Passioni e segreti del Moro, coach di Paltrinieri e zio di Detti

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Il Moro è quel signore che avete visto nel riquadro a sinistra sullo schermo del vostro televisore durante la nuotata trionfale sui 1500 sl di Gregorio Paltrinieri ai Mondiali di Budapest . È quel signore che provava a rimanere tranquillo, quello che alla fine ha rotto gli argini e ha esultato come se in acqua ci fosse anche lui. È il tecnico di Paltrinieri. In un’intervista di qualche tempo fa ho cercato di scoprire chi fosse Stefano Morini, nato a Livorno il 17 novembre 1956. Una sorella, Paola: ex campionessa di corsa campestre. Figlio di Sergio, ex proprietario di un’autofficina per le riparazioni delle automobili, e Neda: discendente di una famiglia titolare di numerose sale corse. E per nipote Gabriele Detti, oro anche lui in questi Mondiali sugli 800 sl.

Stefano Morini, in che zona di Livorno è nato?

«Il quartiere si chiama Benci Centro, insomma Ovosodo».

Allora avrà visto il film di Virzì, si riconosce in quei livornesi?

«Diciamo che quelli erano un po’ atipici».

Che zona era Ovosodo?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta ci abitava la gente benestante, quella che poi si è trasferita al mare o in collina. In altre parole all’Ardenza o a Monenero. Ora a Ovosodo ci sono i vecchi livornesi».

Il nome da che viene?

«Forse dai colori dello stemma del gonzo con cui il quartiere faceva il palio marinaio, il giallo ed il bianco».

In piscina, come ci è arrivato?

«Ero grandicello. Avevo undici anni. Il dottore diceva che avevo un’asma bronchiale e che il nuoto sarebbe stata una buona cura».

E chi era questo medico che anticipava I tempi?

«Il dottor Marcacci, un amico del papà. Lavorava anche con il Livorno calcio».

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Suo papà amava il lavoro che faceva?

«Le macchine gli sono sempre piaciute. Ha corso tre volte la Mille Miglia, l’ultima con una Maserati. Eravamo nel 1956, l’anno in cui sono nato. Prima l’aveva fatta con una Topolino. E ha preparato anche alcune auto per la Coppa Liburnia o il rally dell’Elba, tra cui una Renault Alpine del figlio del dottor Marcacci».

E a lei sarebbe piaciuto correre in auto?

«Ho sempre sognato di fare il pilota di rally. Ho un amico, Giorgio Mariotti, che faceva il navigatore ai tempi di Munari. A me sarebbe piaciuto fare il pilota».

E invece?

«In casa mi hanno sempre frenato. Dicevano che dovevo stare attento, che l’asma andava curata, che non dovevo esagerare».

Così, niente sport?

«Quando mai. Ho fatto prima la pallanuoto. Giocavo centroboa con il Circolo Nautico Livorno in serie A. La piscina di casa era all’aperto, ai Bagni Pancaldi. Diciamo che l’ambiene era caldo in tutti i sensi».

Dalla pallanuoto è poi passato al nuoto?

«No. Sono passato al rugby. Giocavo terza centro con il Cus Pisa in serie B».

Un livornese che giocava con una squadra pisana?

«Eravano quasi tutti di Livorno, e poi noi non si badava a queste cose».

E il nuoto?

«E’ stata una scelta d’amore. Nel senso che ero fidanzato con Nerella, un nome particolare che penso abbia ereditato dal soprannome del papà: Nerino. Lei, che di cognome fa Selmi, ha fatto anche i campionati italiani nei 200 delfino. Per starle vicino, ho seguito il sentimento e sono finito ad allenare una squadra di nuoto alla piscina comunale di via dei Pensieri. Prima come vice, poi come tecnico capo. In realtà a casa avevo pensato di farmi lavorare in una sala corse di Rosignano, ma io ho preferito la piscina».

Primo risultato importante?

«Ilaria Tocchini, assieme ci siamo presi tante soddisfazioni. E poi, tanti altri nazionali».

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Fermiamoci un attimo. Facciamo un passo indietro. Prima di diventare allenatore di nuoto a tempo pieno, il giovane Stefano Morini cosa faceva nella vita di tutti i giorni?

«Mi piaceva divertirmi. Ho sempre amato il mare, la piscina l’ho sempre vista come un lavoro. Ero bravo sul windsurf. Così caricavo la tavola sulla macchina e me ne andavo all’Ardenza. Oppure, assieme agli amici si andava in barca. Lo vuole sapere quale è il mio più grande sogno?»

Me lo dica.

«Fare il giro del mondo su una barca a vela».

Da solo?

«Ma no, con gli amici. Ce ne sono due, Roberto e Marco, che sono dei fenomeni nella pesca subacquea. Con loro dentici e cernie sono assicurate».

Dunque al primo posto nella classifica dei sogni, il giro del mondo sulla barca a vela. E subito dopo?

«Qualcosa che ormai non posso più realizzare. Credo proprio che la cosa che sarei riuscito a fare meglio era quella di giocare a rugby. Lasciarlo mi è pesato. Ma non ho rimpianti, ho una vita felice. Nerina, mia moglie, è una donna fantastica che ha saputo accompagnarmi durante il percorso della vita, aiutarmi, spronarmi. Abbiamo un bel figliolo, Tommaso che ha 24 anni e fa anche lui l’allenatore di nuoto».

Morini, quando è arrivato in nazionale?

«La prima volta mi ha chiamato Bubi Dennerlein nel 1985. Dal 1991 ho lavorato con Alberto (Castagnetti, ndr). Non ci conoscevamo, ma siamo diventati amici».

Quale è la sua dote migliore?

«Penso di dare tranquillità. Da buon livornese, se ho qualcosa dentro non riesco a trattenermi e devo dirla. Per questo in passato ho anche avuto degli scontri violenti. Ma adesso prima di parlare conto fino a cento. Questo non vuol dire che non voglia imporre le mie tesi».

Aiba alla resa dei conti, governo temporaneo con Falcinelli presidente

Siamo alla resa dei conti.

Il Comitato Esecutivo (CE) dell’Aiba ha in pratica dichiarato decaduto l’attuale presidente Ching-Kuo Wu (Taipei), rilevandolo da ogni incarico sia di tipo amministrativo che di gestione politica dell’Ente.

Durante il congresso di Mosca (24-25 luglio) è stata approvata la creazione di un Interim Management Committee (IMC), in pratica un CE temporaneo che assumerà la gestione e l’amministrazione dell’Aiba. Il documento è stato firmato da tredici membri del CE. Non hanno aderito i rappresentanti di Turchia e Guyana, quattro gli assenti.

Presidente dell’IMC è stato nominato l’italiano Franco Falcinelli, il dirigente più alto in grado. Fanno parte del Comitato altri quattro membri: Terry Smith (Galles), Pat Fiacco (Canada), Alberto Puig De La Barca (Cuba) e Mohamed Moustahsane (Marocco).

L’IMC ha chiesto al presidente Wu di fornire spiegazioni sui problemi finanziari e di governance, di chiarire al CE le preoccupazioni sulla gestione e la governabilità dell’Ente.

Il CE ha accusato Wu di non rispondere ad alcuna domanda di carattere amministrativo e di avere creato un clima difficile all’interno dell’Aiba instaurando la cultura della paura.

A supporto delle sue affermazioni il CE ha portato vari documenti, tra cui una lettera della Bekons MMC in cui il presidente accusa l’Aiba di avere millantato un accordo per lo scaglionamento del debito di 10 milioni, datato 2011 e con scadenza per la restituzione 2013. La Bekons ha definito falsa questa affermazione. Nessun accordo è stato raggiunto per il dilazionamento della restituzione. Se il debito non sarà onorato entro trenta giorni, la società azera presenterà denuncia al tribunale svizzero.

La madre di tutte le domande è alla fine del documento.

“Il presidente dell’Aiba, che si è fatto garante per il prestito, è in grado di autorizzare la restituzione totale del debito o no?”

Se la risposta, come sembra, sarà no, i guai saranno appena cominciati.

Il CE conferma quanto scritto dal New York Times: l’ammontare dei debiti dell’Aiba è attorno ai trenta milioni, mentre in cassa ce ne sono solo sette.

Il CE ha anche respinto la proposta di approvare la decisione del CIO di portare da tre a cinque le categorie di peso femminili, diminuendo da dieci a otto quelle maschili.

Al Congresso di Mosca è stato messa per iscritto una censura nei confronti di Wu per lo stile lussuoso di viaggiatore a spese dell’Aiba che avrebbe pagato la sua campagna di pubbliche relazioni, compresa quella per il tentativo di essere eletto presidente del Cio.

Il CE ha votato la sfiducia a Wu e gli ha chiesto di dimettersi.

Il presidente ha rifiutato.

L’ Interim Management Committee ha spedito una lettera a tutte le Federazioni Nazionali. Nel documento sono analizzati tutti gli aspetti della questione, comprese le difficoltà clamorose che la stessa Aiba sta attraversando.

L’IMC indirà a breve un Congresso Straordinario con all’ordine del giorno chiarimenti sui problemi finanziari ed elezione di un nuovo presidente.

Sul sito ufficiale dell’Aiba il presidente Wu definisce falsa ogni accusa e si scaglia a sua volta contro il Comitato Esecutivo che, a suo dire, assieme ad alcuni giornalisti starebbe tramando contro di lui.
In un’intervista telefonica alla France Presse dice di essere ancora a capo dell’Aiba, nonostante i numerosi attacchi subiti. “Stanno tentando di estromettermi con un vero e proprio colpo militare”. Wu aggiunge che la mozione di sfiducia non ha appigli legittimi, che le finanze sono solide: in banca ci sarebbero dieci milioni di dollari e nessun debito all’orizzonte a rendere incerto il futuro. Il presidente afferma che l’intero complotto è stato messo in atto dall’ex vice presidente Ho Kim per puro sentimento di vendetta dopo la sua estromissione dal CE.
“Ho parlato con Bach, presidente del Cio. Parleremo ancora ad Amburgo, sarò lì dal giorno dell’inaugurazione il 25 agosto. Niente ci fermerà”.
Il Cio sta monitorando la situazione, presto dovrebbe prendere le prime decisioni.
Sarebbe ora che lo facesse. Una situazione caotica, guerra continua, dubbi sugli aspetti finanziari, inquietanti domande sulla gestione dell’amministrazione, decisioni affrettate. Cosa aspetta a intervenire?

 

 

Ex campionessa del mondo, diventa uomo e si sposa

Simona la chiamava Barbie Girl, in realtà Renata Szebeledi era una donna che il pugilato lo sapeva fare. È stata la prima a mettere al tappeto Simona Galassi, la prima a sconfiggerla per kot.

È accaduto a Ferrara il 27 aprile del 2012.

Dopo quella sconfitta Simo ha continuato a boxare, l’ha fatto per altri tre anni. Renata invece è salita sul ring solo un’altra volta, poi ha detto basta.

Il 19 maggio del 2013 ha perso match e titolo Wbc dei mosca contro Go Shindo e si è ritirata.

La giapponese aveva alle spalle una drammatica storia da raccontare.

L’ha scritta Takeshi Ozawa sul Japan Times.

Sul registro di famiglia la campionessa aveva il nome di Megumi Hashimoto, nata a Maniwa il 18 luglio 1987, sesso: femminile.

Da piccola sognava di diventare una maestra o un vigile del fuoco.

Da bambina preferiva giocare con i maschietti, vestiva con i pantaloncini del fratello. Durante tutte le elementari non ha mai indossato una gonna. Correva a torso nudo nel cortile della scuola.

“Il fatto crea imbarazzo” aveva detto la preside ai genitori.

“Non capisco perché” aveva risposto lei.

Alle superiori le piacevano le ragazze.

I compagni dicevano fosse lesbica, per questo era vittima di bullismo e di discriminazioni nella vita di tutti i giorni.

Lo sport l’aveva aiutata a farsi forte, a superare le difficoltà.

Giocava a basket. All’Università era entrata nella squadra titolare.

Aveva allacciato una relazione sentimentale con un’altra giocatrice.

Erano ricominciati gli episodi di bullismo.

La ragazza non ce l’aveva fatta e aveva lasciato Megumi Hashimoto che si era ritrovata improvvisamente sola, isolata dal resto della scuola.

Aveva abbandonato gli studi, aveva cominciato a frequentare locali notturni, a bere alcolici, a ubriacarsi. Era arrivata a pensare al suicidio.

Poi un’amica del gruppo della notte le aveva parlato.

“Vederti così mi rattrista. Stai semplicemente cercando di fuggire dalla realtà, stai provando a respingere la persona che sei veramente.”

Lei aveva capito, aveva rivelato alla famiglia e agli amici la sua identità sessuale, era diventata Go Shindo.

Nel 2008 aveva preso la decisione di provare con il pugilato professionista dietro consiglio di Tetsuya Harada, il titolare della Kuratoki Boxing Gym dove si allenava.

Il primo tentativo mondiale, datato 2012, contro Mariana Suarez era fallito. Poi aveva affrontato Renata Szebeledi ed era arrivato il mondiale femminile Wbc dei pesi mosca.

Tre difese vittoriose seguite dalla sconfitta contro Arely Mucino nel 2014.

Ultimo match lo scorso anno, tentativo fallito di conquistare il titolo Wbo dei gallo.

Il finale di questa storia l’ha raccontatno Joe Koizumi su Fightnews.com.

Go Shindo è diventato ufficialmente un uomo, ha cambiato anche nel registro di famiglia il suo nome in Go Hashimoto. Si è sposato con una ragazza di nome Ayuka e ha annunciato il ritiro dal pugilato alla Federazione giapponese. Inizialmente avrebbe voluto arrivare al mondiale maschile dei mosca, ma presto ha capito che il traguardo era almeno improbabile.

Go Shindo ha chiuso con un record di 16-4 (11 ko).

Go Hashimoto continuerà a combattere nella vita.

Per la sua nuova famiglia.

La figlia di Frazier chiede a Filadelfia di dedicare una via al papà

Quando era in vita Smokin’ Joe Frazier non ha avuto grande rispetto da parte di Filadelfia, la sua città.

La palestra dove ha costruito parte della carriera e regalato preziosi consigli a tantissimi giovani pugili è diventata un grande negozio di mobili e biancheria per camere da letto (foto Marco Bratusch), la statua a lui dedicata è stata completata solo recentemente dopo una lunga attesa. I politici avevano preferito edificare un monumeto a Rocky Balboa, un pugile frutto della fantasia, anzichè ricordare un campione vero, eroe tra i pesi massimi quando la categoria era piena di fuoriclasse.


Medaglia d’oro ai Giochi di Tokyo ’64, campione del mondo da professionista, primo a battere Muhammad Ali, mandandolo anche al tappeto l’8 marzo del 1971 al Madison Square Garden di New York. Smokin’ Joe ha chiuso la carriera con un record di 32-4-1 (27 ko).
Il 7 novembre del 2011 un cancro al fegato se lo è portato via per sempre.
Ora Weatta Frazier Collins, una delle sue figlie, chiede a Filadelfia di rendergli onore. Ha presentazto una petizione, già firmata da 5800 persone, per intolare al campione una strada della città. Vorrebbe che Glenwood Avenue, l’arteria che taglia Philly a nord del centro e attraversa Reyburn Park, diventasse Joe Frazier Boulevard.

Vedremo come andrà avanti questa storia.
Intanto godiamoci “The final Goodbye” della Roosterman Production, con la mitica Hurt di Johnny Cash come colonna sonora. Semplicemente meraviglioso.

Federica vince l’oro e a me torna in mente Alberto. Quella volta che…

Federica Pellegrini ha conquistato l’oro sui 200 sl ai Mondiali di Budapest. Sono felice perché ho sempre tifato per lei. Sono felice perché ogni volta che lei vince mi torna in mente un grande uomo di sport. Ho già scritto di lui su questo blog, vi ripropongo quell’intervista senza limiti.

Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.

Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Lui si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse.

Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali. Ci manca, e non solo per questo.

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?

“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”

Altri sportivi in casa?

“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milioni di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”

Lo sport quanto è entrato in famiglia?

“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di Parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

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La lirica è una delle tue grandi passioni.

“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”

Ti sarebbe piaciuto cantare?

“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”

Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?

“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”

Da atleta come te la cavavi?

“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”

E a scuola come andavi?

“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”

Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivo ti trovavi in Louisiana?

“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”

Avete avuto dei figli?

“Due, vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”

In che senso?

“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho sempre chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie papà, ma non posso intascarlo; io mi chiamo Linda.”

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Adesso hai un’altra famiglia.

“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”

Avete figli?

“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”

Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.

“Due cani lupo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”

Come è nata la tua avventura da allenatore?

“Ho cominciato preparando gli esordienti, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

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C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?

“Fioravanti (foto sotto) a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”

Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?

“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”

Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?

“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nostro. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il ritmo, il gesto, il movimento.”

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Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?

“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”

Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.

“Spara”

Pensi di avere dei nemici?

“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

Alberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009 dopo un’operazione al cuore.
È stato il più grande allenatore italiano di sempre.

Prosegue la guerra all’interno dell’Aiba, chiusi gli uffici di Losanna!

L’agenzia di stampa France Presse scrive che i dipendenti dell’International Boxing Association (AIBA) da mercoledì non possono entrare nei loro uffici di Losanna perché il presidente Wu Ching-Kuo sta per essere estromesso dal suo ruolo.
Guardie di sicurezza hanno bloccato l’accesso agli uffici.
Un avviso affisso alla porta e firmato da un Comitato Esecutivo provvisorio informa sulla situazione.
“Cari dipendenti AIBA, vi informiamo che il Comitato Esecutivo dell’AIBA ha inoltrato una mozione che chiede un voto di sfiducia nei confronti dell’attuale presidente Wu Ching-Kuo. Inoltre sono state avviate delle azioni atte a consentire l’istituzione di un comitato di gestione temporaneo (IMC) per gestire il lavoro della sede AIBA e l’organizzazione del congresso straordinario. Di conseguenza, in questo momento di transizione, è stato deciso di chiudere l’ufficio per il resto della settimana. Il personale in questi tre giorni potrà considerarsi in vacanza”.
Wu, che è a capo della federazione dal 2006, è accusato di aver causato irregolarità finanziarie da parte dei suoi avversari, che credono che l’AIBA sia sull’orlo del fallimento

Guerra interna all’Aiba, il presidente attacca il Comitato Esecutivo!

Dopo la due giorni del Congresso di Mosca, il presidente Ching-Kuo Wu risponde agli attacchi ricevuti dai membri del Comitato Esecutivo.
“Nella mia posizione di presidente, un ruolo per il quale non ricevo stipendio, dopo Rio 2016 ho impegnato l’Aiba a incoraggiare una nuova era basata sui valori fondamentali di integrità e trasparenza. Questa politica ci ha già permesso di far crescere i nostri eventi e ha portato nuovi sponsor e partner. Questi due giorni di incontri intensivi hanno confermato la direzione positiva che AIBA ha assunto negli ultimi dieci mesi, ma l’emergere di una fazione negativa all’interno di un Comitato Esecutivo che sembra impegnato sulla creazione di una falsa narrazione sui media, sta minando l’organizzazione dal suo interno. Noi stiamo tentando di spostare il pugilato in avanti. Sono stato eletto e ho lavorato per oltre cento Federazioni Nazionali, non sono stato eletto da tredici membri del Comitato Esecutivo.
Nel corso degli ultimi due giorni la fazione contraria si è concentrata sulla manovra politica, piuttosto che sulle presentazioni dinamiche che hanno mostrato il futuro luminoso del nostro sport. Hanno messo in evidenza le loro priorità, nonostante questo sono state ugualmente prese importanti decisioni che mi lasciano la responsabilità di costruire una nuova era per il pugilato. Se i membri del Comitato Esecutivo minacciano di uscire dalla riunione prima di aver ascoltato l’audit finanziario e le relazioni che hanno richiesto, mi chiedo quali siano i loro motivi per rimanere all’interno del CE di uno sport che pretendono di amare nello stesso momento in cui si concentrano sulle agende personali e i privilegi. Questi individui sono stati per anni nel potente Comitato Esecutivo dell’Aiba e sono stati parte integrante di tutto il processo decisionale. L’indifferenza che hanno dimostrato sullo sviluppo della boxe è stata in netto contrasto con l’unità e il duro lavoro dimostrato dallo staff dell’Aiba”.
In un comunicato ufficiale l’organizzazione afferma che il CE ha approvato all’unanimità il rapporto finanziario e ha ricevuto una solida documentazione a supporto della capacità di rimborsare i 19 milioni di dollari avuti in prestito.
L’Aiba ha confermato il Congresso Straordinario, che si terrà entro tre mesi, “per esaminare i problemi emersi all’interno del Comitato Esecutivo, in completa trasparenza con le federazioni che fanno parte dell’AIBA”.

“La notte della boxe” in televisione, alcune considerazioni…

Ascolti non esaltanti per “La notte della boxe” dal Centrale di Foro Italico a Roma, evento imperniato sul titolo internazionale Wba dei supermedi tra Viktor Polyakov e Giovanni De Carolis.

La trasmissione su TV 8 ha realizzato un’audience media di 156.000 spettatori con lo share dell’1,2. Al di sotto dei risultati segnati dalla Rete nella stessa fascia oraria del mese di giugno: 240.499, share 2,32.

Chiarisco subito un concetto.

Siamo tutti contenti per la boxe in chiaro. Lo sono ovviamente anch’io, potrebbe essere un buon inizio. La produzione di TV 8 e Sky è stata eccellente come qualità tecnica. La promozione è stata a livelli alti, non c’eravamo più abituati.

Un applauso dunque a TV 8 e Sky, ma questo non ha potuto impedirmi di vedere alcune bucce di banana su cui il network è scivolato.

Qualcuno dovrebbe informare le emittenti che l’intervallo tra un round e l’altro nella boxe dura un minuto. Programmare spot pubblicitari attorno a 1’15” fa saltare inevitabilmente l’inizio di ogni ripresa.

Con un’organizzazione televisiva di questo livello ci si aspettava i microfoni agli angoli e le interviste a fine match. Non ci sono stati né gli uni, né le altre.
Sono tutte piccole cose che nel tempo potrebbero essere corrette, sempre che TV 8 e Sky siano propense a riprovarci.
Mi ripeto. Il lavoro è stato di qualità assoluta. Anche e soprattutto da parte della MN Holding e della Round Zero di Giulio Spagnoli&Roberto Sabbatini.

C’è una cosa però che mi ha dato proprio fastidio: lo studio che ha preceduto il match. Lungo e totalmente inutile. Qualcuno dovrebbe spiegarmi il senso di mettere assieme uno chef (tra l’altro sono un fan di Alessandro Borghese, personaggio che mi diverte quando è nel suo specifico), un maestro pasticciere (Iginio Massari, che sembra abbia un passato pugilistico), un giornalista (parlo di Giuseppe Cruciani) che non sa nulla di boxe. E, gran colpo finale, perché far condurre il tutto a Diletta Leotta? Bella e sensuale, carica di sex appeal. Ma totalmente digiuna sull’argomento, per nulla in grado di gestire gli ospiti, incapace di dire una sola cosa interessante per il target a cui avrebbe dovuto fare riferimento la trasmissione. E cioè: gente che si preparava a vedere un incontro di boxe.

Il pugilato italiano, mi dispiace per quelli che non sono d’accordo, è uno sport in crisi maledetta. Sul piano tecnico/organizzativo non mi pronuncio, essendomi tirato fuori da qualsiasi coinvolgimento fin dallo scorso febbraio.
Sto parlando di popolarità. In calo preoccupante. Lo testimoniano i numeri. Un ascolto decisamente basso dopo una promozione finalmente all’altezza. Mi riferisco alle televisioni, a TV 8 e Sky. Perché i giornali non hanno seguito lo stesso percorso. Non ci sono state né prime firme, né giornalisti che fanno opinione a promuovere l’evento. E gli spazi dedicati, Corriere dello Sport escluso, non hanno aiutato a catturare l’attenzione del grande pubblico.
Location eccezionale, allestimento di livello assoluto, televisioni che si sono dedicate con impegno al progetto nella fase di lancio. Si è parlato, e tanto, di questa riunione. Le cose sono state fatte (quasi tutte) nel modo giusto. Il risultato, non solo quello tecnico, è stato deludente.
Orario di trasmissione da nottambuli.
Incontri di livello non accettabile.
Match non in diretta.
Pugili sconosciuti.
Sono queste le scuse ricorrenti quando audience e share sono bassi.
La realtà è che il clan dei patiti del pugilato è composto da pochi fedelissimi. Gli altri, quelli che continuano a sparare a pallettoni sulle televisioni che non trasmettono il loro sport preferito, non sanno neppure su quale canale andrà il match, a che ora comincerà.
Glielo scrivi chiaro, dividi dirette e repliche, indichi giorno e numero del canale. Poi leggi i post sui forum o sui social network.
Ma lo trasmette qualcuno?
Se mi interessa una serie televisiva o un film, cerco nella programmazione giorno e orario in cui potrò vederlo. Loro no, chiedono aiuto su Facebook.
È la realtà. E con la realtà bisogna fare i conti, i numeri non mentono.
Siamo talmente pochi che potremmo anche contarci…
Siamo uno sport povero. E questo consente a tutti di trattarci con sussiego.
Immaginate per un momento cosa avrebbe scatenato un pre-partita di calcio con in studio uno chef, un maestro pasticciere e un giornalista che ignora la materia. Immaginate cosa avrebbero detto i tifosi davanti a due calciatori che mimano l’esecuzione di un rigore o di una punizione…

Detto questo, spero che Sky e TV 8 non si arrendano.
Il pugilato ha un tremendo bisogno di loro.

L’Aiba vota contro il suo presidente, lo scrive il New York Times!

Ching-Kuo Wu rischia la presidenza dell’Aiba.
In carica dal 2006, l’uomo di Taipei ha subito un duro attacco interno, lo scrive il New York Times per mano dei due giornalisti investigativi Ken Belson e Ognian Georgiev nell’edizione di ieri.
Ecco quanto riporta il prestigioso quotidiano.
I membri del Comitato Esecutivo Aiba hanno votato una mozione di sfiducia nei confronti del presidente Wu durante il Congresso di Mosca. Il dirigente è stato accusato di cattiva gestione delle finanze dell’Ente.
La mozione è stata approvata con un voto favorevole di 12 membri, due i contrari, un astenuto.


Wu ha più volte cercato di evitare di arrivare alla votazione. Ha chiamato la sicurezza per espellere alcuni membri del Comitato Esecutivo, ma ogni tentativo è fallito.
Oltre alle accuse sulla cattiva gestione delle finanze, i votanti hanno protestato per il mancato coinvolgimento dell’intero CE nella decisione sulla cancellazione di due categorie maschili in favore dell’ingresso di due categorie femminili alla prossima Olimpiade di Tokyo 2020.
Secondo il regolamento Aiba si dovrà tenere entro tre mesi un Congresso straordinario. Se in quell’occasione Wu non riuscisse a ottenere una mozione di fiducia, si andrebbe alla votazione di un nuovo presidente. In questo lasso di tempo l’uomo di Taipei non potrebbe gestire amministrativamente l’Aiba e il governo a interim sarebbe preso dal dirigente più alto in carica: il vice presidente Franco Falcinelli.
La contestazione, in atto da tempo, si è scatenata dopo la richiesta della Bekons del pagamento entro trenta giorni dei 10 milioni di dollari che l’azienda azera ha fatto all’Aiba nel 2011 e dal credito esigibile di 19,5 milioni di dollari con uguale scadenza  fatta dalla BMA.
Nell’ultimo anno l’Aiba ha investito in spese legali un milione di dollari, seconda voce tra quelle in uscita nel bilancio federale, superata solo dai salari dello staff.
Negli ultimi tempi si sono dimessi il tesoriere David Francis e il direttore finanziario Rob Garea. È stato estromesso dal Board il vice presidente Ho Kim.
A inizio luglio un membro dell’Esecutivo, il gallese Terry Smith, ha chiesto al presidente Wu chiarimenti sulla gestione finaniaria/amministrativa dell’Aiba. Smith è stato successivamente estromesso dal CE per presunte irregolarità. Dopo un appello al Tribunale svizzero, il gallese è stato riposizionato d’autorità nel ruolo.
C’è la possibilità che il Congresso Straordinario possa svolgersi subito dopo i Mondiali di Amburgo, quindi a fine agosto.

Sul “caso Aiba” ha scritto anche The Guardian che ha riportato l’importante dichiarazione di una fonte anonima, identificata come  “dirigente di alto livello”: “La maggioranza è stanca di questa situazione, dobbiamo correggere gli errori fatti. Non ci troviamo davanti a qualcosa che è accaduta all’improvviso. Va avanti da troppo tempo. Ora c’è bisogno di cambiamenti. Siamo al cospetto di una cattiva gestione e subiamo le decisioni prese da una sola persona assieme a un paio di membri dello staff”.

Th Guardian ricorda anche il rischio di bancarotta se non saranno onorati i prestiti in essere.

Un video emozionante e due ricordi del grande Smokin’ Joe Frazier

Ho trovato su Internet un vecchio filmato: The final Goodbye della Roosterman Production, con Hurt di Johnny Cash come colonna sonora.  Meraviglioso. Un emozionante omaggio a Smokin’ Joe Frazier, immagini commoventi. Il volto del vecchio campione è sofferente, ma un sorriso appare a rasserenarlo ogni volta che sullo schermo della tv scorrono i flash del suo primo match contro Muhammad Ali. Ho rimesso assieme i miei ricordi. La magica notte del Madison Square Garden e l’inferno di Manila. Sono legato al passato, è l’età che mi invita a farlo. Ma non credo che sia solo nostalgia, forse è semplice amore per le cose belle.

È il 7 marzo del ’71. La notte prima del match.
Il telefono squilla nella camera d’albergo di Joe Frazier. Il campione ha dovuto registrarsi sotto falso nome. Ha ricevuto minacce di morte nel caso in cui dovesse battere Ali. La polizia sorveglia la casa di Filadelfia dove Florence e Marvis, moglie e figlio, aspettano l’incontro.
«Joe, sei pronto?»
«Sono pronto, fratello»
«Anch’io e tu non potrai battermi, perché sono il più grande»
«Tu dici che sei uno degli uomini del Signore, vedremo in che angolo sarà il Signore»
«Sei sicuro di non avere paura?»
«Ho paura solo di quello che sto per farti»
«Getterò acqua sul tuo fumo. Ti distruggerò. Ci vediamo domani»
«Ci sarò, non tardare».


Il corpo di Frazier, mentre spara il pugno della vita, è proteso in avanti, in una posizione che non dovrebbe essere l’ideale per liberare il massimo della potenza. Sembra che Smokin’ Joe lavori solo di spalla, senza l’aiuto delle gambe, ma quel gancio sinistro scatta come una molla.
Bum!
La mascella destra di Ali è centrata in pieno e lui va giù prima con la schiena, poi con tutto il corpo, mentre le gambe si sollevano per un attimo nell’aria.
È il quindicesimo round e Joe Frazier ha appena messo knockdown Muhammad Ali.


Avrebbe comunque vinto quella prima sfida, ma la felicità che quel gancio sinistro gli regala, non la dimenticherà più.
«Avevo 27 anni e sapevo che non ci sarebbe mai più stata un’altra notte come quella nella mia vita».

È l’1 ottobre del ’75.
The Thrilla in Manila.
Esausti i due protagonisti si preparano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.
«Angelo, cut off. Cut ’em off».
Ali non grida, non ne ha la forza. Sussurra una richiesta di aiuto che viene dal profondo dell’anima.
«Angelo tagliami i guantoni. Tagliali via».
Vuole finirla lì.
Ha le braccia appoggiate sulle corde, gli occhi rivolti verso il basso, guarda il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.
«Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo».
Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo al dramma. Solo così saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori, ancora una volta.
Dall’altra parte del ring, Joe sputa il paradenti. E con il paradenti sputa un fiotto di sangue.
Ha l’occhio sinistro pesto e chiuso. Sono due round che da quella parte vede davvero poco.
Eddie Futch gli dà i sali, poi fa la più dolorosa delle scelte.


«Joe, cosa c’è che non va con la sua mano destra?».
«Non posso vederla».
«Sto per fermare il match, stai prendendo una punizione troppo pesante».
«No, no. Eddie non puoi farmi questo».
«Non potevi vedere niente negli ultimi due round. Perché pensi che possa cambiare tutto nella quindicesima ripresa?».
«Voglio lui, capo».
«Siediti figliolo. È finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera».
Futch chiama Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.
Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring.
Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.