Audisio racconta Ali. E lo fa con forza e passione, guardate il film stasera su Sky Arte

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Ho visto e letto tanto su Muhammad Ali (“Sono il più grande. L’ho detto ancora prima che sapessi di esserlo“). Soprattutto dopo la sua morte. Il libro di Thomas Hauser (“Muhammad Ali: His Life and Times”) è quello che ha lasciato il segno più profondo nel mio cuore, “Il re del mondo” di David Remnick è quello che mi ha affascianto più di tutti.
Il film, le persone colte direbbero biopic: film biografico, che ha acceso la passione regalandomi emozioni forti e spunti di riflessione si intitola “Da Clay ad Ali. La metamorfosi”. Lo ha scritto e diretto Emanuela Audisio. Potrete vederlo questa sera (ore 21:15) su Sky Arte, canale 120.
È un racconto corale, una vita narrata a più voci, un romanzo scritto dalle testimonianze dirette. È anche un’opera musicale, perché ha ritmo e usa varie tonalità. Non nasconde nulla, non è l’ennesima beatificazione a prescindere di Ali, sa mostrarne anche i peccati. Non è un monologo, una sola voce e immagini di repertorio che scivolano via accompagnate da chi protagonista non dovrebbe essere e resta invece sullo schermo più del soggetto principale del racconto.
Emanuela ha capito fino in fondo cosa sia la televisione. È immagini, primi piani di personaggi le cui parole ti aiutano a capire. È l’emozione che nasce dalle contrapposizioni, dalle sfumature, dai fatti.
Muhammad era come un’opera d’arte” dice Lonnie, l’ultima moglie in apertura.
Dentro ci sono anche Thomas Hauser, è un piacere anche sentirlo parlare; Nino Benvenuti (“Sono riuscito ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio. Se non ce l’avessi fatta avrei pianto tutta la vita”), Gianni Minà, il fotografo e regista William Klein, il matchmaker Dan Majewski. Ci sono le due mogli: la seconda, Khalilah (quando è nata si chiamava Belinda e racconta: “Sono stata io a creare Ali, gli dicevo cosa dire, come muoversi. Lui aveva tutto dentro, ma doveva trovare la forza per gridarlo al mondo. Io l’ho aiutato in questo“) e la quarta, Lonnie.
C’è Oliviero Toscani, mai banale, capace di fissare in poche parole concetti affascinanti.
Mi ha insegnato la non ricerca del consenso”.
Era un uomo sempre in movimento”.
È un’opera d’arte”, un concetto che ritorna.
Ci sono spunti divertenti, come l’intervista televisiva in cui Ali racconta l’esperienza olimpica accompagnando le parole con un crescendo dell’inno americano.
Ci sono momenti di commozione assoluta.
Non nascondo di avere pianto davanti all’immagine di quell’uomo devastato dal Parkinson mentre accende il tripode ad Atlanta 1996. Quelle immagini mi avevano sempre commosso, ma mai sino alle lacrime. Stavolta sono uscite perché il racconto aveva saputo creare un esemplare crescendo di emozioni. In poco meno di un’ora Emanuela mi aveva raccontato mille storie, il cui filo conduttore era Muhammad Ali e la sua voglia infinita di vivere, di essere in contatto continuo con il mondo. Lo stacco su quello stesso uomo che ora tremeva incessantemente ha fatto scattare la molla dell’emozione. Non ho resistito. Ho pianto.
Il film ha altre grande intuizioni. Come quella di far seguire al fuoco olimpico del ’96, la nube di terrore dell’11 settembre 2001. Il momento che ha cambiato il rapporto tra Ali e il mondo.
C’è l’amore della gente per Muhammad. Ma c’è anche l’odio di un’America a cui quel negro dava davvero fastidio, un odio che gli hanno versato addosso senza pudore dopo la sconfitta contro Ken Norton a San Diego.
È un film che parla di un personaggio ingombrante, uno che ha riempito i vuoti di qualsiasi posto abbia visitato. Un grande pugile, una figura importante nella società americana, un simbolo per i neri d’America.
In un mondo in cui gli uomini di colore venivano impiccati e Billie Holliday ne cantava la tragedia chiamandoli “strani frutti pendono dagli alberi”, era arrivato un altro nero che urlava “Sono il più bello”. A molti sarà sembrata solo una battuta, a me quelle quattro parole hanno sempre dato l’idea di un grande momento rivoluzionario.
Ancora una volta Emanuela Audisio è entrata nel cuore della storia e ci ha lasciato mille spunti su cui riflettere.
Da Clay ad Ali. La metamorfosi”, guardatelo stasera alle 21:15 su Sky Arte (canale 120) e portatene con voi il ricordo per sempre.

Mazzinghi, una furia sul ring di Sydney, doma Ralph Dupas (video)…

Il 2 dicembre 1963 Sandro Mazzinghi difende a Sydney il mondiale dei superwelter conquistato tre mesi prima, concede la rivincita a Ralph Dupas. Guardate in questo video l’intensità del ritmo del toscano, la capacità di lavorare a corta distanza, la durezza dei colpi, la determinazione con cui cerca la battaglia.
È davvero un uomo nato per combattere.

bigliettoAttacca Dupas, ha un solo obiettivo: aggravare il danno allo zigomo sinistro del campione.
Mazzinghi si difende e contrattacca. È in chiaro vantaggio all’inizio del tredicesimo round. Porta una lunga serie chiusa da un gancio sinistro al volto, l’americano finisce al tappeto.
L’arbitro conta.
“Uno, due, tre…”
Dupas si rialza.
Un crochet destro lo rispedisce a terra.
L’arbitro ricomincia il conteggio.
“Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…”
Dupas si tira su facendo leva sulla disperazione. È chiaramente intontito, offre un bersaglio sicuro al campione. Mazzinghi potrebbe infierire, far scattare un colpo risolutivo che provocherebbe danni seri. Si accontenta di poggiare il destro sul volto del rivale che finisce nuovamente al tappeto, la battaglia è conclusa. Non c’è stato bisogno di un ultimo gesto crudele per riportare in Italia la cintura.
È passato 1:10 dall’inizio del round, si torna a casa.
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(da “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, la storia di Sandro Mazzinghi. Edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro)

Lo strano caso di Vito Antuofermo e del pugile scambiato per un altro…

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Il 16 gennaio del 1976, esattamente quarant’anni fa, Vito Antuofermo batteva ai punti a Berlino il tedesco Eckhard Dagge e conquistava il titolo europeo dei superwelter. Va reso merito alla Federazione Pugilistica Italiana per averci ricordato quel momento di gloria. L’ha fatto sul suo sito, su Twitter e su Facebook. Ogni notizia era accompagnata da una foto.
Strano però, a me il pugile assieme a Vito Antuofermo sulle foto sembra proprio essere Alan Minter. In quanto al match direi il mondiale medi Wbc/Wba del 16 marzo ’80 a Las Vegas…

Un ricordo di Muhammad Ali, eroe popolare e peccatore…

23pugnoMuhammad Ali se ne è andato alle 6:25 del 4 giugno scorso, l’avevamo scoperto nell’estate del 1960 Oggi, 17 gennaio 2017, avrebbe compiuto 75 anni. Lo ricordo riproponendo
l’articolo che ho scritto la mattina in cui è finita ogni speranza.

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La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina.

Quattro parole. Muhammad Ali è morto.

Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui gli altri l’avevano fatto per lui.

Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro. E adesso se ne è andato per sempre.

Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

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«Float like a butterfly, sting like a bee!». Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro. La grande avventura poteva cominciare.

Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.

Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da tanto il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma lui non si era mai arreso.

Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva ai suoi cari le parole di Malcolm X.

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Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

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Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto. Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non era previsto il gesto tecnico involgarito dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si usava dire una volta.

Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. E’ stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.

Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.

Lo confesso, Ali fa parte di me.

Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui due sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.

Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.

Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.

Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di grande spessore. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie.

E’ stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di se stesso.

Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?

Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.

Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.

Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.

Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.

Pugilisticamente sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.

Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.

Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare quel gigante cattivo di Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.

Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui arrivano dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.

Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, ha fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.

MUHAMMAD ALI, nasce come Cassius Marcellus Clay a Louisville (Kentucky, Stati Uniti) il 17 gennaio 1942.
Muore a Scottsdale il 4 giugno 2016.
Altezza: 1.89

DILETTANTE
(mediomassimo, 81 kg)
94+ (62 ko), 8-
Allenatore: Joe Martin
Campione nazionale Golden Gloves nei mediomassimi a Chicago 1959
Campione nazionale Golden Gloves nei massimi a Chicago nel 1960
Campione Amateur Athletic Union nei massimi nel 1959 e nel 1960
Oro nei pesi mediomassimi all’Olimpiade di Roma 1960
Primo turno: + Yon Becaus (Belgio) kot 2
quarti di finale: + Gennady Schatkov (Unione Sovietica) 5-0
semifinale: + Tony Madigan (Australia) 5-0
finale: + Zbigniew Pietrzykowski (Polonia) 5-0

PROFESSIONISTA

(massimi, da 84.300 a 107 kg)
manager: Angelo Dundee
56 + (37 ko), 5 – (1 ko)
esordio il 29 ottobre 1960 + 6 Tunney Husnsaker
ultimo match 11 dicembre 1981: – 10 Trevor Berbick

IL PUGILE

Ha scritto la storia di questo sport e della società americana.
Primo a vincere per tre volte il titolo mondiale dei massimi. Ha conquistato la corona il 25 febbraio 1964 (+ abb. 7 Sonny Liston), l’ha dovuta lasciare il 22 marzo 1967 dopo essersi rifiutato di prestare servizio militare in Vietnam. L’ha riconquistata il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (+ ko 8 George Foreman), l’ha persa il 15 febbraio 1978 (- SD 15 Leon Spinks), se l’è ripresa il 15 settembre dello stesso anno (+ 15 Leon Spinks). In carriera ha battuto tra gli altri Joe Frazier, George Foreman, Bob Foster, Sonny Liston, Ron Lyle, Joe Bugner, Ken Norton, Ernie Shavers.

Dopo tre anni Clemente Russo torna a battersi nelle WSB…

clementerussodolcegabbanamilanothundergtu972emkgclSul sito della Fpi sono state pubblicate le convocazioni di Emanuele Renzini, capo allenatore di Italia Thunder per il torneo World Series of Boxing 2017.
Sono undici i pugili chiamati: Simone Caristo e Francesco Barotti per i 49 kg; Simone Cuomo, Vincenzo La Femina Riccardo D’Andrea e Francesco Grandelli per i 56 kg; Francesco Lomasto, Ennio Zingaro per i 64 kg; Raffaele Munno e Vincenzo Lomasto per i 75 kg; Clemente Russo per i 91 kg.
I convocati si dovranno trovare presso il Centro Nazionale di Pugilato di Assisi per il ritiro che andrà dal 15 al 18 gennaio.
Il debutto di Italia Thunder è previsto per il 9 febbraio a Roma, PalaVespucci di via Vertemmo, contro i British Lionhearts. Il gruppo sarà completato da un’altra convocazione prevista per la prossima settimana.
Clemente Russo (34 anni) non partecipa alle WSB dal 29 marzo 2014, quando fu sconfitto dall’azero Abdullayev.

Badou Jack centra l’arbitro con un gancio sinistro e lo fa traballare…

È accaduto al Barclay Center, Brooklyn, New York.
Si stava concludendo la quinta ripresa del titolo Wbc/IBF dei supermedi tra James DeGale e Badou Jack. L’arbitro Arthur Mercante jr, figlio d’arte, si è messo tra i due pugili per interrompere l’azione. Involontariamente Badou Jack lo ha centrato con un gancio sinistro che l’ha fatto traballare (sotto la foto pubblicata da The Guardian).
Per uno strano caso del destino anche Arthur Mercante sr, il papà, era stato vittima dello stesso incidente. Me l’aveva raccontato una sera di tanti anni fa a Campione d’Italia.
“Il 10 luglio del ’64 arbitravo il mondiale mediomassimi Terrell vs Foster a New York. Bob Foster aveva tirato un pugno contro Ernie Terrell, ma si era sbagliato e mi aveva centrato in pieno. Ero andato avanti come se niente fosse accaduto. Al settimo round ero stato costretto a fermare Foster e a decretare il kot in favore del rivale. Bob si era lamentato con l’allenatore per quella decisione che considerava prematura. Il maestro, fissandolo negli occhi, gli aveva risposto: Se il tuo miglior colpo non ha messo giù neppure l’arbitro, come pensavi di poter vincere questo match?”.

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Sandro Mazzinghi, dalle origini contadine alla conquista del titolo mondiale…

Erano gli anni della seconda guerra mondiale. La mamma si alzava  alle cinque del mattino e tirava avanti fino alle sei della sera. Andava a fare i materassi dai contadini, i bucati in casa dei ricchi. Quando rientrava, Sandro interrompeva il lavoro nei campi, metteva gli zoccoli sotto la bretella della canottiera e le andava incontro. L’Erminia appariva in fondo alla strada, un’ombra che avanzava dondolando. Due borse nelle mani, una cesta sulla testa. Dentro c’erano cipolle, aglio, fagioli, ceci, pane. Soldi non ce n’erano e i contadini le davano gran parte della ricompensa direttamente dall’orto.
Sandro Mazzinghi ha sofferto la fame, quella vera che ti fa svegliare nel cuore della notte. È stato sotto i bombardamenti, ha conosciuto la tragedia quando Vera è morta in un incidente d’auto. Era sua moglie da dodici giorni. Voleva smettere, è tornato sul ring perché è nato per combattere.
Ha vinto il mondiale contro Dupas, l’ha difeso in Australia.
Accanto a lui Guido, fratello ma anche amico, consigliere, maestro.
Ha spaccato l’Italia a metà. Da una parte lui, dall’altra Nino Benvenuti. Due incontri entrati nella storia della boxe e del nostro Paese.
Perso il titolo, se lo è ripreso contro Ki-Soo Kim in un match cruento, spietato. Battaglie così, un uomo ne può affrontare solo una nella vita.
Sandro Mazzinghi, pugile da leggenda. Questa è la sua storia.

covermazzinghi(dalla terza di copertina di “Anche i pugili piangono” Sandro Mazzinghi, un uomo senza paura nato per combattere di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro. Nelle migliori librerie e nei principali siti di vendita online)

La boxe italiana. Ovvero, quando (anche noi) eravamo re…

0000C’era un tempo in cui anche noi eravamo re.

I pugili italiani conquistavano le copertine delle riviste, non solo di quelle sportive.

Le prime pagine dei quotidiani, non solo di quelli sportivi.

Sandro Mazzinghi era una di quegli eroi.

https://studio.stupeflix.com/v/bwyFe8E3ZBgr/

La nostra boxe era talmente popolare che un grande giornalista come Giorgio Tosatti considerva un “fiasco” i 40.000 spettatori di San Siro per il primo mondiale contro Nino Benvenuti. E lo scriveva sulla prima pagina del Corriere dello Sport.

Diffusione: qualche sorriso per i politici, i giornali sportivi perdono ancora…

trioAudipress e Audiweb hanno pubblicato gli ultimi dati riferiti al mese di novembre 2016.
Quelli di Audipress si riferiscono alle vendite dei quotidiani. Ancora in calo i tre giornali sportivi.
A dire il vero il calo è generale, anche per le prime due posizioni della classifica: Corriere della Sera (249.662) e Repubblica (214.880).
Nel dato integrato (cartaceo+digitale) finalmente troviamo qualche segno positivo: +1,38% Corriere della Sera (323.393), +2,80% Quotidiano Nazionale (101.851), +1,33% Avvenire (124.450).
I tre sportivi arrancano anche qui:  -4,46% Gazzetta dello Sport (167.423), -5,34% Corriere dello Sport-Stadio (86.361), -6,51% Tuttosport (56.706).
Queste le cifre del cartaceo, il primo numero indica la posizione nella classifica nazionale del quotidiano di riferimento.

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I dati Audiweb si riferiscono alle visite degli utenti ai siti online dei quotidiani. Anche qui brutte notizie per gli sportivi che perdono lettori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Nella tabella sono indicati: 1. Utenti unici nel giorno medio, 2. Pagine viste, 3. Tempo per persona.

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Mayweather: 25 milioni per affrontare McGregor? Dana White è un fottuto comico…

Immediata risposta di Floyd Mayweather jr alla proposta di Dana White, boss dell’Ufc.
Intervistato da TMZ l’ex campione del mondo non ha resistito e ha replicato a modo suo.
Dana White ha lanciato l’offerta di 25 milioni per te e altrettanti per Conor McGregor, più una percentuale degli incassi derivanti dalla pay per view. Che ne dici?
È un fottuto comico!
Niente affare?
È un fottuto comico!
Questo vuol dire che il match non si farà mai?
Guarda il mio orologio. Sai quanto vale?
Floyd ha un Hublot MP-05 LaFerrari da 300.000 dollari (trecentomila).
Niente affare?
Guarda l’orologio…
E se ne è andato.

Puntate precedenti.
1. Offerta Floyd Mayweather jr (https://dartortorromeo.com/2017/01/11/mayweather-accetta-la-sfida-di-conor-mcgregor-ma-detta-le-sue-condizioni/)
2. Risposta Conor McGregor (https://dartortorromeo.com/2017/01/11/mcgregor-risponde-a-mayweather-e-picchia-duro-attraverso-twitter/)
3. Proposta Dana White (https://dartortorromeo.com/2017/01/13/il-boss-dellufc-a-mayweather-e-mcgregor-25-milioni-piu-una-quota-della-pay-per-view/)