Willard, Moran, Jack Johnson. Una storia di cento anni fa…

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Sono passati cento anni.

Eppure quel match evoca ancora tanti ricordi.

È il 25 marzo del 1916, Jeff Willard difende il titolo dei massimi al Madison Square Garden di New York contro Frank Moran, venti centimetri più basso di lui. Incontro previsto sulle dieci riprese, senza decisione. Lo Stato di New York vieta la boxe professionistica, accetta però che due uomini si battano su un ring a patto che alla fine non sia dichiarato un vincitore. Saranno i giornali, la mattina dopo, a indicare il pugile vittorioso.

L’organizzatore della sfida è Tex Richard, lo stesso che metterà in piedi tre anni dopo il combatimento più importante di Willard.

Johnson
Il campione viene da una famiglia di poveri contadini. È alto e grosso, pesa 28 chili più di Jack Dempsey. È diventato re dei massimi battendo Jack Johnson in un match disputato all’Avana, un incontro che molti hanno definito truccato.
Il 4 luglio del 1919 affronta Dempsey a Toledo, Ohio. Lo organizza George Lewis Tex Rickard, giocatore d’azzardo, geniale promoter. La boxe è ancora illegale a New York, lo resterà fino al 1920. Rickard noleggia un traghetto e ordina al capitano di dirigersi verso Weehowken, nel New Jersey. A bordo ci sono i giornalisti di boxe più importanti d’America. Quando il traghetto lascia le acque dello stato di New York, Dempsey può finalmente firmare il contratto del suo primo campionato del mondo.

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Willard è alto poco meno di due metri e pesa 111 chili. Nell’ultimo match ha affrontato John Bull Young, il figlio di un ricco proprietario terriero del Wyoming. Con un terribile montante destro gli ha spezzato le ossa del viso, lo ha ucciso. Teme che la tragedia possa ripetersi anche contro quel piccoletto di Dempsey.

“Voglio l’immunità nel caso lui muoia” confessa prima di firmare il contratto.
Qualcuno corre a riferirlo a Jack, che è in pieno allenamento. The Manassa Mauler mette ko i quattro sparring e scappa via. A essere certo della sua sconfitta è Hyrum, che scommette su Willard.
Quando anche tuo padre ti punta contro, vuole dire che qualcosa non va.
Il New York World fa un annuncio ai propri lettori.
Il 5 luglio troverete su questo giornale le foto dell’incontro”.
Per garantirsi l’esclusiva, noleggia un biplano italiano S.V.A. e ingaggia un pilota militare: il luogotenente Raymond B. Quick. Ci sono 521 miglia da Toledo a New York, per arrivare in tempo per l’ultima edizione bisogna coprirle in 4 ore e 15’. Il 3 luglio il volo di prova. L’aereo si schianta al decollo. Il pilota si salva, l’edizione straordinaria no.

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L’incasso del match è di 452.224 dollari, Tex Rickard è felice.
La campana non funziona, viene sostituita da un fischietto militare. Si perdono dieci secondi che il cronometrista ufficiale Warren Barbour si dimenticherà di recuperare. Il primo gancio sinistro di Dempsey frattura in tredici punti la mascella di Willard, il secondo gli fa saltare cinque denti. Per sei volte Jack spedisce il campione al tappeto. Non esiste ancora la regola dell’angolo neutro in occasione dei knock down. Il pugile finito a terra deve rialzarsi sotto la minaccia immediata di un altro pugno del rivale. Un incubo con conseguenze devastanti.
Al settimo knock down, l’arbitro Ollie Pecord dichiara Willard fuori combattimento.
Jack Doc Kearns esulta. E’ il manager di Dempsey e ha puntato 10.000 dollari su una vittoria per ko al primo round del ragazzo. Corrono tutti negli spogliatoi per festeggiare.
Contrordine: il cronometrista, continuando a ignorare il tempo perso nel tentativo di riparare la campana, ha decretato la fine della ripresa con dieci secondi di anticipo. Nessuno però ha sentito il suono del fischietto. Il ko non è regolare, il nuovo campione rischia di perdere il titolo appena vinto.
Kearns recupera miracolosamente il suo pugile.

1919 --- Jack Dempsey fights Jess Willard to eventually win the heavyweight title. --- Image by © Bettmann/CORBIS

Willard si rialza e attende che Dempsey torni. Si ricomincia. Altri due terribili round per il boscaiolo del Kansas che rimedia un occhio nero, una ferita alla bocca e altre sulla faccia prima che Pecord dichiari finalmente chiusa la sfida.

Quella volta gli andrà male, un esito diverso ha invece la storia che ha ispirito questo articolo.

Il 24 marzo del ’16 le gazzette indicano Jess come vincitore della sfida. Trentuno giornalisti sono in suo favore, uno solo è per Moran. Quell’eccezione è rappresentata dall’ex campione del mondo dei massimi John L. Sullivan, che scrive per l’International New Service.
Il match avrebbe dovuto svolgersi a New Orleans, problemi organizzativi lo hanno spostato a New York.

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Frank Moran fa parte di quel gruppo di speranze bianche a cui il popolo d’America si affida nel tentativo di detronizzare Jack Johnson.

Frank voleva fare il dentista. Ha studiato odontoiatria per tre anni all’Università di Pittsburg dove si è dedicato con successo anche al Football Americano. Poi, improvvisamente, ha scelto la boxe. Ha una discreta potenza nei colpi, soprattutto nel destro che lui scherzosamente chiama Mary Ann. Ha imparato l’arte del pugilato durante il periodo di leva in Marina, tornato in abiti civili ha continuato. E il 27 giugno 1914 ha affrontato proprio Jack Johnson per il titolo. Per incontrarlo è dovuto volare fino a Parigi dove il gigante di Galveston è in esilio a causa dei problemi con la giustizia americana.

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Venti round tirati, venti riprese in cui a molti è sembrato che il giovanotto della Pennsylvania sia riuscito a farcela. Ma l’arbitro e giudice unico non è di quell’idea. Alza il braccio del campione tra la disapprovazione di molti. A prendersi la responsabilità di emettere quel verdetto è George Carpentier, anche lui, un tempo, nelle file delle speranze bianche.
La battaglia contro Willard va sino in fondo alla distanza delle dieci riprese. Jess vince e intasca 47.500 dollari di borsa, a Moran ne vanno 23.750. Tex Richard sorride e conta l’incasso: 151.254 dollari.

Altri tempi, erano gli anni in cui la boxe non era ancora legalizzata ma era già ricca.

Qualcuno accusa Willard di non essersi impegnato a fondo, lui si difende dicendo di avere avuto tutte le ossa della mano destra rotte fin dal terzo round. Il dottor Lewis Morris lo visita e smentisce quella dichiarazione. Ha solo una leggera frattura all’indice della mano destra. Il gigante sorride e si apparta con un uomo d’affari. Poco dopo firma un accordo per esibirsi in un circo. Incasserà 150.000 dollari.

Tutto questo accadeva cento anni fa.

(fonte: “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

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