Cari contestatori di Nino Benvenuti, leggete la sua storia…

nino-benvenuti

“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”
“Ogni anno che passa, sempre di più”
(John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Un silenzio assoluto. Un’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo steso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Fuori, davanti alla porta dello spogliatoio, un altro uomo. Era il guardiano della serenità, colui che doveva controllare che nessuno entrasse a interrompere la concentrazione del campione.
Nino Benvenuti stava per affrontare la notte più importante della vita e aveva bisogno di ogni stilla di energia.
Era nella pancia del Madison Square Garden, lì dove ogni grande avventura era nata. Su quel ring avevano combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena aveva più volte cambiato indirizzo, quasi fosse il tendone di un circo creato per acrobati e clown, ma l’anima era rimasta sempre la stessa. La carovana dei pugilatori si muoveva nel ventre della civiltà, lasciando ovunque la sua impronta. Era seguendo il filo delle emozioni che potevi approdare al luogo sacro. E il Garden lo era.
Il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso. Solo Nino avrebbe potuto dargli la risposta giusta.
Un silenzio assoluto attraversava la penombra di quel camerino. Era stato lungo il cammino per arrivare fino al palcoscenico che ogni pugile sognava.
Benvenuti aveva cominciato a fare boxe spinto da qualcosa che sentiva dentro, che lo motivava, che quasi gli imponeva di regalare al papà Fernando le gioie che lui non aveva potuto vivere. Il nonno di Nino glielo aveva impedito. Il pugilato, a quei tempi, faceva paura.
La decisione di diventare un pugile era stata istintiva.

Griffith
Benvenuti non sapeva molto di questo sport. Ma sapeva che doveva imparare a tirare pugni. E così si era inventato un pugilato tutto suo. Aveva appeso alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci erano diventati i suoi guantoni. Aveva tirato una corda fra le tre colonne della cantina e aveva costruito quello che lui immaginava essere un ring.
Aveva lasciato quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro. Ed era entrato in un ginnasio vero, quello che il maestro Luciano Zorzenon aveva aperto a pochi metri da casa Benvenuti.
Nulla rompeva quel silenzio assoluto all’interno del Garden. La mente di Nino andava alla ricerca della concentrazione massima, voleva isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cercava quello che da tempo chiamava il suo Nirvana. Voleva salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé, perché davanti avrebbe avuto un grande campione, Emile Griffith.
Era la notte del 17 aprile 1967.
Il mondiale dei medi sembrava un sogno per tanti, ma Nino il suo sogno l’aveva già realizzato. L’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Una cavalcata trionfale che non avrebbe mai dimenticato, continuando a dare a tutti la stessa risposta davanti alla stessa domanda.
«Nino, quale è stata la tua vittoria più bella?»
«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

roma
Sul podio aveva lanciato un bacio verso il cielo, nel ricordo di Dora. La mamma era morta quando aveva appena 46 anni e lui ne aveva da poco compiuti 17. Aveva seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà. Il signor Fernando l’aveva seguito restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a governare il suo ragazzo. Prima Zorzellon, poi Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale era salito in cima al mondo dei dilettanti.
Ancora silenzio nel camerino del Madison. Il massaggiatore aveva finito il suo lavoro. Era quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sentiva finalmente leggero. Ma avvertiva dentro di sé un peso che doveva riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando era arrivato a New York aveva incrociato centinaia di italiani che gli avevano dato una pacca sulle spalle, avevano voluto fare una foto con lui, gli avevano ricordato cosa significasse per loro avere un italiano campione del mondo. Benvenuti non aveva lottato per scacciare quei pensieri, ci si era adagiato dentro, si era fatto cullare da quelle parole. Sapeva che avrebbero contribuito a dargli forza.
Quattro charter di tifosi erano volati dall’Italia per essere lì a incitarlo. L’America degli anni Sessanta era qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sapevamo? I libri ci raccontavano la storia di quel popolo, ma erano in pochi a conoscere l’America moderna, quella di tutti i giorni. Era assai vicino a un sogno. Dicevano: vado lì e qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, voleva dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Avevamo raggiunto, tutti assieme, quel Continente assai più distante delle migliaia di chilometri che lo separavano dall’Italia. E non lo facevamo attraverso il cinema, che raccontava storie senza tempo. No, tutti noi stavamo vivendo in diretta una grande avventura. C’era l’Italia intera dentro il Madison Square Garden. Non c’erano aerei super veloci e il costo del biglietto non era una cosa che molti potessero permettersi. Il racconto degli States era affidato dunque a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

griffith_benvenuti
In quegli anni le nostre case si erano riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo, rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità aveva ridisegnato le abitazioni. I giradischi erano diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani avevano comprato un televisore. E quelli che non lo avevano si radunavano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’era ancora chi voleva pensare per noi.
Il Governo italiano aveva vietato la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Temeva che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match cominciava alle 22 di New York, le 4 del mattino a Roma) non si sarebbero poi presentati al lavoro. Era stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, avevano prenotato la sveglia telefonica per le tre. In diciotto milioni avrebbero ascoltato la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spingeva Nino, voleva accompagnarlo sul tetto del mondo.
Era arrivato il momento di andare. Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti avevano lasciato il silenzio dello spogliatoio e si erano incamminati nel tunnel che portava all’arena. Il rumore era cresciuto lentamente, come il motore di un aereo che si avvicina e quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Così le urla del Madison Square Garden avevano travolto il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
Erano in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati laggiù pieni di speranze, paisà che cercavano riscatto attraverso la vittoria di un loro connazionale, signori che all’America (come, all’epoca, dicevano in molti) avevano fatto fortuna. Incitavano, urlavano, sognavano. Era stato in quel momento che Nino aveva avvertito una strana sensazione. Aveva scoperto di sentirsi protetto. Quella gente era con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. Era difficile rimanere calmo, ma lui ce l’aveva fatta. Era in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della sua carriera non sarebbe mai più riuscito a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’era tensione in lui. Poteva essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino quella volta non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto. Subito dopo il gong sarebbe stato lui a tirare il primo pugno. E sarebbe andato avanti su quella strada, sino alla vittoria. E così era stato.
Il match era stato duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith era andato giù. Emilio si era fermato un attimo e Nino l’aveva quasi spinto. L’americano gli aveva tenuto il guantone in un estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti era riuscito a liberarsi di quella morsa e l’altro era finito al tappeto. Sapeva di averlo preso perfettamente, era un colpo che aveva studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner era anche finito al tappeto. L’aveva provato con i guantoni grossi, funzionava. E aveva funzionato anche nel match per il titolo.
Ma Emilio quel colpo terribile era riuscito ad assorbirlo. L’aveva sentito, ma non aveva perso conoscenza. Si era rialzato immediatamente. Nino aveva allora provato ad accelerare per vedere le sue reazioni. E aveva scoperto che non era ancora arrivato il momento di forzare completamente.
Poi, nella quinta ripresa, ad andare giù era stato lui. Aveva perso l’equilibrio, il colpo gli era arrivato all’orecchio. Era caduto dritto, non si era neanche piegato. Nella testa aveva un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non era suonato. Purtroppo capiva tutto. Sentiva un fischio all’orecchio, aveva realizzato che il suo equilibrio era diventato instabile, doveva far passare il tempo. Aveva sfruttato gli otto secondi di conteggio, gliene servivano altri tre o quattro per recuperare. Ce l’aveva fatta. Ma il pericolo era sempre lì, a meno di un passo da lui.
Nino continuava a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non aveva perso i sensi, era rimasto presente a se stesso. Era sempre lui, quello che voleva vincere. Aveva attraversato il momento più brutto del match ed era riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più per ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round, il quattordicesimo e il quindicesimo, Nino aveva fatto un piccolo miracolo. Aveva combattuto a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai avrebbe più fatto cose del genere? Era nelle condizioni da potersi permettere quell’atteggiamento. Era stato capace di attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Alla fine il verdetto l’aveva premiato.

Nino Benvenuti-Middleweight Boxing Champ September 25, 1967 X 12341 / X 12527 credit: Herb Scharfman/Tony Triolo
Nino Benvenuti era diventato il nuovo campione del mondo dei pesi medi. E aveva conquistato il titolo laggiù, in America. Avevano suonato le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Avevano tirato fuori mille bandiere italiane gli emigrati che finalmente potevano sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, avrebbero raccontato a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio quella notte, di avere chiamato Giovanni il bambino che dopo nove mesi era nato. Gente che non aveva mai toccato vino, aveva bevuto fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente andava a letto alle dieci di sera aveva fatto mattina senza stancarsi.
Quella del 17 aprile del ‘67 era stata sicuramente una serata magica. Nino non era riuscito a percepire subito il valore dell’impresa che aveva compiuto. I primi segnali erano arrivati il giorno dopo. La gente lo fermava per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro: «Vedrai come le becca dal negretto». E invece aveva vinto lui, il “bianchetto”. No, non aveva capito subito cosa era riuscito a fare. Poi, ne era rimasto quasi spaventato.
L’Italia era impazzita, ma anche l’America era stata conquistata da quel bel ragazzo che aveva un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli aveva offerto 100.000 dollari per dare il suo nome a una catena di ristoranti. Si sarebbero chiamati Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli aveva dedicato la copertina. In qualunque strada del Paese passeggiasse, Benvenuti doveva fermarsi almeno dieci volte. Stringere mani, firmare autografi, farsi fotografare.
E ancora una volta, sguardo al cielo, Nino aveva detto «grazie». Mamma Dora era sempre nel suo cuore.
Con Griffith avrebbe combattuto altre due volte, perdendo e vincendo. E l’entusiasmo sarebbe sempre stato lo stesso.
«Partivamo dall’Italia con l’Associazione Romani. Viaggio, albergo e biglietto per il match. Certo i posti erano un po’ lontani, gli ultimi in galleria, quelli da dieci dollari. Ma ci sentivamo tutti vicini a Benvenuti. Anzi a Nino. Come lo chiamavano anche gli americani. Un grande pugile e una brava persona, uno che ci ha fatto sventolare la bandiera italiana sotto la cupola del Madison e ci ha fatto urlare di gioia davanti alla fermata della metropolitana a Pennsylvania Station dopo ogni vittoria. C’eravamo innamorati di lui. Non ho perso un suo match al Palazzo dello Sport di Roma. Era un grande pugilato, quello».
Le parole sono di un testimone oculare di quei giorni, Vinicio Mallozzi. Uno dei tanti travolti dalla passione della boxe e affascinati dal mito di un italiano capace di dettare la sua legge anche in America.

monzon
Messi nel cassetto i ricordi più belli, Benvenuti ci avrebbe regalato altre gioie. E soprattutto avrebbe conquistato l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur sarebbe diventato la sua seconda casa. A fine carriera sarebbero stati trenta i match disputati su quel ring, per tre volte in palio ci sarebbe stato il titolo mondiale.
Quando c’era Nino lassù, la folla dell’arena romana impazziva. Quando Nino attaccava, loro attaccavano con lui. Onde di un mare in burrasca scendevano giù dal terzo anello sino a rovesciarsi sulle prime file della platea.
Quando si difendeva, loro si difendevano con lui. In silenzio o urlando contro il nemico, mimando colpi nel vano tentativo di fermare l’uomo che stava provando a intaccare il mito.
E quando un indio venuto da lontano aveva piazzato il destro che avrebbe chiuso match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone avevano pianto. Non si erano vergognati di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Avevano subito capito che un’epoca meravigliosa stava finendo. Erano lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che aveva saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.
C’erano stati giganti della boxe che sembravano destinati a essere i padroni del mondo. Campioni che avevano tutte le caratteristiche per essere i numeri uno. Era però accaduto che sulla loro strada incrociassero il Mito. E allora anche i giganti si erano sentiti comuni mortali, a cui solo la sorte era riuscita a negare quello che sentivano già loro. Dividere la gloria, a volte cedere addirittura il passo, era comunque un’esperienza difficile da affrontare.

mazzinghi
A volte per rendere ancora più esaltante la carriera di un grande pugile serviva un degno rivale. Muhammad Ali aveva avuto Joe Frazier, i loro tre incontri avevano segnato un’epoca. Nino Benvenuti aveva Sandro Mazzinghi. Lo aveva incontrato due volte, aveva vinto in entrambe le occasioni, anche se il toscano non aveva mai accettato quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».
Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nino, nella sua autobiografia “Il mondo in pugno”, aveva commentato in maniera diversa quella rivalità.
«Avrei voluto che diventassimo amici, come mi è capitato poi con Griffith e Monzon, ma non è stato possibile. Sandro mi ha riservato, in molte occasioni, parole poco riguardose. Tirava in ballo presunti favoritismi che durante la rivincita mi avrebbero permesso di ottenere il verdetto. Una volta sono andato a trovarlo a casa. Ho mangiato con la sua famiglia. È stata una bellissima giornata. Alla fine, accompagnandomi alla porta, Sandro mi ha detto: “Dì la verità, tu sei stato aiutato”. Non mi aveva capito, non aveva ancora accettato la verità del ring. Sono però contento per quello che ho visto l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una famiglia stupenda, due bravi ragazzi che studiano. Tutti hanno nei suoi confronti un rispetto che molti uomini vorrebbero avere. Ma nella sua testa io sono stato sempre quello che ha goduto di misteriosi favoritismi. Ha ribadito questa tesi anche quando andai a prendermi il titolo mondiale negli Stati Uniti. Non fu mai in grado di spiegare quei fantomatici favori di cui secondo lui avrei goduto. Ma i fatti sono fatti. Inoltre, chi mi conosce bene sa che non avrei mai accettato nulla che non mi fosse spettato di diritto».
Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.
Oggi vive a Roma con Nadia, la sua seconda moglie, da cui ha avuto una figlia: Nathalie. Ha scritto in un libro la sua autobiografia e fa il commentatore tecnico per la Rai.
La sua è stata una carriera fantastica, riempita dall’amore della gente. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.
«Non ho realizzato un mio sogno. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto fare un incontro con Ray Sugar Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Ray Sugar Robinson, un mito».
Anche i miti hanno il loro mito.

N.B. Ho letto su Facebook un post del mio amico e collega Gualtiero Becchetti che contesta le parole di chi, sullo stesso social network, denigra Nino Benvenuti approfittando del suo settantottesimo compleanno. Condivido ogni sillaba scritta da Gualtiero. Chi attacca Nino Benvenuti  non conosce la storia della boxe e quello che Nino ha rappresentato per tutto lo sport italiano. Nel mio piccolo, dedico a Benvenuti (e ai suo denigratori…) questo capitolo del libro che ho scritto con Franco Esposito (“I pugni degli eroi”, edizioni Absolutely Free). Auguri Nino, sono 78 portati alla grande!

Advertisements