Hurricane ha lottato tutta la vita. Dentro e fuori dal ring…

Rubin Carter nasceva ottant’anni fa, il 6 maggio 1937.
Moriva il 20 aprile 2014. Vi ripropongo il racconto della sua storia.

17 giugno del ’66, 2:40 del mattino.
Il Lafayette Bar and Grill è un locale senza infamia e senza lode sulla East 18th Street di Paterson, New Jersey, una cittadina attraversata da strade polverose e da una noia continua.
All’interno quattro persone si scambiano le ultime chiacchiere in attesa della chiusura.
E’ stata una giornata carica di tensione.
Nel pomeriggio Frank Conforti ha ucciso con un colpo di pistola Leroy Holloway, il proprietario di un altro bar.
Conforti è bianco, Holloway era un afro americano.
Nell’aria c’è una forte carica di rabbia razzista.

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Il Lafayette Bar and Grill è a Riverside, una zona in cui i bianchi sono la maggioranza.

Due neri entrano (freccia A nella foto sopra) sbattendo la porta. Il più piccolo imbraccia una doppietta, l’altro impugna un revolver calibro .32.

James Oliver (numero 4) ha 51 anni. E’ il barista, ha una quota nella gestione del locale. Sta contando lentamente i soldi dell’incasso. Come fa ogni sera, una routine che chiude tutte le giornate, ognuna simile a quella che l’ha preceduta.
James li vede e lascia cadere le banconote che lentamente scivolano a terra. Istintivamente cerca di difendersi, afferra una bottiglia vuota di birra e la lancia sbilenca verso i due uomini.Li manca , il vetro si frantuma contro il condizionatore dell’aria. A quel punto pensa di scappare, non fa neppure due passi che un proiettile lo raggiunge alla parte bassa della schiena trapassando il midollo spinale. Cade a terra dietro il bancone, morto.

L’uomo con il revolver spara un colpo che centra Fred “Cedar Grove Bob” Nauyoks (numero 3), 60 anni, alla testa. Poi si gira e colpisce William Marins (numero 2), 42 anni, alla tempia sinistra. Il proiettile passa la cavità orbitale rendendo immediatamente cieco l’occhio sinistro.
Per Nauyoks il buio scende improvviso sulla sua vita, cada a faccia in avanti sul bancone. Sembra stia dormendo. E’ morto sul colpo, il braccio sinistro appoggiato oltre il bar, la sigaretta ancora accesa fra le dita della mano destra.

Marins, cieco da un occhio e con il cranio fracassato, attraversa il bar barcollando. Finisce a terra. Si finge morto. I due neri stanno per scappare quando si accorgono della donna. Hazel Tanis (numero 1), 51 anni, è una cameriera che ha da poco finito il turno di lavoro. Si era fermata per bere qualcosa e scambiare due parole con l’amico Oliver. E’ seduta d’angolo, in fondo al bar. Appena si accorge di essere stata scoperta, comincia a urlare. I due criminali fanno fuoco. Cinque proiettili calibro .32 centrano gola, stomaco, intestino, milza e polmone sinistro dell’infermiera. Ha il braccio frantumato dai pallini da caccia sparati dalla doppietta. Cade a terra.

I due assassini escono sulla East 18th Street, arrivano all’angolo con Lafayette e girano a destra. Lì, dove hanno parcheggiato la loro Dodge bianca. Gridano, ridono. Venti metri più in là c’è Alfred Bello, bianco, un criminale di lungo corso. Bello scappa, aspetta che i due salgano in macchina e filino via. Poi torna indietro, entra nel bar, apre la cassa e ruba sessantadue dollari che dà all’amico Arthur Bradley che lo aspetta fuori. Solo dopo avere messo in salvo i soldi rubai, rientra nel bar e chiama la polizia.

Hazel Tanis morirà in ospedale un mese dopo.

Questa la scena del triplo omicidio in base alla ricostruzione fatta dalla polizia e pubblicata nel 1975 da The Herald-News.

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Per questi tre delitti vengono condannati all’ergastolo due neri: James Artis e Rubin Carter (nella foto sopra The Morning News pubblica la notizia).

Il primo processo è affidato a una giuria tutta bianca, bianco è anche il procuratore. La Corte Suprema ribalta il verdetto, i due uomini sono messi in libertà sotto cauzione. Il secondo processo li condanna nuovamente. La US District Court presieduta dal giudice H. Lee Sarokin rimette in libertà Artis e Carter perché l’ultimo verdetto a suo parere era “fondato sul razzismo piuttosto che sulla ragione, sull’accanimento piuttosto che sull’accertamento della verità.”

Rubin Carter esce di prigione e si trasferisce in Canada, a Toronto (le foto dei suoi match: sopra contro Joey Giardiello, sotto contro Dick Tiger e Florentino Fernandez).

E’ lui il protagonista di questa vicenda. Buon peso medio, soprannominato Hurricane per il modo aggressivo e furioso di stare sul ring, arriva a giocarsi il mondiale contro Joey Giardiello nel momento di massimo splendore: il 1964. Perde ai punti quel match valido per il titolo unificato dei medi disputato alla Convention Hall di Filadelfia.

Quando scoppia il caso del triplice omicidio, quando i processi lasciano dei dubbi nelle coscienze dei liberal americani, una forte campagna di solidarietà si diffonde per tutti gli States.

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Bob Dylan (foto sopra) incontra Carter nella Trenton State Prison. Gli dedica una canzone piena di potenza e poesia. E la canta proprio lì, all’interno del carcere. È il 1975.

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno
entra Patty Valentine dal ballatoio
vede il barista in una pozza di sangue
grida “Mio Dio! Li hanno uccisi tutti!”
Ecco la storia di “Hurricane”
l’uomo che le autorità incolparono
per qualcosa che non aveva mai fatto
lo misero in prigione ma un tempo
egli sarebbe potuto diventare
il campione del mondo

 

Nel 1999 girano un film su questa storia. Denzel Washington interpreta il ruolo di Rubin Carter e si guadagna una nomination all’Oscar del 2000 come attore protagonista. Gran parte dell’opinione pubblica si schiera con l’ex pugile, il World Boxing Council gli dona una cintura da campione del mondo, due università negli States e in Australia gli danno la laurea in legge honoris causa. Poi, pian piano Hurricane scivola via dalle prime pagine, dai racconti dei vecchi attorno a una bottiglia di whiskey, dalle chiacchiere degli ex pugili, dalle discussioni tra uomini della mala.

Gli ultimi anni di vita li trascorre a Toronto, lavorando per un’associazione benefica a favore delle persone condannate ingiustamente. Si impegna sul caso di David McCallum, trent’anni in carcere per sequestro di persona e omicidio. L’analisi del Dna avrebbe dimostrato che il sangue e ogni altra traccia di presenza umana sul luogo del delitto non appartengono al condannato. Per farsi sentire Carter scrive una lettera al Daily News. È stato a quel punto che il fantasma di Hurricane ricompare in pubblico.
E l’uomo che vediamo non è più quello che avevamo imparato a conoscere.

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Al meglio della forma Rubin Carter pesava 72 chili e mezzo. Nei suoi ultimi giorni, come rivela il quotidiano di New York, fatica ad arrivare a 40. Nel giugno del 2011 gli viene diagnosticato un cancro alla prostata, i dottori gli danno dai 90 giorni ai sei mesi come aspettativa di vita.

Ridotto l’ombra di se stesso, Carter continua a lavorare. Non lascia mai la casa di Toronto. Seduto davani alla sua scrivania, scrive appelli, lettere, richieste d’aiuto. Gli sono accanto solo due persone.

James Artis, l’altro uomo finito in galera per l’omicidio di Paterson, e Fred Hogan. Un detective a riposo, l’investigatore che è riuscito a ottenere la ritrattazione dai due testimoni chiave nella causa contro i due imputati per il triplice assassinio del bar.

Rubin ha 76 anni e ammette di “essere un uomo con un passato difficile”, ma aggiunge: “non sono mai stato un santo, ma giuro di non avere mai ucciso nessuno.

Uomo morto che cammina. Così chiamano gli inquilini del braccio della morte. Secondo i medici Hurricane avrebbe dovuto lasciarci, nella più ottimistica delle previsioni, nel dicembre del 2011. Ha lottato fino al 20 aprile 2014, poi è stato costretto ad arrendersi al nemico che nessuno di noi può sconfiggere. La morte.

Ho una missione da portare a termine, dare giustizia a David McCallum. Poi me ne andrò in pace” amava ripetere.

Non so cosa sia accaduto quella notte di giugno del 1966 all’interno di un bar di Paterson. In quel locale, costruito in una strada piatta e brutta, sono state uccise tre persone. Due testimoni hanno mentito, due uomini sono stati condannati e poi assolti, persone di legge non hanno fatto bene il loro lavoro accecati da un insano razzismo. Tutti hanno contribuito a lasciare intatto il mistero.

Un giudice ha sentenziato: le condanne sono state dettate dal razzismo più che dalla ragione.

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Rubin Hurricane Carter ha lottato come aveva sempre fatto nella vita. Contro il cancro, contro le ingiustizie, non della legge ma degli uomini. Aveva ormai superato anche quel 16° round che dava il titolo all’autobiografia (“Da sfidante numero 1 a numero 45472”, il sottotilo). Era in overtime, ma continuava a tenere testa anche a un avversario spietato e potente come il cancro. Aveva una missione da compiere ed era convinto che prima di cedere sarebbe riuscito ancora una volta ad alzare le braccia al cielo in segno di vittoria.

Non ce l’ha fatta.

Accade in Scozia. Il guardalinee vomita e l’arbitro lo espelle, ma…

Scorso fine settimana, Premiership scozzese.

Al Rugby Park di Kilmarnock la squadra locale ospita il Dundee.

Calcio d’angolo. Jordan Jones del Kilmarnock, la più antica società militante nella prima lega di Scozia, si accinge a calciarlo. Qualcosa però non va, il giocatore se ne accorge. Il guaralinee Andrew McWilliam non si sente bene. Si piega, si allontana, vomita. La folla urla sorpresa.

McWilliam torna verso la bandierina.

L’arbitro Craig Thomson gli si fa incontro, estrae il cartellino rosso dalla tasca e glielo mostra.
Espulso per avere vomitato in campo, non si fa.

 

Ovviamente Thomson stava scherzando, cercava di sdrammatizzare la situazione, di allentare la tensione. C’è riuscito. McWilliam si è ripreso e ha portato a termine il suo lavoro.

La partita è finita con la vittoria in trasferta del Dundee per 1-0 con gol di Marcus Haber.

Julio Cesar Chavez jr, notte di sesso per dimenticare Canelo (video)…

Julio Cesar Chavez jr ha 31 anni.

È ora che cresca.

Contro Saul Canelo Alvarez ha fatto una figuraccia rimediando una nettissima sconfitta sottolineata dal triplo 108-120 dei giudici.

Come se niente fosse, ha annunciato che vuole sfidare Daniel Jacobs e poi affrontare il vincente del match del 16 settembre a Las Vegas tra Gennady Golovkin e lo stesso Canelo.

Per giustificare la misera prestazione ha rilasciato un’intervista a Espn in cui tra l’altro ha detto: “Nelle ultime due settimane ho mangiato molto poco. Nell’ultima praticamente niente. Ho fatto uno sforzo sovrumano. È per questo che Oscar De La Hoya e Canelo mi hanno chiesto di scendere a quel peso. Sapevano che così facendo mi sarei suicidato. Ho preso il rischio, ma non ha funzionato”.

Alla pesatura ufficiale, Chavez ha segnato 74,389. Il peso più basso degli ultimi cinque anni in cui ha combattuto anche a 78,500. Il match era al peso concordato (catchweight) di 74,839. Per ogni pound (0,453 kg) in più il contratto prevedeva la penale di un milione di dollari. Per questa sfida Junior ha incassato una borsa di tre milioni di dollari.

Conclusione. Nessuno gli ha puntato la pistola alla testa obbligandolo a fare il match. Ha accettato le condizioni e ha firmato il contratto consapevole dei rischi e delle difficoltà. Del resto tre milioni di dollari sono una bella motivazione…

Deludente sul ring, inaccettabile nelle dichiarazioni post match, Julio Cesar Chavez si è successivamente esibito in un’altra prova di scarsa maturità.

Dopo la sconfitta si è chiuso in una suite dell’MGM Grand di Las Vegas assieme a cinque gentildonne e ad alcuni amici e si è dato da fare.  Su questo nulla da dire. Ognuno è libero di gestire in privato come meglio crede la propria sessualità. Ma un personaggio pubblico dovrebbe prendere un minimo di precauzioni.

In quella stanza c’erano ovunque telefonini che scattavano fotografie o giravano video della scena (attenzione: le immagini potrebbero turbare la sensibilità degli utenti). Senza dubbio una bella promozione per uno che avrebbe dovuto giustificare una figuraccia.

 

Lui, distrutto dal match o dalle cinque ragazze, se ne stava steso sul letto. Addirittura meno combattivo di quanto si fosse mostrato con Canelo.

L’unica buona notizia di quell’incontro è il risultato della pay per view.
Sembra sia stata venduta in un milione di case. Per collegarsi bisognava pagare 59.99 $, o 69.99 $ se si voleva l’alta definizione. Niente male, un segnale positivo in vista di Golovkin vs Canelo.

Quella notte Sugar Ray Robinson aveva rischiato di morire…

Sugar Ray Robinson suonava la batteria e ballava nei teatri di Broadway. Girava per le strade di New York con una Cadillac decappottabile. L’aveva voluta completamente rosa.
L’aveva comprata in un autosalone di Manhattan, poi l’aveva portata a dipingere: 300 dollari per farla diventare come la cravatta di Lou Viscusi, il manager di Willie Pep.
Una cravatta che Robinson si era fatto prestare e che poi si era portato dietro per fare capire al carrozziere quale fosse esattamente il colore che aveva scelto. Ognuno è strano a modo suo.

Storie. Mi piace raccontare vicende del passato.
Ripeterle sino a quando non le imparo a memoria.
Dentro ci sono ricordi, sentimenti, campioni.

Il primo ad arredersi era stato l’arbitro. Ruby Goldstein aveva detto basta alla fine del decimo round. Lo Yankee Stadium era diventato una fornace, bolliva per i 41 gradi che opprimevano l’aria. E c’era anche un’umidità pazzesca. Una pioggia violenta, torrenziale, nel pomeriggio aveva scaricato tanta acqua sullo stadio. Non aveva portato via il caldo, aveva però lasciato in eredità un’umidità che bagnava le camicie degli uomini, attaccava al corpo i vestiti delle signore nelle prime file di ring. Ruby Goldstein aveva abbandonato, ormai vicino al collasso. Aveva preferito vivere.
Vincent Nardiello (foto sotto) era il responsabile della divisione medica della New York Athletic Commission e aveva già vissuto una tragedia sul ring. Era il 18 aprile del 1947, si combatteva nella fumosa Saint Nicholas Arena, l’arbitro designato per l’intera serata era Benny Leonard. Uno dei più grandi pesi leggeri di sempre. Dopo aver condotto sei incontri, stava dirigendo il primo round di un match tra i pesi welter Mario Roman e Bobby Williams. Improvvisamente Leonard era crollato al tappeto. Soccorso e trasportato negli spogliatoi, non aveva mai ripreso conoscienza. Morto per infarto. L’annuncio era stato dato dal giornalista Bill Corona.
Nardiello non voleva ripetere quella tragica esperienza. Si era avvicinato a Robert Kristienberry, il presidente della NYAC, ed aveva chiesto il permesso di far riposare Goldstein. Per la prima volta nella storia della boxe, un arbitro era stato sostituito. Ray Miller ne aveva preso il posto all’inizio dell’undicesima ripresa.

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Anche i due pugili sul ring erano stanchi, prossimi alla disidratazione. Joey Maxim era il campione dei mediomassimi. Il vero nome era Giuseppe Antonio Berardinelli, origini italiane: papà laziale, mamma marchigiana. Era diventato Maxim, perchè così lo chiamavano i suoi tifosi. Sparava colpi in sequenza, senza fermarsi per riprendere fiato. Proprio come la Maxim, la prima pistola automatica americana. Era alto, grosso, pesava 78 chili e mezzo.
Anche lo sfidante aveva un nome preso in prestito. Era nato Walker Smith jr nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori aveva portato la mamma, e lui, a New York dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr portava soldi a casa. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway. Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai suoi piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai loro piedi serviva per raccogliere le offerte. Nei fine settimana faceva il lucidascarpe.

La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre. Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match. Aveva 15 anni. Il pugile che non si era presentato si chiamava Raymond Robinson. Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson (foto in alto, al momento dello stop contro Maxim), poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

 

Ray Sugar Robinson era uno che credeva nei sogni e la notte prima del mondiale dei mediomassimi contro Joey Maxim aveva sognato che sarebbe morto. Ma fino a quell’undicesimo round le cose erano andate dannatamente bene. Lui ballava, una danza infernale attorno al campione che si muoveva lentamente, portando un colpo alla volta. Sugar Ray lo tormentava col sinistro e l’altro avanzava, Robinson lo centrava con precisi ganci alla mascella e l’altro barcollava, ma continuava a venire avanti. I primi segnali di pericolo per lo sfidante erano arrivati nella ripresa numero 12.

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Sugar Ray era diventato meno mobile sulle gambe, Maxim continuava ad essere il robot del primo round. Clinch, pochi colpi, grandi trattenute. Tre minuti senza ritmo. Era in arrivo la tredicesima ripresa con Robinson avanti su tutti i cartellini. Il giudice Artie Aidala aveva nove riprese per lui, due per Maxim (a destra nella foto) e una pari. Il giornalista del New York Herald Tribune, Jesse Abramson, aveva addirittura dieci round per lo sfidante e due per il campione. Sarebbe bastato rimanere in piedi per tre riprese e Sugar Ray si sarebbe preso anche il titolo mondiale dei mediomassimi.

Faceva un caldo asfissiante, appiccicoso, quel 25 giugno del 1952. «Continuate a ripetermi questa storia, credete che al mio angolo ci fosse l’aria condizionata?» rispondeva Maxim a chiunque gli ricordasse quel giorno. Ma lui era più grande, faceva meno fatica ad assorbire i colpi, doveva lavorare meno dell’altro, costretto continuamente ad attaccare, portare pugni e danzare per evitare la reazione del campione.
Tredicesimo round. Sugar Ray ormai si muoveva come un fantasma. Provava a chiudere prima del limite, sparava un destro e mancava di venti centimetri il bersaglio. Cadeva a terra da solo, sulla spinta di quel colpo che lui stesso aveva portato. Si rialzava a fatica, suonava il gong, sbagliava angolo. Harry Wiley e Peewee Beal, i suoi cornermen, saltavano sul ring, lo prendevano sotto le braccia e lo mettevano a sedere. Robinson aveva gli occhi fissi nel vuoto, faticava anche a respirare. Il dottor Alexander Schiff, il medico del mondiale, gli chiedeva se la sentisse di andare avanti. Sugar Ray scuoteva leggermete la testa, faceva segno di no, non riusciva a parlare. Era finita. Esultava Joey Maxim che conservava il titolo mondiale per kot 14. Robinson aveva perso prima del limite. Sarebbe stata l’unica volta in 362 incontri, tra quelli da dilettanti e l’intera carriera professionistica.

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Lo avevano portato nello spogliatoio a braccia. Lo avevano messo sotto la doccia, ma lui non sembrava migliorare. Era arrivato il sindaco Impellitteri, un grande amico. Nel camerino, contravvenendo ad ogni regola che pretendeva che le donne rimanessero fuori, era entrata anche Edna Mae. La moglie. Ray era in evidente stato confusionale, cominciava a boxare contro chiunque gli passasse vicino. Lei lo aveva portato a casa, lo aveva messo a letto, l’aveva vegliato per tutta la notte. Nel match Sugar aveva perso oltre sei chili di peso. Edna (foto sopra dopo la grande paura) gli bagnava le labbra con dei cubetti di ghiaccio, gli dava da bere l’acqua un cucchiaio alla volta, controllava che la febbre non salisse.
Era andato assai vicino alla morte, completamente disidratato. Il mattino dopo aveva il corpo pieno di vesciche, per almeno due giorni non era riuscito a trattenere nulla nello stomaco. Delirava. Ci sarebbero voluti sei mesi perchè si riprendesse completamente.

Bruno Arcari, l’imbattibile. Dieci mondiali, altrettante vittorie…

Tutta la sua carriera è stata caratterizzata da una suggestiva, ma spesso fraintesa ricerca della coerenza: da uno struggente bisogno di semplicità, di cose umili, vere. Ecco come e perché il più grande dei nostri pugili [ … ] è risultato il meno applaudito.
(Franco Dominici)

Questa mattina navigando su Internet ho visto una foto di Bruno Arcari. Mi è tornato alla mente un pezzo di Franco Dominici, uno dei tanti splendidi ritratti fatti da quel grande giornalista. L’avevo letto su “Storia del pugilato” scritto nell’82 da Orlando “Rocky” Giuliano. E allora ho sentito il desiderio di fare qualcosa, di riproporre in piccolo le imprese di quel campione, perché Bruno Arcari è stato un fenomeno della boxe mondiale.

Un pugilato particolare il suo, tutto giocato sulla corta distanza. Una boxe per intenditori. Un demolitore che sgretolava la resistenza degli avversari. Mancino, picchiava duro anche di destro.

Ha chiuso la carriera con un record di 70-2-1, con 38 successi per ko. Le due uniche sconfitte sono arrivate entrambe per ferita: all’esordio contro Franco Colella e nel match tricolore contro Massimo Consolati. La fragilità delle arcate sopracciliari era il suo unico punto debole.

 

Campione italiano, europeo (sopra la conquista contro Johann Orsolics) e mondiale.

Ha conquistato il titolo dei superleggeri Wbc il 31 gennaio 1970 (sotto il match contro Pedro Adigue), lo ha abbandonato imbattuto il 16 febbraio 1974 dopo averlo difeso nove volte. Dieci sfide mondiali, altrettante vittorie, sette prima del limite.

Il 3 aprile del ’76, aveva 34 anni, ha affrontato il ventiduenne Rocky Mattioli al limite dei superwelter. Match pari in dieci riprese. Diciotto mesi dopo Mattioli conquistava il titolo dei superwelter Wbc mettendo ko in cinque round Eckhard Dagge a Berlino.

Alfonso Speranza e Armando Causa, maestri alla Palesta G. Mameli di Genova, il manager Rocco Agostino (sopra con Arcari) e l’organizzatore Rino Tommasi ne hanno guidato l’intera carriera.

Si è ritirato il 7 luglio 1978.

È nato il giorno di Capodanno del ’42 ad Atina, nel frusinate. Si è trasferito piccolissimo a Genova.

Un grandissimo.

Non avendolo molto amato, la gente lo ha subito dimenticato; avendolo dovuto sopportare, molti critici non lo hanno più cercato. Bruno Arcari è rimasto nei suoi silenzi e nelle sue abitudini, ma è stato, nella storia moderna del nostro pugilato, l’unico imbattibile.
(Franco Dominici)

E Joshua a sorpresa dice: “Voglio affrontare Dillian Whyte!”

Anthony Joshua è l’uomo che tutti vorrebbero affrontare.

Wladimir Klitschko è il primo della lista. Ha firmato un contratto che contempla la rivincita, sta a lui decidere se farla o se annunciare il ritiro. Comunicherà la sua scelta il prossimo mese, quando tornerà della vacanze che sta consumando in Florida con la moglie Hayden Panettiere e la loro bambina Kaya.

Segue Kubret Pulev, sfidante ufficiale dell’Ibf. Il match era contemplato come difesa obbligatoria entro gennaio, ma gli unici obblighi che gli enti del pugilato riescono a far rispettare sono solo quelli relativi al pagamento delle tasse.

Sul terzo gradino Deontay Wilder, campione Wbc. La televisione Showtime spinge per un incontro negli Stati Uniti indicando Las Vegas o New York come sedi possibili. Sarebbe la migliore occasione per capire quanto realmente valga Wilder.

Poi ci sono Joseph Parker, campione Wbo, e Luis Ortiz sfidante della Wba. Ma, sinceramente, la vedo dura. Nessuno dei due garantirebbe un richiamo accettabile.

A chiudere c’è Tyson Fury. Ma prima di parlare di lui vorrei aspettare il rientro fissato per l’8 luglio. Sempre che rispetti l’impegno, che il British Boxing Board of Control gli restituisca la licenza e lui continui a perdere peso. Dicono che dopo gli allenamenti a Marbella sia sceso di nove chili. Ne deve perdere altri trenta…

Questo il quadro generale, con l’aggiunta che come sede potenziale Eddie Hearn ha indicato il Millenium Stadium di Cardiff. Dal momento che il prossimo match di Joshua si farà in autunno,  serve un impianto grande e adatto al periodo. Lo stadio di Cardiff, che il 6 giugno ospiterà la finale della Coppa Campioni, ha la copertura del tetto e può ospitare 74.000 persone. Andrebbe sicuramente bene.

In questa situazione si è improvvisamente inserito l’elemento a sorpresa.

Anthony Joshua si è riunito con tutto il suo clan per festeggiare.

C’erano Mark Ellison (nutrizionista), Michael Jarman (agente), Freddie Cunnigham (Manager), Sina Ciframi (fisioterapista), Jamie Reynolds (preparatore atletico) e ovviamente Eddie Hearn (promoter). È proprio con lui che il campione dei massimi si è fermato a parlare, è a lui che ha indicato il nome del prossimo avversario che vorrebbe affrontare: Dillian Whyte.

Scelta inaspettata.

Ma non tanto. Non ha certo la caratura degli altri pretendenti, ma sono almeno tre le motivazioni che spingono il campione a indicarlo come sfidante.

Dillian Whyte al primo match da dilettante ha sconfitto ai punti Joshua. Era il 2008. Poi ha messo ko i successivi sei avversari ed è passato professionista.

Il 12 dicembre del 2015 l’ha affrontato di nuovo.

Lo ha scosso nel secondo round. Poi è finito ko nel settimo.

Alla fine del primo l’altro lo ha colpito dopo il gong, ne è nata una rissa gigantesca e l’angolo di Whyte ha chiesto la squalifica dell’avversario.

Joshua vuole cancellare definitivamente la sconfitta da dilettante?

Vuole mettere a tacere tutti quelli che l’hanno visto sull’orlo del knock down nella seconda ripresa?

È spinto da un astio antico, confermato dal suo atteggiamento irrisorio e dalla scorrettezza a chiusura del primo round?

O vuole solo fare un favore a uno che ha un contratto pluriennale con il suo stesso promoter, Eddie Hearn di Matchroom?

Whyte è stato fino al 2014 con Frank Maloney. In quell’anno il famoso organizzatore ha annunciato ufficialmente la sua scelta di cambiare sesso per diventare donna con il nome di Kellie. In quello stesso periodo Dillian ha scelto di firmare per Hearn.

 

Dillian Whyte ha 29 anni e un record di 20-1 con 15 successi per ko.

Nel suo passato una lunga squalifica per positività al doping dopo il match contro Sandor Balogh. È rimasto fermo dal 13 ottobre 2012 al 21 novembre 2014.

Un altro stop, ma solo di qualche mese, dopo la sconfitta con Joshua. Si è fatto operare alla spalla destra che gli dava da tempo dei problemi.

Ha una boxe meno lineare di Joshua, è più massiccio nel fisico, meno alto e sicuramente meno veloce. Ha il difetto di rimanere sui colpi.

Un buon elemento, non eccezionale. Contro il campione partirebbe decisamente sfavorito.

Sposato, padre di tre figli, è nato in Giamaica e a 12 anni si è trasferito in Inghilterra. Pugile il padre, lo zio e il fratello Dean.

Lo chiamano The Bodysnatcher, come Mike McCallum con cui ha in comune soltanto il soprannome, essendo il livello del suo pugilato decisamente inferiore.

Anhtony Joshua torna sul ring in autunno a Cardiff. E questo sembra quasi certo. Lui vorrebbe affrontare Dillian Whyte, e questo mi sembra assai meno probabile. Ma il pugilato mi ha insegnato a non stupirmi di nulla.

Wilfred Benitez, triste e drammatica storia di un grande campione

Ho pensato a lungo se scrivere questa storia.

Ogni volta che rileggevo il messaggio e guardavo il filmato, mi sentivo male. Un montante al fegato ti toglie il respiro, ti fa piegare le gambe senza che tu neppure te ne accorga. Giù, come un burattino a cui abbiano tagliati i fili.

Per mia fortuna non l’ho mai provato.

Ma è esattamente così che mi sono sentito qualche giorno fa.

Dino Mantovani, un amico di boxe che prima viveva a Roma e ora si è trasferito in Spagna, mi ha spedito un video. E mi ha chiesto:“Ma è veramente ridotto così?

La sua era una domanda retorica, le immagini non mentono. Ma io ho preso tempo, gli ho risposto: “Indagherò”.

L’ho fatto. Ho letto giornali, visitato siti, chiesto informazioni a chi ne sa più di me.

È tutto vero, non poteva essere altrimenti. Il video non mente.

Che Wilfred Benitez stia male da tempo, è cosa nota a chi frequenta l’ambiente pugilistico. Ma guardarlo mentre, raggomitolato su una poltrona, si agita cercando di riprendere una posizione che gli consenta di tentare di alzarsi è atroce.

Vederlo guardare con gli occhi spenti la sorella che gli parla con amore e lo nutre attraverso una flebo è straziante.

Wilfred Benitez è stato tre volte campione del mondo. Non uno qualunque. Ha vinto il titolo dei superleggeri battendo Antonio Cervantes, quello dei welter sconfiggendo Carlos Palomino, quello dei superwelter superando Maurice Hope. E quando ha preso la prima cintura aveva solo diciassette anni.

Questa è una storia di troppi pugni presi che potevano e dovevano essere evitati, di uomini cattivi, di ragazzi che si trovano troppo velocemente con i soldi in tasca dopo avere conosciuto solo la fame. È la storia di medici che non fanno il loro dovere e di altri uomini che dovrebbero amare chi gli sta vicino e invece amano solo se stessi.

Benitez ha il diabete, ha superato a fatica un infarto. E soffre di encefalopatia post traumatica, una malattia degenerativa che provoca tra l’altro perdita della memoria, incapacità motoria e toglie l’uso della parola. È la conseguenza di traumi cranici. Quella di Wilfredo è stata causata dai colpi subiti in carriera.

La boxe è uno sport a rischio. Impossibile azzerarne il coefficiente di pericolosità, si può però ridurlo al minimo. Con Benitez molti uomini, lui compreso, hanno agito in senso contrario.

Hanno continuato a farlo combattere anche quando non era più in grado di farlo. C’è un testimone oculare che dice di averlo visto incapace di superare il test dell’equilibrio alla vigilia del match contro Carlos Maria Del Valle Herrera a Salta, in Argentina, nel 1986. Il nulla osta per quell’incontro è arrivato ugualmente e lui è finito kot al settimo round. Come se non bastasse, il promoter di quella riunione gli ha rubato passaporto e soldi.

Non era in grado di battersi, eppure ha disputato altri quattro incontri, rimediando due brutte sconfitte.

Clara Rosa si chiamava la mamma. L’aveva visto maltrattato da Matthew Hilton nove mesi prima della disgraziata notte argentina.

Quei colpi hanno fatto male anche a me. L’avevo pregato di smettere, non mi ha dato ascolto”.

Sette delle sue otto sconfitte sono arrivate negli ultimi sedici match.

Menomato nel fisico, non si aiutava neppure con l’allenamento. Come del resto aveva spesso fatto in passato.

La natura e la pratica gli avevano regalato un talento e un’esperienza fantastiche. Lo chiamavano Radar perché riusciva a evitare, intuendoli in anticipo, i colpi. Aveva ritmo, velocità, potenza, senso tattico. Un fuoriclasse assoluto.

Ha smesso troppo tardi, dopo avere cominciato troppo presto.

A dieci anni già si esibiva per un dollaro su un ring disegnato da un amico all’interno del campo di pallamano, proprio davanti alla palestra dove insegnava il papà. Gregorio Benitez reclutava improvvisati rivali urlando attraverso l’inferriata che divedeva il campo dalla strada.

Chi ha il coraggio di affrontare il mio ragazzo?

A 15 anni Wilfred Benitez debuttava da professionista.

Accadeva, accade.

Ho ancora nella mente e negli occhi quello che ho visto tanti anni fa. Nel novembre dell’86 ero a Las Vegas per il tentativo mondiale del giovane Mike Tyson. Appena fuori l’Hotel Hilton ho visto due ragazzini picchiarsi in strada. Non stavano litigando, se le davano di santa ragione ma seguendo precise regole. Un signore un po’ in carne, la pelle grassa del viso resa lucida dal sudore, li osservava attento. E lanciava urla di incoraggiamento prima all’uno, poi all’altro. Anche quei due piccoli messicani avranno avuto al massimo dieci anni.

Sono bravi i miei ragazzi! Sono pronti a battersi, cercano un ingaggio”.

Così mi aveva detto quel signore. Non l’ho mai dimenticato.

Anche Wilfred ha cominciato quando era ancora un bambino. E ha smesso quando aveva 32 anni.

A 39 era già chiuso in casa, senza autonomia, affidato alle cure della mamma: un’ex infermiera (foto sopra).

Poi le cose sono andate sempre peggio.

Nel 2012 la sua ultima apparizione pubblica, ai funerali di Hector Macho Camacho. È arrivato su una sedia a rotelle, scortato da tre leggende come Felix Trinidad, Wilfredo Gomez e Alfredo Escalera. Qualcuno l’ha aiutato ad alzarsi e lui si è messo in guardia accanto alla bara dell’amico morto

La foto di Benitez, imbolsito e con uno sguardo poco attento che fissava la macchinetta fotografica, mentre due mani robuste l’aiutavano a tenersi in piedi, mi ha inflitto una dolorosa tristezza.

Ora, che di anni ne ha 59, le cose sono precipitate. La malattia è diventata implacabile.

Benitez ha guadagnato in carriera sette milioni di dollari. Non gliene è rimasto neppure uno. A dilapidarli ci ha pensato lui e chi gli era vicino.

Vive con la pensione di 300 dollari che gli passa il Wbc, gli aiuti di un’associazione benefica senza fine di lucro, un’altra pensione creata dal governo portoricano e la carità dei pochi amici che gli sono rimasti. La mamma è morta nel 2008, lo accudisce la sorella Yvonne.

A lei, quando ancora aveva lunghi sprazzi di lucidità, ha posto un’agghiacciante richiesta.

Per favore, prendi una pistola e uccidimi”.

Il video che Dino mi ha spedito lo ha realizzato il giornalista Billy Rosado. Ha parlato con un suo ex allenatore, Francesco Papo Rivera; con Yvonne. Ha ripreso l’ex campione sulla poltrona della sofferenza. E ha confezionato un documento pieno di dolore.

Wilfredo è nato in una zona malfamata del Bronx, ultimo di otto figli.

Gli hanno rubato la spensieratezza dell’infanzia, gli hanno negato la serenità di una vecchiaia di pace.

La crudeltà della malattia gli ha tolto anche l’unica ricchiezza che gli era rimasta.

La gioia dei ricordi.

 

 

FoxSports, stasera la riunione di Londra. Sabato Canelo vs Chavez (video)

Stasera dalle 21:00 alle 24:00 su FoxSports (canale 204 del bouquet Sky) sarà possibile vedere l’intera riunione di sabato 29 aprile a Londra.

In programma

Campionato massimi Ibf, Ibo (vacante), Wba (supercampione): Anthony Joshua (18-0, 18 ko, 113,4 kg) vs Wladimir Klitschko (64-4-0, 53 ko, 109 kg). Arbitro: David Fields (Usa), giudici: Don Trella (Usa), Steve Weisfeld (Usa), Nelson Vasquez (Portorico); piuma: Scott Quigg (31-1-2) vs Viorel Simion (21-1-0); leggeri: Luke Campbell (16-1-0) vs Darleys Perez (33-2-2). Arbitro: Steve Gray (Gbr); giudici: David Parris (Gbr), Nelson Vasquez (Por), Steve Weisfeld (Usa); superpiuma: Joe Cordina (Gbr) vs Sergej Vib (Rus); leggeri (donne): Katie Taylor (4-0) b Nina Meinke (5-0).

Alle ore 3:00 nella notte tra sabato 6 maggio e domenica 7, sempre su FoxSports (canale 204, telecronaca di Mario Giambuzzi, commento tecnico di Alessandro Duran) diretta da Las Vegas per la riunione imperniata su Canelo Alvarez vs Julio Cesar Chavez jr.

Andranno in onda

Piuma (10×3) Joseph Diaz jr (21-0, 12 ko) vs Manuel Avila (22-0, 8 ko); Welter (Wbo internazionale e Wba intercontinentale, 10×3) Lucas Matthysse (37-4, 34 ko) vs Emmanuel Taylor (20-4, 14 ko); medi (10×3) David Lemieux (37-3, 33 ko) vs Marcos Reyes (35-4, 26 ko); supermedi (catchweight 164,5 libbre, 12×3) Saul Canelo Alvarez (48-1-1, 34 ko) vs Julio Cesar Chavez jr (50-2-1, 32 ko).

In memoria di un campione che ci ha regalato infinite emozioni

Era il primo maggio del ’94. Ayrton Senna ci lasciava per sempre. Paolo Scalera quel giorno era a Imola. Ha lavorato a un’edizione del Corriere dello Sport che non sarebbe mai dovuta uscire e che la morte del fuoriclasse brasiliano impose come un dovere a cui era impossibile sottrarsi. Riproponiamo il suo racconto. Un fiume di emozioni che si rincorrono cercando di allontanare una tragedia che ancora oggi, a ventitrè anni di distanza, fa ancora troppo male.

di PAOLO SCALERA
I GRILLI saltavano nell’erba cercando scampo dai suoi passi. Piccoli tonfi leggeri sulla terra, così diversi dal frastuono dello schianto, che quel sabato solo un uomo innamorato, o un innamorato deluso, avrebbe potuto percepire con i sensi alterati dalla sofferenza. Gli occhi fissi in un punto e nel nulla, a ricostruire il volo e la caduta. Segni sull’asfalto e detriti sull’ erba, come relitti di un naufragio portati sulla spiaggia dalla corrente. E lui lì, a cercare di capire se era stata una tempesta, un malore od un errore a portare Ratzenberger, dall’ ultima fila all’ultima curva. Non fu un presentimento: non immaginò, Il Più Grande, di essersi appena lasciato alle spalle, camminando, la sua ultima curva, il Tamburello, il destino. Altrimenti, vogliamo credere, sarebbe fuggito, da quell’orrore. Lo avremmo vivo. Cercava, invece, Senna, come sempre, di capire.

Cosa c’era stato fra quel viaggio solitario di Ayrton alla VilIeneuve la domenica mattina? Quali pensieri? Cosa aveva provato nel warm-up, e poi, nei primi giri di gara?

Non abbiamo un singolo ricordo di Ayrton prima di quel sabato di Imola. E’ come se il giovedì e il venerdì non fossero mai esistiti. Cancellati. Di fatto non abbiamo mai visto nemmeno il Gran Premio. Di quel primo maggio ricordiamo solo lo sguardo sperduto di Leonardo, il fratello, e quello nascosto dagli occhiali scuri di Ecclestone, che lo trascinava nel paddock fino all’approdo nel motor-home della FOCA, dove Betise Assumpcao, l’addetta stampa di Ayrton, piangeva. Non sapevamo nulla, ma intuivamo che non ci sarebbero state più interviste. Né quei lunghi silenzi fra la domanda e la risposta capaci, ancora, di imbarazzarci.

La macchina era partita per la tangente, senza una correzione, cercando il muro. Piena di energia che l’impatto non aveva esaurito. Un atomo di tempo prima Ayrton aveva capito. Per una frazione di secondo la verità a lungo cercata gli si era presentata, chiara nell’anima, così luminosa da accecarlo.

E noi stavamo, in massa davanti alla porta chiusa del motor-home grigio-fumo. L’elicottero si era alzato ed era volato via. C’era, o c’era stata, una gara, lì fuori.

Quando la velocità si era azzerata e l’energia dispersa tutt’ attorno, lui se ne era andato, lasciando il relitto di un’automobile e mille dubbi.
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Poi qualcuno lo disse a Berger, che non fuggì, né si chiuse cercando la solitudine. Se ne stette, invece, appoggiato, le spalle al camion della Ferrari, a pensare. Sarebbe stato facile andargli sotto, interrogarlo, chiedergli cosa aveva provato quella volta che aveva anche lui incontrato il muro. E come si sentiva ad essere vivo. Era quello il pezzo che dovevamo scrivere.

Ci ritrovammo, invece, in sala stampa. A fare un giornale che, senza quell’ incidente, non sarebbe mai nato, con i monitor sulle nostre teste che rimandavano all’infinito lo schianto. Perdita di controllo. Botta.. Giravolte. Immobilità. Non soffre, non può soffrire, E allora. E gli altri?

Mica avevamo capito. Non ci eravamo nemmeno andati vicini. Non ci eravamo preoccupati della folla. E’ stato solo un incidente, avevamo razionalizzato, e la velocità non risparmia nessuno, nemmeno il suo dio. Dunque, perché pensare che questa volta sarebbe stato diverso? Ed invece il pellegrinaggio a quel muro era già iniziato nella notte, ed il giorno dopo, con enorme ritardo, avevamo compreso che il messia se ne era andato. E questa volta per mai più ritornare.

Sfilava lento il carro del dio fra la sua folla, fra la sua gente. Un’ironia per il re della velocità, ma milioni di persone in strada, milioni dietro il piccolo schermo, volevano vederlo. E per questo Ayrton Senna, quella volta, passò piano. Aveva fatto, come sempre, il viaggio di ritorno con gli amici, in prima classe, nessuno lo aveva disturbato.

Spegnemmo la TV. Anche l’ultimo dei brasiliani ammassati lungo la strada dall’aereoporto alla città, di quella storia, avrebbe potuto scrivere un pezzo migliore del nostro.