarità che la boxe, anche se per contaminazione indiretta, sta avendo in questo momento e chi condanna l’evento come una farsa. Credo che in entrambi i casi sia sbagliata la chiave di lettura.


Mayweather vs McGregor è un capolavoro realizzato dagli specialisti del marketing che l’hanno messo in piedi, con il pugilato e lo sport credo abbia poco a che fare. Mi spiego meglio sulla seconda parte della frase, poi tenterò di lanciarmi in un’analisi dell’aspetto commerciale.

Mayweather ha quarant’anni, ma fino a settembre del 2015 è stato attivo sul ring. Ha un record di 49-0 ed è stato campione in cinque differenti categorie di peso. Conor McGregor è all’esordio in questo sport. Dite, ma è un campione dell’UFC. Vero, ma il 26 agosto a Las Vegas si combatterà secondo le regole del pugilato. Niente calci, niente gomitate, niente tentativi di mettere a terra l’avversario facendo leva sulle gambe. Solo pugni. Nei confini di uno sport così concepito, McGregor non si è mai esibito.

Del resto le quote dei bookmaker parlano chiaro.

Vittoria Mayweather jr: punti 500 dollari, ne vinci 100.

Vittoria McGregor: punti 100, ne vinci 350.

Vittoria per ko Mayweather jr: punti 150 ne vinci 100.

Vittoria per ko McGregor: punti 100, ne vinci 400.

Quindi, sul piano tecnico il match ha valenza zero, a patto ovviamente che tutto si svolga secondo le regole.

Sono abbastanza sicuro di questo, come sono sicuro del capolavoro di marketing.

Gli americani sono specialisti nel genere. A febbraio un editore è riuscito a vendere decine di migliaia di copie di un libro che è stato per due mesi in testa alle classifiche di Amazon: “Motivi per votare i Democratici: una guida completa” di Michael J. Knowles, giornalista di Daily Wire. Duecentosessanta pagine per otto dollari, 260 pagine bianche! Non c’era scritto niente. E ha venduto tantissimo grazie a un tam tam senza sosta dei giornali conservatori che ne esaltavano la genialità. Oggi se volete comprare una copia del nulla, ripeto: 260 pagine bianche!, dovete pagare (sempre su Amazon) 139.95 $ per un volume nuovo, 89 $ per uno usato.

Figuratevi se non potevano vendere due uomini popolari, campioni nei rispettivi sport, dotati di una dialettica di primo livello, con un ego spropositato, capaci di qualsiasi cosa per fare soldi.

Hanno reso l’evento un sogno da realizzare. Per mesi, anni, ci siamo portati dietro la domanda: si farà? Non si farà? Negli States il quesito è rimbalzato via radio, televisione, giornali, siti specializzati.

Una volta accertato che c’era l’accordo e la data, è stata creato un minimo di suspance. La sede è occupata, salta tutto? Ma fateci il piacere!

Poi, i due hanno cominciato a parlare. Un fiume di parole, insulti, minacce, facce cattive, promesse di distruzione, inviti in tribunale. Più o meno scene che abbiamo visto centinaia di volte, solo che stavolta erano recitate molto meglio.

Quattro conferenze stampa a stretto giro: Los Angeles, Toronto, New York, Londra in quattro giorni! E sì perché il match va venduto in tutti gli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna. È con la pay per view che si fanno i soldi veri (si calcola di incassare 450 milioni di dollari!).

Si sono chiesti: cosa vuole il pubblico degli sport da combattimento?

Oggi le risposte si trovano anche grazie a macchine che sfruttano l’intelligenza artificiale per capire quali siano le esigenze dei clienti. Una mole sterminata di dati che la tecnologia trasforma poi in forme definite. Attraverso l’analisi di questi elementi si sa cosa pensano, cosa comprano, cosa vogliono, ogni quanto tempo sono disposti a spendere soldi i potenziali fruitori del prodotto.

E così loro hanno confezionato il giocattolo che la gente voleva. In fondo con un giro d’affari previsto attorno ai 600 (seicento!) milioni di dollari, potevano pure spendere qualche soldino nelle ricerche di mercato.

Due leader nei loro sport, in possesso di grande personalità e carisma.
Soprattutto due attori capaci di recitare il copione scritto per loro.

Non mi meraviglerei se si scoprisse che dietro Floyd e Connor ci sia un gruppo di autori che mettono giù i testi e altrettanti attori che gli insegnano come muoversi quando sono in pubblico.

Ecco perché questo evento mi sembra sia decisamente più vicino al wrestling che alla boxe. Il wrestling non appartiene al mondo dello sport, ma a quello dello spettacolo. I migliori sceneggiatori di Hollywood, quelli che scrivono per le serie televisive di grande successo, realizzano i copioni che i lottatori devono poi interpretare. È tutto già stabilito. Ci sono storie che si intrecciano, amori, vendette, ripicche, insulti e trionfi, lacrime e urla di gioia. Tutto scritto prima. Eppure il pubblico impazzisce e gli stadi sono sempre pieni. Gli spettatori fanno addirittura il tifo…

Non so se chi ha messo in piedi l’evento del 26 agosto abbia percorso sino in fondo questo cammino. So però che in quella data non ci sarà un match di boxe. Se la Commissione Atletica del Nevada fosse stata seria e poco attenta alla montagna di soldi che gira attorno alla serata, avrebbe negato la licenza. Ma so anche di chiedere troppo.

Una cosa però vorrei fosse chiara. Nel caso in cui, come tutti noi pensiamo, Mayweather dovesse vincere il match spero proprio che nessuno mi venga a parlare di record, di 50-0, di meraviglia della natura. Sarebbe davvero troppo.

Cinquant’anni fa Mazzinghi scopre tutti i colori del mondo…

Il 14 luglio del ’67 Sandro Mazzinghi scopre il mondo dei colori. Pensava di averli visti tutti, anche i più rari. Pervinca, bianco fantasma, eliotropo, ecru, rosso falun, solidago. Questi al limite potrebbe anche conoscerli, ma è del tutto impreparato davanti ai colori della meraviglia. Sono quelli che appaiono all’improvviso per uno strano incrocio di coincidenze.
La coincidenza che ha appena incrociato lui è un colpo tremendo. Un destro alla mascella, uno di quelli che ti fa sentire le campane e scoprire un mondo fatto di fantastici colori. Un maledetto dolore gli tormenta corpo e cervello, vorrebbe finirla lì. Ma istinto e natura lo spingono ad andare avanti, lui è nato per combattere. È Sandro Mazzinghi.


Sta per chiudersi la settima ripresa, fino a quel momento il match è stato intenso e Sandro lo sta portando a casa, con grande fatica ma ci sta riuscendo. Poi  finisce la benzina. Così prova a chiuderla lì, con una lunghissima serie al corpo. Ma l’altro sembra fatto di marmo. Se ne sta sempre dritto, col viso truce, quasi voglia sfidarlo.
L’altro si chiama Gomeo Brennan, è nato a Bimini nelle Bahamas, e vive a Miami in Florida. È un uomo in classifica mondiale, un rivale decisamente duro. Ha temperamento, potenza e tecnica. Ha affrontato i migliori. E adesso è a Roma per arricchire il suo eccellente record: 70-16-6 con 34 ko a favore e nessuno contro.


Sandro pensa sia meglio riprendere fiato. È arrivato il momento di guadagnare tempo, recuperare. A scatenare il dramma basta un mezzo passo all’indietro per respirare, le braccia non più su a proteggere il viso. Non ha altre forze da spendere Mazzinghi. E in quel preciso istante parte il colpo di Brennan. La botta arriva improvvisa e devastante.
Sandro fatica a restare in piedi. Il sudore gli scende dalla fronte, entra negli occhi, appanna ogni cosa. Mancano tre riprese alla fine. Recupera forze e sicurezza, riesce ad aggiudicarsi il finale di match e il verdetto giustamente lo premia. Ai punti.


In terra no. Non ce la fa a mandare al tappeto Gomeo Brennan (sopra, a destra, contro Rubin Hurricane Carter), non riesce a chiudere come avrebbe voluto. E la notte, nel letto, si rigira a lungo senza riuscire a dormire. La mascella gli fa male. Niente sonno, tanti pensieri. Non permetterà a nessuno di sorprenderlo in calo di forze. Si allenerà con una dedizione ancora maggiore.
In quella stessa riunione c’è Carmelo Bossi. Deve incontrare Taddy  Meho, ma il nigeriano scompare alla vigilia. Di lui non si hanno tracce. L’organizzatore Rodolfo Sabbatini deve trovare in fretta una soluzione, al match mancano poco più quarantotto ore.
Angel Robinson Garcia è un grande pugile, ma ha vizi altrettanto grandi. Beve, fuma e non c’è giorno che non faccia l’amore. Con una o più donne. Ha combattuto in ventuno Paesi, in quattro Continenti. È bravo, ma ama in maniera esagerata il sesso. Prima di salire sul ring, dopo il peso, a fine match, durante gli allenamenti. Sempre.


Il manager genovese Rocco Agostino l’ha conosciuto a Barcellona. In carcere.
Angel è un bel ragazzo ed è sessualmente superdotato. Non si stanca mai di mostrare quella che ritiene sia la sua qualità migliore. Le signorine dell’angiporto fanno a gara per averlo con loro. Ovviamente gratis. E questo non piace ai magnaccia che tutte le sere si mettono a caccia di quel tizio che si diverte con le loro donne. E lo fa gratis.
Una sera riescono a metterlo alle strette. Lo circondano in cinque. Provano ad attaccarlo tutti assieme. E finiscono a terra, stesi ben oltre il conteggio totale. La polizia deve prendere Garcia a randellate sulla nuca per riuscire a fermarlo.


Solo in carcere riesce a fare vita da atleta. Èanche per questo che Agostino, nel momento in cui viene a mancare l’avversario di Carmelo Bossi, propone Angel Robinson Garcia a Rodolfo Sabbatini.
“Ma non è in prigione?” chiede il promoter romano.
“Appunto…” risponde il manager.


Va a prenderlo in galera alle 10 del mattino. Lo carica in macchina e lo porta a Roma. Mangia solo piatti di spaghetti. Senza sale e senza sugo. Ma alla fine è in forma, e poi con Bossi ha già combattuto e pareggiato a Barcellona un anno prima. Per quattro riprese si difende come può,  poi una ferita lo ferma nell’intervallo tra il quinto e il sesto round.
Nel resto del programma Giampiero Salami batte Emilio Riccetti per kot 6, Mirco Rossi supera Angelo Maria Quirici ai punti in 8, e Vincenzo Pulcrano ha la meglio su Mario Bocci in 6.
Spero vi sia piaciuta, è una storia di cinquant’anni fa.
Sandro Mazzinghi (foto sopra) ne ha scritto la pagina più importante.

 

La giuria d’appello conferma il verdetto: Horn meglio di Pacquiao

Cambiano i giudici, il risultato rimane lo stesso.

La World Boxing Organizzation ha accettato la richiesta del Governo filippino di riesaminare  l’incontro valido per il titolo dei welter tra Manny Pacquiao e Jeff Horn. I tre giudici a bordo ring avevano assegnato all’unanimità la vittoria all’australiano: Roldan 117-11, Flores e Cerdan 115-113.

La Wbo ha messo cinque giudici davanti a un video a cui era stato eliminato l’audio per evitare qualsiasi condizionamento. Il verdetto è rimasto identico. Tre giudici (115-113, 114-113, 114-113) per Horn, uno per Pacquiao (114-113), uno pari (114-114).

Tre riprese per parte sono state assegnate ai pugili all’unanimità dai cinque giudici: 1, 6, 12 per Horn; 3, 8, 9 per Pacquiao.

Qualsiasi fosse stato il verdetto di questa giuria di appello il precedente risultato non sarebbe stato modificato e il titolo sarebbe rimasto a Horn.

Il Toro del Bronx compie 96 anni, auguri vecchio Jack

JLM1

Giacobbe “Jake” La Motta è nato a New York il 10 luglio 1921, lunedì festeggerà 96 anni.
Il 14 aprile del 1985 ero a Las Vegas per il mondiale Hagler vs Hearns che si sarebbe svolto il giorno dopo. Ero stato fortunato, mi avevano invitato alla festa di matrimonio, l’ennesimo, del Toro del Bronx. Il mio regalo di compleanno è, per tradizione, il racconto di quella magica serata.

Il vecchio Jake stava suonando un piano a coda bianco. Indossava uno smoking dello stesso colore, aveva un minuscolo papillon nero al collo di una camicia di un bianco accecante. Jake La Motta stava festeggiando il matrimonio con Theresa Miller sulla scalinata accanto alla piscina all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas. Era la sesta volta che si sposava e a giudicare dal sorriso sembrava proprio divertirsi.

Avevo avuto la fortuna di sedere a un tavolo vicino al pianoforte e potevo sentire Jack mentre sparava battute a raffica.

«Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva, era di guidare con attenzione».

Pausa, il tempo per godersi l’applauso, poi un’altra battuta.

«Voi tutti ricorderete Vickie, la mia seconda moglie. Vickie era sempre preoccupata, diceva che non aveva nulla da indossare. Non le ho creduto fino a quando non l’ho vista su Playboy

A due tavoli dal mio sedeva Sugar Ray Robinson. L’avevo visto qualche giorno prima, era stato un incontro triste. Il grande campione se ne stava afflosciato su una sedia alle mie spalle. Alla sua destra la moglie, a sinistra un amico che lo sorreggeva. Davanti a noi, su un ring che sembrava preso di peso da una sagra paesana Thomas Hearns faceva finta di allenarsi. Una sessione di guanti pubblica con uno sparring lento, impacciato, incapace di impegnarlo.

Eravamo al Convention Center, Ballroom Four, del Caesars Palace. Tappeti ovunque, musica a palla e in fondo alla sala un ring. I tifosi avevano pagato due dollari per entrare. C’erano tremila persone in sala. Chiasso, urla, nessuna possibilità di concentrarsi.

Hearns salutava gli amici, rilasciava un’intervista televisiva, mimava addirittura qualche scena comica. Faceva le figure con Emanuel Steward, il manager/maestro era impostato in guardia falsa come Hagler. A volte si concedevano un giochino per la platea. Hearns sparava un colpo cattivo, il manager schivava e il pugile si ritrovava a colpire solo l’aria. Altre volte aveva avuto per sparring mancini veri come Cecil Pettigrew, Brian Muller ed il mediomassimo Charles Henderson. A fine sessione, Gino Lender, un altro uomo del suo clan, lo colpiva ripetutamente allo stomaco con un pallone medicinale.

Su uno dei due lati lunghi del salone, qualcuno aveva alzato un cartello bianco con una scritta rossa: “Le sentenze di Hearns”. E sotto quattro cartelli più piccoli.

«Sono in gran forma»

«Vorrei che il match fosse oggi»

«Manderò Hagler ko in tre round»

«Lo odio»

Poca fantasia, scarso gusto, inquietanti segnali di paura. Sugar Ray dietro di me, mormorava parole senza senso, non riusciva a capire le domande che tifosi incantati gli ponevano a raffica, li guardava con occhi tristi, poi mi batteva su una spalla.

«Chi ha vinto?»

Credeva fosse un match, era una seduta di allenamento.

E neppure troppo intensa.

La moglie lo proteggeva, pregando tutti noi di parlare con lei. La gente continuava a chiedere, incapace di capire che il vecchio campione non era più in grado di calarsi nella realtà. Ormai viveva in un mondo così lontano dal nostro da non avere neppure un punto di contatto.

Del mitico Sugar Ray Robinson era rimasto ben poco. Una faccia stropicciata dagli anni e dalla malattia, i baffetti e nulla più. Le parole che apparivano sui giornali tipo «Io li avrei battuti entrambi per ko», messagio rivolto a Hagler&Hearns, appartenevano all’ultima compagna di una vita che recitava una parte che non le apparteneva. Il mitico Robinson non era in grado di articolare una frase che avesse un senso compiuto. Aveva gli occhi velati di tristezza e, ma di questo non sono poi così sicuro, a poco meno di 64 anni sentiva già la vita scappargli via.

Jake La Motta (nella foto sopra la fase di un match col grande Sugar Ray, nella foto in alto manda fuori dalle corde del ring Robinson) continuava ad omaggiarlo.

«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».

«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».

«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».

Aveva uno strano corpo Jake La Motta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate. Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. Mi era bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.

Erano tutti lì i grandi della boxe, nel giardino all’aperto del Caesar Palace. Avevo visto Jake La Motta, Sugar Ray Robinson, Larry Holmes, Don Curry, Josè Torres. Erano lì per ammirare Marvin Hagler che avrebbe difeso il mondiale dei pesi medi contro Thomas Hearns. Grandi campioni a cui La Motta aveva rubato la scena. Almeno per quella sera, era tornato ad essere il protagonista assoluto. Un intrattenitore che, su testi di altri, si divertiva a prendere in giro anche se stesso.

«Lei ha divorziato perché io facevo a pugni con i colori delle tende».

Pausa, risate.

«Sono in gran forma per un uomo di 64 anni. Ogni arteria del mio corpo è dura come una roccia».

Altra pausa, altre risate.

«Mia moglie non si era accorta che ero un alcolizzato fino a quando, una notte, non mi ha visto sobrio».

1953-jack-motta-130289

Pausa, risate, applauso.

«Ehi Jake, raccontaci ancora quella su Rocky Graziano».

«Ve l’ho raccontata mille volte. Ma voi volete risentirla. E va bene. Quando il manager gli ha chiesto: “Vuoi combattere per la corona?”, lui ha risposto: “Uuhh, posso battere la Regina Elisabetta in tre round”. Vi giuro che è tutto vero, di mio non ho aggiunto una parola».

Era fatto così La Motta (nella foto tra Fulvia Franco e la sua seconda moglie Vicky). Donne, alcool, sigari, pugni e battute. Bob Arum e Rodolfo Sabbatini mi avevano dato un invito per la sua festa di matrimonio ed io mi stavo davvero divertendo. Ero arrivato a Las Vegas per lo show del Meraviglioso, ma non volevo perdermi nulla dello spettacolo che gli era stato costruito attorno. Un’aria magica circondava il grande evento. Ci sentivamo un po’ tutti La Motta in quei giorni. Smoking bianco e pianoforte a coda in tinta.

Le parole contano molto nella vita, non sempre i pugili riescono ad usarle con la stessa abilità dei pugni. Il vecchio Jake sa farlo come se fossero armi. E non sbaglia un colpo.

L’Aiba e le donne nel pugilato, i conti non tornano…

Il Cio sta spingendo per aumentare la partecipazione delle donne ai Giochi e l’Aiba si adegua. Il 23 e 24 luglio a Mosca si riunirà il Comitato Esecutivo per decidere alcuni cambiamenti epocali:

  1.  Aumento di due categorie di peso nel settore femminile (57 kg e 69 kg) a discapito di una categoria maschile, che sarà eliminata
  2.  Match sui tre round da tre minuti
  3.  Eliminazione del caschetto protettivo
  4.  Inclusione delle professioniste

Il tutto a partire da Tokyo 2020.

Cresce dunque la presenza delle donne nel pugilato olimpico. Peccato non accada lo stesso a livello politico/dirigenziale.

Il Comitato Esecutivo dell’Aiba è formato da un presidente, cinque vice presidenti e tredici membri. Tutti eletti. Più due vice presidenti e tre membri nominati. In totale ventiquattro dirigenti di alto livello che governano il mondo della boxe.

Quante donne fanno parte del gruppo?

Una. Una sola. Joyce Bowen delle Barbados che presiede la Commissione Femminile. La signora, 64 anni, non è mai stata pugile, né ha mai tirato un pugno. La passione le è stata trasmessa dal marito, allenatore della nazionale del Paese. È stata a capo della federazione dilettantista delle Barbados e si è ripresentata candidata anche quest’anno per le elezioni di marzo, ma è stata battuta da Richard Atwell. È all’interno dell’Aiba da tempo. Una aprifila di una fila che però non esiste.

Non mi sembra che i conti tornino.

O 1 su 24 vi sembra una percentuale accettabile per un movimento che continua a parlare di più donne protagoniste nel mondo del pugilato?