Sono passati vent’anni dal morso di Tyson a Holyfield…

Era il 28 giugno del 1997, vent’anni fa. Mike Tyson ed Evander Holyfield si affrontavano sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas.

I primi due round li vinceva Holyfield, nel terzo Mike Tyson lasciava l’angolo senza mettere il paradenti. Evander, con due testate, gli aveva aperto profonde ferite alle arcate sopracciliari e lui si era lamentato delle scorrettezze con l’arbitro, ma quello non gli aveva dato retta. Qualcosa era scattato nella testa di Iron Mike. Si sentiva odiato dal mondo, gli sembrava di essere solo contro tutti. La mente veniva attraversata da lampi di follia.

Mills Lane lo costringeva a rimettere il paradenti, ma quando mancavano quaranta secondi alla fine della ripresa, lui lo risputava via. Spalancava la bocca come un leone che era finalmente riuscito a bloccare la preda. Azzannava Holyfield, lo mordeva selvaggiamente all’orecchio destro, gli staccava un pezzetto di carne, lo masticava e poi lo sputava sul ring.

Quel pezzetto di carne rotolava lentamente sul cartellino del giudice Duane Ford.

Holyfield cominciava a saltare e urlare. Lane dava due punti di penalizzazione a Iron Mike e sospendeva il match per quattro minuti. Il dottor Flip Homansky visitava il campione di Atlanta e diceva che si poteva andare avanti.

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Tyson mordeva di nuovo l’orecchio del rivale.

Lane decideva di squalificarlo.

Tyson urlava.

«Quello continuava a colpirmi con la testa e l’arbitro non lo richiamava, dovevo difendermi. Era in gioco il futuro dei miei figli. Se qualcuno non rispetta la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

Iron Mike picchiava chiunque gli capitasse a tiro. Doveva intervenire la sicurezza per portarlo via. Lane scendeva dal ring con la camicia completamente insanguinata. L’avrebbe venduta a un collezionista di ricordi. Holyfield lasciava l’MGM Grand con l’orecchio che continuava a perdere sangue…

 

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Tyson Fury oltre 160 kg, ma giura che presto lo rivedremo sul ring

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Tyson Fury (2.06 di altezza) ha superato la soglia dei 160 chili.
“Non sono mai stato così grasso”.
Lui stesso ha ammesso di essere 112 pound (50,800 kg) sopra il peso forma, se prendiamo in considerazione i parametri dei suoi ultimi match possiamo dire che la bilancia oggi dovrebbe oscillare tra i 160 e i 165 chili!
Nonostante questo, giura di avere fatto una settimana di sparring con Joe Joyce, supermassimo dilettante che ha vestito la maglietta della nazionale britannica.
E, se non bastasse, aggiunge che è pronto a rientrare tra settembre e ottobre. Ammesso che il British Boxing Board of Control (BBBC) e la Commissione Antidoping gli restituiscano la licenza, attualmente sospesa, nell’audizione che dovrebbe svolgersi proprio in settembre/ottobre.
L’obiettivo resta sempre un match contro Anthony Joshua.
“Sono grasso e fuori forma, ma se non riuscissi a battere un sollevatore di pesi allora potrei considerarmi davvero una merda!”
Tyson Fury (25-0, 18 ko) non combatte dal 18 novembre 2015 quando ha superato ai punti Wladimir Klitschko diventando il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

Basta un (piccolo) pugno di Tyson e Don King va al tappeto (video)

Questo filmato non l’avevo mai visto.

Siamo a giugno del ’95. Mike Tyson è alla vigilia del suo rientro sul ring dopo essere stato ospite del carcere di Plainfield, Indiana, perché riconosciuto colpevole dello stupro di Desirée Washington.

In palestra deve registrare uno spot in vista del match contro Peter McNeeley, è la promo per la vendita della trasmissione via cavo.

Iron Mike ripete la registrazione più volte, una per ogni cable tv.

A un certo punto sbaglia, si innervosisce e spara un destro al fianco del povero Don King che se ne stava tranquillamente seduto su un tavolino a leggere.

Sarà stato pure un colpo scherzoso, Don King avrà pure accennato una mezza risata, ma guardate la sua espressione subito dopo essersi rialzato da terra dove il (piccolo) pugno di Tyson lo aveva spedito.

Non mi sembra proprio felice di averlo preso…

Mayweather jr vs McGregor il 26 agosto, sembra fatta

Un altro importante passo avanti verso la realizzazione del match da seicento milioni di dollari.

Conor McGregor (28 anni, 21-3 nell’UFC, 0-0-0 nel pugilato) affronterà quasi sicuramente Floyd Mayweather jr (40 anni, 49-0, 26 ko) alla T-Mobile Arena di Las Vegas il 26 agosto.

L’informazione arriva da Dan Rafael di Espn.com.

Mercoledì scorso l’evento avrebbe dovuto essere formalizzato presso la Nevada Athletic Commission, ma all’ultimo momento la Mayweather Promotion ha fatto cancellare la richiesta di inserire la discussione sull’agenda di lavoro.

Sembra che l’ultimo ostacolo da superare sia l’accordo con Showtime Tv.

La scelta della data è obbligatoria.

Inizialmente il match era stato programmato per il 16 settembre, ma l’ufficializzazione di Saul Canelo Alvarez vs Gennady Golovkin per quella stessa data ha cancellato questa possibilità. La Golden Boy Promotion di Oscar De La Hoya ha anche preteso che nessun altro evento si possa svolgere all’interno dell’Arena fino a tre settimane prima.

Il 26 agosto rientre esattamente nei limiti imposti.

La riunione sarà interamente dedicata al pugilato.

La Mayweather Promotion inserirà in programma l’ex campione dei supermedi e attualmente mediomassimo Badou Jack (21-1-2, 12 ko) e il superpiuma Gervonta Davis (18-0, 17 ko).

Mayweather jr vs McGregor potrebbe generare un giro di affari da seicento milioni.

Come si arriverebbe a tanto?

Ne ho parlato in

https://dartortorromeo.com/2017/06/05/mayweather-vs-mcgregor-un-affare-da-oltre-600-milioni/

A presto.

Burnett vs Haskins, l’Ibf cambia il risultato ma…

L’Ibf ha impiegato tre giorni per partorire una ridicola dichiarazione ufficiale in merito al mondiale gallo di sabato a Belfast.
In pratica, ha cambiato il risultato che ora diventa vittoria per decisione unanime di Ryan Burnett su Lee Haskins, giustificando la decisione con l’errore pacchiano del giudice Clark Sammartino. Ma si ferma qui.

Inaccettabile.

Questo il testo.

Sabato 10 giugno 2017 al termine dell’incontro valido per il titolo dei gallo Ibf tra Lee Haskins e Ryan Burnett, tenutosi presso l’Odyssey Arena di Belfast, a causa di un errore nella compilazione dei cartellini è stato emesso un risultato di vittoria per split decision a favore di Ryan Burnett. Il punteggio dopo ogni round è stato assegnato al pugile sbagliato. Il verdetto corretto avrebbe dovuto essere: vittoria di Burnett con decisione unanime. Un errore di questa natura e a questi livelli non dovrebbe mai accadere.
Il giudice Clark Sammartino è stato membro dell’Ibf per molti anni, è stato un giudice valido e affidabile. Ha una buona carriera e ha lavorato a livello mondiale. L’Ibf rimane concentrato nell’affidare per i propri match il ruolo di giudici a funzionari qualificati e affidabili, ed è pienamente intenzionata a fare sì che una situazione come questa non debba più ripetersi in futuro.

Che vuol dire: il punteggio dopo ogni round è stato assegnato al pugile sbagliato? L’Ibf, se fosse stato un ente serio, avrebbe dovuto dire anche come questo sia potuto accadere.

E poi, l’ottantenne Clark Sammartino avrà pure uno specchiato passato, ma controllando molti dei verdetti contrastanti in cui è stato coinvolto come giudice si scopre che quasi sempre il suo cartellino non era in sintonia con gli altri due…

Detto questo, vorrei fare una riflessione. Se tu chiedi a un fotografo quale dei due è il campione del mondo, capisci male la risposta, prendi l’uno per l’altro nonostante avessero sui pantaloncini il loro nome scritto tutto in maiuscolo e alto quindici centimetri, non ascolti la presentanzione del ring announcer e non conosci i pugili a questo livello io credo che come minimo meriteresti una sospensione. Se non la messa a riposo a tempo indeterminato.

L’Ibf non ha fatto nulla di tutto questo, ha solo stilato un comunicato anòdino. È nello stile dell’Ente mondiale. Bassissimo profilo e andare avanti annunciando che è: pienamente intenzionata a fare sì che una situazione come questa non debba più ripetersi in futuro.

Ma guarda un po’…

Ci ha pensato Ryan Burnett a restituirmi il sorriso. Ha postato sul profiloTwitter una foto in cui appare in tutta la sua somiglianza con Harry Potter. Fino a quando non è diventato campione del mondo non aveva un soprannome che fosse di suo gradimento, ora ha deciso: Ryan “il mago” Burnett. Mi piace.

Metto in fila i quindici round che mi piace ricordare. Così, per gioco…

È solo un gioco.

Mi sono divertito ad abbinare riprese e match seguendo alcune semplici regole.

Gli accoppiamenti li ho fatti seguendo la memoria, le emozioni e qualche appunto. Ho scritto il primo combattimento che mi veniva in mente, senza stare tanto a pensarci su.

Per ogni ripresa ho segnalato l’incontro che, a mio avviso, proprio in quel round aveva vissuto il massimo delle emozioni.

Sottolineo alcuni avvertimenti per l’uso.

Non si tratta dei migliori quindici match di sempre.

Non si tratta delle migliori riprese nella storia del pugilato.

Tutte le scelte sono assolutamente personali e corrispondono al mio stato d’animo, quindi sono insindacabili.

Se pensate che non rispecchino i vostri gusti, divertitevi e tirate giù la vostra lista.

Il match su cui si svolge il giochino è sui quindici round, come si faceva una volta.

Cominciamo.

ROUND 1
George Foreman b Joe Frazier ko 2 (22 gennaio 1973)
Frazier mette a segno due terribili ganci sinistri, Foreman continua ad avanzare. Montante destro di Big George, Smokin’ Joe è al tappeto. Sono passati due minuti dall’inizio del match. Joe finirà kd altre due volte prima della fine della ripresa.

ROUND 2
Mike Tyson b Trevor Berbick kot 2 (22 novembre 1986)
Tre ganci destri e un sinistro mandano Berbick al tappeto dopo pochi secondi. Si rialza e va avanti. Un gancio sinistro di Tyson provoca un atterramento a effetto ritardato. Berbick rimane un istante in piedi poi va giù, privo del senso dell’equilibrio. Prova ad alzarsi. Le gambe però gli si piegano e cade all’indietro. Tenta ancora e precipita in avanti. Un altro tentativo, e si appoggia malfermo alle corde. Barcolla, è kot. Tyson è il più giovane campione nella storia dei massimi.

ROUND 3
Marvin Hagler b Thomas Hearns kot 3 (15 aprile 1985)
Tre sinistri in fila del Cobra. Poi, la fine. Il primo destro di Hagler centra Hearns appena dietro l’orecchio sinistro. Thomas perde l’equilibrio, sbarella. Marvin lo insegue. Ancora un destro che fa fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cerca rifugio alle corde. Non fa a tempo ad arrivarci. Il terzo destro di Hagler è un gancio che si abbatte come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

ROUND 4
George Foreman b Ron Lyle ko 5 (24 gennaio 1976)
È una delle più selvagge riprese nella storia della boxe. Lyle mette giù Foreman che poco dopo si riscatta. A tre secondi dalla fine Big George è ancora giù “È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto.” Invece si rialza e nel round successivo vince per knock out.

ROUND 5
Anthony Joshua b Wladimir Klitschko kot 11 (29 aprile 2017)
Uno dei più bei round degli ultimi anni. Fantastico il modo in cui Joshua travolge l’ucraino. Un gancio sinistro accende l’azione, la potenza della serie di colpi la chiude con l’atterramento del rivale. Primo knock down per Klitschko. Poi però AJ paga pegno alla sua inesperienza, va a cercare il knock out sprecando energie in quantità. Vuoto e in debito di ossigeno si espone alla reazione dell’ucraino che lo scuote.

ROUND 6
Marvin Hagler b Joe Mugabi ko 11 (10 marzo 1986)
Il diretto sinistro di Hagler centra Mugabi. È l’inizio di un’azione che sembra non devva mai avere fine. Un minuto di attacchi, di colpi mai interrotti. E’ lungo un minuto sul ring, picchiare per così tanto tempo ti prosciuga le energie, ti succhia l’anima. L’ugandese riesce a rimanere in piedi e negli ultimi trenta secondi è lui a picchiare. Mazzate che si abbattono sul fisico carico di lavoro del campione. Prima l’uno, poi l’altro sembrano sul punto di crollare, vicini al baratro del knock out. Ma rimangono in piedi dando vita a una guerra feroce, selvaggia.

ROUND 7
Gene Tunney b Jack Dempsey  UD 10 (22 settembre 1927)
Cinquanta secondi dopo il suono del gong, Dempsey spara un gancio sinistro sulla mascella di Tunney. Ancora un destro, un gancio sinistro e Gene Tunney va giù. Dave Barry è l’arbitro. «Jack, vai all’angolo neutro». «Io resto qui». Barry prende il braccio di Dempsey e lo trascina nell’angolo più lontano. Paul Beeler è il cronometrista ufficiale e scandisce il tempo. L’arbitro non lo sente. Quando comincia il conteggio, il ko di Tunney avrebbe dovuto già essere stato decretato. Ho visto più volte il filmato del mondiale, ho cronometrato l’intervallo di tempo tra l’atterramento e l’inizio del conteggio: 15 secondi! Il Long Count entra nella storia.

ROUND 8
Muhammad Ali b George Foreman ko 8 (30 aprile 1974)
È la ripresa in cui si compie il capolavoro. Muhammad Ali, che ha sofferto a lungo nel corso del match, esce dall’angolo, mette in fila una serie infinita di colpi chiudendo con un destro che viene direttamente dal cielo.

ROUND 9
Micky Ward b Arturo Gatti MD 10 (18 maggio 2002)
Primo atto della trilogia. Dopo 15 secondi un gancio sinistro di Ward manda al tappeto Gatti che al 9 si rialza e poco dopo riparte in attacco, costringendo Ward alle corde. È un alternarsi di colpi senza soluzione di continuità. Una battaglia feroce. Gatti è ferito e sofferente, ma resiste e reagisce. Il suo coach Buddy McGirt vorrebbe fermarlo, Ward esulta. Ma l’arbitro Frank Cappuccino gli fa segno che bisogna andare avanti. È un combattimento incredibile.

ROUND 10
Aaron Pryor b Alexis Arguello ko 10 (9 settembre 1983)
Pryor mette per tre volte Arguello al tappeto: una volta nel primo round, una seconda nel quarto, e per il ko nel decimo. Arguello è contato out mentre siede sul tappeto con le braccia incrociate intorno alle ginocchia.

ROUND 11
Nino Benvenuti b Luis Rodriguez ko 11 (22 novembre 1969)
Sotto nel punteggio, ferito e sanguinante Nino cerca una via d’uscita. La trova in un gancio sinistro di fantastica fattura. Lo finta per due volte, poi parte improvviso, saettante. Un colpo solo e Rodriguez è knock out.

ROUND 12
Julio Cesar Chavez b Meldrick Taylor kot 12 (17 marzo 1990)
Taylor avanti su due dei tre cartellini all’inizio dell’ultimo round. A 20 dalla fine Meldrick attacca e colpisce duro Chavez che reagisce e centra il rivale con un diretto destro che manda Taylor al tappeto. Lo statunitense si rialza al 5, ma non è in grado di continuare. L’arbitro Richard Steele decreta il kot in favore di Julio Cesar. Mancano quattro secondi alla fine.

ROUND 13
Rocky Marciano b Jersey Joe Walcott ko 13 (23 settembre 1952)
Walcott è senza difesa alle corde, colpito da un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets (dalla radiocronaca del match).

ROUND 14
Salvador Sanchez b Danny Lopez kot 14 (21 giugno 1980)
Sanchez concede la rivincita. Lopez applica una pressione costante, senza mai fare un passo indietro, tentando di colpire Sanchez ovunque veda un’apertura. Nel round numero 14, Lopez prova ancora ad attaccare. Sanchez si scatena in una lunga, interminabile serie di colpi veloci e precisi, costringendo l’arbitro Mills Lane a fermare quella che stava diventando una pericolosa punizione. Un’altra grande dimostrazione da parte di un fuoriclasse assoluto.

ROUND 15
Sandro Mazzinghi b Ki Soo-Kim SD 15 (26 maggio 1968)
Quindici riprese sono lunghe da passare. È un tunnel che i due percorrono correndo una maratona con il ritmo di un velocista. Sembra impossibile che possano arrivare sino alla fine. Eppure ci riescono. Stanchi, esausti, pagando un conto esorbitante alla fatica. Ma ci riescono. Negli occhi della folla resta il film di una violenza mai vista, una scena in cui il colore dominante è il rosso del sangue. È una guerra condotta da gladiatori impegnati nella più difficile sfida della loro vita.

 

 

 

Il nome a caratteri giganti sui pantaloncini, ma il giudice li ha confusi…

La vicenda del giudice Clark Sammartino sta scivolando sempre di più nel ridicolo.

L’organizzatore Eddie Hearn ha pensato di chiarire l’assurdo cartellino dell’ottantenne di Rhode Island: 118-108 per Lee Haskins, mentre gli altri due giudici avevano giustamente 119-107 per Ryan Burnett.
Per chi volesse un riassunto delle puntate precedenti, allego il link del mio servizio della scorsa notte
https://dartortorromeo.com/2017/06/10/ventidue-punti-di-differenza-tra-un-giudice-e-gli-altri-due/

Hearn si è presentato in conferenza stampa e ha detto più o meno così.

“Il giudice ha confuso i due pugili, assegnando all’uno il punteggio dell’altro”.
“Come è possibile?”
“Per due volte ha chiesto a un fotografo a bordo ring chi fosse Haskins”.
“Il fotografo gli ha dato l’indicazione sbagliata?”
“No, ha risposto correttamente. Gli ha detto: Haskins è quello nell’angolo rosso”.
“E allora perché Sammartino si è confuso?”
“Perché ha capito: Haskins è quello con i pantaloncini rossi”.

Di male in peggio.

Il fotografo in questione, sembra si tratti di Laurence Lustig, conferma la versione.

Non ci credo, non ce la faccio proprio.  Anche perché sarà anche vero che inglese e americano non sono esattamente la stessa lingua, ma in entrambe le versioni è decisamente complicato confondere “In the red corner” con “the red shorts”.

E poi, come maledizione è possibile che Clark Sammartino non sapesse chi dei due fosse Haskins?

  1. Avrebbe dovuto saperlo prima di sedersi a bordo ring.
  2. Avrebbe dovuto leggere i nomi, scritti tutti in maiuscolo e alti più o meno venticinque centimetri, scritti dietro la vestaglia di Burnett e dello smanicato di Haskins mentre si muovevano sul quadrato prima che cominciasse il match.
  3. Avrebbe dovuto leggere i nomi, scritti ancora tutti in lettere maiuscole e alte quindici centimetri, sul davanti dei pantaloncini dei due per l’intera durata del match. Dopo quasi un’ora che aveva davanti agli occhi BURNETT e HASKINS non era ancora riuscito ancora a capire chi fosse l’uno e chi l’altro? Cosa voleva, che lampeggiassero in rosso con allegate freccette indicative?
  4. Avrebbe dovuto ascoltare l’annunciatore che nella presentazione ha urlato come un dannato quei nomi, mi è sembrato addirittura di udirli qui a Garbatella.
    Hearn non ha certo fatto un favore a Sammartino.
    Per questo più passa il tempo più mi convinco che questa situazione è  totalmente assurda.
    L’organizzatore lo ha in pratica accusato di non riuscire a leggere, di non avere un buon udito, di avere le idee confuse e di essere poco professionale.
    Non posso credere sia tutto vero.
    La situazione sta scivolando sempre più nel patetico, sarebbe il caso che lo stesso giudice americano o l’International Boxing Federation facessero delle dichiarazioni ufficiali in merito.
    Intanto Robert Smith, segretario generale del British Boxing Board of Control, presente nell’arena di Belfast ha detto: “Il signor Sammartino non fungerà più da giudice in qualsiasi match che si svolgerà in Gran Bretagna. Farò in modo di essere certo che l’Ibf ne sia pienamente consapevole”.
    Detto questo, al momento, il verdetto ufficiale resta: Burnett b Haskins per split decision, 119-107, 119-107, 108-118.
    Saluti a tutti.

Ventidue punti di differenza tra un giudice e gli altri due…

Ho visto il mondiale Ibf dei gallo in diretta su FoxSports da Belfast.
Dodici round tra Ryan Burnett (17-0) e Lee Haskins (34-3-0).
Match letteralmente dominato da Burnett che ha inflitto due conteggi al campione nella sesta e nell’undicesima ripresa.

A fine incontro avevo un cartellino di 119-107 per lo sfidante. Anche due dei giudici, Dave Parris e Jerry Jakubo, avevano 119-107.

Il terzo giudice, lo statunitense Clark Sammartino, aveva 118-108 per Haskins! In altre parole non aveva assegnato a Burnett neppure i due round in cui aveva mandato knock down il rivale.
Ventidue punti di differenza per dodici riprese mi sono sembrati frutto di un colpo di sole, peccato che fosse notte e si combattesse al coperto.

Mi sono chiesto: cosa sarà successo?

Tre spiegazioni.

  1. Il signor Sammartino è stato vittima involontaria di uno scambio di identità, confondendo i due pugili.
  2. L’annunciatore ha letto male il cartellino del giudice di Rhode Island scambiando il punteggio.
  3. Clark Sammartino ha avuto una chiamata urgente, è dovuto correre alla toilette e quando è tornato, a dodicesimo round in corso, ha compilato alla rinfusa i cartellini seguendo il consiglio del signore che gli stava accanto. Quello che per tutto l’incontro era rimasto sintonizzato su un sito porno.
    Ho cercato di sapere qualcosa di più su Clark Sammartino e ho trovato un articolo che si occupa di lui sulla rivista della Tufts University, Massachusetts, nel numero dell’autunno 2012. L’autrice è la giornalista Julie Flaherty che descrive Sammartino come dentista in pensione dall’ormai lontano 1993. Un innamorato del pugilato che, (all’epoca) dopo avere giudicato oltre cento combattimenti e dieci mondiali, contesta chi sostiene che a una certa età uomini e donne non dovrebbero più officiare né come giudici, né come arbitri.
    Clark Sammartino, stando ai dati riportati nell’articolo, oggi sarebbe vicino agli ottant’anni.
    Quella di ieri è stata davvero la sua serata disastrosa.

Geppino, maestro di sport e di vita. Sono dieci anni che ci manca

Geppino mi chiamava ‘a capera.

La prima volta che l’ha fatto l’ho guardato fisso negli occhi, che poi non riuscivo proprio a vedere dal momento che erano nascosti dagli immancabili occhiali con lenti scure e spesse. Avevo un grande punto di domanda disegnato sulla faccia.

Cioè?

Lui con quel sorriso ironico che l’accompagnava ovunque mi ha risposto accentuando volutamente la calata napoletana.

“’a capera, ‘a parrucchiera. Quelle signore che andavano a fare i capelli a casa delle clienti. Brave nel loro mestiere, ma anche e soprattutto nel raccontare i segreti delle altre clienti. Solo che tu lo fai sul giornale, con te è impossibile tenere un segreto”.

Ero in sintonia con Geppino e quando in un inizio pomeriggio di fine luglio dell’80 sono andato a trovarlo, mi ha accolto in casa, mi ha offerto il pranzo e mi ha raccontato cosa fosse per lui il pugilato.
Pochi giorni dopo Patrizio Oliva avrebbe vinto l’oro di Mosca e il mio amico avrebbe celebrato alla grande.

Erano quasti trent’anni che tirava su campioni in una vecchia e malandata palestra al 418 di via Roma, altezza Santo Spirito, a due passi da piazza Dante. Uno scantinato a 10 o 15 metri sotto il livello della strada, una misura che variava a seconda di chi fosse il narratore della storia.

Ci sono entrato in quei locali con le pareti screpolate, l’umidità che ti costringeva a saltare per non mettere i piedi nell’acqua. Erano frequentati da giovani pugili ambiziosi, ma anche da sorece grandi come gatti. E non avevano neppure voglia di allenarsi.

La Fulgor (sopra il raduno di un gruppo di ex atleti nel 2015) era uno di quei miracoli che solo Napoli poteva generare. E per farlo aveva bisogno di persone come Geppino. È stato lui il maestro che ha portato fino alle Olimpiadi gente come Patrizio Oliva, che i Giochi li ha vinti ed è stato premiato anche come miglior pugile del torneo; Salvatore Todisco, argento a Los Angeles ’84 (inizialmente guidato da Nino Camerlingo e poi da Geppino); Agostino Cossia, primo napoletano in azzurro all’Olimpiade: Melbourne ‘56, che è stato sotto la guida di Geppino fino a due anni dai Giochi per poi passare con Camerlingo; Elio Cotena che dal ’62 era sbarcato in quel luogo di dannazione che portava alla gloria.

Geppino sembrava nascondersi dietro quegli occhialoni neri, ti guardava tenendo la testa quasi obliqua, ma quando parlava dovevi stare ad ascoltarlo perché potevi solo imparare.

Ero un giornalista che cercava di crescere, ero diventato professionista da poco. Sono stati incontri come quello con il maestro napoletano ad aiutarmi a capire cosa fosse il mio mestiere, cosa chiedesse il popolo della boxe a chi quello sport lo raccontava.

Un mondiale, sempre con Patrizio; quattro campioni europei: ancora Oliva, Cotena, Ciro De Leva e Alfredo Raininger. Tanti titoli italiani.

Mi sembra di sentire ancora la sua voce, un suono musicale in cui mischiava italiano e napoletano, ironia e satira. Parlava di boxe, quando in realtà parlava della vita.

Finto burbero, a volte però diventava davvero duro fino ad arrivare a non condividere altre scelte di vita e a decidere di soffrire per la separazione con un pugile a cui aveva dato tanto e da cui aveva ricevuto tanto.

Nella grotta della Fulgor c’erano due stanze. Una per gli attrezzi, l’altra per saggiare l’abilità di tutti. Veterani e nuovi arrivati. Lì si è costruita la storia.

Geppino se ne è andato in una brutta giornata di marzo di dieci anni fa. Ancora qualche giorno e avrebbe compiuto 81 anni. Mi è tornato ancora una volta alla mente quando ho letto su Facebook, postata dal figlio Lino che fa il suo stesso mestiere, la notizia del Memorial a lui dedicato che si terrà il 23 di questo mese in Piazza Dante (sopra la locandina della manifestazione dello scorso anno).

E allora mi è sembrato di risentire la sua voce.

“Attenti, è arrivata ‘a capera. Bocche chiuse che finiamo sui giornali” e giù una risata a sottolineare l’affetto che si nascondeva in quella frase.

Dieci anni fa se ne è andato un grande uomo di boxe.

Chiedo scusa in anticipo se lungo il cammino di questo racconto ho lasciato per strada qualche nome, tutto quello che di buono c’è in questa storia è merito di Geppino Silvestri, solo gli errori mi appartengono.

Gli ultimi colpi (a vuoto) dell’Aiba in vista di Tokyo 2020…

L’Aiba, l’organismo che governa l’olimpismo, ha dunque deciso di ridurre da 10 a 8 le categorie maschili per fare posto a due nuove categorie femminili. So già che questa mia nota suonerà stonata alle orecchie delle donne che praticano il pugilato. Ma, nel silenzio generale, credo sia giusto dire qualcosa.

Sono stato a lungo contrario, per motivi tecnici e non certo per discriminazione sessuale, al pugilato femminile. Mi sono ricreduto vedendo boxare qualche grande professionista tra cui Simona Galassi, ho cancellato definitivamente qualsiasi dubbio a Londra 2012 quando ho visto all’opera Clarissa Shields, Katie Taylor e Nicola Adams.

Ma se queste atlete hanno dimostrato con pieno merito di valere tecnicamente la grande platea dei Giochi, resto dell’idea che sotto il profilo quantitativo il pugilato femminile sia ancora lontano dal poter pretendere più spazio nel calendario della manifestazione.

Mi spiego meglio.

A Rio 2016 dodici atlete hanno avuto la possibilità di andare a medaglia disputando un solo incontro. Sono state tutte quelle ammesse direttamente ai quarti di finale dopo avere ricevuto un bye al primo turno per essere teste di serie. E questo non credo che sia accettabile visto il livello della manifestazione. Dodici per categoria, trentasei medaglie in palio, il 33% delle iscritte è sbarcata in Brasile con la certezza di salire sul podio.
I partecipanti tra gli uomini, tanto per dare un termine di paragone, sono più del doppio per ogni categoria di peso.

Fino a Rio 2016 le atlete potevano partecipare nei mosca (-51 kg), leggeri (-60 kg) e medi (-75 kg). Non so quali saranno le due new entry che l’Aiba ha intenzione di proporre. A fine luglio saranno comunicate le decisioni definitive.

In quei giorni sapremo anche quali saranno le due categorie tagliate tra gli uomini. Fino al 2000 erano dodici, fino al 2008 undici, fino al 2012 dieci, da Tokyo 2020 saranno otto.
Toglieranno una tra minimosca e mosca? Sembra sia la scelta più probabile. Ma non riesco proprio a immaginare quale possa essere la seconda.

Le novità di Tokyo 2020 per il pugilato non finiscono qui.

Vedremo gli uomini impegnati in match da cinque round di tre minuti.
L’importante è che si decidano una volta per tutte.

Negli incontri sarano tenuti in considerazione i cartellini di tutti e cinque i giudici designati.
Prima cinque giudici e cartellini con il sistema dei 20 punti, poi le macchinette, poi tre giudici su cinque per il verdetto, poi cartellini a punteggio ma con il sistema da 10, ora cinque round e cinque giudici.
L’importante è avere le idee chiare.

Gli uomini combatteranno senza maglietta, cadrà così anche l’ultimo ricordo del dilettantismo, deve essere una questione di allergia.

Le donne saranno senza caschetto protettivo.
Il presidente dell’Aiba dice che l’hanno chiesto loro, io dico che non farei mai una cosa del genere. Sono già poche, dodici, le partecipanti in tabellone. Se i match dovessero  terminare per ferita la situazione diventerebbe farsesca.

Continua intanto il giallo sui trentasei, tra giudici e arbitri, sospesi durante i Giochi del 2016. Al momento sembra che il presidente Ching-Kuo Wu, di Taipei, abbia riammesso a livello di grandi manifestazioni internazionali solo Lin Ming-Li, di Taipei, convocata a maggio per i Giochi Asiatici. Uno dei sospesi, l’argentino Poggi, è passato al professionismo. Qualche elemento è stato impiegato dalla federazioni nazionali per incarichi di minore prestigio.
E gli altri stanno a guardare…

Altri problemi turbano l’interno dell’organizzazione. Il sito aroundtherings.com ci informa delle dimissioni del tesoriere David Francis che in due lettere, una al Board e l’altra direttamente al presidente, ha comunicato all’Aiba di rimettere il suo mandato. I motivi che sono alla radice di questa scelta sono nel differente punto di vista sui progetti economici dell’Associazione, unito alla volontà del gruppo direttivo di tenerlo fuori da ogni importante decisione. L’ex tesoriere ha aggiunto che l’Aiba sta correndo preoccupanti rischi finanziari e che davanti a questo problema l’atteggiamento della dirigenza è semplicemente quello di ignorare l’argomento e ogni tentativo di discuterne.