Storia di Umberto Branchini, il Cardinale. La nostra boxe non ha mai avuto uno come lui

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Fosse ancora in vita, Umberto Branchini avrebbe da poco festeggiato i 101 anni. È stato il più grande manager italiano di pugilato: undici campioni del mondo e 43 campioni europei. Nato il 17 luglio del ’14, se ne è andato per sempre nel marzo del ’97. Un giorno piovoso e buio di tanti anni fa l’ho incontrato nel suo ufficio di Milano. Mi ha raccontato l’incontro con la mafia a New York, gli incendi di Azevedo, le furbate di Gimenez e del borseggiatore triste. L’addio alla boxe, amareggiato da un ambiente che non sentiva più suo. Mi ha raccontato la sua vita.

 

Era l’alba, le strade di Modena erano deserte. Umberto e Mara Jockey procedevano lentamente. Un bambino di otto anni che sognava di diventare driver e la sua cavalla.

La famiglia Branchini nell’ippica c’era dal 1894. Driver Fausto, il nonno di Umberto, un agricoltore che comprava cavalli americani in Austria. Driver Nello, il papà. Guidatori sarebbero diventati il fratello Fausto e il figlio Marco.

Ma Umberto no, lui non ce l’avrebbe fatta. Era stata la mamma a dargli la brutta notizia, l’aveva fatto usando le parole del babbo. Glielo aveva detto mentre preparava la cena, mentre aspettavano assieme che Nello tornasse da San Siro.

Guidare cavalli non fa per te. Meglio che continui a studiare.”

Una delle più grosse delusioni della vita, una sorta di pugnalata.

Non sarebbe mai più salito su un sulky, ma la passione gli sarebbe sempre rimasta dentro.

Messo via il sogno dell’ippica, era cominciata la grande avventura nel pugilato.

D’inverno la palestra era in una cantina di Rua Pioppa, al numero 13. A Modena, ovviamente. D’estate si trasferiva nella scuderia di viale Fontanelli.

In breve la boxe lo aveva preso in maniera totale, al punto da sacrificare in qualche occasioni la famiglia. Aveva sposato Elena nel ’44, a guerra ancora in corso. Lui era in tournèe in Spagna quando era nata l’unica figlia, morta sei mesi dopo per un misterioso virus.

Umberto aveva tentato anche la strada del cinema. Era stato a lungo con Roberto Rossellini. Aveva fatto il guardarobiere, l’ispettore di produzione, l’aiuto regista. Aveva lavorato per “Un pilota ritorna”, “La nave bianca” e “L’uomo del mare”. Filme degli anni Quaranta. Ma la boxe era stata più forte di qualsiasi tentazione.

Una sola grande passione riusciva a tenere testa al pugilato. L’amore folle e sregolato per dolci e gelati. Mi aveva raccontato più volte, sempre con divertito candore, un’incredibile impresa.

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Erano i tempi in cui la Perugina aveva lanciato un concorso di figurine, quello dell’introvabile “Feroce Saladino”. Umberto e Bruno “Raffa” Zambarbieri, popolare procuratore, avevano deciso di approfittare dell’autentica mania che aveva travolto l’Italia intera. Avevano scoperto che a Milano, al Bar Venezia che stava all’inizio di Corso Buenos Aires, davano la cioccolata a metà prezzo se gli lasciavi la figurina. Ogni sera facevano visita al locale e mandavano già quaranta tavolette di cioccolato a testa.

Poi c’era stata la scommessa con Danilo Bolzoni, un amico di Modena.

Umberto aveva appena finito di pranzare ed era sceso al bar per un caffè. Gli era passato davanti agli occhi un cabaret di pastarelle e non era riuscito a trattenere uno sguardo languido, uno sguardo d’amore che di solito si riserva alle belle ragazze.

Sono trenta, Umberto. Non sarai mica capace di mangiarle tutte?

“Ne mangio anche cento, se le paghi tu.”

Affare fatto.”

Il conto alla fine era stato diviso a metà. Branchini si era fermato a novantasei. A tradirlo era stata la golosità. Nella scelta aveva cominciato dalle pastarelle al riso, quelle che rimanevano sullo stomaco e non andavano più giù.

Era un piacere ascoltarlo. Me ne stavo seduto davanti a lui e mi sembrava di entrare in un film.

Quando mi parlava dell’America, si faceva serio. Mi raccontava spesso di come ce l’aveva fatta a uscire senza danni da più di una situazione pericolosa. Come una volta, era il 1947, gli era accaduto a New York.

Il rumore dell’acqua che scendeva dalla doccia copriva qualsiasi altro suono. Era per questo che non si era accorto di nulla. Quando era tornato in camera da letto per poco non era svenuto. Seduto sulla poltrona c’era un omino con un cappello nero calato sino a metà fronte.

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Il mio nome è Antonucci, il capo vuole vederti.”

“Chi è questo capo e perché vuole vedermi?”

Si chiama Frankie Carbo. Ha saputo che un suo pugile, Livio Minelli, ha messo al tappeto Tony Pellone in allenamento nella palestra di Stillman. Domani ne parleranno tutti i giornali. Il capo vuole organizzare un match tra Minelli e Pellone a Detroit. E’ chiaro che a perdere quel match sarà il suo pugile.”

“Ma, veramente dovrei parlarne con il ragazzo.”

Torno qui tra due giorni.”

Quarantotto ore dopo una lunga limousine nera si era fermata sotto l’albergo. Branchini era salito su. L’autista aveva guidato lentamente nel traffico di New York sino al Copacabana Night Club. Attorno a un grande tavolo tondo, in fondo al locale, sedevano dodici ballerine della compagnia di Carmen Miranda. Accanto a loro, dodici gangster. Al centro, Frankie Carbo.

All’America si cono due modi di fare soldi. Tanti, stando con me. Nessuno stando contro di me. Se accetti di collaborare, entro sei mesi tornerai a casa con mezzo milione di dollari. Se accetti, ti presto cinquemila dollari per scommettere sul mio pugile. Ovviamente mi devi assicurare che il tuo Minelli perderà.

“Veramente, ma

Non avere paura, puoi anche dirmi di no. Ricorda però che se lo fai, dovrai dire di no a tutti.

Umberto era uscito dal night ancora scosso per quell’incontro. La mattina dopo aveva comprato due biglietti aerei. Lui e Livio Minelli erano tornati a casa. Ma la storia non era certo finita lì.

Qualche tempo dopo era tornato a New York. Un peso massimo che amministrava, tale Fidel Arcignieca, combatteva al Madison Square Garden contro Gomez numero 8 del mondo. La borsa era di quattromila dollari. Al primo round il pugile di Branchini aveva messo al tappeto il rivale con un pugno che nessuno aveva visto. Nella seconda ripresa Arcignieca era finito ko senza essere stato neppure sfiorato. Era chiaramente un match combinato. E Branchini non ne sapeva niente. Sarebbe riuscito a spiegarlo alla mafia?

Lo spagnolo era tornato in albergo con ottomila dollari, metà erano il frutto della borsa e l’altra metà il compenso per l’accordo. Umberto non aveva voluto una sola di quelle banconote, continuava a temere che prima o poi gli uomini di Frankie Carbo gli avrebbero fatto visita. Per fortuna quelli non erano mai fatti vedere.

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Umberto mi raccontava spesso storie divertenti, aneddoti che sembravano frutto solo della fantasia e invece erano pura realtà.

C’era un suo pugile, un bravo peso piuma romano, che di professione faceva il borsaiolo. Aveva uno sguardo perennemente triste, neppure davanti a un buon colpo riusciva a sorridere. Andava a tutte le riunioni, si mettava in fila come se dovesse comprare il biglietto e invece sfilava i portafogli. Poi a fine serata gli faceva il resoconto e non era mai sotto le centomila lire. Cifre da capogiro per il 1956. Una volta gli aveva anche giocato un brutto scherzo. Per togliersi dagli impicci gli aveva infilato in tasca uno dei portafogli rubati. Umberto non aveva capito subito cosa fosse successo, poi aveva preso il portafoglio. Era vuoto e il signorino era già sparito.

Ma la storia che mi piaceva di più era quella di Everaldo Costa Azevedo. Il manager non sapeva se fosse religioso o semplicemente superstizioso. Prima di ogni match importante accendeva ceri in ogni parte della stanza d’albergo, bagno compreso. Con questo modo di fare aveva incendiato parecchie camere.

Una volta, erano a Caracas, le tendine delle finestre avevano preso fuoco, ma lui non voleva spegnerle.

Se c’è l’incendio, vinco.”

L’assurdo era che le cose andavano proprio così. Ogni volta che il fuoco delle candele incendiava qualcosa nella stanza d’albergo, lui vinceva il match. Ma non era una buona ragione per devastare tutti gli hotel in cui andavano.

A Los Angeles, prima del mondiale contro Carlos Palomino, aveva inscenato lo stesso rituale. Branchini e il dottor Sturla avevano visto il fumo uscire dalla stanza, per entrare avevano dovuto buttare giù la porta e una volta dentro si erano dannati l’anima per spegnere le fiamme.

Azevedo quell’incontro l’aveva poi perso ai punti.

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Juan Carlos Gimenez era un tipo incredibile. In occasione di un match in Indonesia aveva deciso di conquistare la simpatia del pubblico. Era salito sul ring con il fez dei musulmani ed era stato osannato da metà della folla. Finito il combattimento era andato al centro del ring, si era inginocchiato e si era fatto il segno della croce per ingraziarsi i cristiani. Ma quelli non erano ingenui, avevano capito il trucco. Un attimo dopo si era scatenato l’inferno.

Branchini e Gimenez erano dovuti scappare via. Quando stavano tornando in albergo su una macchina scoperta erano stati raggiunti dai tifosi che li avevano ricoperti di insulti. E le brutte parole venivano da musulmani e cristiani. Senza distinzione di religione.

Umberto Branchini, classe 1914, è stato il più grande manager che la boxe italiana abbia mai avuto. L’unico che sia entrato nella Hall of Fame. Ha gestito undici campioni del mondo e quarantatrè campioni europei in sessant’anni di attività. Lo chiamavano “Il Cardinale”, soprannome regalatogli dal giornalista Sergio Roscani, per la sua competenza, per il modo di gestire le situazioni. Anche le più complicate. Raramente perdeva la calma. Aveva tatto e cultura. Parlava inglese, francese, spagnolo e portoghese. E’ stato il primo manager moderno della nostra boxe. Aveva contatti ovunque, si teneva informato, spendeva milioni dell’epoca in bollette telefoniche.

Era entrato nel mondo del pugilato nei primi anni Trenta. Aveva capito che quell’ambiente gli piaceva all’Olimpiade di Amsterdam nel 1928. C’era andato con alcuni amici, tra cui Enzo Ferrari. Le tre medaglie d’oro italiane l’avevano esaltato. Aveva provato a tirare qualche colpo sul ring. Niente di professionale, ma abbastanza per fargli capire meglio quello sport.

Probo Campioli era stato il primo pugile. Aldo Minelli il primo campione italiano. Ha gestito tra gli altri Burruni (il primo campione del mondo), Chionoi, Carrasco, Udella, Cuello, Mattioli, Loris e Maurizio Stecca, Damiani (foto sopra), Nati, Kamel Bou-Ali.

Se ne è andato per sempre nel marzo del 1997. La boxe l’aveva già lasciata, deluso da un mondo che non sentiva più suo.

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