Storia di Sonny Liston, non si sa quando e dove sia nato. Non si sa quando e chi l’abbia ucciso…

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Ultimi giorni del 1970, Sonny Liston muore a Las Vegas.
Sembra fosse il 30 dicembre, ma avrebbe anche potuto essere il 29.
Un mistero, come tutta la sua vita.
Questa è la sua storia di un uomo solo

DI NIENTE è stato mai sicuro Sonny Liston, neppure di quando o dove sia nato. Nessuno conosce il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che lo ha ammazzato potrebbero darci una risposta certa.

Dicono sia venuto al mondo l’8 maggio 1932. Così giurano i manager. Avrebbe potuto anche essere l’8 gennaio dello stesso anno. Così sembrava ricordare la madre. Oppure il 7 febbraio del 1927, come è scritto sulla fedina penale. Anche sul luogo non si hanno certezze. Era una zona dove si coltivava cotone. Pine Bluff o Little Rock in Arkansas? Memphis, nel Tennessee? Forse Sand Slough, all’interno della Morledge Plantation dove lavorava Tobe Liston. Il padre.

Sonny ha una cicatrice sulla guancia, sul torace una linea lunga e sottile marchia il suo corpo. Ma sono quei segni color rame sulla schiena, ricordi di vecchie frustate, a raccontarci chi sia Charles L. Liston. Ha gli occhi grandi, palle che sembrano schizzare via dalle orbite. Trasmettono paura, tristezza, infelicità.

Tobe Liston era un uomo piccolo, pesava 66 chili, era alto appena 165 centrimetri. Sposato con Leona, avevano avuto tredici figli: sette dei quali erano sopravvissuti al parto. Si era poi risposato con Helen Baskin (un donnone: 40 chili più pesante di lui, dieci centimetri più alta). Big Hela, come la chiamavano gli amici. Era giovane, aveva 27 anni meno del marito. Con lei, Tobe avrebbe avuto altri nove figli.

Vivevano con i pochi dollari guadagnati lavorando come mezzadri. Tre quarti del raccolto andavano al padrone del terreno, solo un quarto rimaneva per loro. Erano arrivati in Arkansas nel 1916, venivano dalle terre del Mississippi River. Con loro una folla di figli, un nonno vecchio e malato. Abitavano in un’unica grande stanza, le finestre erano dei buchi nelle pareti. Big Hela doveva coprirle con il cartone per limitare i danni provocati dal vento. Nella baracca c’era il gelo di inverno, un’afa insopportabile d’estate. E c’era il papà che frustava Charles, tutti i giorni.

Il piccolo Liston comincia a lavorare a otto anni. Raccoglie il cotone. Di notte prega che la pioggia non rovini il raccolto. Di giorno suda, mentra la fatica gli spezza la schiena e le gambe. Le mani corrono veloci a strappare le capsule soffici dalle piante, le dita si scorticano, il collo brucia sotto il sole. Molti anni dopo, quelle mani sarebbero diventate enormi. Dure sopra, morbide e bianche nella palma. E avrebbero conquistato il mondo.

Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas, tra Eastern Avenue e Patrick Lane. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide. Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide (foto sotto) è scritto: «Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo».

«Vuoi trovare la sua tomba? Facile, cerca quella senza fiori».

Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è al Paradise Memorial Gardens per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire. E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.

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LA SECONDA Guerra Mondiale è appena finita. La piantagione offre raccolti sempre più scarsi, l’unica cosa a crescere è la fame. Big Hela lascia l’Arkansas e con sei figli si trasferisce al 220 di North Beach Street a St Louis. C’è una fabbrica di scarpe che ha bisogno di operaie. Un lavoro, uno stipendio fisso, una vera casa, una città. Helen Baskin, a 49 anni, sembra finalmente serena. Charles la raggiunge dopo qualche mese. In poco tempo diventa alto e grosso. Il 30 dicembre del 1949 ha (più o meno) 17 anni, pesa novanta chili ed è alto 1.80. Deve essere questo fisico robusto a mettergli strane idee nella testa.

Il posto giusto per lui, pensa, è nella criminalità. Porta la data di quel venerdì dopo Natale, il primo rapporto della polizia su un’attività illecita. Tre uomini rapinano un vecchio commerciante. Il bottino è di 45 dollari. I tre delinquenti (non identificati) sono indicati come: Negro #1, Negro #2, Negro #3. Lui è Negro #1 e ora abita al 1006 di O’Fallon Street, al confine tra la zona dei neri e quella degli italiani. I suoi compagni si chiamano Willie Hordan e William James. Un’altra rapina a mano armata in un supermercato, ancora una in un ristorante, un furto, un’intidimidazione, il pestaggio di un poliziotto e il suo indirizzo diventa “Charles L. Liston, Jefferson City. Penitenziario dello Stato del Missouri.”

Dare e prendere cazzotti è lo cosa che gli riesce meglio. Entra in cella nella primavera del 1950. Il reverendo Edward B. Schlattmann è il cappellano del carcere, l’uomo che cura l’anima e il corpo dei reclusi. È infatti anche il responsabile dell’attività fisica. Due lavori, nessuno stipendio. Cosa Liston sia capace di fare con i pugni, è facile da capire. Padre Schlatmann chiede a un altro prigioniero di dare lezioni di pugilato a quel ragazzo grande e grosso che se ne sta tutto il giorno solo e in silenzio. Non sa né leggere, né scrivere. L’isolamento è totale, la boxe può aiutarlo a uscirne.

Si chiama Sonny l’occasionale allenatore e Sonny diventerà il nuovo nome di Charles L. Liston. Il problema è trovare dei guantoni per quelle mani grosse, enormi. Ha un pugno che misura 35 centimetri, solo giganti come Primo Carnera o Jesse Willard l’avevano più grande di lui. Sale sul ring e stende tutti gli avversari. Padre Schlatmann lascia il penitenziario, lo sostituisce il reverendo Alois Stevens. Ora ad allenare Liston è Sam Eveland, campione dei Golden Gloves per lo Stato del Kansas, in prigione per furto di automobili. Padre Stevens, con l’aiuto di monsignor Jack McGuire e di Bob Burnes, direttore del Globe-Democratic, convince due signori a prendersi cura di Charles fuori dal carcere.

Frank Mitchell è nella boxe da sempre, è stato sparring di Joe Louis, ha insegnato ad Archie Moore uno strano stile difensivo “a tartaruga”. Muncey Mitchell è l’editore del St Louis Argus ed è amico di tutti i potenti della città. Il 30 ottobre del ’52 il futuro campione del mondo dei pesi massimi è libero sulla parola. Entrato nel penitenziario di Jefferson City come Charles L. Liston, delinquente abituale a soli 20 anni, ne esce come Sonny Liston. Pugile.

Pochi mesi prima Jimmy Forrest, un sassofonista che aveva suonato anche nell’orchestra di Duke Ellington, compone “Night Train“, un blues struggente. Sarà la colonna sonora della vita di Liston, l’unica canzone che abbia mai imparato a memoria.

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TUTTI NELLA boxe se la cavano bene, tranne il pugile. Lui è l’unico che soffre. È l’unico che finisce sotto i ponti. È l’unico che va via di testa. A volte impazzisce, a volte si dà alla bottiglia, perché la boxe è uno sport molto intenso che ti mette enormemente sotto pressione e un sacco di gente non ce la fa. Sopporti tante cose, poi molli.

A St Louis comandano siriani e siciliani. A guidare gli italiani è John Vitale, a cui è legato Frank Mitchell. Ma Vitale è anche un uomo di Frank Carbo. Il boss della mafia è di New York. Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee e che dichiara di essere un’artista. In realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, praticamente nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.

Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, dal 1935, la boxe tra i suoi principali interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Muore, di diabete, nel 1976.

Ha sempre avuto in mano il contratto di Sonny Liston. A lui vanno il 52% delle borse. Il 24% finisce nelle tasche di Joseph “Pep” Barone, il 12% in quelle di Frank “Blinky” Palermo luogotenente di Carbo. Al pugile resta il 12%.

Mi vuoi bene?

E’ la domanda che Sonny continua a fare in giro anche dopo essere diventato campione del mondo. L’unica a regalargli affetto è Geraldine Chambers, operaia in una fabbrica di munizioni a St Louis, madre di Arletha: una bambina di undici anni. Sonny conosce Geraldine in una piovosa serata di marzo del ’56, la sposa nel settembre del ’57. È lei che lo accudisce come un bambino anche quando, già campione, torna a casa ubriaco. Anche quando bussa al 4439 di Fairlin Avenue a St Louis o alla porta della villa di Las Vegas, reduce da una notte di sesso sfrenato con un paio di prostitute, mai meno di due, per il grande, grosso vecchio Orso. È lei a leggergli i giornali che sparano insulti velenosi dopo le sconfitte con Ali. È l’unica ad amarlo. Una dote che non le risparmierà il tradimento.

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Due ganci destri e un sinistro. Sono passati 2’06” dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout. Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti degli spettatori del Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962. Hanno tutti tifato per il «negro buono». Sono anni difficili per i neri d’America. Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità, di essere assolto.

Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si canta “We shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.

Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco. L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.

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Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse. Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.

Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro, ha la barba finta e gli occhiali neri.

Mentre firma per la rivincita, lo sguardo immobile di Sonny fa pensare a un atto dovuto. La mafia sembra avere deciso per una sua sconfitta. Frankie Carbo governa il pugilato attraverso James Norris e l’International Boxing Commission. Il boss, per il secondo match, sceglie Las Vegas e la data del 22 luglio 1963. La città vive di pochi alberghi, ha un piccolo numero di residenti e tutti i Casinò sono gestiti dalla malavita. Liston alloggia e si allena al Thunderbird di Irving “Ash” Resnick. Sangue, sudore e lacrime il Vecchio Orso ne versa assai pochi. Passa più tempo con le signorine messegli a disposizione da Resnick con grande puntualità, che sul campo di allenamento. Basta comunque per liquidare il povero Patterson.

Uppercut alla mandibola, diretto destro. Ancora un ko al primo round, quattro secondi in più della prima volta: 2:10. Il tenero Floyd travestito per sfuggire alla folla ma soprattutto a se stesso scappa come un ladro. Il “buono” esce tristemente di scena. Sonny Liston non sorride mai, non lo fa neanche ora che è sul tetto del mondo. È triste come se già conoscesse l’incubo che governerà il suo futuro, purtroppo per lui il pericolo sarà più grande di quanto riesca a immaginare.

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NELLA PRIMA sfida si chiama ancora Cassius Clay, il “nome da schiavo”. Convertitosi all’islamismo, lo cambierà in Muhammad Ali. È un giovane pieno di sogni, ma sa già usare armi finora sconosciute nel pugilato. La psicologia, ad esempio. Sonny spaventa i suoi nemici, incute rispetto, paura. Clay scardina questa sicurezza, toglie certezze dal campo del rivale. Si piazza nel giardino di casa Liston alle 3 del mattino e comincia a insultarlo. Arriva su un vecchio autobus, un Flexible 53, dipinto di rosso e di bianco. Danza sull’erba e grida. Prima di presentarsi, avverte giornali e televisioni. Alle 3 del mattino davanti alla casa di un Liston furioso c’è tutta la stampa americana. Cassius vuole che l’altro lo giudichi un buffone e niente più, che abbassi la tensione, che si convinca della facilità di quel match.

Sonny non è il tipo da incassare un affronto e dimenticarlo. La sua è la legge della strada, dove a una provocazione si risponde con un’aggressione. L’occasione arriva presto. L’Orso sta giocando e perdendo ai dadi, quando Clay entra al Thunderbird Hotel & Casino. Il buffone di Louisville comincia a prenderlo in giro. Liston poggia i dadi sul tappeto verde, si gira, fa qualche passo verso quel ragazzo insolente e gli urla in faccia: “Porta via velocemente da qui quel tuo culo nero”. Poi lo fulmina con uno di quegli sguardi che hanno atterrito chiunque abbia attraversato la sua strada. Clay scappa dall’albergo. Gli servono un paio di giorni per riprendersi. E per tornare a recitare.

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Miami Beach, 25 febbraio 1964. Primo match. Liston si danna l’anima nel tentativo di accorciare la distanza, di raggiungere Clay. Quello gli balla davanti, danza e tocca con il jab, lo manda a vuoto e porta una serie.

È il quinto round quando lo sfidante torna all’angolo e strilla in faccia al suo manager. “Non vedo più niente, mi bruciano gli occhi. Ha messo qualcosa sui guantoni, ha sulle spalle un unguento che mi sta facendo diventare cieco. Finiamola qui, torniamocene a casa”. Angelo Dundee lo rimanda al centro del ring. Il bruciore passa, lentamente Clay torna a vedere il nemico. All’inizio della settima ripresa, con il combattimento ancora in equilibrio, è il campione a dire basta, a ritirarsi. “Non riesco a muovere la spalla sinistra”. Tre ore dopo, il dottor Alexander Robbins della Commissione Atletica di Miami Beach diagnostica: “Lesione al tendine del bicipite del braccio sinistro”. Il mondiale dei massimi non appartiene più alla mafia bianca. Il favorito, l’uomo che i bookmaker pagavano un solo dollaro per ogni otto di scommessa, è stato sconfitto. Ora può cominciare a incassare i diritti sui prossimi match di Clay, nel rispetto di un contratto che la Inter-Continental Promotions, di cui è socio, ha firmato con il futuro campione del mondo.

Sono passati sei mesi da quando duecentomila persone sono sfilate a Washington. La Legge dei Diritti Civili ha abolito di fatto la discriminazione razziale. Il potere dei neri sale con la loro consapevolezza di poterlo esercitare attraverso il voto. Si iscrivono nelle liste elettorali e condizionano le carriere politiche. Malcom X, che contesta la via pacifica adottata da Martin Luther King, e i Mussulmani Neri stanno raccogliendo sempre maggiori consensi. Dopo avere battuto Liston anche il giovane campione del mondo dei massimi entra a farne parte. Cassius Clay esce di scena, ora tocca a Muhammad Ali.

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Dura 2:12 la rivincita. Sonny non riesce mai a colpire Ali la notte del 25 maggio 1965. Un round fatto di soli tentativi a vuoto. In platea ci sono appena 2434 spettatori paganti (foto sopra, un biglietto di ingresso), il più piccolo pubblico che un mondiale dei massimi abbia mai avuto. Il match si svolge a Lewiston, nel Maine, nella minuscola St Dominic’s Arena. Una sfida per il titolo, in una città senza tradizioni che la leghino al pugilato.

Le autorità del Massachusets hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Dicono: “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Il 21 febbraio Malcom X viene assassinato, subito dopo la casa di Ali va a fuoco. Tutti sanno che il campione ha preso le distanze da quello che è stato prima suo amico e poi guida religiosa, sanno che è tornato con Elijah Muhammad: il capo spirituale dei Mussulmani Neri. Si teme un attentato, meglio una piccola arena dove si può controllare tutto e tutti.

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AL TERZO destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto. È un pugno fantasma a chiudere la sfida. Neppure la moviola televisiva riuscirà a individuarlo. È un colpo invisibile. L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

29089d9e00000578-0-never_before_seen_fifty_years_after_muhammad_ali_defeated_sonny_-a-20_1432568405478Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro

Walcott: Perché?

Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi

Urla anche il cronometrista.

Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?

Cronometrista: Oltre 12 secondi

Jersey Joe Walcott ripercorre, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.

La gente strilla.

Buffoni, imbroglioni.”

Sono tutti in piedi e gridano.

Truffatori.”

Ali, mentre Liston era al tappeto gli aveva urlato sulla faccia (foto sopra).

Alzati brutto orso, siamo in televisione.”

Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.

Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

 

Sonny Liston (3R), at weighting-in ceremonies before world championship fight with Cassius Clay (L, sitting).

I GIORNALISTI non gli hanno mai perdonato niente. È la parte brutta dell’America, lo chiamano “bad boy”, come se la boxe sia popolata da bravi ragazzi. Liston è tornato a essere solo. Geraldine gli legge i giornali, Sonny non ha mai imparato a farlo, lui dondola sulla sedia mentre dentro al cuore gli cresce la rabbia. Torna sul ring. E vince per quindici volte, perdendo un solo incontro. L’ultimo match lo disputa contro Chuck Wepner. Quell’omone bianco che ha catturato l’immaginazione di Sylvester Stallone per il suo combattimento con Ali, quello che ha regalato all’artista americano l’idea di “Rocky”. Liston lo distrugge. Di quei quindici incontri avrebbe dovuto perderne almeno uno. Così, dicono, era l’accordo con la mafia. Lui continua a correre incontro alla morte, loro non hanno fretta. Sanno aspettare. L’ultima sfida, il 25 giugno 1970. Poi nella sua esistenza rimane solo la casa in Ottawa Drive, a Las Vegas. E la moglie, i vecchi amici, il whiskey. Dei quattro milioni di dollari guadagnati in carriera, resta davvero poco in banca.

Manca un giorno all’ultimo dell’anno, quando lo trovano disteso sul pavimento, nel salotto di casa. L’autopsia rivela tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Dicono sia morto per overdose. Ma lui aveva il terrore dell’ago, delle punture. Non sopportava l’anestesia dal dentista e la cosa che lo sconfortò di più dopo un incidente d’auto, non furono le ferite, ma l’ago della flebo nel braccio. Dicono che potrebbe essere stata la mafia a fare quell’ultima iniezione. Il 9 gennaio del 1971, il reverendo Edward P. Murphy officia il funerale alla Palm Mortuary Chapel. Quel sabato pomeriggio, Sonny Liston viene sepolto al Paradise Memorial Gardens.

giornalemorteCharles L. Liston muore il 29 o il 30 dicembre 1970. Dicono avesse 38 anni. Pochi giorni prima Herbert Muhammad, manager di Ali, aveva firmato un contratto da cinque milioni di dollari per il match contro Joe Frazier. Da quando era diventato socio della Inter-Continental Promotions, Liston aveva guadagnato solo poche migliaia di dollari sull’attività di Ali che era rimasto a lungo fermo a causa del rifiuto di servire l’esercito americano. Ora che arrivano le grandi borse, lui non può più accampare diritti. Anche nel momento della morte, solo i dubbi rimangono a fare compagnia a Charles Sonny Liston. Il Vecchio Orso riposa in un rumoroso cimitero di Las Vegas, la pace per lui non è mai esistita.

 

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