L’intervista a Lai, le responsabilità e le smentite con le gambe corte…

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Non ci sto.
Vengo tirato in ballo, mio malgrado, da un doppio distinguo che merita una risposta.
Leggo in Rete alcune affermazioni di Vittorio Lai, altri mi riferiscono dichiarazioni di Sergio Rosa.
In entrambi i casi credo sia giusto precisare.
Punto 1.
In un’intervista concessa a losport24.com il vicepresidente federale e responsabile del settore tecnico nazionale Lai afferma: “Per portare entusiasmo, oltre che competenza tecnica, avevamo deciso, con il Consiglio Federale, di affidare la guida tecnica a Pedro Roque, lui aveva già dato la sua disponibilità a venire, per soli 5.000 € al mese, non per le cifre astronomiche che dicono altri”.
Non sono stati altri a dire quanto normalmente guadagna Pedro Roque, è stato lo stesso Lai in un’intervista che mi ha concesso e che ho riportato su Boxeringweb ad affermare:Pedro Roque come tutti i grandi tecnici itineranti pretende soldi, attualmente credo guadagni dai tredici ai quindicimila dollari al mese. Ma è una persona che fa bene il suo lavoro”.
Punto 2.
Si afferma in giro che nella stessa intervista avrei travisato un concetto espresso da Lai quando, alla domanda: Mi chiedo: lei è il vice presidente federale, il coordinatore del settore nazionale dilettanti AOB, perché il pugilato dovrebbe darle fiducia dopo un risultato così disastroso soprattutto in chiave olimpica?, ha risposto: “Calma. Le cose non stanno esattamente così. Ero il coordinatore, ma non mi occupavo in prima persona del settore Elite. La squadra femminile era affidata a Sergio Rosa che si relazionava con il ct. L’elite maschile, la squadra olimpica, era di competenza esclusiva di Alberto Brasca. Nessuno di noi vi ha messo bocca, era una sua priorità. Io mi sono occupato del settore giovanile assieme a Coletta e Russo. Se sarò eletto seguirò personalmente la nazionale. Ho le mie idee, non contesterò mai i tecnici, ma suggerirò di convocare alcuni atleti e i loro maestri. Qualcosa ci capisco…”.
L’incomprensione consisterebbe nel fatto che scrivendo “La squadra femminile era affidata a Sergio Rosa che si relazionava con il ct” avrei travisato le parole del vicepresidente. Confermo di avere riportato testualmente, e ne ho le prove, le parole di Vittorio Lai, che del resto non ha mai chiesto una smentita.
E poi, scusate, chi sarebbe stato il coordinatore del settore femminile in seno al Consiglio Federale? Chi era il dirigente a cui il ct Renzini avrebbe dovuto riferire?
O vogliamo scaricare anche questo esclusivamente sulle spalle di Alberto Brasca?

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Andrea Locatelli annuncia la sua squadra, poi fa due nomi a sorpresa…

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Tappa romana del Giro d’Italia di Andrea Locatelli nella corsa alla presidenza della Federboxe.

Una novità. Annunciata, in parte, la squadra, Quattro i candidati ufficiali al Consiglio Federale: Carlo Nori, Giuseppe Macchiarola, Raffaele Esposito e Walter Borghino.

Sarei felicissimo se fossero eletti anche Flavio D’Ambrosio ed Enrico Apa che, sia chiaro, non fanno parte della mia squadra” ha poi detto a sorpresa Locatelli.

Quattro i punti chiave del programma

Necessità assoluta di reperire nuove risorse (“Il reperimento di contributi esterni da parte della Federazione è attualmente inferiore all’1% rispetto al proprio bilancio“), capacità di gestire i rapporti con le televisioni, contributo economico all’attività dilettantistica e professionistica, rinnovamento della gestione della nazionale.

La Fpi deve farla finita di guardare con commiserazione all’attività del professionismo per poi dire: è uno schifo! Non deve limitarsi a giudicare i risultati ottenuti tra grandi difficoltà, deve invece intervenire per dare il proprio sostegno economico a chi sia in linea con i princìpi federali: mai più spettacoli indegni, aiuti dunque a chi dimostra con i fatti di sapersi muovere seguendo le idee di un rinnovamento ispirato alla creazione di eventi degni dell’attenzione generale. Anche le società dilettantistiche dovranno essere aiutate a mettere in piedi le proprie riunioni, dovrà finire il tempo in cui allestire una serata diventa un’operazione quasi impossibile. Per fare tutto questo bisognerà avere a disposizione le risorse economiche adeguate che potranno arrivare dal reperimento di nuovi sostenitori e da una riduzione oculata dei costi

Locatelli ha annunciato un futuro pieno di duro lavoro e ha chiesto un nuovo modo di vedere questo sport nella sua globabilità. Una modifica sia di immagine che di contenuti. La costruzione di una diversa coscienza professionale di pugili, procuratori e organizzatori. E soprattutto la capacità di andare avanti tutti assieme, come una grande squadra.

Ha respinto al mittente l’idea del tecnico straniero per gli azzurri.

L’unica nuova risorsa economica della Fpi è data dalla creazione dei corsi per maestri. Abbiamo così dato il patentino a migliaia di tecnici. Sono decisamente in numero superiore ai pugili, senza guardare se siano più o meno bravi. In altre parole la Federboxe crede nei maestri italiani. E il suo vicepresidente e oggi candidato alla presidenza propone nel suo programma un maestro cubano. Non capisco, dove sta l’errore?

Il candidato livornese ha anche sottolineato come sia strategicamente uno sbaglio andare alle votazioni a fine febbraio.

Le aziende hanno già pianificato gli investimenti del 2017, le televisioni hanno già scritto i propri palinsesti. Noi arriviamo per ultimi e questo moltiplica le difficoltà. Sarebbe così sbagliato fare le elezioni ad ottobre dell’anno olimpico? I punteggi delle società potrebbero essere calcolati a fine agosto e non c’è nessuna disposizione del Coni che ci impedisca di anticipare i termini per lavorare meglio sul reperimento di contributi diversi da quelli istituzionali“.

Visti in sala tra gli altri De Carolis, Blandamura, Marsili, Gianluca Branco, Dieli, Massai, Venturini, Paciucci, Spagnoli, Sabbatini, Buccioni, Bellusci, Chiavarini, Nori, Borghino, Casserà.

 

Era il 28 gennaio del ’78, Alexis Arguello sfidava Alfredo Escalera (video)

Era il 28 gennaio del 1978, trentanove anni fa.
Sul ring dello stadio Juan Ramon Loubriel di Bayamon, Portorico, Alexis Arguello dopo quattro difese del mondiale dei piuma dava l’assalto al titolo Wbc dei superpiuma. Affrontava Alfredo Escalera.
Il nicaraguense Arguello, El Flaco Esplosivo, aveva 25 anni e un record di 52-4-0.
Il portoricano Escalera, El Salsero, aveva 25 anni e un record di 40-7-2.
L’arbitro era lo statunitense Arthur Mercante.
Un grande match.

Per l’Aiba a Rio non è successo niente. E allora perché ha rimmosso otto capi?

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L’Aiba ha investigato per cinque mesi, poi ha emesso il verdetto.

Nessun ulteriore provvedimento, dopo quelli presi a Rio, è stato ufficializzato.

I match i cui verdetti erano stati giudicati controversi, a detta del presidente Wu, sono davvero pochi e la colpa è di quei manager che avevano assunto troppo potere. “Del resto – ha aggiunto il capo – i verdetti contrastati fanno parte integrante della storia dello sport“.

I 36 arbitri e giudici sospesi dopo l’Olimpiade saranno reintegrati.

In pratica hanno saltato solo i Mondiali Giovanili…

Tanto rumore per nulla.

I puniti restano sempre e solo i Magnifici Sette: Mik Basi (Gbr), Kheira Sidi Yakoub (Alg), Michael Gallagher (Ire), Mariusz Gorny (Pol), Vladislav Malyshev (Rus), Gerardo Poggi (Arg) e Rakhymzhan Rysbayev (Kaz). Gli ufficiali a cinque stelle (massimo rinoscimento Aiba) che gestivano in toto il mondo arbitrale. Un gruppo i cui componenti, secondo quanto ha scritto il giornalista Ognian Georgiev su Fightnews.com: “Avevano un regolare contratto con l’Aiba con uno stipendio fisso di 5.000 dollari l’anno, più un bonus di 500 $ per ogni match arbitrato nelle WSB o di 1.000 per quelli che li vedevano impegnati nell’APB.”

Fuori i Magnifici Sette, resta escluso dall’attività Aiba anche l’ex direttore esecutivo, l’algerino Karim Bouzidi espulso subito dopo RIo.

In altre parole, per l’Aiba le uniche persone colpevoli dei pochi verdetti contestati sono stati questi otto ufficiali. Ma, per carità, non si parli di verdetti sbagliati.

Nessuna medaglia sarà tolta” ha tenuto a precisare Wu.

Insomma, a Rio non è successo niente. Ma per questo niente è stato mandato a casa il gruppo che aveva in mano tutto il potere arbitrale e il direttore esecutivo dell’Associazione.

Mi sa che mi sfugge qualcosa…

Entriamo nel bizzarro mondo di Floyd Mayweather jr…

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Ho visto in Rete questa foto di Floyd Mayweather jr e non ho resistito.
Sono andato a cercare altre immagini che esaltassero la sobrietà del personaggio, un tipo schivo che soffre di mancanza di autostima ed a cui non piace esibire le sue ricchezze.

Ho trovato qualche immagine che avvalora questo ritratto psicologico dell’ex campione, ma anche delle sue fidanzate. E ho messo il tutto dentro un video.

https://studio.stupeflix.com/v/9sRFI0xt7MiQ/

Ho cercato (e trovato) un mio vecchio articolo sul tema.
Ve lo ripropongo.

https://dartortorromeo.com/2015/01/25/in-un-libro-tutte-le-follie-di-mayweather/

 

Mazzinghi, Benvenuti, un cinema di periferia, i vecchi western e la pasta e patate…

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Ho inseguito un filmato per più di un anno. Non riuscivo a trovarlo.

Avevo chiesto aiuto al mio amico Davide Novelli, inviato della Rai, che aveva chiesto aiuto a sua volta a un dipendente della Teca dell’azienda. Sembrava che quel filmato fosse scomparso nella nebbia.

Stavo scrivendo il libro su Sandro Mazzinghi e nella memoria avevo un’idea abbastanza precisa del secondo incontro con Nino Benvenuti, ma volevo fissarne meglio i contorni. A volte i ricordi ti ingannano, riportano davanti ai tuoi occhi solo le cose che ti fa piacere rivedere.

Niente. Mi sono dovuto fidare degli spezzoni rimasti nella mente.

A libro pubblicato, Davide mi ha chiamato.

Abbiamo trovato la pellicola nella sede di Torino”.

Ha detto proprio così, la pellicola. Ottocento metri da riconvertire per poi custodire negli archivi Rai quel prezioso documento.

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Sono andato a Saxa Rubra, mi sono messo davanti a un monitor e mi sono goduto lo spettacolo.

Per una bizzarra associazione di idee, la prima immagine mi ha rimandato indietro fino ai tempi della mia giovinezza. Mi sono ritrovato in una vecchia sala parrochiale del mio quartiere. Il Columbus, in via delle Sette Chiese, era un’istituzione per noi ragazzini di Garbatella. Ci andavamo la domenica mattina, dopo la messa. Ma solo se avevamo sul polso il timbro che attestava la presenza in chiesa alla funzione delle 10. Ci davano una galletta, un formaggino o quando eravamo fortunati una cioccolata, ed entravamo.

Sullo schermo, film d’avventura, cow boy, che quasi tutti noi chiamavamo coi boi, contro indiani, perennemente dipinti come brutti e cattivi. I buoni erano solo i soldati con le divise blù, gli sceriffi senza paura o il coi boi solitario pieno di sani sentimenti.

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Crescendo ho cominciato a frequentare il Columbus anche nei pomeriggi infrasettimanali. E ho scoperto che l’unica condizione per gustarsi il film sembrava fosse quella di fumare sigarette a ripetizione, una dietro l’altra. Mi giravo attorno ed ero avvolto da una nuvola di fumo, la sala ne era piena. Per me che tossivo a ogni sigaretta accessa nel raggio di cinquanta metri, era un vero tormento.

Ragazzini scatenati, seguivamo le scene del film accompagnandole con urla folli e mimando ogni azione dei protagonisti.

I più grandi preferivano andare al Cinema Garbatella a Piazza Bartolomeo Romano. Lì c’era anche la galleria e negli ultimi posti potevano pomiciare con le ragazze. Non importava quale film facessero, l’importante era lanciarsi in baci senza fine. Uscivano con i crampi alle labbra, ma soddisfatti.

Tutto questo mi è tornato in mente mentre le immagini in bianco e nero della Rai scorrevano sul monitor. Le telecamere, con Davide abbiamo convenuto che fossero solo due, riprendevano il pubblico. Non c’era un centimetro di spazio libero all’interno del PalaEur. Erano quasi tutti uomini, indossavano camicia, giacca e cravatta come fosse una divisa ufficiale. Molti avevano addosso l’impermiabile o il cappotto. Era dicembre, faceva freddo, ma in quel Palazzo doveva fare un caldo incredibile. Eppure loro non avevano perso tempo a togliersi il cappotto, non avrebbero saputo dove metterlo. Dovevano avere le mani libere per agitarsi, per inveire contro il pugile nemico, applaudire il proprio idolo.

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Benvenuti e Mazzinghi sul ring sembravano due eroi antichi. La scena pareva svolgersi su un palcoscenico, non certo in un’arena. Erano eleganti, entrambi. Sì, anche Mazzinghi lo era in quel suo modo composto, testardo, irruento, nobile, instancabile che aveva di avanzare a cercare il bersaglio da colpire. Un uomo senza paura, nato per combattere.

Il sinistro di Nino era uno spettacolo, a volte fioretto a volte scimitarra. Lo usava con la grazia di un artista, la ferocia di un gladiatore.

Ho rivisto un incontro stupendo, intenso come solo nelle grandi occasioni il pugilato sa offrire.

Era più o meno come lo ricordavo nella dinamica degli eventi. Inizio per Benvenuti, parte centrale prolungata per Mazzinghi, ultimi due round per Nino. Lo avevo così nella mente, ma quello che non avevo era il sapore della sfida. Me lo sono gustato lentamente come si fa con un vecchio Cognac. Ad aiutarmi a creare l’atmosfera è stato il silenzio, non c’era audio. Un clima da porto delle nebbie. Meglio così, sono stato libero di inventarlo quell’audio.

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Ho sentito i consigli di Guido Mazzinghi e Sconcerti all’angolo di Sandro. Quelli di Golinelli e Amaduzzi nell’angolo di Nino. Ho avvertito distintamente il crescendo di voci dei tifosi, le grida che accompagnavano l’azione dei due. Ho inveito contro l’arbitro Giacinto Aniello per un richiamo non dato, per un richiamo dato troppo in fretta.

Insomma ero lì, anch’io a bordo ring. Accanto a Paolo Valenti che faceva interviste per la radio, ai colleghi giornalisti. Distinti signori che sembrava stessero assistendo a una rappresentazione teatrale, anche se lo facevano con infinita passione.

Quello era il mondo in cui mi stavo muovendo. Viaggiavo nel tempo, spettatore confuso fra i diciottomila del PalaEur. Alla fine i cartellini erano per Benvenuti. Io non mi sono ritrovato in sintonia con quel verdetto. Ma l’importante non era chi avesse vinto o perso, la cosa che contava era che avevo negli occhi il film di un grande momento.

Due fuoriclasse, due italiani sul ring per un mondiale. Un Palasport pieno sino all’inverosimile, il sapore della boxe buona di una volta.
È stato un po’ come tornare alle minestre che mamma preparava. Il languore di una pasta e patate, la forza dirompente di una pasta e fagioli.

Un misto di ingredienti scelti con cura, una cucina fatta soprattutto di passione, la preparazione di una ricetta costruita con amore. Ecco questa era la boxe di quei tempi.

Grazie a Davide Novelli e al suo amico della Teca Rai sono riuscito a rivedere quel match del 17 dicembre 1965 e mi sono commosso.

Davanti al pugilato di oggi piango. E non certamente di gioia.

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(per saperne di più: “Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura nato per combattere” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro)

 

Tra un mese le elezioni per la presidenza della Federboxe. Quegli strani giochini…

copia-di-kTra un mese ci saranno le elezioni per il rinnovo del governo federale della Federboxe.
Tre candidati alla presidenza, diciannove al Consiglio Federale in quota dirigenti di società, quattro in quota atleti professionisti, tre in quota atleti AOB o APB, quattro in quota tecnici. Su trentarè candidature, solo due donne.
Tra i tre in lizza per la poltrona di comando c’è il presidente uscente Alberto Brasca (a destra) e il vice presidente con delega al settore tecnico Vittorio Lai (a sinistra). L’unica novità è rappresentata da Andrea Locatelli. E proprio questo non essere stato coinvolto in alcuna iniziativa dirigenziale, anzichè essere vista come una nota di merito, è additata come grande colpa.
I detrattori dicono: sì, sarebbe la persona giusta. Ma non conosce i problemi della base, non conosce il territorio.
L’ultimo CF conosceva benissimo problemi della base e territorio, eppure in un quadriennio ha prodotto poco (eufemismo) sul piano dei risultati (disastroso l’ultimo Mondiale maschile e l’Olimpiade di Rio 2016).
Ha faticato a dialogare sul piano politico con l’organismo internazionale, l’Aiba. Eppure oggi sento dire, dalle stesse persone che hanno accettato qualsiasi cervellotica decisione (compreso il divieto di qualsiasi contatto con il professionismo, per poi arrivare ai professionisti ai Giochi) senza neppure discuterla.
Ha azzerato la visibilità del pugilato sui media, siano essi giornali che televisione.
Ora sento dire che il Centro Tecnico di Assisi non deve essere un Centro vacanze, che vanno cambiati i metodi di gestione dell’attività di vertice, che il professionismo va ristudiato.
E chi doveva farlo?
Mi sembrano le stesse dichiarazioni contraddittorie ascoltate dagli allenatori di calcio quando criticano la disposizione sul campo della propria squadra. E che sono statio io a schierarequei giocatori? Ho deciso io quale modulo adottare?
La gestione del dilettantismo nel periodo 2013-2016 è stata fallimentare. L’insistere sugli stessi elementi ha portato i potenziali sostituti ad allontanarsi, a lasciare, a passare al professionismo. Ma non si tratta di un nome, una scelta o una situazione. Si è sbagliato molto. Il rinnovamento invocato a fine Olimpiade di Londra 2012 in pratica non è esisito. L’unica novità parzialmente positiva dei Giochi di Rio è stato Carmine Tommasone, un pro’ prestato al dilettantismo.
E poi credo sia giunto il momento di chiarirci le idee su Irma Testa.
Se siete convinti che sia solo una discreta pugilessa, allora possiamo fermarci qui. Ma dal momento che io sono convinto di trovarmi davanti a una ragazza che ha un talento notevole ed è potenzialmente in grado di arrivare a grande traguardi, la domanda che mi faccio è: chi ha sbagliato e dove? Perché la Testa vista a Rio è stata una pugilessa appena discreta, mai nel match, incapace di creare un minimo di pericolo alla rivale.
Come è stato possibile arrivare a questo?
È stata sbagliata la preparazione?
È stato sbagliato l’approccio all’evento?
È stato sbagliato il rapporto tra tecnici e atleta?
Qualunque sia stato il motivo, resta il fatto che sono convinto sia stato commesso un peccato grave.
Ora sento in giro strane voci.
E mi ricollego alle candidature.
Un amico mi ha parlato addirittura di un’ipotesi di presidenza a tempo, per poi dare spazio a un commissariamento amico. Non posso credere che questo corrisponda al vero. Anzi, sono convinto che non lo sia.
Più dubbi ho su altre voci. Come quelle sui candidati al Consiglio Federale. Mi informano di strani giochini.
Per esempio, ho letto su Facebook il “caso Biagio Zurlo”. Il maestro di Torre Annunziata si è presentato come indipendente. Dal CR Lazio hanno fatto sapere che andranno a lui i voti della regione nella selezione per i tecnici. Ma, hanno aggiunto, “noi sosteniamo Lai”.
Era un modo come un altro per portare Zurlo a uscire allo scoperto manifestando il suo apporto alla lista del vice presidente uscente?
E come si conciliano queste voci con quelle che vogliono sia Massimo Scioti il candidato tecnico appoggiato dal CR Lazio?
Torniamo alla presidenza.
La diffidenza nei confronti di Locatelli non nasce dai programmi che ha esposto, nè dalla sua professionalità. Nasce, a parole, dal corpo estraneo che rappresenterebbe.
A parte il fatto che un elemento di novità sarebbe comunque un punto a favore del candidato, non certo un elemento negativo. Ma c’è anche il fatto che si finge di non sapere.
Tanto per citare un paio di esempi.
Andrea Locatelli è stato il presidente del Comitato Promotore dei Mondiali di Milano 2009. Qualcuno li ha visti dal vivo? Ricorda la copertura televisiva? Io sì, dal momento che ero la voce tecnica di Italia 1 accanto prima a Lucia Blini e poi a Giacomo Crosa.
Ha gestito dal punto di vista economico e da quello dei contratti televisivi la carriera di Giovanni Parisi (Salvatore Cherchi governava il lavoro sul piano manageriale). Qualcuno ricorda cosa abbia rappresentato Parisi per la promozione del pugilato dal suo esordio tra i pro’ fino al ritiro diciotto anni dopo? Qualcuno ha idea di quanto, meritatamente, abbia guadagnato?
Sul piano dei rapporti con i network televisivi Andrea Locatelli qualcosina in carriera l’ha fatta. È elemento di spicco all’interno di Infront, la società che gestisce i diritti televisivi del calcio. Locatelli negli ultimi venti anni ha tenuto in piedi gran parte degli accordi tra pugilato è televisioni. Qualcuno ha un’idea di dove andrà la boxe italiana se continuerà, come ha fatto nell’ultimo paio d’anni a brancolare nel buio mediatico?
Detto tutto questo, so già che sarà dura per Locatelli contrastare chi ha in mano le chiavi della macchina del potere. È stato e sarà sempre così. Il governo parte avvantaggiato, qualsiasi risultato abbia portato a casa nel quadriennio in cui ha comandato.
Sarà una battaglia aperta, incerta.
Ma, per cortesia, non venitemi a parlare di rinnovamento.
Avete avuto a disposizione quattro anni per farlo e non vi siete mossi da un surplace al cui confronto Maspes e Gaiardoni (per chi non li conoscesse c’è sempre Internet a disposizione) sembrano bambini sulla bici a rotelle. E  quando qualcuno, uno nome a caso: Alberto Brasca, ha provato a cambiare rotta non avete impiegato neppure un minuto a scaricarlo.
Manca un mese alle elezioni. E da qualche tempo accadono strane cose. Comunicati ufficiali di Comitati Regionali che invitano a votare lo stesso firmatario del comunicato. Voti promessi a due candidati in lotta tra loro. Unanimità di consensi sbandierati e smentiti nel giro di poche ore…
È la politica bellezza.
Anzi, purtroppo, è il pugilato.

Cinquant’anni fa Mazzinghi distruggeva Rolland per l’europeo superwelter

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Accadeva cinquant’anni fa…

 

Sandro difende l’europeo dei superwelter contro Jean-Baptiste Rolland, che viene dalla regione del Calvados. È un momento importante per la vita, più che per la carriera di Mazzinghi. È in quell’occasione che fa un incontro particolare, conosce un barbone alla Stazione Ferroviaria di Milano. Lo aiuta, diventano quasi amici.

Milano, 3 febbraio del ’67.

Dopo poco più di nove round l’arbitro ferma Jean-Baptiste Rolland: kot. Travolto anche lui.

Scrive Maurizio Mosca su LaGazzetta dello Sport.

«L’altra sera con Mazzinghi, il pubblico di Milano ha vissuto momenti stupendi, emozioni, palpiti che non dimenticherà presto. Sandro è semplicemente meraviglioso, ma ogni suo match è duro, durissimo. Va guidato con accortezza e allora risponderà sempre con successo».

(da “Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura nato per combattere” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro)

 

Francesco Fratalia e una storia di boxe che ci porta indietro nel tempo…

11Questa è una storia che ho scritto molti anni fa.

Lavoravo ancora in Piazza Indipendenza. Una mattina mi chiama Italo Cucci e mi consegna una busta bianca affrancata con un francobollo da 20 cents con la faccia di Harry Truman. Dentro c’è una lettera e un assegno da 10 dollari intestato al “Direttore Corriere dello Sport”. Arriva da Carver, Massachusetts, Stati Uniti. Il mittente è Reinaldo Oliveira.

Questa storia comincia così.

Il pugile Civitavecchiese Francesco Fratalia, una volta il fior fiore del pugilato Italiano, 1948-1952, arrivera a Civitavecchia il 14 maggio su una da Crociera Crown Princess per una felice vaccanza alla sua cara e amata Civitavecchia

Il testo è ripetuto, stavolta senza errori, in inglese.

Reinaldo A. Oliveira jr è il presidente dell’Associazione Internazionale dei Veterani del Pugilato. Duecentocinquanta soci nel New England, soprattutto a Carver dove al numero 96 di Rochester Road c’è la sede. Migliaia di ex pugili, arbitri, giudici sparsi in tutti gli Stati Uniti. Si riuniscono ogni secondo sabato del mese. Chiamo Oliveira prima di una riunione per fargli due domande.

Perchè ha spedito la lettera?

Per informarvi che Fresco Fratalia è stato eletto nella Boston Hall of Fame

E l’assegno da 10 dollari?

“Per far pubblicare la notizia”

Non può finire qui.

Qualche telefonata in giro per gli States e finalmente trovo il signor Francesco Fratalia. E’ a Fort Lauderdale, Florida, dove vive sei mesi l’anno. Quelli invernali. Gli altri sei li passa a Boston. Ha 75 anni, è vedovo da sei: sua moglie Gloria Vena, un’americana nata da genitori avellinesi di Chiusano San Domenico, è morta nel 1995. Ha sei figli e 14 nipoti, ma di questi parlerò dopo. Adesso voglio che racconti la sua avventura.

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Ero un buon pugile. Non sono mai stato un campione. Combattevo nei match d’apertura, sei round contro chiunque volesse sfidarmi. Ero forte e coraggioso. Sono venuto in America per la prima volta nel novembre del 1949, avevo 23 anni. Ho fatto un incontro a Providence, contro Frank Lane. Ho vinto. Poi sono tornato a casa. A giugno del 1950 mia moglie mi ha chiamato in America e io mi sono preparato a ripartire. A quel punto sono cominciati i guai. Ero stato balilla, avanguardista. Come tutti, o quasi, in Italia. Io però non avevo rinnegato quel periodo e l’America non voleva più darmi il visto di ingresso. Allora si è mossa mia cognata. Il marito era un tenore, aveva cantato alla Scala di Milano, si chiamava Luigi Vena. Aveva cantato anche in casa Kennedy, conosceva John che poi sarebbe diventato il presidente degli Stati Uniti. Così lei andò a Washington e chiese aiuto. Mi fecero un permesso speciale e ottenni il visto. Mio cognato ai Kennedy è sempre piaciuto, ha cantato anche al matrimonio di John con Jacqueline Bouvier. Prima di partire ho fatto l’ultimo match a Civitavecchia, ho perso contro Malè, ma solo per sfortuna. Una testata, una ferita e sono andato via pieno di vergogna.”

La scheda ufficiale conferma ogni parola del signor Francesco. Fratalia ha combattuto, a cavallo tra i medi e i medi leggeri, 22 match: 15 vittorie, 2 pari, 5 sconfitte. Lui però dice che nella lista della nostra Federazione mancano almeno nove incontri, sette dei quali vinti, disputati negli States. Ha affrontato nomi importanti dell’epoca: Coluzzi, Salvatore Sanna, Gustav Buby Scholz, Malè. Ma c’è un momento sul ring che non dimenticherà mai. L’ha vissuto con un uomo che veniva da Brockton, cittadina con poco più di seimila abitanti, a sud di Boston. Industrie tessili, calzaturifici, fonderie dove la forza lavoro era costituita soprattutto da irlandesi e italiani. Città di emigrati.

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Ho allenato Rocky Marciano (Fratalia, primo a sinistra in alto e ancora a sinistra nella foto sopra, con Rocky al sacco e in posa), a Grossinger (lo stesso ritiro sopra New York che avrebbe ospitato Nino Benvenuti alla vigilia degli ultimi due match con Emile Griffith, ndr) mentre preparava il mondiale con Rolando La Starza.”

Rolando, biondo e bello, aveva anche lui come Rocky origini abruzzesi. I nonni erano sbarcati in America con la stessa nave di Rocco ed Elisa Marchegiano: nonni di quello che sarebbe diventato il campione mondiale dei pesi massimi. La differenza, a parte la caratura pugilistica, stava nell’estrazione sociale dei due. La famiglia di La Starza era benestante, il papà aveva una macelleria ed era stato anche organizzatore di boxe.

La Starza in realtà era un mediomassimo. Per questo Marciano voleva sparring che fossero veloci, rapidi. Io ero l’uomo adatto. Lo facevo correre, ero sfuggente. Ma lui era tosto. Una volta sono riuscito a mettergli tre diretti sul naso, ha cominciato a sanguinare. Si è arrabbiato e mi ha centrato alla testa con un gancio terribile. Avevo il casco di protezione, ma è stato tremendo: sono quasi finito ko e quel pugno lo ricordo ancora.”

Ha scambiato qualche colpo anche con Kid Gavilan e Marving Hagler, quando si è esibito con il Meraviglioso aveva già 55 anni. Le borse dei suoi tempi, oggi fanno ridere: 125 dollari, la più alta negli States, per un match contro Andy Andrew; 60 per 10 a round con Paul Nichols. Ma bisogna ricordare che 60 dollari negli anni Cinquanta erano una settimana di paga di un operaio e che negli ingaggi di Fratalia ci sono anche i 1.000 dollari intascati per la sfida con Buby Scholz a Berlino il 15 aprile del ’51, sconfitta ai punti in 8 riprese.

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In Italia il signor Francesco (sopra in allenamento con Nicola Funari, peso piuma di Civitavecchia) aveva lavorato come vigile del fuoco, nella caserma di via Genova a Roma.

Sono stato sotto i bombardamenti della Città Aperta, alla fine della seconda guerra mondiale. Ero sempre il primo ad essere chiamato, più di una volta ho rischiato di morire. Negli Stati Uniti ho fatto due lavori: ero alle chiuse quando i piroscafi dovevano entrare nel porto e facevo il pittore-muratore nella costruzione di case per ricchi. Così oggi ho due pensioni: una mi serve per vivere qui, l’altra per andare in vacanza in Italia.”

E anche quest’anno tornerà a casa. Partirà il 14 maggio da Fort Lauderdale e quindici giorni dopo toccherà Civitavecchia: il signor Fratalia viaggia sempre e solo in nave.

Un po’ nel ricordo dei vecchi tempi. Nella sua testa infatti ci sono il Constitution e il Conte Biancamano, i dieci giorni in mare aperto; gli allenamenti su un ring improvvisato dal comandante; due sparring: un marinaio di coperta, un operaio delle macchine; il footing sul ponte.

Un po’ per scelta.

L’aereo è troppo veloce, non c’è gusto.”

Verrà da noi con la Crown Princess, la nave resa famosa dalla serie televisiva “Love Boat”: una sorta di albergo di lusso che solca i mari. Un’imbarcazione da 400 miliardi, nata in Italia e con un ufficiali italiani. Quasi 700 persone di equipaggio, la Crown Princess può ospitare fino a 1590 passeggeri. Un transatlantico lussuoso che farà tappa alle Bahamas, in Spagna, Portogallo, Francia, Montecarlo e quindi approderà a Civitavecchia, la città dove Francesco è nato (sotto la foto del match contro Mario Minatelli, disputato al Teatro Prinicipe di Milano il 24 gennaio 1951).

14minatelli

Lo aspettano due fratelli e una sorella. Altri due fratelli sono morti durante la guerra: il primo nel ’43 a Tarquinia, vittima di una mina. L’altro l’anno dopo. Aveva trovato un grosso proiettile a trecento metri da casa, lo stava portando dentro quando è esploso. Così se ne sono andati Salvatore e Vincenzo.

Quando sono partito per l’America pensavo di rimanere lì per poco tempo, volevo mettere da parte 6.000 dollari per comprarmi una bella casa. Sono 49 anni che vivo lì e dal 1955 ho preso anche la loro cittadinanza. Parlo ancora l’italiano perchè vengo spesso a casa. Qui ho sofferto, ma adesso sono felice. Ho una mobile home (una grande roulotte, usata come abitazione: può costare dai 50 ai 200 milioni, ndr) in Florida e una casa con le fondamenta a Boston. Ho sei figli, tutti sistemati. Roberto fa il poliziotto e nel ’98 è stato letto miglior detective della città; Stefano lavora in tribunale; Cristoforo ha un’attività nel ramo dei liquori; Vincenzo fa il postino, è il gemello di Stefano: loro due hanno giocato a buoni livelli nei campionati di hockey su ghiaccio; Francesca si è laureata in lingue e letteratura straniera; Ernesto, il più giovane, è capo elettricista. Sto bene, ma sento la nostalgia dell’Italia, perciò ogni tanto torno. Una delle pene che mi porto dietro è quella di avere lasciato ai miei tifosi di Civitavecchia il ricordo di un ultimo match perso, quello con Malè. E’ stato questo il motivo che mi ha convinto a tornare sul ring dopo più di due anni senza combattimenti. Ho voluto chiudere con una vittoria e così è stato: ho battuto Paul Nichols il 18 aprile 1954 a Boston.”

Fratalia dice di avere conosciuto, anche se per vie indirette, la mafia. Quella che governava il pugilato americano negli anni Cinquanta. Ci racconta di un campione italiano dei giovani fascisti, emigrato negli States; di un manager che gli punta la pistola alla testa per convincerlo a perdere un match; di signori di Brooklyn che giravano minacciosi nelle palestre. Dice che per sua fortuna non è finito mai in mezzo al fuoco. Lui faceva i match di contorno, sei round nelle riunioni che portavano in grosso sul cartellone i nomi di Rocky Marciano, Joe Louis. Si è salvato, ne è uscito senza essere mai toccato.

Metto l’assegno da 10 dollari della Rockland Trust in una busta da lettere e lo rispedisco.

Reinaldo A. Oliveira jr,

96 Rochester Rd, Carver,

MA 02330 (United States)

Allego un biglietto, poche parole.

Grazie per averci fatto scoprire una bella storia.”

Affranco e spedisco.

Francesco Fratalia, che negli Stati Uniti avevano imparato a chiamare Frank Kid Frataglia, è morto (come riporta il sito boxrec.com) l’8 dicembre del 2008. Aveva 82 anni