Alberto Brasca si ricandida. Ammette errori, illustra progetti e rivela che…

brasca

Alberto Brasca, fiorentino di 74 anni, si è innamorato del pugilato il 21 marzo 1951 quando il papà lo portò al Teatro Moderno di Lucca per vedere il match tra Gino Buonvino e il francese Emile Bentz. È stato pugile, peso welter, dirigente e infine presidente federale nell’ultimo quadriennio. È stato vice-sindaco di Firenze dal 1995 al 1999, presidente della Provincia dal 1985 al 1990, presidente del Consiglio Comunale dal 1999 al 2004, presidente dell’Unione Province d’Italia dal 1986 al 1992.

 

Alberto Brasca, lei aveva annunciato l’intenzione di non ricandidarsi alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana. Cosa le ha fatto cambiare idea?

“È vero. Avevo giurato, soprattutto a me stesso, di non ripresentarmi. La delusione olimpica e gli ultimi due pesantissimi Consigli Federali mi avevano portato a fare questa scelta. Poi ho deciso di fare questo ultimo tuffo, l’ho fatto per debolezza. Non sono stato capace di respingere le pressioni di molti amici che mi hanno letteralmente perseguitato in questi giorni”.

Bene,ma quale è stata la scatenante? Cosa l’ha spinta ad arrendersi alle pressioni?

“Un tarlo che avevo nella testa. L’esigenza di fare chiarezza, di spiegare perché avessi fatto quel passo indietro. Sentivo la necessità di confrontarmi, soprattutto con me stesso”.

Lei ha parlato di due pesantissimi Consigli Federali, vuole spiegare cosa li abbia resi tali?

“A quei Consigli mi sono presentato con una diagnosi degli errori fatti e con tre proposte nette e precise.
1. La priorità assoluta del prossimo quadriennio è il tentativo di rilancio del professionismo in Italia. Se resta quello che è oggi, siamo spacciati. Ci sono condizioni nuove rispetto a un recente passato dettate anche da alcune decisioni dell’organismo mondiale, l’Aiba. Dobbiamo muoverci in questo solco.
2. Cambiamento radicale della gestione della nazionale. E quando dico questo non mi riferisco solo all’allenatore. Non dobbiamo cercare un mago, perché non esiste. Dobbiamo cambiare metodo, evitare in modo assoluto che il pugile diventi un impiegato. Dobbiamo ridurre al minimo i tempi dei ritiri. Per i primi due anni credo sia necessario non avere titolari, ma un gruppo di 20 atleti che si allenano nelle loro palestre, con i loro maestri, quelli che sono stati capaci di costruire tanti bravi pugili. Convocazioni a rotazione, in modo di non far sentire nessuno come un escluso. Ci vuole un coinvolgimento totale degli insegnanti. Sono contrario al mago straniero, anche perché non credo che Pedro Roque sia molto più bravo dei nostri migliori. E poi l’arrivo di un tecnico straniero vorrebbe dire conservare l’intelaiatura del passato: un gruppo ristretto su cui lavorare, tenendo fuori tutti gli altri. Dobbiamo invece mettere assieme una ventina di elementi, farli incontrare tra loro in test match e portare ai grandi appuntamenti i vincitori di queste selezioni. Come accade negli Stati Uniti, come accadeva in Italia nei tempi d’oro. Deve cambiare il ruolo del Centro Nazionale di Santa Maria degli Angeli. Deve diventare una scuola di alta specializzazione, sia per i pugili che per i tecnici. Ma il tempo da passare lì sarà di una settimana al massimo, il resto dell’allenamento dovranno farlo a casa con i loro maestri. Dobbiamo far crescere e valorizzare le risorse che abbiamo.
3. Ho manifestato l’esigenza fortissima di un ampio ricambio dirigenziale. Ho detto che ero contrario alla conferma della squadra in blocco. Naturalmente mettevo sul piatto delle mancate conferme anche la mia. Rinnovamente a cominciare dal presidente. Oppure quasi totale rinnovo dei quadri”.
Come hanno reagito i consiglieri?

“Musi lunghi da parte di tutti. Lo scontro fondamentale è stato sulla gestione della nazionale. Sembrava che fossi l’unico a volere una squadra affidata ai maestri italiani. Lai ha portato avanti la proposta di Pedro Roque e ha convinto della bontà di questa scelta il resto del CF. Ho perso, inutile negarlo. Così mi sono fatto da parte”.

Fino a qualche giorno fa ero convinto che lei avrebbe fatto squadra con Andrea Locatelli. Mi sbagliavo?

“No. Ma non si è trovata un’intesa su come procedere e su quali punti cardine puntare. Lo rispetto e sono conscio del suo valore, ma alla fine ho pensato fosse meglio percorrere un’altra strada. Non mi importa vincere, glielo dico sinceramente. Mi importa moltissimo che le mie tesi, l’analisi degli errori e le proposte per il futuro siano valutate dall’assemblea”.

Credo che l’ultimo quadriennio pugilistico sia stato fallimentare, lei ovviamente non sarà d’accordo.

“Non penso che la boxe italiana sia all’anno zero. Le ultime quattro stagioni hanno segnato alcuni aspetti estremamente positivi. Il rilancio del pugilato femminile è quello più evidente. Dopo Simona Galassi era diventato un movimento in clamoroso affanno, ora abbiamo una delle più forti squadre del mondo. Anche sui numeri siamo cresciuti: seicento donne affiliate, siamo competitivi a livello youth, junior ed elite. C’è stato un grande rilancio del movimento giovanile. Siamo passati da 300 a 3000 ragazzi sotto i 13 anni. Non mi prendo il merito di questo. Il merito è di tutti”.

Non pensa che davanti ai numeri in crescita si sia operato in modo sbagliato all’interno della nazionale, continuando sempre e solo con gli stessi elementi ottenendo il risultato negativo che qualche altro pugile stanco di aspettare sia uscito dal giro?

“Le proposte di cui parlavo all’inizio sono figlie di un’analisi degli errori. Qualche elemento è stato lasciato per tanto tempo in lista d’attesa e l’abbiamo perso. Non voglio una squadra già bella e fatta sin dal primo giorno, non voglio che si continui a lavorare sugli stessi uomini e solo su quelli per quattro anni. Voglio una nazionale che sia figlia del Paese, del movimento reale”.

Quale è stato il suo errore più grande?

“Quello di avere avuto poco polso. Non è vero che si sia costruito niente in questi quattro anni, abbiamo portato avanti ragazzi di valore. Siamo andati avanti bene sino a un certo punto. I risultati non sono stati poi così disastrosi. Vero, abbiamo fallito ai Mondiali e all’Olimpiade. Ma credo possa starci una stagione storta. Questo non cambia il mio modo di vedere il problema. Sono stato debole soprattutto nel non bloccare il clima di divisione che c’era tra i tecnici federali. Ciascuno diceva la sua, non c’era unità di intenti. Sono stato debole nel non risolvere questa situazione. Ho pensato potesse essere una soluzione riportare Filimonov nel team. Ma questo paradossalmente ha aggravato il problema anziché risolverlo, dal momento che il tecnico russo ha cambiato metodologia rivoluzionando uno stato di fatto che aveva invece bisogno di maggiore continuità tecnica”.

World Series of Boxing e APB sono stati momenti negativi dell’ultimo quadriennio. Come li giudica?

“Le WSB erano una follia totale. Viaggi da un continente all’altro ogni quindici giorni, voli transoceanici come niente. Uno stress fisico, psicologico ed economico notevole. E non è che l’APB sia stata una cosa migliore, a suo tempo l’ho definita un bagno di sangue e tale è stata”.
Eppure la Federboxe non si è opposta né all’una, né all’altra.

“Ho tentato di ostacolare l’APB in tutti i modi. Mi sono rifiutato di far partecipare l’Italia alle WSB nella penultima edizione. E questo non è piaciuto, al punto che ce l’hanno fatta pagare. Non è che a Rio abbiamo avuto giudici comprensivi… Con l’Aiba abbiamo avuto rapporti tesi, ma non si può scegliere. Sei obbligato a starci dentro. È una Federazione mondiale con oltre 200 nazioni affiliate, è l’unico referente internazionale del Coni. Non c’è margine. Vero, ha gestito malissimo l’inserimento dei professionisti alle Olimpiadi. Ma ne ha legittimato la partecipazione, e questo è un aspetto positivo che ci torna utile. Ha fatto sparire le macchinette che stavano snaturando il pugilato, ha messo in piedi un calendario così denso di impegni che non ha precedenti nella storia. Ha commesso degli errori, ma non va demonizzata”.

Vi ha spinto a trattenere i pugili trasformandoli in dilettanti a vita, vi ha convinto che fosse l’unica politica da seguire. Il risultato di questo atteggiamento è stato devastante per il professionismo.

“Non credo sia stata l’Aiba a colpire il nostro professionismo. Certo, se Cammarelle fosse passato pro’ dopo l’Olimpiade di Pechino 2008 il movimento avrebbe trovato un grande protagonista a cui appoggiarsi. Ma come fare? Non glielo potevamo certo imporre. Io ho favorito in tutti i modi il passagio di chiunque fosse intenzionato a farlo. Ho firmato personalmente la delibera di Turchi, affinché fosse nei tempi giusti per il primo match da professionista”.

Ha un’idea della squadra che lavorerà con lei in caso di vittoria?

“Non ho ancora un’idea precisa. La mia è una decisione recente, fresca, forse fuori tempo. I giochi dovrebbero già essere fatti, ma sento forte la necessità di una verifica sui programmi e non posso tirarmi indietro. In squadra vorrei anche alcuni di quelli che hanno fatto parte del precedente Consiglio Federale”.

Pensa che tre candidati alla presidenza possano portare a una spaccatura dell’Italia pugilistica?

“Ci sarà una dispersione di voti, questo sì. Durante la campagna elettorale ci sarà qualche contrasto. Ma subito dopo l’elezione, finirà ogni divergenza. Siamo in Italia, tutti sono già pronti a saltare sul carro del vincitore”.

 

 

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