Dempsey. Minatore, lavapiatti, cowboy, campione del mondo

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Jack Dempsey è nato il 24 giugno del 1895. Questa è la sua storia.

Tutti lo chiamano One Punch perché riesce a stendere qualsiasi avversario con un solo colpo. Il vero nome è Bill Hancock e ha appena preso la decisione sbagliata.

oldfield è un paesino sperduto nel deserto del Nevada, ha cominciato ad animarsi dopo l’apertura dell’ufficio postale nel 1904. Il clima è la cosa peggiore da queste parti. Fa un caldo soffocante, il match si svolgerà nella stanza sul retro del vecchio saloon.

One Punch Hancock ha accettato di battersi contro un ragazzino che ogni tanto sfida i clienti del saloon. Si chiama Kid Blackie.

Al vincitore andrà l’intera posta in palio, venti dollari.

Un pugno, uno solo dopo appena quindici secondi e Hancock è ko.

«C’è qualcuno che vuole prendere il suo posto?» urla Hardy Downey, l’organizzatore.

«Ci provo io.»

«Chi sei?»

«John Hancock, sono il fratello di Bill.»

«Si può cominciare.»

Un pugno, uno solo dopo appena venti secondi e anche il fratello di One Punch è knock out. Quaranta dollari in trentacinque secondi, il ragazzo sa come fare soldi in fretta.

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Lo chiamano Kid Blackie, il vero nome è William Harrison Dempsey. Il mondo presto lo conoscerà come Jack Dempsey, il maciullatore di Manassa.

Lavora come minatore, lavapiatti, contadino, cowboy, portiere d’albergo e raccoglitore di frutta. Boxa in strada, nei teatri, all’Opera, nei saloon, negli stadi, al Madison Square Garden. Dorme sulle panchine di Central Park, in alberghi di terz’ordine in cui a fargli compagnia trova solo topi, in suite di gran lusso. È un avventuriero che cavalca da protagonista i ruggenti Anni Venti.

Hyrum Dempsey è un uomo forte, come lo era suo padre Big Andrew. Nel 1868 sposa Mary Celia Surot, figlia di un irlandese, che nelle vene ha sangue cherokee. Hyrum diventa mormone, vende a un dollaro l’uno i trecento acri avuti in eredità dal papà e con quei soldi compra una carovana, poi parte a caccia di fortuna verso il lontano Ovest. Il Far West.

Siccità, temperature altissime, polvere nei polmoni. La cavalcata della famiglia Dempsey non è certo semplice. Il 24 giugno del 1895 nasce a Manassa in Colorado il nono figlio. Lo chiamano William Harrison, come il comandante dell’esercito del Nord Ovest che sconfisse gli inglesi sul fiume Tamigi, nell’Ontario, e nel 1841 divenne il nono presidente degli Stati Uniti. Con il passare degli anni diventerà, più semplicemente, Jack (nella foto sopra il celebre quadro che ritrae il match con Firpo, l’autore è George Bellows. L’opera è esposta al Whintey Museum of American Art a New York).

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Jess Willard viene da una famiglia di poveri contadini. È alto e grosso, pesa 28 chili più di Jack. È diventato campione dei massimi battendo Jack Johnson in un match disputato all’Avana, un incontro che molti hanno definito truccato.

Il 4 luglio del 1919 affronta Dempsey a Toledo, Ohio. Lo organizza George Lewis Tex Rickard, giocatore d’azzardo, geniale promoter. La boxe è illegale a New York, lo resterà fino al 1920. Rickard noleggia un traghetto e ordina al capitano di dirigersi verso Weehowken, nel New Jersey. A bordo ci sono i giornalisti di boxe più importanti d’America. Quando il traghetto lascia le acque dello stato di New York, Dempsey può finalmente firmare il contratto del suo primo campionato del mondo.

Willard è alto poco meno di due metri e pesa 111 chili. Nell’ultimo match ha affrontato John Bull Young, il figlio di un ricco proprietario terriero del Wyoming. Con un terribile montante destro gli ha spezzato le ossa del viso, lo ha ucciso. Teme che la tragedia possa ripetersi anche contro quel piccoletto di Dempsey.

«Voglio l’immunità nel caso lui muoia» confessa prima di firmare il contratto.

Qualcuno corre a riferirlo a Jack, che è in pieno allenamento. The Manassa Mauler mette ko i quattro sparring e scappa via. A essere certo della sua sconfitta è anche Hyrum, che scommette su Willard.

Quando addirittura tuo padre ti punta contro, vuole dire che qualcosa non va.

Il New York World fa un annuncio ai propri lettori.

«Il 5 luglio troverete su questo giornale le foto dell’incontro».

Per garantirsi l’esclusiva, noleggia un biplano italiano S.V.A. e ingaggia un pilota militare: il luogotenente Raymond B. Quick. Ci sono 521 miglia da Toledo a New York, per arrivare in tempo per l’ultima edizione bisogna coprirle in 4 ore e 15’. Il 3 luglio il volo di prova. L’aereo si schianta al decollo. Il pilota si salva, l’edizione straordinaria no.

L’incasso del match è di 452.224 dollari, Tex Rickard è felice.

La campana non funziona, viene sostituita da un fischietto militare. Si perdono dieci secondi che il cronometrista ufficiale Warren Barbour si dimenticherà di recuperare. Il primo gancio sinistro di Dempsey frattura in tredici punti la mascella di Willard, il secondo gli fa saltare cinque denti. Per sei volte Jack spedisce il campione al tappeto. Non esiste ancora la regola dell’angolo neutro in occasione dei knock down. Il pugile finito a terra deve rialzarsi sotto la minaccia immediata di un altro pugno del rivale. Un incubo con conseguenze devastanti.

Al settimo knock down, l’arbitro Ollie Pecord dichiara Willard fuori combattimento.

Jack Doc Kearns esulta. E’ il manager di Dempsey e ha puntato 10.000 dollari su una vittoria per ko al primo round del ragazzo. Corrono tutti negli spogliatoi per festeggiare.

Kearns recupera miracolosamente il suo pugile. Contrordine: il cronometrista, continuando a ignorare il tempo perso nel tentativo di riparare la campana, ha decretato la fine della ripresa con dieci secondi di anticipo. Nessuno però ha sentito il suono del fischietto. Il ko non è regolare, il nuovo campione rischia di perdere il titolo appena vinto.

Willard si rialza e attende che Dempsey torni. Si ricomincia. Altri due terribili round per il boscaiolo del Kansas che rimedia un occhio nero, una ferita alla bocca e altre sulla faccia prima che Pecord dichiari finalmente chiusa la sfida.

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Maxine Cates suona il piano in un saloon. Ha il viso spigoloso, i capelli neri e un corpo scattante. Quando ha tempo e clienti fa anche la prostituta. È la prima moglie di Jack Dempsey. Lei ha 35 anni, lui meno di venti. Il campione la descrive come la donna più sensuale che abbia mai incontrato. Di certo sa come far sparire il denaro. Un amico dei due ha raccontato come nei primi tempi della loro unione Jack e Maxine spendessero più soldi di quanti lui ne guadagnasse. Così lei era tornata a prostituirsi e lui ne era diventato il protettore. Ma sono storie sulla cui autenticità nessuno può giurare.

La seconda moglie si chiama Estelle Taylor (foto sopra con il campione) ed è una soubrette che frequenta produttori e attori di Hollywood. La relazione con il pugile è turbolenta, coinvolge anche il manager Jack Kearns. Lei vuole dirigere il marito anche nella stesura dei contratti di lavoro.

La cantante Hannan Williams è la terza signora Dempsey e dà a Jack le uniche figlie: Barbara e Joan.

Deanna Piattelli diventa l’ultima moglie del campione, quando Jack ha ormai 62 anni. Origini triestine, proprietaria di una gioielleria all’interno dell’Hotel Manhattan. È l’unico matrimonio felice del campione dei massimi.

Maxine è troppo vivace. Estelle ama farsi ritrarre nuda. Prima del match di Dempsey con Firpo si fa regalare una Rolls Royce: deve pur girare per New York. È la donna che scatena l’ira del manager Doc Kearns, al punto da fargli rompere il contratto con il pugile e di denunciarlo in tribunale chiedendo una penale di un milione di dollari per danni morali e materiali. Persa la causa, Doc si vendica lasciando nel testamento una lettera in cui accusa Dempsey di avere usato un trucco in occasione della conquista del mondiale contro Jesse Willard. Lo stesso manager avrebbe applicato sopra la bendatura un sottile strato di gesso. Jack nega sdegnato.

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Luis Angel Firpo è un argentino forte e astuto. Cresciuto a Buenos Aires, figlio di un emigrante italiano e di una spagnola, lavora come commesso in un drugstore. Quando arriva negli Stati Uniti gli cuciono addosso il soprannome di Toro delle Pampas.

In tutta la permanenza negli States usa due soli vestiti. Entrambi neri. Vive in un modesto appartamento assieme a un amico che gli fa da segreterio, cuoco, autista, interprete e cameriere. Si chiama Guillermo Widmer e Firpo lo ricompensa con 25 dollari a settimana.

Per la sfida con Dempsey, l’argentino si allena in un cinodromo. Il campione è sulle rive del lago, vicino a Saratoga. Il pubblico comincia ad arrivare al Polo Ground di New York alle 22.45 della sera prima del match. Alle 19 del pomeriggio del giorno dopo ci sono 125.000 spettatori, in 43.000 sono dovuti tornare a casa.

Nel primo round i due finiscono nove volte al tappeto: sette volte Firpo, due Dempsey, che prima del suono del gong vola addirittura sui tavoli dei giornalisti.

«In che round sono stato messo giù?», chiede ai secondi.

«Sei scivolato, sta per cominciare il secondo», gli risponde Kearns.

Firpo finisce ko dopo 3’56″. È un match di una violenza animalesca.

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James Joseph Tunney cresce nella zona irlandese del Greenwich Village. Ha un ottimo jab sinistro, classe, intelligenza tattica e un sacro rispetto dell’allenamento. Studia teologia in due istituti religiosi di New York, per pagarsi gli studi insegna educazione fisica. Ottantatré match, una sconfitta. Contro Harry Greb.

Al Capone tifa Dempsey e punta 50.000 dollari su di lui. Il campione gli scrive, pregandolo di non influenzare il match. Il gangster gli risponde con 300 rose rosa e un bigliettino: «Al re degli sportivi».

Boo Boo Hoff è un mafioso e tifa Tunney.

Settimo round, cinquanta secondi dopo il suono del gong. Dempsey si alza quasi sulle punte per sparare il gancio sinistro sulla mascella di Tunney.

Ancora un destro, un gancio sinistro e Gene Tunney va giù.

Dave Barry è l’arbitro.

«Jack, vai all’angolo neutro».

«Io resto qui».

Barry prende il braccio di Dempsey e lo trascina nell’angolo più lontano. Paul Beeler è il cronometrista ufficiale e scandisce il tempo. L’arbitro non lo sente. Quando comincia il conteggio, il ko di Tunney avrebbe dovuto già essere stato decretato. Ho visto più volte il filmato del mondiale, ho cronometrato l’intervallo di tempo tra l’atterramento e l’inizio del conteggio: 15 secondi! Il Long Count entra nella storia.

All’otto Tunney è in piedi, sono passati 23” dall’atterramento. Gene comincia a scappare.

«Smetti di fuggire. Questo è un combattimento, non scappare figlio di puttana. Vieni e battiti, bastardo senza fegato», gli urla Dempsey.

Gene Tunney vince ai punti in 10 riprese e diventa il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. Si aggiudica anche la rivincita un anno dopo. Dempsey si ritira, continuando a salire sul ring solo per delle esibizioni.

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Lo trovano morto ai piedi del suo letto una sera di fine maggio dell’83. Soffriva alle vie respiratorie e aveva problemi cardiaci. Ventiquattro giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni.

Nel periodo più felice del dopo boxe, gestiva un ristorante sulla Broadway vicino a Times Square, New York (nella foto sopra sfila davanti al ristorante accanto alla quarta moglie Deanna Piattelli). Sedeva nel primo tavolo a destra, subito dopo l’ingresso. Firmava autografi, conversava con chiunque volesse chiedergli qualcosa.

Era partito per la grande avventura sulla carovana dei genitori. Aveva attraversato il deserto, combattuto in vecchi saloon, sconfitto il gigante, annientato la paura. Era stato amico di Chaplin, Babe Ruth, Rodolfo Valentino.

La vita aveva provato a metterlo ko, ma alla fine aveva vinto lui.

 

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