Si chiamava ancora Clay, aveva paura di volare e a Roma ’60 non avrebbe mai vinto se…

koverNel 1960 aveva volato verso l’Olimpiade di Roma indossando per l’intero viaggio un paracadute. L’aereo continuava a ballare. Ogni turbolenza era seguita al massimo da venti minuti di tregua, poi ne arrivava un’altra. Scossoni continui, a volte sembrava che l’aeroplano andasse giù in picchiata, pensavi che niente potesse fermarlo. Poi, come per magia, si stabilizzava.

“Air pocket” dicevano gli americani, noi li chiamavamo “vuoti d’aria”. Seduto nelle prime file, assieme ai compagni di squadra, un ragazzo dalle guance piene e i capelli ricci, stringeva forte al petto il paracadute che aveva comprato in un negozio di residui bellici prima di partire. E quando la turbolenza passava, riprendeva a parlare.

Cassius Marcellus Clay parlava, parlava, parlava. Non si fermava mai, era il suo modo per tenere lontana la paura. Qualche anno dopo avrebbe imparato che le parole potevano essere usate anche per combattere.

Joe Martin era il suo primo allenatore. Un signore alto, magro, con pochi capelli e un paio di baffetti sottili. Un poliziotto che gestiva una palestra e aveva capito quanto talento e determinazione si nascondessero in quel chiacchierone.

Martin aveva dovuto parlare per quattro ore prima di convincerlo a salire sull’aereo.

divisaQuando era entrato per la prima volta in palestra, Clay era uguale alle migliaia di ragazzi che l’avevano preceduto. A Joe Martin non aveva dato la scossa, lo aveva accolto come uno dei tanti.

Nessuno scopritore di talenti avrebbe capito al primo colpo chi avesse davanti. C’era voluto un anno per scoprire le carte. Cassius aveva una determinazione unica nell’inseguire il grande sogno. Ma aveva anche una velocità che nessun altro pugile possedeva. Nè quelli della sua età, nè quelli più grandi. Sapeva sacrificarsi, era

impossibile convincerlo a non uscire per ultimo dalla palestra. Lui e Joe Martin avevano lavorato tanto, Cassius aveva raggiunto buoni risultati e adesso che avrebbe dovuto raccogliere i frutti più importanti, si rifiutava di partire.

Seduti su una panchina del Central Park di Louisville, Clay e Martin continuavano a studiare la situazione.

spogliatoio«Perché non posso andare a Roma in treno come ho fatto per i Golden Gloves?».

-Perché i treni non viaggiano sull’acqua, Cassius. E tra l’America e l’Italia c’è l’Oceano.

«Potrei prendere la nave».

-Sarebbe un viaggio troppo lungo e faticoso.

«E allora non vado».

-E allora perdi la più grande occasione della tua vita.

«L’aereo mi fa paura».

-Non c’è altro mezzo.

«E se andassimo con la tua station wagon? Ne abbiamo fatti di viaggi assieme su quella macchinona».

-C’è l’Oceano, Cassius, non dimenticarlo. E poi anche in California, per i Trials, siamo

andati in aereo.

«E ancora non ho dimenticato la paura che mi ha fatto compagnia durante tutto quel volo. Avevo lo stomaco sottosopra, ero terrorizzato. No, non parto».

-Stai per buttare via la possibilità di diventare un grande pugile. Devi andare a Roma, vincere l’Olimpiade e farti conoscere dal mondo intero.

«Ci penserò su»

palasportAlla fine, Cassius Marcellus Clay quell’aereo l’aveva preso. E ora si ritrovava al centro dell’incubo che gli aveva fatto compagnia nelle notti che avevano preceduto il suo viaggio più importante. Ma stavolta non si trattava di un sogno. Era la realtà. L’aereo ballava e lui stringeva al petto il suo paracadute da guerra.

Era seduto su un posto lato corridoio. Lontano dal finestrino. Non aveva alcuna intenzione di guardare fuori. Non voleva trovarsi faccia a faccia con il suo grande nemico, la paura di volare. Ancora una turbolenza. Poi, finalmente, l’atterraggio all’aeroporto di Roma.
Era l’agosto del 1960. Cinquantacinque anni fa.

La favola di Cassius Marcellus Clay poteva cominciare. Ancora non sapeva che, diventato Muhammad Ali, avrebbe conquistato il mondo.

 

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