Ali e Frazier, quarant’anni fa il match più drammatico. Thrilla in Manila…

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È stato uno dei più drammatici match nella storia della boxe. A Manila l’1 ottobre 1975 Muhammad Ali sfidava Joe Frazier per il mondiale dei massimi e alla fine del combattimendo confessava: “Nella mia vita non sono mai stato così vicino alla morte”. The Thrilla in Manila era apena stato celebrato.

Primo gong.

C’è grande tensione nell’aria. Le offese di Ali hanno lasciato il segno. Smokin’ Joe è un mare in tempesta. Avanza ondeggiando, schiuma rabbia. Vuole spazzare via il nemico, l’uomo che ha ricambiato la sua amicizia con terribili e ingiuste parole.

Ali riesce a rimanere elegante nella bufera. Il jab sinistro fa il suo lavoro. Il campione scarica rapidi uno-due. Sono il segnale di una condizione migliore di quella che si pensava potesse avere.

I primi round per lui sono in discesa.

Va via veloce, rapido di braccia, forte nella mente.

Per quattro riprese c’è un solo padrone lassù.

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Fumano i guantoni di Frazier, ma non riescono a incendiare l’incontro. L’altro si rifugia alle corde.

«Vai via da quel dannato angolo, smettila di giocare!» urla Angelo Dundee avvertendo il pericolo.

Fra-zier, Fra-zier, Fra-zier.

Nella quinta ripresa la folla del Coliseum intuisce che qualcosa sta cambiando. Joe spara pugni terribili, quel gancio sinistro è un’arma devastante che stenderebbe chiunque.

«L’ho picchiato con colpi che avrebbero buttato giù le mura della città. E lui è rimasto in piedi», si rammaricherà lo sfidante.

Eppure Ali non è mai stato così fragile, così vulnerabile come in questi momenti.

Rischia di venire travolto da quella furia scatenata che non accenna a concedersi pause.

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«Non può andare avanti così per quindici round. Non sprecare energie, prima o poi crollerà», Angelo Dundee ne è certo. O finge di esserlo.

Ma Frazier continua ad avanzare, a oscillare sul tronco, a evitare i colpi dritti del campione. Sembra un toro infuriato. Sbuffa e picchia, sbuffa e picchia. È sotto nel punteggio, ma se continuerà a pressare in quel modo, le sorti del combattimento torneranno incerte.

Balla Ali. Per la prima volta dall’inizio del match, balla.

Non l’hanno fermato le mazzate che l’altro gli ha sparato contro torturando il suo corpo sino a farlo urlare di dolore. E adesso sente che è arrivato il momento di chiudere il conto. Ha ancora qualche energia da spendere. Undicesimo e tredicesimo round sono una passerella infernale per Joe. Prende colpi, incassa e continua a venire avanti. Ma adesso c’è meno rabbia in lui. Il mare in tempesta si sta placando.

Nella tredicesima ripresa ventisette volte il diretto destro di Ali va a segno, quei colpi dritti trasformano il volto di Frazier in una tragica maschera. Ha gli occhi gonfi e chiusi. Cerca di sentire il rivale, ormai non lo vede più. I colpi che prende sulla faccia servono a fargli capire dove si trova il nemico. Chiede al dolore di indicargli la strada da percorrere, è l’ultima speranza per vincere.

A-li, A-li, A-li.

biglietto

Il pubblico, come spesso accade, si schiera con chi in quel momento sembra il più forte. Ha capito che per l’altro la storia sta arrivando alla parola fine.

Il quattordicesimo round è un calvario per l’uomo di Filadelfia. La faccia fa da bersaglio fisso per il campione che continua a picchiare.

«Mio Dio, guardalo. Non ha più forza, non ha più potenza. Campione, è tutto tuo».

Dundee, gli occhiali appannati e i capelli appiccicati alla nuca, non ha dubbi.

Per dieci volte l’uno-due di Ali trasforma il volto dello sfidante in un triste punching-ball.

I colpi di Frazier partono di lato, sono soprattutto ganci.

Quelli di Ali seguono traiettorie più lineari, sono diretti, jab, ma anche serie lunghe, interminabili.

Esausti i due protagonisti si preparano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.

«Angelo, cut off. Cut ’em off».

Ali non grida, non ne ha la forza. La sua richiesta di aiuto arriva dal fondo dell’anima.

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«Angelo tagliami i guantoni. Tagliali via».

Vuole finirla lì.

Ha le braccia appoggiate sulle corde, lo sguardo rivolto verso il basso, guarda il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.

«Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo».

Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo al dramma. Solo così saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori, ancora una volta.

Dall’altra parte del ring, Joe sputa il paradenti. E con il paradenti sputa un fiotto di sangue. Ha l’occhio sinistro pesto e chiuso. Sono due round che da quella parte vede davvero poco.

Eddie Futch gli dà i sali. Poi, fa la più dolorosa delle scelte.

«Joe, cosa c’è che non va con la sua mano destra?».

«Non posso vederla».

«Sto per fermare il match, stai prendendo una punizione troppo pesante».

«No, no. Eddie non puoi farmi questo».

«Non potevi vedere niente negli ultimi due round. Perché pensi che possa cambiare tutto nella quindicesima ripresa?».

«Voglio lui, capo».

«Siediti figliolo. È finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera».

Futch chiama Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.

Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring. Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.

Muhammad Ali is in the ring surrounded by his trainers, handlers and doctors after winning in the 14th round against Joe Frazier at the Coiseum in Manila, Oct. 1, 1975. (AP Photo)

Il campione non ha neppure la forza per esultare. Non ha energie per rimanere in piedi. Lo tengono per le braccia gli uomini dell’angolo, ma non può bastare. Ali finisce giù, al tappeto. Ha vinto, ma ha pagato caro quel successo.

«È stata la cosa più vicina alla morte che mi sia capitata di affrontare nella mia vita», sussurra con un filo di voce.

Qualcuno chiede a Frazier.

«Joe, sapevi cosa avresti rischiato se fossi tornato al centro del ring?».

«La vita».

«Ed eri disposto a farlo?».

«».

 

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