A 39 anni dall’ultimo match, la presentazione nella sua Pontedera del libro sulla vita di Mazzinghi

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4 marzo 1978.

Sandro batte ai punti in 10 riprese il francese Jean Caude Warusfel (29-8-3).

È il suo ultimo match.

“Mercoledì, 4 ottobre del ’78.

Un telegramma annuncia che la seconda carriera di Alessandro Mazzinghi è appena finita. Ha compiuto quarant’anni, la Fpi gli ha immediatamente comunicato che deve ritenersi un ex pugile.

E questo non gli sta proprio bene.

Non accetta che qualcuno gli dica cosa deve fare.

Gli altri volevano che non ci provasse neppure , il solo sentire queste voci l’ha convinto ad andare avanti in un’avventura che si è fortunatamente chiusa senza contraccolpi importanti.

Ancora una volta l’ha avuta vinta lui.

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Ha affrontato la vita a testa bassa, fondendo in un grande racconto l’uomo e il pugile.

Tre parole lo hanno sempre accompagnato lungo il cammino.

Nato per combattere.

È il motto di un uomo che non ha mai avuto paura.

Neppure quando si è trattato di piangere”.

(da “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro)

https://studio.stupeflix.com/v/cj9d2ApTRAtu/

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4 marzo 2017.

Sabato, nella sua Pontedera, verrà presentato il libro che racconta una vita da campione.

 

 

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Il pugilato italiano non mi interessa più. Sono un uomo fortunato, posso scegliere…

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Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione.
Significa che la maggioranza ha il diritto di governare
(Umberto Eco)

Chiedo scusa, ma in questo pezzo parlerò di me.
Vi ho avvertito, se deciderete di andare avanti lo farete a vostro rischio e pericolo.

Non sto qui a raccontarvi come e perché non esulti davanti all’elezione di Vittorio Lai alla presidenza della Federboxe. Su questo tema ho scritto più di un articolo negli ultimi mesi. Credo sarebbe noioso tornare su quei temi, sarebbe sbagliato prendermela con chi non li ha condivisi.

Ho ascoltato in queste ore alcuni estimatori di Eco ripetere, con il pensiero rivolto al popolo della boxe, un’altra sua celebre frase: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Sarò chiaro.
Mi rifiuto di accompagnare chiunque si incammini lungo questa strada.
Le sconfitte vanno accettate.

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Resta la tristezza di fondo.

Il pugilato italiano che ha premiato Lai (51,3% dei voti, non quella cavalcata trionfale che molti detrattori di Andrea Locatelli pensavano dovesse essere) rappresenta ai miei occhi tutto quello che non amo di questo sport.

Non sto dicendo che chi non la pensa come me sbaglia. Sarebbe un’affermazione assai simile a un dogma (Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale), quindi non mi appartiene. Sto semplicemente dicendo che accetto il risultato, ma resto fermo nelle mie convinzioni.

“Chiunque può arrabbiarsi, questo è facile; ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile” (Aristotele)

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Ecco, oggi sono profondamente arrabbiato perché sento che mi hanno privato di qualcosa che non ha prezzo. La passione.

Da questo momento il pugilato italiano non mi interessa più.

Non mi interessano le vicessitudini politico/dirigenziali, gli eventi, i protagonisti. Continuerò a occuparmi della sua storia, quel meraviglioso bagaglio di esperienze nessuno potrà mai togliermelo.

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A qualcuno farà piacere. E questo non farà altro che confermare la giustezza della mia scelta. Ma proprio non ce la faccio più. Non riesco a muovermi in un mondo in cui non mi riconosco, mi giro attorno e vedo solo maschere dietro cui si nascondono persone con cui non sento la necessità di relazionarmi.

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Non vivo di boxe, fortunatamente. Il pugilato oggi per me è solo una passione antica nata quasi mezzo secolo fa. Continuerò a seguirlo a livello internazionale su Boxeringweb, scriverò per Absolutely Free altri libri sui campioni di ieri (italiani o stranieri che siano), racconterò sul mio Blog (dartortorromeo.com) storie che appartengono ai cittadini del mondo. Ho la fortuna di essere un uomo libero, non devo pagare cambiali a nessuno. Posso permettermi il lusso di scegliere chi frequentare.

Il mio amico Alessandro Ferrarini dice che sono un ingenuo sognatore, uno che si illude che il mondo possa cambiare e aggiunge: il pugilato non è poi così diverso dalla società in cui viviamo. Ha ragione, in fondo ne è semplicemente parte integrante. Capisco, ma non mi adeguo. Non riesco più a muovermi in un contesto che sprigiona, a mio avviso per carità, solo segnali negativi. E allora, ho deciso.

Con la boxe di casa nostra chiudo qui.

Da oggi questo rompicoglioni non si occuperà più di voi.
Staremo tutti meglio.

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Nelle foto alcuni ricordi: Muhammad Ali, Patrizio Oliva, Tommaso Galli, Leonard Bundu, Archie Moore, Thomas Hearns, Valerio Nati, Luigi Minchillo, Mario Romersi, Emile Griffith e Rocco Agostino, Sandro Mazzinghi.

 

 

 

Museo della Boxe, ecco quello che Patrizio Oliva avrebbe voluto dire se l’avessero invitato…

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Patrizio Oliva, è stato inaugurato a Santa Maria degli Angeli il Museo della Boxe. Ma nè tu, nè il grande Sandro Mazzinghi siete stati invitati. Deluso?

“Come ha detto anche Mazzinghi, fortunatamente la vita ci ha riservato altre soddisfazioni. Certo che non avere invitato due personaggi che come noi hanno dato lustro e titoli alla boxe italiana è stato un errore imperdonabile. Mi dispiace soprattutto perché pensavo di avere qualcosa da dire proprio sul Museo. Credo che al centro della storia di questo sport ci sia il pugile, mi chiedo quindi perché il discorso principale sul senso di questa realizzazione non sia stato affidato a un pugile, a un protagonista”.

Se ti avessero chiedo di fare il discorso di apertura, cosa avresti detto?

“Credo che quello che abbiamo davanti sia un progetto innovativo, all’avanguardia, considerando che l’unico Museo dello Sport in Italia era a Torino ma ha chiuso”.

Cosa dovrebbe rappresentare un Museo della boxe?

“Il Museo è il luogo per eccellenza dove esporre l’arte, quell’arte che trasmette valori e cultura. Anche lo sport trasmette le stesse due componenti. In senso stretto, valori come il rispetto delle regole e dell’avvarsario. Ma anche quella cultura che consiste nell’inseguire obiettivi di vita fidandosi delle proprie forze, fisiche e mentali. Lo sport è stato sempre riconosciuto come arte, messo accanto alla pittura, alla scultura, alla fotografia. Non a caso la boxe è chiamata nobile arte. In questo sport non si insegue solo la gloria, ma si scava dentro se stessi fino a trovare la forza per superare qualsiasi ostacolo. E poi il pugilato è anche eleganza del gesto tecnico, ricerca del bello”.

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Come descriveresti la boxe?

“L’arte è fonte di ispirazione per qualsiasi uomo, è offrire un modello a cui ispirarsi, è spunto per inseguire un sogno. Nella boxe l’arte consiste nel saper mettere la tecnica, il talento, la passione, la fantasia all’interno di un opera che per convenzione chiamiamo match. Risulta quindi evidente che lo sport persegua lo stesso fine dell’arte. Ma le nostre imprese sportive non possono aspirare all’eternità se non si trova qualcuno che le celebri, le ricordi. Da qui la necessità di un Museo della Boxe”.

A cosa dovrebbe servire un Museo come questo?

“A ricordare le imprese dei campioni. I cimeli esposti sono la prova che i valori che lo sport trasmette non sono solo sogni che durano lo spazio dell’impresa, ma vivono per sempre in quei cimeli che il Museo espone. Rappresentano i valori in cui abbiamo creduto, gli sforzi che abbiamo fatto per raggiungere il traguardo. Ma devono avere la forza di raccontare anche le sconfitte che abbiamo subito, momenti difficili che ci hanno reso più forti e ci hanno permesso di rialzarci e tornare a guardare con fiducia alla vita, al futuro. È questo il messaggio che dovrebbe arrivare ai giovani: con l’impegno e la forza di volontà, credendo sempre in se stessi, nulla è impossibile. Muhammad Ali, ancora una volta aveva ragione. Tutto questo dovrebbe trasmettere un Museo che racconta la storia, un luogo che dovrebbe essere condiviso. Non ci hanno permesso di farlo”.

Come avresti chiuso il tuo discorso inaugurale?

“Noi campioni siamo un po’ come Ettore e Achille nell’Iliade. Senza un Omero che ci racconti, non esisteremmo neppure e saremmo destinati a essere dimenticati per sempre. Il Museo della Boxe dovrà dunque essere il nostro Omero”.

Questo avrebbe voluto dire Patrizio Oliva a Santa Maria degli Angeli.
Non l’hanno neppure invitato.

Museo della Boxe, Mazzinghi non è solo. Si sono dimenticati anche di Patrizio Oliva

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Sandro Mazzinghi è in buona compagnia.

Il due volte campione del mondo dei superwelter non è stato invitato all’inaugurazione del Museo dell Boxe.
È l’unico campione ad avere ricevuto uno sgarbo del genere?

Ma figuratevi!

Patrizio Oliva ha vinto un oro olimpico, è stato eletto miglior pugile dei Giochi ricevendo la Coppa Val Barker. Passato professionista ha conquisato i titoli italiano, europeo e mondiale. Si è ritirato, è tornato in attività e si è ripreso l’europeo, cedendo nella chance mondiale contro il più forte welter in circolazione.

Neanche lui ha ricevuto l’invito.

Forse quello di Santa Maria degli Angeli è un museo a numero chiuso.
Chiuso a certi campioni…

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Si inaugura il Museo della Boxe, ma Sandro Mazzinghi non è stato invitato…

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Ecco il testo di una email che molti personaggi del pugilato italiano hanno ricevuto in questi giorni.

A nome del Presidente FPI Alberto Brasca, ho il piacere di invitarti all’evento di inaugurazione degli spazi espositivi del Museo Nazionale del Pugilato, che si svolgerà venerdì 24 febbraio p.v. alle h 19.00 presso la struttura di archeologia industriale ex Montedison in Viale Gabriele D’Annunzio a Santa Maria degli Angeli (Assisi).

Insieme ai Campioni di sempre, come Nino Benvenuti, Roberto Cammarelle, Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Francesco Damiani, Clemente Russo e molti altri, presenteremo la nuova “Casa del Pugilato Italiano”, centro nevralgico e multifunzionale della storia e della cultura della boxe tricolore.

 Auspicando di poterti annoverare tra i nostri più graditi ospiti, resto in attesa di un cortese riscontro.

L’hanno ricevuta in molti, ma non Sandro Mazzinghi.

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Mi ha chiamato al telefono David, il figlio: “Con tutto il rispetto per i campioni citati credo fosse doveroso in occasione di questo tributo alla boxe e ai Campioni che l’hanno resa celebre nel corso degli anni, soprattutto nel periodo del boom della disciplina, avvertire anche Sandro Mazzinghi. Il babbo ha rappresentato per un decennio il pugilato italiano nel Mondo e credo meritasse il dovuto rispetto da parte delle istituzioni. Se ancora non l’hanno capito, un campione come lui nasce ogni cent’anni. Vorrei dire al presidente Aberto Brasca e alla Federazione tutta che Sandro e io amiamo ancora questo sport. Li ringraziamo per averci invitato…”.

È davvero strano che un toscano come Alberto Brasca, soprattutto uno che ha Sandro Mazzinghi nel cuore, sia scivolato su questa buccia di banana. In un’intervista di qualche tempo fa Brasca ricordava addirittura di avere incrociato i guantoni con lui: “È stato bello. A Sandro piaceva tirare con noi dilettanti. È stato un’icona del pugilato, una persona tranquilla e aperta. Rappresentava l’Italia contadina, l’Italia del popolo. L’ammiravo come fosse un supereroe”.

Sentimento ancora vivo che mi ha esternato più volte nel corso dei nostri ultimi incontri.

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Cosa è accaduto? Non so dare una risposta.

Certo non invitare Sandro Mazzinghi, se lui non avesse potuto partecipare di persona sicuramente uno della famiglia sarebbe stato presente, all’inaugurazione di un luogo dove si racconta con parole, oggetti e immagini la storia del pugilato italiano è peccato grave.

Sandro ha trascinato folle enormi. Ha combattuto portando gloria all’Italia. È stato protagonista assieme a Nino Benvenuti di un dualismo che ha infiammato ogni casa del nostro Paese. Ha disputato quello che è stato probabilmente il match più drammatico per la boxe di casa nostra: la corrida mondiale contro il coreano Kim Soo Kim. È stato un guerriero indomabile che era amato in modo viscerale ovunque combattesse, chi lo ha visto al PalaEur di Roma o allo stadio San Siro di Milano non avrà certo dimenticato quel mare di folla che ondeggiando accompagnava ogni sua azione sul ring.

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Ma continuare a ricordare chi sia stato Sandro Mazzinghi penso sia riduttivo, oltre che offensivo. Nei suoi confronti e nei confronti della boxe. La grandezza del campione è fuori discussione.

Voglio pensare si sia trattato di un grave disguido. Mi rifiuto di credere che Brasca non abbia dato l’input giusto.

Resta il fatto che tra quelli chiamati alla festa del pugilato italiano (l’inaugurazione del Museo è programmata per le 19 di oggi, 24 febbraio), Sandro Mazzinghi non c’era. E non c’era alcun rappresentante della sua famiglia. Semplicemente perché si sono dimenticati di invitarli.

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Grande boxe su FoxSports con McDonnell-Vargas, Bellew-Haye, Linares-Crolla e (forse) Joshua-Klitschko

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Torna la grande boxe su FoxSports.
Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran.

Sabato 25 febbraio (canale 205 del bouquet di Sky, dalle 21 alle 0:30) in diretta dalla Ice Arena di Hull, Gran Bretagna, titolo vacante Wbc dei supergallo tra Gavin McDonnell (16-0-2, 4 ko) e Rey Vargas (28-0-0, 22 ko). Saranno trasmessi anche Luke Campbell (15-1-0, 15) vs Jairo Lopez (21-6-0, 14) titolo Wbc dei leggeri; Tommy Coyle (22-4-0, 10) vs Rakeem Noble (11-1-0, 5), superleggeri.

Repliche: sul canale 205 domenica dalle 12:00 e dalle 23:30. Lunedì, canale 204 dalle 21:00.

Il 4 marzo dall 02Arena di Greeniwich, Gran Bretagna (diretta canale 205 dalle 20:30) Tony Bellew (28-2-1, 18) vs Davie Haye (28-2-0, 26) pesi massimi. Trasmessi anche Sam Eggington (19-3-0, 11) vs Paul Malignaggi (36-7-0, 7) per il titolo Wbc Internazionale welter;

Ohara Davies (14-0-0, 11) vs Derry Mathews (38-11-2, 20) titolo Wbc Silver superleggeri; superpiuma femminile: Katie Taylor (2-0, 1) vs Monica Gentili (6-6-0, 1).

Il 25 marzo dalla Manchester Arena (diretta canale 205) Jorge Linares (41-3-0, 27) vs Anthony Crolla (31-3-5, 13) titolo Wba leggeri. Sarà trasmesso anche Martin Joseph Ward (16-0-2, 8) vs Maxi Hughes (16-2-2, 2) titolo Wbc Interim superpiuma.

Il 15 aprile (canale 205) da SSE Hydro, Glasgow, Scozia: Ricky Burns (41-1-5, 14) vs Julius Indongo (21-0-0, 11) titolo Wba, Ibf e Ibo superleggeri.

Molto probabile, anche se non ancora definita, la diretta della notte del 29 aprile dallo Stadio di Wembley a Londra, clou titolo Ibf, Ibo massimi tra Anthony Joshua (18-0-0, 18) e Wladimir Klitschko (64-4-0, 53).

Al momento non è previsto invece in palinsesto il mondiale Wba, Wbo, Ibf, Ibo dei medi tra Gennady Golovkin (36-0-0, 33) e Daniel Jacobs (32-1-0, 29) in programma il 18 marzo al Madison Square Garden di New York.

Una triste storia di omofobia, violenza sui social network, voglia di farsi giustizia da soli…

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Questa è una triste storia in cui si mescolano alcune brutture della vita moderna.
L’omofobia, l’uso verbalmente violento dei social network, la voglia di farsi giustizia da soli, lo schermo di bugie dietro cui spesso ci si nasconde lungo il cammino della vita.

Tutto comincia più di un anno fa.

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Metà ottobre 2015, Yusaf Mack passeggia verso casa della nonna, tra la 40th Street e Lancaster Avenue a Filadelfia. Un gruppo di ragazzi comincia a fissarlo. Nessuno di loro dice una parola, ma non gli staccano gli occhi di dosso.

Yusaf è un signore di 35 anni dal fisico esuberante. Un metro e ottantacinque per ottanta chili. È stato pugile con un discreto record: 31-8-2, 17 ko e due tentativi mondiali andati male nei mediomassimi e supermedi Ibf contro Tavoris Cloud e Carl Froch.

Si gira in continuazione, vuole capire se ce l’abbiano con lui e nel caso così fosse è curioso di sapere il perché. Yusaf non era più un pugile in attività un anno. Una sconfitta ai punti in sei riprese contro Cory Cummings l’ha convinto a scendere dal ring. Non è certo una celebrità. E allora perché quelli continuavano a fissarlo?

È uno che lo conosce, un amico, a farsi avanti. La storia la racconta per primo il sito americano philly.com.

-Ehi amico, te la devi passare proprio male!

Che dici? Perché mi parli così?

-Solo uno che se la passa davvero male può accettare di girare un film porno con scene di sesso gay tra tre uomini.

Ma che dici? A me piacciono le donne. Ho dieci figli, ho fatto il primo che avevo poco più di quattordici anni. Mi prendono in giro perché dicono che non perdono, mi chiamano il fornicatore. E tu mi vieni a parlare di scene di sesso con altri uomini? Sei pazzo oltre che bugiardo”.

-Forse sarò pazzo, ma c’è un film che ti inchioda. Quello che si ammucchia con altri due uomini sei tu. Non ci sono dubbi.

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Il video circola ancora su Internet. E sembra proprio che uno dei tre protagonisti sia Yosaf. In quanto a sesso, non c’è il minimo dubbio che lo stiano facendo.

Lui cerca di spiegare la vicenda in un’intervista al Daily News.

-Yusaf, come è andata?

A gennaio ho letto su Facebook un’offerta per girare un film porno dietro buon pagamento. Ho risposto, ma non mi hanno fatto più sapere nulla”.

-E poi?

A giugno mi hanno chiamato, mi hanno detto di presentarmi. Ho preso il treno, poi il bus e sono arrivato nel Bronx. Avevo l’indirizzo in tasca. Sono andato. Mi hanno aperto e appena entrato nell’appartamento ho visto tre, quattro ragazze nude che giravano per le stanze. Allora mi sono detto: qui bisogna prepararsi. Ho chiesto qualcosa che mi aiutasse. Ho preso una pillola e l’ho buttata giù con l’aiuto della vodka”.

Fin qui sembra il normale approccio per girare una scena hard.

Il fatto è che da quel momento in poi non ricordo più niente. Il buio totale. La prima immagine che mi viene in mente dopo aver mandato giù la pillola è quella che mi immortala sulla banchina della stazione ferroviaria sulla 30th Strada. In tasca avevo 4.500 dollari. Il resto è nebbia, buio, niente”.

Alla perdita di memoria, Yosaf associa il fatto di come non sia più riuscito a entrare nella sua pagina di Facebook. Ha perso la parola chiave ed ha dovuto cambiare account. Il sito che manda su Internet il video porno gay non ha mai risposto alle sue chiamate.

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Il Daily News ipotizza la possibilità che Mack, noto nel giro con il soprannome di Mack Attack, sia stato drogato. Magari con una pillola di GHB, gamma-Hydrobutyric acid. Una pasticca che abbatte le inizibioni e favorisce la pratica sessuale. La chiamano anche date rape doping, in altre parole la usano gli stupratori quando vogliono rendere arrendevoli le vittime.

Le uniche volte che ho toccato un uomo è stato durante un match” dice Yosaf Mack che rimanda a tempo indeterminato il matrimonio con l’ultima fidanzata.

È cresciuto a Filadelfia, ai Mill Creek Apartments nella zona ovest della città. Si è diplomato alla University City High School. Il pugilato è da sempre il suo grande amore, è entrato per la prima volta in palestra a sette anni. Ha guadagnato buone borse, anche se non eccezionali. Ma evidentemente non è riuscito a farle fruttare.

In crisi di soldi ha accettato di girare quel film porno.

Ora che anche i suoi figli gli chiedono perché abbia fatto sesso con altri due uomini e perché il tutto sia visibile in un video, ha capito di trovarsi in un grosso pasticcio.

Il sito DawgPoundUSA confuta ogni sua affermazione, scrive che era perfettamente consapevole di quello che stava facendo. Yusaf rilascia una dichiarazione ammettendo che è bisessuale e ha mentito quando ha affermato di essere stato drogato.

Una settimana dopo confessa di essere gay e si scusa con la moglie e la famiglia.

Ma la storia non si chiude. Un twitter troll tormenta Yusaf Mack che oggi ha 37 anni.

tròll s. m. – In Internet, utente che interagisce con gli altri con atteggiamento fastidioso e provocatorio per disturbare la normale convivenza delle community e dei social network, al fine di causare conflitti interpersonali e polemiche online. Il rimedio generalmente adottato contro un simile comportamento è l’isolamento del t., per non alimentarne le aspettative. Il termine deriva da una figura della mitologia scandinava, ripresa a sua volta dalla letteratura fantasy degli ultimi decenni (per es. nelle opere di Tolkien), rappresentata come un umanoide rozzo, irsuto e maleodorante che vive principalmente di notte (vocabolario Treccani).

Hector Echevarria è il troll in questione. Posta continuamente su Twitter insulti e commenti omofobici. Mack è l’obiettivo dichiarato. Martedì i due si incontrano casualmente in un negozio di barbiere e l’ex pugile decide di farsi giustizia da solo. Picchia a calci e pugni il provocatore.

Echevarria si rialza e fa una promessa.
No, non promette di smettere di usare Twitter per la sua guerra contro Yasaf Mack. Promette di rendere quella guerra ancora più violenta.
La storia continua, per ora ci sono solo sconfitti.

 

 

Sabato le elezioni, ecco perché “Io sto con Andrea Locatelli”

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Ci siamo. Sabato è in programma l’assemblea che eleggerà il presidente della Federboxe. E allora credo sia bene ricordare (attraverso le sue stesse parole) la posizione di chi si presenta come nuovo candidato governativo.

Prima però mi sembra giusto riproporre una domanda a cui Vittorio Lai, attuale coordinatore del settore nazionali dilettanti AOB, non ha ancora risposto.

È vero o non è vero che tra le convocazioni in Nazionale al Centro Tecnico Nazionale di Santa Maria degli Angeli figurano anche atlete/i non tesserate/i o con un record decisamente non adeguato a una chiamata in azzurro?

E veniamo alle sue prese di posizione su alcuni temi fondamentali.

  1. Responsabilità politiche.

“Dopo Rio, come tutto il Consiglio Federale ho appoggiato la posizione di Brasca. La solidarietà c’è stata fino all’ultimo Consiglio Federale.”

  1. Tecnico della nazionale.

Da noi ogni allenatore si crede il migliore di tutti, per questa ragione contesterebbe chiunque fosse scelto. Bisognerà optare per una persona al di sopra di ogni sospetto. Pedro Roque, come tutti i grandi tecnici itineranti pretende soldi, attualmente credo guadagni dai tredici ai quindicimila dollari al mese. Ma è una persona che fa bene il suo lavoro.”

  1. Centro Nazionale Tecnico di Santa Maria degli Angeli.

“Di una cosa sono certo: non dovrà più essere un Centro Vacanze.”

  1. Risultati della nazionale nell’anno 2016.

“Non è andata bene per nessuno, uomini e donne. I pugili italiani sono andati benissimo sino alle qualificazioni. Poi sono arrivati a Rio convinti di essere già sul podio. Non è andata così. Per prendere una medaglia devi soffrire. Credo che un anno sia sufficiente per sparigliare la situazione e restituire serenità.”

  1. Assunzione di responsabilità politiche.

“Ero il coordinatore, ma non mi occupavo in prima persona del settore Elite. La squadra femminile era affidata a Sergio Rosa che si relazionava con il ct. L’elite maschile, la squadra olimpica, era di competenza esclusiva di Alberto Brasca. Nessuno di noi vi ha messo bocca, era una sua priorità.”

  1. Settore professionistico.

“Mancano i veri imprenditori, i manager, gli organizzatori. Serve gente seria, capace, affidabile e competente.”

     7. Comunicazione.

“Boxe Ring è una rivista che dovrà essere degna del suo passato.”

  1. Rapporti con l’Aiba.

“Oggi, grazie alla responsabile decisione dell’AIBA di riconsegnare il professionismo all’organizzazione federale, possiamo riprendere una collaborazione con i promoter che con la Lega Pro hanno toccato il punto più basso di interesse sia mediatico che economico.”

L’italiano è una lingua complessa, difficile. Ma concede la possibilità di scegliere verbi, aggettivi e sostantivi adeguati a ogni circostanza.

Comincio dal fondo. Dire “grazie a una responsabile decisione dell’Aiba” è una meravigliosa battuta involontaria. Di responsabile nella decisione dell’Aiba non c’è stato nulla. Ha vietato a ogni Federazione mondiale qualsiasi contatto con il professionismo per poi (a due mesi dai Giochi di Rio) annunciare il suo ripensamento e proporre l’inserimento del professionismo stesso alle Olimpiadi con i risultati che sono sotto l’occhio di tutti. Come si direbbe a Garbatella (Roma): responsabile, de che?

Lai vuole forse dirigere la Fpi con la stessa responsabilità con cui l’Aiba ha gestito la questione professionismo? Sarebbe inquietante.

Un altro dato offerto dalle dichiarazioni pre elettorali mi sembra meriti approfondimento. Lai afferma che il governo della nazionale maschile era totalmente nelle mani di Alberto Brasca, lui non è stato mai coinvolto nelle scelte che hanno portato ai risultati disastrosi della squadra. Ma poi afferma che tutto il Consiglio Federale è stato con Brasca sino all’ultima riunione. E allora? Se è stato con Brasca vuol dire che ne condivideva metodi e scelte, quindi è parimenti responsabile del disastro. Il tentativo di fare dell’attuale presidente federale il capro espiatorio di ogni male del mondo mi sembra fallito. Certo, poteva andare peggio. Ci hanno risparmiato altri addossamenti di colpe sulle sue spalle. Che so, potevano dirci che ha ucciso J.F. Kennedy, che è responsabile della bolla economica che ha sconvolto le finanze mondiali, che ha sbagliato i cambi della nazionale italiana nell’ultimo Mondiale di calcio e altro ancora…

Trovo poi curioso che un dirigente che si propone alla guida di un movimento giudichi negativamente ogni componente dello stesso: il posto dove si dovrebbero curare i talenti del dilettantismo è un Centro Vacanze; i maestri italiani sono dei presuntuosi pronti alla guerra contro chiunque; gli organizzatori, tranne due eccezioni, sono poco seri, incapaci, inaffidabili e incompetenti.

Tanto per non farci mancare nulla, l’azzeramento mediatico del prodotto pugilato è dovuto all’errato uso della rivista Boxe Ring…

Detto questo, mi sembra sia arrivato il momento di dire qualcosa che ho cercato di non esternare ufficialmente sino a questo momento. Anche se era facilmente intuibile da quanto ho sempre scritto.

Non l’ho fatto finora perché credo che i votanti, qualsiasi pronunciamento siano chiamati a fare, non si facciano influenzare da quello che dicono i giornalisti. Elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Brexit in Gran Bretagna, referendum in Italia lo dimostrano ampiamente. I votanti, soprattutto quando la materia trattata è il pugilato, si fanno influenzare da altri fattori. Sono però convinto che la stampa abbia un preciso dovere: esporre i fatti, dandone a lato anche una sua interpretazione. Le opinioni sono importanti, ma tutti noi non dovremmo prescidere dai fatti.

L’endorsement porta storicamente male, lo so. Ma far sì che la paura della sfiga possa dettare i comportamenti dell’uomo credo appartenga a culture arretrate, alla preistoria. E allora, vado avanti ricordando per prima cosa il significato della parola.

endorsementindòorsmënt⟩ s. ingl. [der. di (to) endorse «firmare a tergo, girare»] (pl. endorsementsindòorsmënts⟩, usato in ital. al masch. (e pronunciato comunem. ⟨endòrsment⟩). – …. 3. In politica, sostegno esplicito a un candidato, a un movimento o partito, a un’iniziativa, dato di solito tramite una dichiarazione ufficiale. (vocabolario Treccani).

Credo quindi sia giusto farlo.

Io sto con Andrea Locatelli.

 

 

MMA, tenta maldestramente di imitare Muhammad Ali e finisce knock out (video)

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Un match di arti marziali (MMA) a Colchester, campionato nazionale dilettanti dei pesi piuma al limite delle 145 libbre.

Joe Harding ha pensato per un momento di essere la reincarazione di Muhammad Ali e ha voluto imitarlo. Ha danzato, mimato, irriso il suo avversario, scherzato. Ed è finito knock out, a dargli la lezione è stato John Segas che ha piazzato un perfetto calcio alla testa e ha chiuso la sfida.

Da oggi Detroit ha la Thomas Hitman Hearns Avenue, un omaggio al campione

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Detroit ha resto omaggio a uno dei suoi eroi sportivi.

Da oggi nella città del Michigan esiste la Thomas Hitman Hearns Avenue.
Una strada per ricordare un grande pugile, uno dei quattro re che hanno popolato la meravigliosa boxe degli anni Ottanta: Sugar Ray Leonard, Marvin Marvelous Hagler, Roberto Mani di Pietra Duran e lui. Thomas Hitman Hearns, detto anche Il Cobra. (dal profilo Instagram la foto sotto).

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Di lui ricordo perfettamente la sfida con Hagler a Las Vegas, ero a bordo ring e ho avuto la fortuna di essere testimone oculare di una delle più grandi battaglie nella storia del pugilato. Tre round fantastici.

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Ma c’è un altro match che mi è rimasto nella testa, quello contro Duran per il titolo Wbc dei superwelter. Era il 15 giugno 1984, al Caesars Palace di Las Vegas c’erano 14.284 spettatori, 2,1 milioni di case erano state abilitate per il collegamento in pay per view, i pugili si erano equamente divisi 3,7 milioni di dollari.

Duran era andato due volte giù nel round di apertura e dopo appena cinquantanove secondi della ripresa successiva era stato messo knock out da un perfetto, spaventoso, meraviglioso diretto destro di Hearns. Un grande campione che ha chiuso la carriera con il rispettabile record di 61-5-1, 48 vittorie per ko.