Per vivere bisogna combattere, è la grande lezione che viene dalla boxe

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La boxe è uno sport difficile da capire. Perché difficile è entrare in sintonia con l’essenza del pugilato. Spesso ci si ferma all’apparenza, a quello che si vede. Molti condannano la disciplina perché hanno paura di avventurarsi in un viaggio nell’anima umana, un viaggio che porta all’essenza di una rappresentazione che coinvolge corpo e mente come raramente accade nella vita. A chi denigra il pugilato senza conoscerlo, ma seguendo un rifiuto che nasce inconsciamente dentro di loro, ha risposto la scrittrice americana Joyce Carol Oates nel saggio “Sulla boxe“.

Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…

Leggendo oggi un articolo apparso sul Globe and Mail mi sono convinto che basterebbe assecondare la voglia di sapere che è dentro di noi per entrare in un mondo nuovo dove la boxe ha un ruolo importante. Quello che il giornalista Marty Klinkenberg ha visto e raccontato con le parole e il fotografo Jason Franson ha visto e raccontato con le immagini, è un mondo che ha assimilato alla perfezione un concetto: Fight to live. Per vivere bisogna combattere.

Il luogo è una palestra sulla 118th Avenue a Edmonton, Canada. Una palestra come tante. Poster di vecchi match alle pareti, sacchi da allenamento che penzolano dal soffitto, un ring, maestri pronti a dare i loro consigli e allievi pronti ad ascoltarli.

Fanno le figure, tirano colpi a pesanti punching bag, passano sopra e sotto la corda tesa sul ring come se dovessero schivare pugni immaginari. Sudano, lavorano, si impegnano. Una normale palestra di boxe.

Gli allievi hanno oltre quarant’anni, spesso arrivano ai settanta. Hanno tremori, rigidità fisica, lentezza nei movimenti. Sono stati colpiti dal Parkinson. Ci sono sono diecimila malati come loro nello Stato di Alberta, centomila nell’intero Canada.

Fight to live.

Il pugilato li aiuta a migliorare l’equilibrio, a coordinare meglio il rapporto occhio/mani, a rendere più tonico il corpo. L’alta intensità degli allenamenti alimenta la produzione di dopamina nel cervello e li fa stare un po’ meno male. No, la boxe non guarisce dal Parkinson, ma li aiuta a stare meglio.

È per questo che i responsabili degli studi sulla malattia e i dirigenti del pugilato di Alberta hanno deciso di lavorare assieme al progetto. Una quindicina di pazienti/atleti a Edmonton, altri a Calgary e Red Deer. Tutti con lo stesso concetto nella mente.

Fight to live.

Agostì, sai cosa è la boxe?
“Sì maestro”.
Allora dimmelo, cosa è la boxe?
“Dare e prendere cazzotti”.
Ti sbagli, è il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso.
“E dobbiamo pagarlo in palestra, maestro? Dobbiamo pagarlo subito?”
Più soffri qui, meno soffri sul ring. Ricordati: se capirai la boxe sino in fondo,imparerai che senza sacrifici non potrai raggiungere quello che vuoi.  Imparerai a non arrenderti mai, neppure quando finisci al tappeto. E ti servirà da lezione nella vita.

La verifica dei fatti, troppe parole in libertà nel mondo del pugilato…

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Verifica dei fatti.

È quello che, dopo tante parole, mi è sembrato giusto fare.

fact-checking (fact checking o factchecking, verifica dei fatti) loc. s.le m. inv. Nel lavoro giornalistico, la verifica puntigliosa dei fatti e delle fonti, tesa anche a valutare la fondatezza di notizie o affermazioni riguardanti istituzioni e persone di rilievo pubblico, con particolare riferimento a quanto viene diffuso mediante la Rete. (vocabolario Treccani).

Non entro volutamente nel merito dello scambio di opinioni tra Carlo Nori e Vittorio Lai, tra Vittorio Lai e Giulio Spagnoli. Ognuno è libero di vedere le sue scelte come migliori di quelle fatte da altri. Ma la visione oggettiva del problema non può essere distorta.
Vittorio Lai mi ha detto di essere un attento lettore di boxeringweb.net. Il 23 dicembre scorso ho pubblicato l’intervista che mi ha concesso. A quasi due mesi da quel giorno ho registrato precisazioni, smentite, denuncia di incomprensioni. Peccato che neppure una sia stata fatta in forma diretta a me o a boxeringweb.net. Se si pensa di essere stati fraintesi ci si rivolge alla fonte del fraintendimento.

E allora voglio farle io alcune precisazioni in merito a quanto detto e scritto dal vice presidente.

Prima però ho una domanda da fargli e vorrei che fosse così cortese da rispondere in qualità di coordinatore del settore nazionale dilettanti AOB.

È vero o non è vero che tra le convocazioni in Nazionale al Centro Tecnico Nazionale di Santa Maria degli Angeli figurano anche atlete/i non tesserate/i o con un record decisamente non adeguato a una chiamata in azzurro?

 

(in corsivo le dichiarazioni di Vittorio Lai,
in tondo le mie precisazioni)

 

 bla-bla-bla

Il quadriennio della Federazione è stato giudicato solo considerando l’ultimo anno ed in particolare i risultati delle Olimpiadi.

Il quadriennio è stato giudicato nel suo complesso, non solo e non esclusivamente sul piano dei risultati. Ma anche e soprattutto sulla gestione politica della squadra nazionale. Sono stati commessi alcuni errori più volte evidenziati. Si è puntato solo ed esclusivamente sugli stessi atleti che con il passare delle stagioni hanno perso brillantezza e vigore sino a non riuscire più a uguagliare i risultati ottenuti in passato. Si è deciso di fare della squadra azzurra un club chiuso creando quelli che da tempo chiamo i dilettanti di Stato. Pugili che, lo ripeterò fino alla nausea, hanno fatto le loro giuste scelte. Ma chi ha dovuto subire queste scelte è stato penalizzato. La messa in atto di una nazionale sostenuta quasi esclusivamente dai corpi militari (che hanno indubbi meriti) ha fatto sì che si creasse la generazione dei soliti noti. Oltre che a non creare le condizioni per un possibile ricambio, questa scelta ha anche tolto del tutto ossigeno al professionismo che è rimasto strangolato. I risultati disastrosi dell’Olimpiade di Rio e dell’ultimo anno di gestione federale non sono il male assoluto, ma rappresentano l’inevitabile conclusione di una serie di scelte sbagliate perpretate anche nell’ultimo quadriennio.

 

Le mie parole relative all’eventuale assunzione del tecnico cubano Pedro Roque (cinque mila €. al mese) sono state oggetto di un attacco assolutamente immotivato.

Ancora con questo giochino dell’incomprensione sulla cifra. Da me intervistato Vittorio Lai, alla domanda sul cubano: Negli ultimi anni se ne è andato in giro a intascare stipendi onerosi?, ha risposto testualmente: “Assolutamente sì. Pedro Roque è sposato con una fisiologa dello sport e ha un figlio che studia in una scuola inglese dell’Azerbajan. Al di là dell’ideologia cubana, guadagna dai 13.000 ai 15.000 dollari al mese”.

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Io ho semplicemente affermato che in una situazione di caos come quella che si era venuta a creare negli ultimi mesi, consideravo una buona idea affidare per un anno la responsabilità tecnica ad una figura super partes che avrebbe potuto creare un clima nuovo e più disteso. Nessun giudizio negativo o preclusione verso tecnici italiani.

Nella stessa intervista telefonica Lai, tra le altre cose, si è così espresso sul tema, cito testualmente: “È difficile fare l’allenatore in Italia senza essere contestati. Da noi ogni allenatore si crede il migliore di tutti. Per questo ho contattato Pedro Roque, un personaggio che spariglia i giochi”.

 

Il CF è stato d’accordo, avrebbe potuto addirittura chiamare subito il tecnico. Per rispetto per chi verrà dopo, non l’abbiamo fatto

Il cubano è stato contattato prima della fine dello scorso anno. Dalle informazioni in mio possesso, fornitemi da un personaggio molto attendibile, in un primo momento Lai, assieme ad altri consiglieri federali, voleva fargli firmare subito il contratto, dimenticando che le elezioni del 25 febbraio potrebbero anche designare un presidente diverso da lui. Un deciso intervento di Brasca ha evitato che fosse commesso l’errore. Ma su questo concetto sono consapevole che esista il beneficio del dubbio.

 

I nostri allenatori sono tra i migliori al mondo e non lo dico solo ora, l’ho sempre pensato e sostenuto. A questo proposito vorrei dire che come soluzione “interna” ho già un paio di nomi in mente che farò chiaramente al momento opportuno.

Inversione a U. Dopo avere parlato per due mesi solo e soltanto di un tecnico cubano, alla vigilia delle elezioni spuntano un paio di anonimi allenatori italiani.

 

Nessuna preclusione chiaramente per gli altri organizzatori, ma serve gente seria, capace, affidabile e competente.

A parte la chiara contraddizione in termini, vorrei riportare (testualmente) la dichiarazione fattami da Lai sul tema: “Sul settore professionistico sono molto critico. Mancano veri imprenditori, manager come quelle che ci sono in Germania o Gran Bretagna. Non c’è gente che investa su un pugile, non ci sono contratti da svariati quattrini. Prendiamo Lomachenko, negli Stati Uniti hanno creduto in lui, ci hanno messo dei soldi. Bisogna resettare tutto”. Appunto, prendiamo Lomachenko: vincitore di due ori olimpici e mondiali che firma con la Top Rank di Bob Arum che ha (tra l’altro) un contratto con la HBO television e al secondo incontro gli ha offerto l’occasione per conquistare il titolo, vinto nel match successivo…

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Quello che rivendico è però il diritto a difendermi da attacchi strumentali che hanno generato confusione ed una non corretta informazione nella testa di chi ama il pugilato e si aspetta un legittimo cambio di marcia.

Quando si fa un’accusa è lecito attendersi nomi e cognomi di chi si indica come colpevole di un misfatto. Chi sono le persone che hanno generato confusione e una non corretta informazione? Lo slogan della Federboxe recita “Io ci metto la faccia“. Io ce la metto firmando ogni articolo che pubblico. Spero lo facciano tutti gli altri personaggi coinvolti in questo sempre più pesante avvicinamento al raduno di Santa Maria degli Angeli. E, per chiudere in bellezza, perché dopo un quadriennio decisamente negativo dovrei aspettarmi un cambio di marcia da chi in questo quadriennio è stato un protagonista attivo? Calma. Non provate ancora una volta a scaricare su Alberto Brasca tutte le colpe del mondo. Del resto le parole dello stesso Lai nell’intervista in questione smentiscono questa eventuale linea difensiva: “La solidarietà c’è stata fino all’ultimo Consiglio Federale”. Questo vuol dire che c’è stata condivisione di intenti nell’intero periodo 2013-2016, o sbaglio?

 

 

Haye, il bullismo, le minacce, il dito medio alzato. La boxe ha davvero bisogno di tutto questo?

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David Haye è un bullo.

bullo (settentr. bulo) s. m. e agg. [etimo incerto], region. – 1. Giovane arrogante, violento, teppista, bravaccio: un giovinastro di mala vita, uno di quelli che si chiamavano «buli» (Bacchelli); Lui disse da vero bullo: «Ma a te che te ne frega?» (Moravia). Come agg., non com., sfrontato, spavaldo: con aria bulla. (Vocabolario Treccani)

Al pugile inglese non era bastata la sceneggiata in conferenza stampa.

Ricordo per gli smemorati.

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Dovrai adattarti a standard di vita diversi dopo il nostro match. Non avrai più i denti per godere di un buon pasto. Tu e tutta la tua squadra sarete distrutti. Ehi, voi due (Eddie Hearn e Dave Coldwell, ndr), lo state mettendo in una situazione troppo pericolosa. La sua vita è in pericolo.”

Haye diceva questo poche settimane dopo la morte di Mike Towell, dopo le operazioni al cervello di Nick Blackwell e Eduard Gutnecht.

Adesso è tornato a interpretare il ruolo preferito, quello appunto del bullo.

Tony Bellew, il suo avversario il 4 marzo sul ring della O2 Arena di Londra, lo ha visto divertirsi a bordo di uno yacht da 27 milioni di sterline, lo ha visto in alcune foto postate su Instagram e gli ha detto che forse non si sta allenando abbastanza.

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Lui ha replicato con un’altra foto, ancora sul suo profilo Instagram.

È a bordo di una Rolls Royce convertibile, assieme al rapper Dizzee Rascal e all’allenatore Shane McGuigan. Il saluto rivolto a Bellew è elegantemente rappresentato dal dito medio alzato.

Siamo davvero sicuri che lo sport abbia bisogno di questo?

La boxe ha quasi sempre trasmesso valori di lealtà. Chi la ama si è più volte vantato di come il pugile sia diverso dagli altri proprio per il rispetto assoluto nei confronti dell’avversario.

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Non nascondiamoci dietro un dito e soprattutto non puntiamo il medio contro nessuno.

Ricordo perfettamente le lamentele ogni volta che un giornale identifica il pugilato solo e soltanto con la violenza. Il diritto allo sdegno bisogna meritarselo. Se accettiamo il pugile bullo, non possiamo più accampare diritti.

Avevo già scritto sul tema per il comportamento di Derek Chisora. Uno che ha schiaffeggiato Vitali Klitschko al peso, ha sputato a Wladimir Klitschko prima dell’inizio del match, ha tirato un tavolino sulla testa di Dillian Whyte nella conferenza stampa della loro sfida e minacciato di morte lo stesso Haye.

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La boxe va gestita con coerenza. Niente sconti ai bulli. Se anche chi le vuole bene dovesse schierarsi con un teppista, saremmo messi male. Rispetto delle regole e dell’avversario, lealtà. Massima competitività, uso della forza e dell’intelligenza, oltre che del talento e della tecnica. Questo è il pugilato. Non c’è spazio per uno che si crede sempre e comunque in dovere di accendere una rissa solo per far crescere il suo personaggio, per soddisfare il proprio ego.

La boxe è uno sport condannato, per la sua natura, a difendersi. Deve lottare per fare capire che la sfida nasce, viene sviluppata e si conclude fra le corde di un ring. Fuori, aggredire un avversario, sputargli in faccia, colpirlo con una bottigliata, mostrargli il dito medio, insultarlo, minacciarlo di morte rappresenta un reato comune.

E va condannato, non esaltato.

Qui si parla di boxe, dei tecnici italiani e di un cubano, di strane convocazioni…

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Il 22 dicembre scorso ho intervistato Vittorio Lai, vice presidente federale, coordinatore del settore tecnico, responsabile della squadra APB, responsabile tecnico delle Nazionali maschili AOB (ovvero: Olimpiadi, Mondiali, Europei) e WSB.
Le qualifiche sono tratte dal sito della Fpi.

Domande sul nuovo coach azzurro.
Perché è contrario a un italiano alla guida della nazionale?
“Sarebbe un errore. Da noi ogni allenatore si crede il migliore di tutti, per questa ragione contesterebbe chiunque fosse scelto. Bisognerà optare per una persona al di sopra di ogni sospetto”.
Chi è il nome che ha in mente?
“Sono convinto che l’uomo giusto sia Pedro Roque. Cubano, professionista di 60 anni che ha allenato in tutto il mondo. Spariglierebbe i giochi”.
Negli ultimi se ne è andato in giro a intascare stipendi onerosi.
“Come tutti i grandi tecnici itineranti pretende soldi, attualmente credo guadagni dai tredici ai quindicimila dollari al mese. Ma è una persona che fa bene il suo lavoro”.
La Federazione Pugilistica Italiana nell’ultimo quadriennio (anche questi dati sono presi dal sito ufficiale) ha creato 1243 Aspiranti tecnici e 405 Tecnici Sportivi regolarmente tesserati. Nel 2013-2016 su 1653 tecnici italiani che hanno partecipato ai vari corsi tenuti sul nostro territorio solo cinque (lo 0,3%) sono stati bocciati. Tutti e cinque non hanno passato gli esami al Corso Tecnici Sportivi Aiba 2 Stelle che si è tenuto dal 13 al 21 marzo 2016 a Santa Maria degli Angeli.

Nei primi 41 giorni del 2017 la Fpi ha chiamato a gestire gli allenamenti a Santa Maria degli Angeli 16 tecnici italiani di società.

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Il cubano Pedro Roque Otano, 67 anni, è stato premiato come miglior coach del mondo nel 2008.
Negli ultimi anni è stato sfortunato.

È diventato capo allenatore di Cuba (19.000, diciannovemila, pugili affiliati) nel 2005, nello stesso anno la nazionale ha vinto quattro ori ai Mondiali in Cina.

Ha lasciato la squadra dell’isola caraibica dopo aver chiuso la sua unica Olimpiade da head coach, Pechino 2008, senza avere conquistato una medaglia d’oro (non accadeva dal 1972) e avere centrato una sola vittoria ai Mondiali di Milano 2009.

In carriera ha fatto dichiarazioni impegnative.

Non meritano di essere nella nostra squadra di pugilato. Hanno sprecato l’opportunità che gli era stata data e non ne meritano altre” (dopo la fuga negli Stati Uniti di Guillermo RIgondeaux ed Erislandy Lara nel 2007).

Nel 2010 Pedro Roque si è trasferito a Miami.

Nel 2009 ha scatenato una violenta polemica dichiarando: “Sono contrario al pugilato femminile. Le donne devono mostrare i loro bei visini, non prendere pugni sulla faccia”.

Nel 2012 è diventato tecnico della nazionale USA e ha allenato sia la squadra maschile che quella femminile.

Ho nel mio curriculum più di 500 medaglie di tutti i tipi, compreso l’oro di Claressa Shields a Londra2012” (France Press 8 agosto 2016).
Lo confesso, non sono riuscito a trovare un solo riferimento che colleghi Roque a Claressa Shields. E sempre per mia colpa i filmati che ho esaminato sulla finale olimpica di Londra non hanno le immagini di Roque all’angolo della Shields. E, ancora per mia colpa (è l’ultima che mi prendo) ho trovato solo questa incongruenza di date: la Shields conquista l’oro il 9 agosto 2012, l’ingaggio di Roque è datato 11 settembre 2012 (fonte: la Federazione americana).

Ringrazio la Federazione americana per avermi dato la possibilità di lavorare con i suoi pugili. Sono molto soddisfatto e felice per questa opportunità. Prometto di mettere tutta la mia esperienza nazionale ed internazionale al servizio dello sviluppo della boxe negli Stati Uniti e di lavorare assiduamente per ottenere medaglie in tutti i Campionati del Mondo, Giochi Panamericani e Olimpiadi di pugilato maschile e femminile.” (Pedro Roque, intervista concessa al sito teamusa.org/Usa-Boxing l’11 settembre 2012).

Nel 2014, a metà preparazione in vista dei Giochi di Rio 2016, ha comunicato al presidente della Federazione americana la sua intenzione di recedere dall’incarico.

Subito dopo, l’uomo che ha un grande passato alla guida delle squadre giovanili cubane è andato a gestire la nazionale dell’Azerbajan che ai Giochi brasiliani ha centrato un argento e un bronzo.

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Domande sui ritiri delle nazionali a Santa Maria degli Angeli.
Come si dovrebbe muovere il cubano?
“Il tecnico federale dovrà essere itinerante, portare qualità in giro per l’Italia. Ci affideremo ai Comitati Regionali che sono quelli che lavorano più a contatto con la realtà locale. Chiederemo loro di allestire degli stage dove selezionare gli elementi più promettenti. Il coach azzurro sceglierà, parlerà con i tecnici cercando di instaurare una linea comunque, un’unità di intenti”.
Che fine farà il Centro Tecnico di Assisi?
“Di una cosa sono certo: non dovrà più essere un Centro Vacanze. I ragazzi ci andranno con i loro tecnici a fare la rifinitura della preparazione. Ha tutto per essere un luogo di altissima specializzazione. È questo che dovrà essere. Dobbiamo tirare fuori il meglio dai dilettanti senza portarli fuori dal loro ambiente, senza allontanarli da scuola, famiglia e per molti il lavoro. Assisi è un posto fantastico che il mondo ci invidia. Ma deve essere un posto dove allenarsi, dove ritrovare tutti assieme l’orgoglio. Insisto, non potrà essere un Centro Vacanze”.
L’Assemblea per l’elezione del nuovo presidente si terrà a Santa Maria degli Angeli il 25 febbraio 2017.

Dall’1 gennaio a oggi sono stati convocati nel Centro Federale umbro 33 atlete: quattro, dalla consultazione del sito Fpi, non risultano affiliate; un’altra ha nel record 1 vittoria, 2 pari, 8 sconfitte; 68 Under 22. A cui vanno ad aggiungersi 62 convocati dell’Italia Thunder che partecipa al torneo delle WSB: uno del gruppo sembrerebbe essere non affiliato. A Roma sono stati chiamati 20 Youth: tra questi due che non hanno riscontri sul sito federale e un terzo che ha un solo match nel 2016 (al rientro dopo un anno di inattività). In totale 185 convocazioni (sette sprovvisti di affiliazione), di cui 165 a Santa Maria degli Angeli.

Qualche dato sullo stesso periodo del 2013 (primo anno post olimpico).

L’Assemblea per l’elezione del nuovo presidente si è tenuta a Santa Maria degli Angeli il 17 gennaio 2013.

Nel periodo omologo (quarantuno giorni) a quello già preso in considerazione le convocazioni sono state 28 (20 Junior e Schoolboy, 8 Elite). La squadra delle WSB, la Dolce&Gabbana Italia Thunder, non faceva riferimento diretto alla Federboxe, era una franchigia che si gestiva in proprio.
Chiudo con alcune note sul nome che con maggiore frequenza è comparso in questo articolo: Santa Maria degli Angeli, il centro attorno a cui gira la vita della Federazione Pugilistica Italiana che (stranamente) ha ancora sede a Roma.

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Santa Maria degli Angeli è una frazione del comune di Assisi, in provincia di Perugia, a 179 chilometri da Roma. Due ore di macchina, a patto che non ci sia traffico. Cittadina d’arte, posto meraviglioso per la meditazione e la cultura. Dal 2001 è la capitale della boxe di casa nostra.

 

 

 

 

 

 

La memoria corta di Beppe Marotta, il passato torna come un incubo…

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L’ha fatto ancora.

Qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra (Gv, 8,5).
Bisognerebbe tenerlo sempre a mente.

E invece Giuseppe “Beppe” Marotta ha le memoria corta, così è tornato in cattedra e ha bacchettato tutti.
Dico, da uomo di calcio, che in Italia dovremmo allenare giocatori, allenatori e dirigenti a una cultura della sconfitta che nel nostro Paese non esiste. In Italia esiste la cultura della polemica nei confronti dell’arbitro.” (Gazzetta dello Sport, 9 febbraio 2017).

A questo punto mi sembra opportuno ricordare ancora una volta quello che lo stesso Marotta aveva detto in passato.

Su tutti gli organi di informazione, 23 marzo 2015.

È una forma tipicamente italiana quella di attaccare sempre gli arbitri ed il loro operato. Non si fa mai autocritica. Invece di dirigere le critiche sempre verso gli arbitri, bisognerebbe magari ricondurle verso se stessi. Falsato? È un aggettivo ormai ricorrente, ma in un campionato episodi come questo si bilanciano e alla fine vince il migliore”.

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Dopo un Genoa-Juventus (gazzetta.it, 26 marzo 2013).

Per un arbitro come Guida di Torre Annunziata ci sono difficoltà a venire ad arbitrare la Juventus. Non parlo di malafede ma di difficoltà. Al 94′ un arbitro della provincia di Napoli si è trovato in difficoltà. La designazione di Guida è stata infelice. Non metto in dubbio la buona fede, ripeto ma non si designa un arbitro di Torre Annunciata ad arbitrare la Juventus.

Dopo un 1-1 contro la Roma (corrieredellosport.it, 13 novembre 2010).

Penalizzati da Rizzoli la cui prestazione è stata largamente insufficiente. Non c’è uniformità di giudizio e su Borriello pretendo la prova tv. Mani come in Milan-Palermo ma scelta opposta, il rigore è discutibilissimo.

Dopo un Palermo-Juventus (tuttojuve, dichiarazione ripresa da intervista a Sky, 24 marzo 2015).

“C’è amarezza, riconosciamo i meriti del Palermo però sono qua dopo una serie di episodi dubbi che avviene da alcune settimane. Non vorrei che questo fosse il frutto di alcune nostre richieste su calciopoli e non vorrei che quella che era sudditanza diventi arroganza nei nostri confronti, è una critica e un richiamo alla classe arbitrale perchè sono episodi assolutamente impossibili da non valutare, è successo a Napoli con lo stesso arbitro, non voglio aggiungere altro.  Non vorrei che questo trattamento freddo di valutazione non oggettiva ma di prevenzione sia reale, sono episodi clamorosi. I moviolisti sono ex arbitri e il gol di Napoli era buono, Stefano Braschi ci disse che un arbitro non lo manda due volte ravvicinate a dirigere la stessa squadra, Morganti è la terza volta che ce lo ritroviamo, siamo sfortunati”.

Il dirigente si è esibito anche a livello internazionale.
Dopo Bayern-Juventus di Champions League 2016.
Il gol annullato a Morata? Spero tutelino il calcio italiano

Dichiarazioni al veleno sugli arbitri anche quando era direttore generale della Sampdoria.

Dopo un Parma-Sampdoria (repubblica.it, 28 febbraio 2010).

Vogliamo uniformità da parte degli arbitri, nel derby abbiamo subito un rigore con la stessa dinamica, per un intervento di Ziegler su Palacio. La differenza è che stavolta Rocchi era a due metri dal fallo ed ha ripensato da solo alla sua valutazione dell’episodio, a quanto ha detto ai giocatori, senza interferenze. È strano perché è passato un minuto nel frattempo. È la prima volta che assisto ad una dinamica simile: non riusciamo ad avere risposte riguardo ad alcune decisioni arbitrali e questo secondo me è il male oscuro del calcio.”

E ancora, dopo Juventus-Roma del campionato 2014-2015.

Ogni volta la Juve è additata di situazioni poco chiare, ma nell’arco di un campionato gli episodi si compensano.”

Marotta è comunque in buona compagnia.

Massimiliano Allegri quando era allenatore del Milan aveva una diversa chiave di lettura delle partite di calcio. Ad esempio, aveva trasformato in un tormentone contro la Juve l’episodio del gol fantasma di Muntari (la palla era abbondantamente oltre la linea e l’arbitro non aveva concesso la marcatura).

Credo che dopo il gol non dato a Muntari un silenzio fino al termine del campionato sarebbe stato più intelligente“.

Non è per fare polemiche, ma se da Torino fanno polemiche, se questo è l’andamento, allora ci adeguiamo. Se dall’altra parte credono che facendo le dichiarazioni come quelle fatte da Marotta aiutino gli arbitri a stare più sereni, allora le facciamo anche noi.”

Memoria corta. Non ci si mette in cattedra quando si hanno dei peccati nel proprio passato.

WSB, all’esordio vincono Russo e l’Italia ma senza entusiasmare…

russoFrancesco Maietta e Salvatore Cavallaro centrano due belle vittorie e consentono a Italia Thunder di giocarsi tutto nell’ultimo match. Sul ring Clemente Russo e Josep Filipi, pesi massimi al limite dei 91 chili. Il rappresentante dei British Lionhearts è più alto di dieci centimetri e più giovane di dieci anni.

Russo domina, vince senza problemi, dimostra di sapere gestire ogni momento del match. Un successo netto, mai in discussione. Applausi. Sipario.

Detto questo, mi sento di aggiungere che Filipi è apparso davvero sotto il livello di guardia. Lento, senza un colpo di approccio che gli consentisse di avvicinare l’azzurro per poi piazzare il pugno importante, costantemente fuori misura (merito del pugile di Marcianise, per carità, ma anche della totale incapacità del giovanotto di trovare la distanza). Ogni volta che provava ad attaccare, finiva con il cadere addosso al rappresentante italiano. Impacciato è il termine che mi sembra possa descrivere meglio il suo atteggiamento sul ring.

Ho sempre detto che lo stile di Russo può non piacere, ma che a contare sono i risultati. E lui li ha fatti, per questo meritava l’applauso. Anche Clemente ha sempre risposto così a chi lo criticava. Ha smesso però di seguire questo metro di giudizio quando quei risultati non sono più stati raggiunti. Se non arrivano le medaglie si fatica ad accettare uno stile fatto di mani basse, continui clinch, pochi colpi e qualche scorrettezza. Per lui invece è stato come se nulla fosse accaduto. Il metro di giudizio dovrebbe essere sempre lo stesso, ia nella buona che nella cattiva sorte. Invece, niente.

Ieri è andato a punti, l’ha fatto in un momento decisivo. Ma se un uomo di 34 anni, con 256 combattimenti in carriera e 22 nella competizione che sta disputando non si sente in controllo contro un ragazzo di 24 anni e molti meno incontri all’attivo allora ci sarebbe da preoccuparsi. Mi sono entusiasmato assai meno di quanto leggerò in molti commenti sui giornali di domani, venerdì 10 febbraio.

Le World Series of Boxing continuano a non piacermi. E chi se ne importa, diranno quelli che preferiscono esprimersi con un linguaggio pulito. Capisco, ma credo sia dovere di un giornalista esprimere sempre e comunque la sua opinione. Ribadisco, farei volentieri a meno di questo torneo: non riesco a capire come uno sport che più individuale non si può come il pugilato possa concepire un torneo a squadre.

In quanto alle prestazioni degli altri rappresentanti di Italia Thunder, applausi meritati per Francesco Maietta: aveva un rivale difficile e ne è venuto a capo con personalità (anche se quelle mani basse proprio non mi sembrano il modo migliore di affrontare il futuro). Pacche sulle spalle e congratulazioni anche per Salvatore Cavallaro: ha gestito assai bene una avversario che avrebbe potuto creargli più di un problema. Combatteva contro Plantic, un tipo che appartiene alla sua categoria di valori. Ne ha avuto ragione dimostrando in più momenti del match di avere le giuste qualità.

Prossimo appuntamento, sempre a Roma, il 23 febbraio contro i Marocco Atlas (ancora diretta su Sportitalia dalle 20:30 con la telecronaca di Fabio Panchetti).

RISULTATI  Italia Thunder b. British Lionhearts 3-2 – 49 Kg Galal Yafai b.  Federico Serra 3-0; 56 Kg Francesco Maietta b. Jack Bateson 3-0; 64 kg  Dalton Grant Smith b  Paolo  Di Lernia 2-1; 75 kg  Salvatore Cavallaro b. Luka Plantic 3-0; 91 kg Clemente Russo b. Josep Filipi 3-0.

 

Nori risponde con cifre, fatti e statistiche alle parole di Lai sulla Lega Pro

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Ricevo e pubblico questa lettera inviatami da Carlo Nori (Direttore generale
Lega Pro Boxe dal 2010 al 2012; Presidente Lega Pro Boxe dal 2014 al 2016)

Leggendo un’intervista rilasciata alla testata giornalistica LoSport24 lo scorso 30 gennaio da Vittorio Lai, attuale Vice Presidente della Federazione pugilistica italiana e candidato Presidente nell’ Assemblea Elettiva del prossimo 25 febbraio, sono stato particolarmente colpito da una sua affermazione. Cito testualmente: “Oggi, grazie alla responsabile decisione dell’AIBA di riconsegnare il professionismo all’organizzazione federale, possiamo riprendere una collaborazione con i promoter che con la Lega Pro hanno toccato il punto più basso di interesse sia mediatico che economico.”

Sento la responsabilità di dover rispondere al candidato, non solo per riportare a beneficio di tutti alcuni indicatori inerenti al periodo in cui la Lega ha operato, ma anche e soprattutto perché mi rendo conto che c’è una non conoscenza del comparto Lega Pro Boxe da parte del Vice Presidente Lai.

Non comprendo come a dispetto di una evidente disinformazione si possano esprimere giudizi totalmente non corrispondenti alla realtà dei fatti.

La Lega Pro Boxe è sempre stata struttura della Federazione dotata di autonomia organizzativa e finanziaria, quindi non autonoma per quanto concerne l’attività come riportato nell’articolo n. 3-bis, comma 4 dello Statuto della FPI che recita: “La Lega ha il compito di coordinare, secondo le direttive federali, il sostegno, la promozione e l’organizzazione delle manifestazioni agonistiche, ferme restando le competenze federali in materia di affiliazione e tesseramento, di assegnazione dei titoli, di funzioni arbitrali, medico sanitarie e di giustizia sportiva. La Lega gode di autonomia organizzativa, amministrativa e funzionale nell’ambito delle attività demandate e definite in apposita convenzione.”

Alla luce di questo, in questi 4 anni, non ho mai constatato un particolare interesse verso la Lega Pro Boxe e i suoi associati, neanche in risposta alle mie sollecitazioni di confronto, da parte di alcun consigliere federale ad eccezione del Presidente Alberto Brasca con cui c’è stata la possibilità di collaborare in maniera costruttiva essendo sensibile al mondo dei professionisti.
L’ AIBA di fatto non ha riconsegnato il professionismo alla Federazione, ma ne ha evitato lo scorporo dal mondo della FPI che sarebbe dovuto avvenire in data 1 gennaio 2017.

Tra l’altro il fatto che l’AIBA sia tornata indietro ha creato un effetto negativo sul piano industriale della Lega redatto e approvato nel 2014 che doveva prevedere l’indipendenza economica. Il raggiungimento di questo obiettivo di indipendenza non era procrastinabile perché in accordo con la FPI e come riportato nello statuto della Lega Pro Boxe dal 1° gennaio 2017 saremmo diventati Federazione Pro Boxe indipendente.

In risposta all’aver “toccato il punto più basso” faccio presente con orgoglio di aver amministrato un’associazione che attraverso i suoi associati ha sviluppato dal 2011 al 2015:

  • 101 Campionati d’Italia organizzati attraverso i propri promoter contro i 69 dell’analogo periodo ante Lega;
  • 29 Campionati d’Europa contro i 14 dell’analogo periodo ante Lega;
  • 35 Campionati dell’Unione Europea contro i 22 dell’analogo periodo ante Lega;
  • 6 Mondiali Silver WBC contro “zero” dell’analogo periodo ante Lega;
  • 1 Mondiale IBF contro “zero” analogo periodo ante Lega (A. Sarritzu vs M. Mthalane (Saf) Pesi Mosca – Cagliari, 28 ottobre 2011)

Mi sono limitato a citare i dati più significativi.

Approfitto anche per comunicare un altro importante risultato riferito al fatturato di tutto il periodo sopracitato. La Lega Pro Boxe ha operato sempre in assenza di contributi pubblici, quelli erogati dal CONI, previsti per l’attività olimpica, giovanile o di alto livello.

Quindi si è sempre auto sostenuta generando ricavi medi da TV e sponsor in 4 anni e mezzo (1 luglio 2011/31 dicembre 2015) per circa un milione di euro l’anno, con in aggiunta una quota marginale proveniente dalla FPI relativa per altro alle tasse, affiliazioni e tesseramenti generate dal mondo PRO durante l’anno.

Discorso diverso è stato il 2016 quando la congiuntura di due accadimenti, forte calo del fatturato e cambio di marcia dell’AIBA, ha ridotto l’importanza strategica della Lega Pro Boxe nel proseguire sulla strada intrapresa in accordo con la FPI che avrebbe dovuto portare alla nascita della “Federazione Pro Boxe” nel gennaio 2017.

Tale circostanza ha sostanzialmente vanificato gli investimenti e le spese effettuate dalla Lega Pro Boxe in vista della prevista autonomia gestionale, creando delle difficoltà economico-finanziarie, per massima parte in capo ai soci della Lega Pro Boxe stessa.

Tali difficoltà non hanno comunque scalfito, a mio modo di vedere, il valore che la Lega Pro Boxe ha generato per tutto il movimento pugilistico fino al 31 dicembre 2016.

In fede
Carlo Nori

 

 

 

Sandro Mazzinghi. Quarantamila allo stadio, biglietti a prezzi esagerati, pugili in prima pagina…

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Sfogliando tra gli appunti che ho utilizzato per scrivere “Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura, nato per combattere” ho trovato la foto di un biglietto di quasi quarantanove anni fa, un bordo ring per Sandro Mazzinghi vs Ki Soo Kim. La data è quella del 25 maggio 1968, ma il match è stato rinviato al giorno dopo per minaccia di pioggia.

Il biglietto costava 25.000 lire, che oggi sarebbero piò o meno 250 euro. Ma in rapporto agli stipendi, il potere di acquisto di 25.000 lire era assai più alto di quello che oggi rappresentano 250 euro. Voglio dire che 25.000 lire erano poco meno della metà della mensilità di un operaio e un quarto di quello di un professionista.

biglietto

Allo Stadio di San Siro c’erano trentamila spettatori paganti.

Del resto Sandro Mazzinghi ha sempre costituito un’attrattiva per il popolo della boxe.

stadio

Quarantamila persone, sempre a San Siro, per la prima sfida con Nino Benvenuti, per un incasso vicino a ottanta milioni di lire (cifra che rivalutata ad oggi non dovrebbe essere lontana da 780.000 euro!).
E il grande giornalista Giorgio Tosatti scriveva sulla prima pagina del Corriere dello Sport: “Doveva essere la festa della boxe italiana; una festa attesa due anni e allestista soltanto dopo macchiavellismi, lotte e dispute giuridiche che certo non hanno fatto bene alla boxe. La festa c’è stata, ma non ha avuto la cornice che sognavamo. I conti della vigilia si sono dimostrati troppo ottimistici. La boxe a Milano non è più sentita come ai tempi di Duilio (Loi, ndr)”.

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Diciottomila, tutto esaurito, al PalaEur romano per la rivincita.

In ventimila per il mondiale con Ralph Dupas a Milano, diciottomila ancora a Roma per l’europeo con Jo Gonzales o per la difesa mondiale contro Fortunato Manca. E via di questo passo…

Il resoconto del titolo dei superwelter contro Ki Soo Kim è stato pubblicato di spalla sulla prima pagina del Corriere della Sera e a nove colonne all’interno.

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Mazzinghi era ovunque. Sui quotidiani, sui settimanali, in radio, in televisione, negli spettacoli sportivi e in quelli mondani. Era anche sulle figurine e sulle cartoline.

Era il 1968, una vita fa…

covermazzinghi“Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura nato per combattere” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro.

https://studio.stupeflix.com/v/RblnD4NGD6F8/

 

Storia di Ress, la prima donna a sostenere il match clou in una diretta Tv

cover“La gente dice che il modo in cui parlo di pugilato è troppo cattivo e duro.
Ma a me piace colpire, altrimenti non sarei un pugile. Non faccio finta che non sia parte di me

(Claressa Shields)

claressa

Claressa Shields ha solo 21 anni, ma è già pronta a scrivere la storia.

Il 10 marzo alla MGM Arena di Detroit sosterrà il clou di una riunione in cui saranno impegnati anche gli uomini, ma soprattutto sarà la prima a sostenere il match principale di un programma trasmesso in diretta da un grande network. Le telecamere di Showtime riprenderanno dalle 10 di sera la riunione inserita nel programma The New Generation. E sarà la sfida tra Claressa Shields e l’ungherese Szilvia Szabados (15-8-0, 6 ko) a rappresentare il main event.

Sarà il secondo combattimento da professionista della Shields che all’esordio, il 19 novembre scorso a Las Vegas, ha superato nettamente ai punti Franchon Crews, la stessa che aveva battuto per conquistare un posto nella squadra olimpica dei primi Giochi. Importante il suo record da dilettante: 68 vittorie, 1 sola sconfitta e soprattutto due ori olimpici (Londra 2012 e Rio 2016) nei pesi medi.

Claressa Shields alla boxe deve solo dire grazie.

E’ nata il 17 maggio del 1995 a Flint, Michigan. La città più pericolosa d’America, la prima nella classifica dei crimini violenti. A 5 anni ha subito violenze sessuali da un vicino di casa. Per lungo tempo ha dovuto fare a meno della famiglia. Senza la mamma e con il papà, un campione della boxe di strada, in prigione da quando lei aveva due anni sino a quando ne aveva compiuti nove. La persona che le è rimasta accanto in tutto questo tempo è stata la zia Tammy. La  prima tifosa da quando la ragazza ha deciso di diventare pugile.

 

clarence

Tutto è cominciato nel momento in cui il papà, Clarence detto “Cannonball” (al centro della foto sopra mentre guarda la figlia impegnata ai Giochi), le ha raccontato la storia di Laila Ali e lei si è appassionata al pugilato. Ha cominciato nel 2006 nella palestra Berston Field House. Per qualche tempo il maestro Jason Crutchfield, un tipo stravagante che colleziona strani cappelli, sembrava ignorarne la presenza. Poi, un giorno le si è avvicinato.

Come ti chiami?

Claressa”

Eh?

Claressa

Troppo complicato, facciamo Ress. Mi piace di più

Era appena nato il soprannome che si sarebbe portato dietro per sempre. Lo stesso soprannome con cui hanno titolato un documentario su di lei.

Per Ress, detta anche T-Rex, tifa anche Eddie, un amico che aveva messo in piedi una scommessa non appena era venuto a sapere che la ragazza sognava un futuro da pugile.

1

“Dieci dollari che lascerai la palestra prima di una settimana

Accetto. Zia Tammy mi ha detto che le donne possono fare le stesse cose degli uomini, quindi…

Quei dieci dollari li ha intascati con facilità.

Nel 2011 aveva però pensato di finirla lì (“La boxe mi rubava il tempo, mi negava i divertimenti della vita. Per fortuna ho cambiato idea”). E’ durata poco. Una telefonata è stata la svolta definitiva.

Ehi Ress, sono Jason

Che c’è?

Farai l’Olimpiade di Londra a 165 libbre!

Sei pazzo, non vado mai sopra le 137

Abbi fede

Lei di fede ne ha avuta, tanta. I cittadini di Flint hanno vissuto i loro giorni di felicità, davanti alla tv, tifando per Claressa. E continuano a farlo. La boxe è anche, e soprattutto, questo.

BOXE FEMMINILE, LA STORIA

Tutto è cominciato nel lontano 1722

Donne sul ring. Una storia che viene da lontano. Elisabeth Wilkinson, detta “the Cockney Champion” nel 1722 batteva Martha Jones in un match a pugni nudi all’interno della London Boarded House. E’ il primo incontro, documentato, tra due donne. Come spesso accade, i soldi veri erano dall’altra parte dell’Oceano. Nel 1876 Nell Saunders sconfiggeva Rose Harland, all’interno del saloon di Harry Hill (nella lower Manhattan, New York), in tre round e guadagnava una borsa di 200 dollari, più un piatto d’argento. Era il primo match “professionistico” al femminile.

A volte le favole diventano realtà. Storia di Rhys McCole, campione sul ring e nella vita

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Ci sono momenti della vita che sembrano appartenere al mondo delle favole. Ma non per chi li vive, perché dietro un sorriso spesso si nascondono anni di lacrime.

Lui si chiama Rhys McCole, ha 15 anni e vive a Grenock: una cittadina scozzese di quarantacinquemila anime.

Quando è nato gli sono stati diagnosticati quattro minuscoli fori nel cuore, è stato portato in terapia intensiva e lì ha vissuto per un po’ di tempo.

Crescendo ha scoperto che l’ospedale sarebbe stata la sua seconda casa. Non fossero sufficienti i problemi cardiaci, Rhys soffre anche di autismo, disturbi alla percezione visiva, asma e dislessia.

Disabile fin dalla nascita.

Louise, la mamma che l’aveva generato quando aveva solo venti anni, soffriva per quel figlio a cui la vita aveva riservato un futuro senza felicità. Ma, a volte, i miracoli accadono. A volte è uno sport duro e spietato come la boxe a regalarli.

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Ogni volta che Rhys passava davanti a quel locale alla fine della strada dove abitava, sembrava felice. I rumori che venivano da lì dentro lo rallegravano. Louise aveva un sorriso amaro. Quel locale era una palestra di pugilato, difficile che il suo bambino potesse trovare lì dentro un po’ di pace.

Ma una mamma non smette mai di combattere.

È entrata, ha incontrato James Hauten, un istruttore specializzato nel confrontarsi con la disabilità, e ha deciso di provare.

Rhys ha continuato la sua vita dentro e fuori dell’ospedale, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ma cinque sere a settimana le passa in palestra, si allena.

Poco alla volta ha scoperto che la boxe è fatta per lui.

Pochi giorni fa ha vinto il titolo nazionale scozzese intermedio dei 52 kg. È il primo disabile a competere con i normodotati in Gran Bretagna. Gli è stato appena assegnato lo Young Scot Award per il 2017.

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La boxe mi ha dato la possibilità di migliorare e fare amicizie. Mi sta aiutando a progredire come persona e come atleta. Lavoro sul mio corpo e sulla respirazione. Le disabilità non mi hanno fermato, il pugilato ha accresciuto la fiducia in me stesso”.

Il Daily Record (sue le foto, oltre a un’immagine presa dal profilo Twitter del ragazzo) ha raccontato la storia. Mi ha commosso, ve l’ho riproposta.

A volte le favole diventano realtà.

Capita che addirittura uno sport duro, contestato, denigrato come la boxe riesca a regalare un sorriso a un ragazzo che sembrava destinato a non ridere mai.

Non so quale sarà il futuro di Rhys McCole, so per certo che oggi è un campione.