Sul Corriere dello Sport si parla di Storie in controtempo…

di Massimo Grilli

Le lacrime di Ivanisevic dopo aver vinto (e in quel modo!) a Wimbledon e l’uncino micidiale di Laver, i tuffi sotto rete di Panatta e il Genio Assoluto di Roger Federer. Una surreale intervista alla star Kournikova, quel viaggio a Los Angeles, al confine tra l’inferno dove sono cresciute le sorelle Williams e il Paradiso che ha visto nascere Sampras, il sorriso di Kuerten e il match vinto in carcere dai gemelli Bryan. Gran parte del tennis dell’ultimo mezzo secolo si ritrova nell’ultimo libro di Dario Torromeo.

Una squisita carrellata dei protagonisti della racchetta, resi umani dalla penna dell’autore, capace di andare oltre punteggi e descrizioni di servizi vincenti. Ecco quindi i lati più nascosti della Schiavone, le bizze da campionessa della Sharapova, la doppia vita di Renee Richards, l’audace ma non troppo parallelismo tra John McEnroe e Jimi Hendrix, geniali anche nell’autodistruzione, la partita infinita a Roma tra Nadal e Coria, che segnò in modo opposto le carriere dei due ragazzi. Campioni e comprimari (la trasgressione della Mattek, quel dritto incrociato di Chardy che fece piangere il grande Roger e con lui tutto il Centrale del Foro Italico…) che svelano i loro lati meno conosciuti.
Campioni sì, ma finalmente umani.

STORIE IN CONTROTEMPO, Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis; di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 325 pagine, 15 euro.

Se poi non vi siete rassegnati all’assenza di Federer dai campi romani, potete provare a consolarvi con un altro libro di “Absolutely Free”, questo interamente dedicato al campione dei campioni, vivisezionato in diciotto ritratti d’autore. Diciotto, come il numero degli Slam conquistati.

18, la diciottesima vittoria di Roger Federer nel Grande Slam raccontata da giornalisti, scrittori e campioni del tennis; autori vari, Absolutely Free Editore, 179 pagine, 14 euro.

Hearn: Klitschko, Wilder e Tyson Fury i prossimi tre per Joshua

In un’intervista rilasciata ieri sera al giornalista Gareth Davies, il promoter Eddie Hearn, boss di Matchroom, ha comunicato i prossimi tre match di Anthony Joshua (19-0, 19 ko). Saranno, nell’ordine: Wladimir Klitschko o Kubrat Pulev, Deontay WIlder e Tyson Fury.

Klitschko (64-5, 53 ko) annuncerà sabato 27 maggio se vorrà avvalersi dell’opzione da contratto e accettare così la rivincita contro Joshua. In caso la decisione fosse negativa, con molte probabilità la prossima mossa sarà il ritiro.

Nel caso in cui l’ucraino dovesse cedere il passo, sarà Kubrat Pulev (25-1, 13 ko) a misurarsi con Joshua in quanto sfidante ufficiale proposto dall’International Boxing Federation.

Klitschko vs Joshua andrebbe quasi certamente in scena il 28 ottobre al Millenium Stadium di Cardiff. Per Pulev si potrebbe pensare a qualcosa di meno impegnativo.

Deontay Wylder (38-0, 37  ko) dovrà difendere entro l’anno il titolo Wbc contro lo sfidante ufficiale Bermane Stiverne (25-2-1, 21 ko). Successivamente, in caso di vittoria, affronterà Joshua nella primavera 2018.

Tyson Fury (25-0, 18 ko) è sempre in attesa che la Commissione Antidoping britannica decida in merito al suo caso. Dovrebbe farlo il prossimo ottobre. Solo a quel punto Tyson Fury potrebbe disputare un match di rientro (non combatte dal 25 novembre 2015) e, se le cose dovessero andare come i britannici sognano, salire poi sul ring contro Anthony Josua il 18 aprile 2018.

Tyson Fury: Il 18 aprile 2018 darò una lezione di boxe a Joshua…

Tyson Fury in un’intervista a talkSport radio ha detto che è già stata fissata la data del mondiale tra lui e Anthony Joshua.
“Se il Paese vuole che io affronti un sollevatore di pesi, lo farò. Nessun problema.
Il fatto che molte persone lo diano come favorito contro di me, mi regala ulteriori motivazioni. Come ho detto molte volte, lavoriamo in uno sport che si chiama dolce scienza o nobile arte, non è un concorso di bodybuilding o una competizione tra forzuti.
Se non puoi boxare e muoverti, scivolare e tirare pugni, e solo un uomo sul ring può farlo, allora diventa una sfida facile.
Gli darò una lezione di boxe e lui sarà così stanco di inseguirmi, cercando di scagliare grandi pugni fallendo ogni tentativo, che potrei fermalo attorno a metà match.
Klitschko lo ha quasi fatto nel sesto round, lui era finito. Nella quinta ripresa era affaticato, in quella successiva ha nuotato sul tappeto. Era stravolto.
Poi ha tirato colpi pesanti, ma io non ho 41 anni, ne ho 28. Ne avrò 29 il prossimo anno quando ci sarà il match.
Eddie Hearnha già prenotato una data: 18 aprile 2018.”
Una previsione a lunga scadenza…
Tyson Fury è in attesa che la Commissione Antidoping del British Boxing Board of Control si pronunci sulla sua situazione. La decisione potrebbe arrivare dopo ottobre. Il pugile non combatte dal 28 novembre 2015, quando ha sconfitto ai punti Wladimir Klitschko ed è diventato campione mondiale dei massimi. In seguito, prima per essere stato trovato positivo a un controllo e poi per essersi rifiutato di sottoporsi a un test, è stato costretto a lasciare i titoli.

Una foto su Facebook risveglia il ricordo di una tragedia…

L’idea di scrivere l’articolo mi è venuta quando ho visto un post su Facebook. Quella foto ha riportato alla mente vecchie memorie, storie tragiche. Ho deciso di raccontarle.

La povertà è la mia maestra.

Duk Koo-Kim l’aveva stampato sul paralume accanto al letto, nella sua stanza. Era un motto che voleva sempre tenere a mente.

Lui non aveva dimenticato.

A due anni aveva già perso il papà. La mamma si era risposata più volte, ma senza mai trovare la pace.

Aveva fatto il lustrascarpe, il contadino, l’aiuto panettiere.

Era il più piccolo di cinque figli e aveva visto la madre chiedere cibo per sfamare la famiglia.

Non si era vergognato, la fame era più forte dell’orgoglio.

Diventato giovanotto Duk Koo-Kim aveva forzato le tradizioni. I pugili sudcoreani non dovevano avere legami sentimentali, l’amore era considerato un segnale di debolezza. Ma il sentimento che lui provava per la dolce Lee Young-Me era travolgente.

Quando era partito per gli Stati Uniti lei era incinta di due mesi e non aveva potuto salutarlo pubblicamente. La relazione doveva essere tenuta nascosta.

Sognava una famiglia numerosa, una bella casa, tanti regali da fare alla sposa. Era voltato in America dopo avere firmato il contratto che gli garantiva 20.000 dollari di borsa. E sessantamila di assicurazione in caso di tragico incidente.

Andava a sfidare Ray Boom Boom Mancini, 250.000 dollari di compenso. Una macchina da pugni, l’idolo delle folle, il campione Wba dei leggeri. Un italo americano con il papà Lenny originario di Bagheria, in Sicilia.

Si erano affrontati sul ring del Caesars Palace il 13 novembre dell’82.

Una battaglia feroce, senza soste.

Si erano scambiati colpi forti, a volte proibiti, quasi sempre devastanti. Nel terzo round Mancini si era infortunato alla mano sinistra, all’angolo sospettavano una frattura. Nella tredicesima ripresa aveva scagliato sul coreano trentanove colpi senza riceverne alcuno in risposta. Poi l’altro aveva ricominciato a scambiare. E la guerra era andata avanti.

Diciannove secondi dopo l’inizio della quattordicesima un diretto destro, giunto alla fine di una combinazione, chiudeva la storia.

Mancini esultava assieme ai genitori, ignaro della tragedia incombente.

Un’ambulanza trasportava Duk Koo-Kim verso il Desert Spring Hospital. Era in coma. Un’emorragia cerebrale lo stava lentamente rubando alla vita.

Il professore Lonnie Hammergreen lo operava, toglieva 100 cc di sangue dall’emotoma sottodurale che si era formato nella parte destra del cervello.

Uscito dalla sala operatoria dopo due ore e mezzo di intervento veniva tenuto in vita solo da una macchina che gli permetteva di respirare artificialmente.

Moriva il 17 novembre dell’82.

Aveva 23 anni.

La mamma volava da Seul a Las Vegas per essere accanto al figlio e dare il consenso per staccare i macchinari.

Padre Tim O’Neal, consigliere spirituale della famiglia Mancini, celebrava una messa in ricordo dello sfortunato pugile nella cappella del Tropicana Hotel.

Lui è morto una sola volta, io mi sento come se morissi ogni giorno. Se sei un pugile, provi rispetto per qualsiasi altro pugile e io ho tutto il rispetto del mondo per questo ragazzo. Sono devastato. Sono molto triste per quello che è accaduto, mi fa male perché faccio parte di questa tragedia. Sono cristiano e ho pregato per avere le risposte alle domande che la mia mente continua a farsi. Ho fatto ricorso alla mia fede per andare avanti. Potrebbe essere tranquillamente toccato a me e chi può giurare che la prossima volta non sia io la vittima? Non dico che mi rititerò, ma in questo momento non ho alcuna voglia di pensare ai prossimi match. Ho visto quello che è accaduto al signor Kim. Ho bisogno di tempo per guarire” confessava il campione.

Telefonavo a Rodolfo Sabbatini che era con lui a Las Vegas. Mi raccontava di un Mancini distrutto, piangente, in crisi profonda.

Bob Arum proponeva di fermare la boxe, di far fare a un gruppo di medici specialisti uno studio specifico sui colpi subiti, di adottare il casco protettivo, di aumentare il peso dei guantoni.

Il World Boxing Council riduceva da 15 a 12 il numero delle riprese nei campionait del mondo.

Ray volava in Corea per assistere ai funerali.

Poi, lentamente, provava a uscire dal tunnel. Veniva in Italia per il match di rientro, accettava di tornare sul ring. Avrebbe affrontato George Finney a St Vincent.

Facevo il viaggio con lui da Roma a Torino. Mi raccontava di quanto importanti fossero state le lunghe chiacchierate con Padre O’Neal, di come i genitori gli fossero stati vicini, dell’aiuto che aveva ricevuto anche dagli amici. Era ancora devastato dai dubbi e dalle domande, ma cercava di guardare avanti.

Era all’Hotel Billia quando gli avevano comunicato un’altra atroce notizia.

Yong Sun Yo, la madre di Duk Koo-Kim, si era suicidata bevendo una bottiglia di pesticida. Una tragedia che andava ad aggiungersi alla tragedia.

Ray si era chiuso in camera e non aveva voluto incontrare nessun estraneo.

Il 6 febbraio dell’83 batteva, di misura e senza entusiasmare, il rivale inglese. La porta su quella drammatica notte di Las Vegas rimaneva comunque ancora aperta.

La tragedia segnava un altro maledetto colpo l’1 luglio dell’83 quando Richard Greene, l’arbitro di quel match, si suicidava sparandosi un colpo di pistola alla testa.

Duk Koo-Kim era nato l’8 gennaio del ’59 nella provincia di Kong Won-Do, cento chilometri da Seul, vicino alla zona demilitarizzata tra le due Coree. Prima di volare negli States per il suo ultimo tragico viaggio, alla fidanzata aveva riassunto così l’essenza di quell’incontro: “Uccidere o essere uccisi.”

Nel 2011 lei e il loro figlio Chi Won-Kim erano volati in America. Il ragazzo era diventato un uomo. Aveva 29 anni e lavorava come dentista. Lee Yong-Me era una distinta signora orgogliosa del figliolo.

Erano andati negli States per incontrare Ray Mancini che stava lavorando alla sua biografia e a un documentario che, forse, serviva anche ad esorcizzare gli incubi che da tanti anni si portava dietro.

Duk Koo-Kim è scomparso. La madre e l’arbitro di quel match si sono suicidati.

Un bambino non ha mai conosciuto il papà, una donna ha perso il suo amore per sempre. Nessuno dei due ha mai urlato parole di rabbia contro qualcuno.

Il loro uomo è morto a 23 anni mentre stava lavorando.

 

 

Ewa scrive dalla Polonia. Spera che un giorno gli italiani tifino per lei…

Sabato scorso Ewa Brodnicka (13-0), polacca di 32 anni, ha conquistato il titolo interim Wbo dei superpiuma, dopo avere vinto quello europeo dei leggeri. Due anni fa, quando aveva alle spalle solo sei match, mi ha scritto una lettera presso il sito con cui collaboro. Mi sembra l’occasione giusta per riproporre quelle parole, ci aiutano a conoscerla meglio.

Caro Boxeringweb ti scrivo,
voglio farmi conoscere un po’.

Mi chiamo Ewa Brodnicka, ho trent’anni e pratico il pugilato da professionista.

Ricordo ancora la notte in cui ho tirato il mio primo pugno. Stavo festeggiando, con alcuni amici e mio fratello, l’ultimo dell’anno in un locale. Un ragazzo ubriaco mi ha fatto delle avance, io l’ho respinto e lui è diventato sempre più aggressivo. Ha cominciato a spingermi. Mi spingeva forte, così per difendermi ho tirato un destro di puro istinto. È finito in terra con il naso rotto.

Mio fratello non era abbastanza vicino per aiutarmi, ma aveva comunque visto la scena e il giorno dopo l’ha raccontata a mio padre. Avevo paura. Papà era sempre stato contro la violenza. Non mi ha sgridato, con mia grande meraviglia mi ha invece portata in una palestra di Varsavia.

Se proprio vuoi picchiare qualcuno, fallo dentro le regole del pugilato. Hai steso uno che era il doppio di te, se hai dentro il talento del guerriero il ring è il posto migliore per mostrarlo.”

Ero una ragazza vivace. I miei genitori dicevano che era impossibile vedermi giocare con le bambole, mentre era molto più facile che mi lanciassi dagli alberi facendo bow jumping.

All’epoca vivevo a Zakroczym, una cittadina sulle rive del fiume Vistola nelle immediate vicinanze di Varsavia e della foresta di Kampinos. Una comunità agricola, famosa per la produzione di frutta e verdura. Un ambiente naturale, con boschi, corsi d’acqua e qualsiasi altra cosa un bambino possa desiderare per divertirsi.

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Ma non avevamo una palestra. Ogni giorno dovevo fare cinquanta chilometri per andare a Varsavia ad allenarmi. Avevo cominciato a spostarmi col treno, ma d’inverno dalle nostre parti il termometro scende anche a – 25 gradi. A Natale, quando avevo già compiuto i 21 anni, ho avuto in regalo una vecchia macchina. Era messa male, mi faceva temere che da un momento all’altro mi avrebbe lasciato per strada e invece ha fatto sino in fondo il suo dovere. Andavo a scuola al mattino, nel pomeriggio mi allenavo a Varsavia, la sera tornavo a casa a studiare.

Lo sport ha sempre fatto parte della vita della mia famiglia. Da bambina ho praticato il basket, forse per questo adoro Michael Jordan. È il mio idolo. Ma ho anche fatto nuoto, corsa, ciclismo, danza moderna ed equitazione.

Ecco, andare a cavallo è un’altra delle cose che amo. Ricordo con grande piacere le ore passate cavalcando lungo le rive del fiume Vistula. Quando riesco ad avere un po’ di tempo libero, lo faccio ancora. Mi sento libera e felice mentre galoppo in sella ad April, il cavallo di mio zio.

Non ho mai avuto paura del primo pugno in faccia. Ero abituata a giocare con i ragazzini, a lottare con loro: colpi quindi ne avevo già presi. Quando hanno saputo che avrei praticato la boxe, gli amici mi hanno detto: “Lascia perdere: ti romperanno il naso, distruggerai il tuo volto.”

Io invece pensavo che le difficoltà sarebbero venute dal disciplinare la mia voglia di reagire quando venivo colpita, dal non farmi condizionare dalla rabbia. Nella boxe devi usare la testa ancora più delle mani.

Fino a qualche anno fa quando dicevo a un ragazzo che ero una pugile professionista, lui si sorprendeva. Adesso ci sono molte più donne che cercano di farsi strada in quegli sport che sembravano monopolio degli uomini. Così ora i ragazzi non mi chiedono più se ho paura di rompermi il naso, ma domandano se anche facendo uno sport così duro io riesca a restare donna, femmina.

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Lo sono sicuramente nell’animo, credo anche di esserlo nel modo in cui affronto la vita. E il mio fidanzato dice che nel modo di comportarmi e nel look non ho mai perso la femminilità.

Ho cominciato a tirare seriamente di boxe nel 2007, quando ho perso solo in finale nel campionato polacco, categoria pesi leggeri. Dopo qualche anno da dilettante, nel 2011 sono passata alla kick boxing. Ho vinto il bronzo nel light contact e l’argento nel full contact alla Coppa del Mondo. A febbraio 2012 ho debuttato nel pugilato professionistico.

In Polonia era difficile trovare qualcuno che accettasse di darmi una possibilità. Il pugilato femminile non va di moda. Per questo avevo pensato di trasferirmi in Germania. Poi ho trovato il promoter Mariusz Grabowski  della Tymex Boxing Promotion e le cose sono cambiate. Anche se, a dire il vero, il primo match ho dovuto pagarmelo da sola. Gli amici pensavano che intascassi chissà quale borsa, invece ero lì a spendere i miei soldi.

A convincermi a rimanere nel mio Paese è stato l’arrivo di uno sponsor, la B.ILO Poland di Marco Beniamino Brioschi. Potevo cominciare a inseguire i miei sogni.

Dopo tre successi, ho ottenuto una chance per battermi sui dieci round, nei superleggeri, per l’Intercontinentale della World Boxing Federation. Ero all’esordio su quella distanza. Ho sconfitto con decisione unanime la bulgara Kremana Petkova.  Il nostro era l’incontro principale della serata. Una grande emozione, ma anche la consapevolezza che avevo cominciato a fare sul serio.

Sì, faccio dei sacrifici. Ma non mi lamento, ho scelto io questa vita. Mangio regolare, non faccio tardi la sera, non vado alle feste, non bevo alcolici. Mi alleno due volte al giorno, due ore per ogni seduta. Due volte alla settimana insegno Aerobox. Mi sono laureata all’Accademia di Educazione Fisica di Varsavia, dove per cinque anni ho vissuto nel campus universitario. Sono maestra di educazione fisica con specializzazione in nuoto, sci e pugilato.

Quando smetterò di boxare, mi piacerebbe realizzare un sogno: lavorare come giornalista. Penso anche di formare una famiglia, sempre che il mio uomo accetti una compagna a cui non piace cucinare. Vorrei avere un bambino e renderlo felice.

La boxe mi ha insegnato ad avere fiducia in me stessa, a essere umile. Mi ha dato una visione migliore della vita. E’ per questo che non finirò mai di ringraziarla.

Spero che dopo questa lettera gli italiani abbiano la curiosità di conoscermi meglio, che vogliano seguire i miei incontri, e che magari un giorno arrivino addirittura a tifare per me.

Un saluto a tutti. Ora siamo amici, perché chiunque ami la boxe è un mio amico.

Ewa Brodnicka

P.S. Le foto (molte delle quali si riferiscono alla conquista del titolo interim Wbo dei superpiuma contro Irma Balijagic Adler) sono tratte dalla Facebook Official Fanpage della campionessa.

Nicola Adams: “Ho scelto la boxe quando ho visto il babbo picchiare mamma”

Dopo Rio 2016 ho fatto una domanda a Patrizio Oliva.
“Chi ti ha lasciato un’ottima impressione in questi Giochi?”
Lui non ci ha pensato su neppure un attimo.
“Le donne. Quando combattono lo spettacolo è garantito. Impossibile annoiarsi come invece mi è accaduto più di una volta negli incontri maschili. Hanno carattere più degli uomini. È nei loro combattimenti che ho visto la vera boxe. Claressa Shields è forte, ha prestanza fisica, picchia per far male, è determinata e sa come muoversi sul ring. Nicola Adams (foto sopra) è un pericolo costante. Mi ha impressionato dal punto di vista tecnico, mi è piaciuta per la capacità di cambiare marcia quando è stato necessario. Cosa che ha saputo fare in modo splendido anche la francese Mossely. Era sotto dopo due round contro la cinese Junhua Yin. Io pensavo che ormai come dono di nozze avrebbe portato l’argento, lei invece si è ripresa con grinta, orgoglio e fisicità.”


Nicola Adams in Brasile ha vinto l’oro nei 51 kg, esattamente come aveva fatto a Londra 2012. Nella stessa categoria ha conquistato l’oro anche ai Mondiali del 2016.
Oggi esce in Gran Bretagna l’autobiografia, si intitola Believe (sopra).
In quelle pagine Nicola racconta cosa l’abbia portata alla boxe quando aveva solo 11 anni. La ragione è drammatica, inquietante, paurosa.


“Ho visto mio padre Innocent minacciare mamma. Era un violento. È grande e grosso, mentre lei è piccolina. Volevo solo mettermi tra loro. Ho preso una spada di plastica e gliel’ho sventolata sulla faccia. Pensavo di poterlo allontanare. Ero terrorizzata.”
Il babbo (nella foto con lei) è tornato a farsi vedere dopo l’oro di Londra.
Lui e la moglie Denver detta Dee (foto sotto) hanno divorziato quando la bambina aveva undici anni.
Da tempo il padre vive con la nuova moglie Verna.


In palestra Nicola è entrata quando era poco più di una bambina e ha subito capito di trovarsi bene.
“Era l’unico posto dove potevo rifugiarmi. Tutti i ragazzi che erano lì avevano dei problemi e quello era il luogo dove potevamo dimenticarli. La boxe mi ha aiutato a vivere meglio.”
Nicola Adams è nata a Leeds 34 anni fa.
È alta 1,65. Da professionista ha un record di 2-0 (1 ko).
Il suo soprannome è The smiling assassin. L’assassina che sorride…
Innocent Adams  ha detto che quelle contenute nel libro sono falsità.

Tyson Fury di nuovo al centro di un caso controverso…

Tyson Fury rischia di non combattere sino a dicembre, o peggio: di chiudere la carriera.

Lunedì presso il British Boxing Board of Control ha avuto inizio l’audizione dell’ex campione con la Commissione Antidoping britannica. Ma l’incontro è stato subito sospeso per un conflitto di interessi all’interno della Commissione stessa. L’audizione è stata rinviata a data da destinarsi.

Frank Warren, promoter del peso massimo, teme che questa data non sia fissata prima di ottobre. Il che farebbe saltare l’annunciato rientro dell’8 luglio.

Ma in discussione c’è anche la possibilità che Tyson Fury venga punito con quattro anni di sospensione per essersi rifiutato di sottoporsi a un test antidoping nell’inverno scorso.

Dice Warren: “Loro hanno bussato a casa di Tyson Fury, lui ha aperto. Gli hanno chiesto di sottoporsi al test, lui li ha mandati a quel paese. C’è un filmato di tutto questo, c’è il pugile che dice: “Mi state perseguitando”. Poi è arrivato suo zio, lo ha calmato e ha richiamato gli ispettori che però non sono voluti tornare. Era un periodo difficile per il peso massimo, non stava bene psicologicamente. Va capito, non perseguitato. Ora devono prendere una decisione e devono farlo in fretta. Rischia la carriera”.

Tyson Fury è stato trovato positivo a un test antidoping. Il 24 giugno 2016 è stato sospeso.

Non combatte dal 28 novembre 2015 quando ha sconfitto ai punti Wladimir Klitschko ed è diventato campione mondiale dei massimi.

Tutto quello che bisogna sapere su Kell Brook vs Errol Spence Jr

Quando
Sabato 27 maggio 2017

Dove
Bramall Lane Football Ground, Sheffield (all’aperto)

Incontro principale
Welter (campionato Ibf, 12×3) Kell Brook (36-1-0) vs Errol Spence Jr (21-0).

Orari riunione
Primo incontro: alle 19:00 ora italiana
Match principale: attorno alle 23:00 ora italiana

Quote bookmaker inglesi
Brook: 13/10 (per ogni 10 sterline scommesse, se ne intascano 13 in caso di vittoria)
Spence Jr: 3/5
Pari: 20/1

Ultimo match
10/9/2016 Gennady Golovkin b Kell Brook kot 5 (campionato medi Wbc, medi Ibf, medi Ibo).
21/8/2016 Errol Spence Jr b Leonard Bundu ko 6 (eliminatoria Ibf pesi welter)

Hanno detto
Brook: “Molte persone mi hanno suggerito vari modi per evitare Errol Spence Jr. Evidentemente non mi conoscono. Non sapevano quello che stavano dicendo. Voglio mostrare al mondo che sono il miglior peso welter del pianeta. E lo farò proprio davanti agli occhi della mia gente” (intervista a World Boxing News).
Spence Jr: “Sarò un rivale molto difficile da affrontare. Uscirò vincente da questa sfida. Sento che sarà una grande battaglia, non vedo l’ora di essere sotto quelle luci” (intervista a Sky Sports).

Dove vederlo in televisione
In Italia su FoxSports (canale 204, dalle 23:00) in diretta.
Nel Regno Unito in pay per view su Sky Sport UK al costo di 16,95 sterline (circa 20 euro).

Organizzazione
Matchroom di Eddie Hearn

Il resto del programma
Medi (6×3): Anthony Fowler (debutto) vs TBA
Supermosca (8×3): Kyle Yousaf (10-0) vs Louis Norman (11-3-1)
Superpiuma (ante Commonwealth, 12×3) Andy Townsend (18-4-0) vs Jon Kays (22-5-1)
Supermedi (vacante Wba Intercontinentale, 12×3) Jamie Cox (21-0) vs Lewis Taylor (19-3-1)
Massimi (vacante Commonwealth, 12×3) David Allen (11-2-1) vs Lenroy Thomas (20-4-0)
Supermedi (Wba Super mondiale, 12×2) George Groves (25-3-0) vs Fedor Chudinov (14-1-0)

Storie di maggio, i ko di Rocky e quella teoria provocatoria…

Maggio è un mese importante nella carriera di Rocky Marciano. Il 15 maggio del ’53 difende il titolo contro Jersey Joe Walcott, a cui ha tolto la corona nel settembre del ’52. Il 16 maggio del ’55 difende il mondiale contro Don Cockell. Quattro mesi dopo disputerà l’ultimo match in carriera. Batterà Archie Moore e chiuderà a 49-0.

Il campione è Jersey Joe Walcott (a sinistra nella foto). Anche il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna d’infanzia.

Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I procuratori lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.

Philadelphia, Municipal Stadium, 23 settembre 1952.
Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.

«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

 

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico.

Danza Walcott. E colpisce.
Ma i pugni di Rocky possono buttare giù i palazzi. Le mani sono come quelle enormi palle di ferro che distruggono anche i grattacieli. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?

Va giù Jersey Joe Walcott, va giù al tredicesimo round quando è chiaramente in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout.

C’è festa attorno al nuovo campione.

 

Nella rivincita imposta dal contratto, il 15 maggio del ’53, Walcott dura meno di un round. E Rocky spiega al mondo il suo credo pugilistico: “Perchè danzare per dieci riprese, se puoi mettere il tuo avversario ko alla prima?”
Poi Marciano supera Roland La Starza e due volte Ezzard Charles.
Nella seconda sfida il naso di Rocky si spacca a metà, servono 46 punti di sutura per riparare il danno.
Infine, il 16 maggio del ’55, arriva l’inglese Don Cockell e la promessa fatta alla moglie Barbara.
«Un altro match, poi chiudo».
Manterrà la promessa. La vita non sarà altrettanto onesta con lui.

La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe. (Joyce Carol Oates)

Il presidente Macron, ultimo leader politico affascinato dalla boxe…

Il pugilato riscopre in questi giorni la sua popolarità all’interno della classe politica.
Fuori dall’Italia, ovviamente.

Non solo campioni come Vitali Klitscko (foto sotto) sindaco di Kiev o Manny Pacquiao senatore nelle Filippine. O anche il presidente statunitense Donald Trump, che in passato ha organizzato grandi eventi di boxe negli Stati Uniti compresi alcuni mondiali di Mike Tyson.

Io parlo di eventi recenti, recentissimi.

Ama la boxe Emmanuel Macron, il 7 di questo mese eletto presidente della Francia. Ha ereditato la passione dal suo mentore, Henry Hermand, scomparso nel novembre scorso), che finanziava addirittura una palestra di Parigi: Il tempio della Noble Art.

Ama la boxe Edouard Philippe (foto in alto, a sinistra, assieme al presidene Macron), il primo ministro nominato oggi dallo stesso Macron. Per oltre due anni e mezzo si è allenato tre volte a settimana e il suo maestro giura che “Edouard ha buona tecnica e grande resistenza”. Ha scoperto il pugilato leggendo Jack London, guardando Toro scatenato al cinema.

Ma la leadership in questo connubio tra pugilato e politica appartiene al Canada.

Justin Trudeau (sopra) ha un cognome importante. Non tutti possono vantare un papà che è stato Primo Ministro, un papà a cui è stato intitolato un aeroporto intecontinentale: quello di Montreal.

Trudeu, 45 anni, è anche uno che è riuscito a sconvolgere più volte il pronostico. Ha vinto le elezioni canadesi alla guida del Partito Liberale, con un margine di voti talmente ampio da garantirsi la maggioranza assoluta in Parlamento.

JT è stato un pugile. Per carità, poca cosa. Ma in palestra si è allenato e si allena davvero, ha fatto un paio di match da dilettante e soprattutto si è esibito in diretta tv sulla distanza delle tre riprese contro il senatore Patrick Brazeau del Partito dei Conservatori.

Era il 31 marzo del 2012, la sfida era a sfondo benefico e serviva per raccogliere fondi a favore della ricerca per combattere il cancro. Ma non è stato certo un incontro incruento. Brazeau era favorito 3/1. Aveva un passato sportivo importante. Cintura nera di karate e anni di allenamento alle spalle. Il fisico più massiccio era lì a testimoniarlo. Nonostante fosse più basso di sette centimetri, pesava un chilo e mezzo in più (83 contro 81,5: match a cavallo tra mediomassimi e massimi leggeri).

Se le sono date sul serio, anche se lo stile era un po’ arruffone e poco tecnico. Primo round per Brazeau (calzoncini e maglietta blu), poi è venuto fuori Trudeau che ha fatto contare più volte il rivale, gli ha fatto sanguinare il naso e ha vinto per kot costringendo l’arbitro a fermare l’incontro prima che finisse la terza e ultima ripresa.

In platea ad applaudire c’erano anche la mamma del vincitore Margaret e la moglie Sophie.

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Fino a quel momento Justin Trudeau era descritto dai giornalisti come un giovane gracile, poco aggressivo, impreparato alla durezza della lotta politica, non pronto per la scalata alla poltrona di Primo Ministro. Da quel momento in poi l’immagine del giovanotto è completamente cambiata. Un match di boxe gli ha regalato credibilità, sicurezza, leadership.

L’altro invece è rotolato all’indietro e nel tempo ha collezionato una disgrazia dietro l’altra. Prima estromesso dal Comitato Centrale del partito, poi sospeso dal Senato, quindi accusato di violenza domestica e successivamente di violenza sessuale.

Il pugilato ha premiato un politico di successo ed è stato in grado di assicurargli un’immagine positiva.

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Sapete come era soprannominato dagli amici Justin Trudeau quando tirava di boxe?

Pretty Boy.

Che ne dici Floyd?

Una ragione ci sarà se è diventato primo ministro…

Se poi vogliamo rimanere sul classico, chiudo con Nelson Mandela.

E’ stato per ventisette anni prigioniero, pena ridotta rispetto alla condanna all’ergastolo per atti di sabotaggio.

In carcere il pugilato lo ha aiutato ad andare avanti. L’ha amato fin da ragazzo, quando andava ad allenarsi in una piccola palestra di Soweto. Ha boxato da dilettante, un peso medio che preferiva la tecnica alla bagarre. Uno che aveva colto l’essenza di questa disciplina.

“Amo la scienza del pugilato: la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento, a me piace l’allenamento regolare e costante, l’esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito.”

Si preparava dal lunedì al giovedì, aveva continuato a farlo anche in prigione. Diceva che l’aiutava a stemperare il dolore della libertà negata.

“La boxe è un modo per perdermi in qualcosa di diverso dalla lotta politica aveva scritto nell’ultimo libro “Conversazioni con me stesso”.

E’ stata una passiona che è andata avanti per tutta la vita. Uscito dal carcere, ha continuato a coltivarla come l’età gli permetteva.

mali

Ha incontrato campioni famosi. E’ stato affascinato da Muhammad Ali, al punto da conservare nel suo ufficio da primo presidente nero del Sudafrica i guantoni avuti in regalo dal “più grande”.

Ha parlato a lungo e in privato con Sugar Ray Leonard che gli ha donato una delle sue cinture mondiali. Anche questa è andata ad aggiungersi ai cimeli a cui teneva di più. I fuoriclasse facevano la fila per una foto al suo fianco. Le potete vedere in giro su Internet. C’è quella con Leonnox Lewis o Marvin Hagler tra le più famose. Ci sono gli incontri, commoventi, con Joe Frazier e tanti altri campioni.

“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” amava ripetere, è il motto che ho scelto come guida per questo blog.

E’ quello che sintetizza meglio la vita di un Premio Nobel per la Pace, di un uomo che non si è davvero mai arreso.