Quella volta in cui ho incontrato “mani di pietra” Duran nella sua casa di Miami…

kover

Stavo cercando nel mio archivio una notizia su Roberto “mani di pietra” Duran quando ho visto questo servizio che avevo scritto qualche tempo fa. Una storia che ricordo sempre con piacere, ha il sapore dell’avventura…

L’ho incontrato a Miami in un’afosa giornata di fine ottobre, non ricordo l’anno.

Avevo il suo indirizzo scritto in stampatello su un foglietto a quadretti custodito nella tasca posteriore dei jeans.

Roberto Duran

MIAMI BEACH CLUB 601.

Era sulla 39 North West, appena fuori città.

Con me c’erano Mario Bruno di Tuttosport, Franco Esposito del Mattino e l’inseparabile Teo Betti del Messaggero. L’appuntamento per l’incontro con il campione era fissato alle 12, davanti a un cancello bianco.

L’indirizzo ce l’aveva dato Luis De Cubas, un manager cubano-americano, che avevamo conosciuto qualche tempo prima.

-Luis, puoi metterci in contatto con Roberto Duran?

«Posso provarci, anche se lui non ama i giornalisti

Alla guida di una Chevrolet rossa avevo imboccato una strada larga che costeggiava un condominio dipinto di celeste e totalmente immerso nel verde. All’uscita dell’ultima curva avevamo visto il lago e sulla sinistra il cancello bianco. Eravamo in anticipo di una decina di minuti. Dentro quel condominio c’era Roberto “mani di pietra” Duran, una leggenda. L’uomo che aveva sconfitto anche Sugar Ray Leonard.

Alle 12 in punto era apparso Giovani: un signore dalla pelle olivastra, una barbetta appena accennata, magro da far paura. Ci aveva aperto il cancello e si era incamminato verso la macchina.

Luis De Cubas ci aveva fornito la frase per essere ammessi nella casa.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis».

«Seguite quel corridoio, quando arrivate in fondo girate a sinistra. Lì troverete qualcuno che vi sta aspettando.»

Il secondo guardiano si chiamava Carlos. Indossava un abito elegante ed aveva modi meno bruschi del suo amico.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis.»

Avevamo sceso una rampa di scale, preso un ascensore, eravamo saliti al secondo piano per poi entrare in una stanza. A quel punto Carlos aveva fatto una telefonata.

«Sono arrivati i fratelli di Luis.»

Un altro ascensore, un altro piano. Davanti all’appartamento numero 32 avevamo trovato altre due guardie del corpo. Duran temeva che qualcuno volesse fargli del male.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis

Eravamo dentro l’appartamento.

Un grande salone e una camera da letto, una piccola cucina. Il disordine era totale. Un televisore trasmetteva un programma con un improbabile cuoco.

Una signora grassa trafficava tra pentole e fornelli.

Una bambina stava giocando con il videogame. Era una delle cinque figlie di Roberto.

Il pavimento era ricoperto di scarpe da tennis buttate ovunque, alla rinfusa. Sul divano quattro pantaloni sporchi, tre camicie, un paio di magliette. Il tavolino del salone era invaso da medicinali per dimagrire. Erano l’antidoto all’incubo di “mani di pietra”: il peso.

Carlos era entrato in camera da letto e ne era uscito qualche minuto dopo, seguito dal Mito.

duran

Roberto Duran indossava un paio di pantaloni strappati all’altezza delle cosce, sopra aveva la blusa di una vecchia tuta.

Barba lunga di qualche giorno, capelli spettinati, zigomi lucidi a testimonianza delle mille battaglie sul ring.

«Facciamo in fretta

Tre parole per farci confermare che non amava i giornalisti. Aveva fatto un’eccezione solo perché glielo aveva chiesto un uomo a cui doveva molto.

Alla fine avevamo parlato per più di un’ora.

Roberto si era raccontato con diffidenza. Mentre rispondeva alle nostre domande si era toccato i piedi e aveva pulito le unghie con le mani.

La vita di Roberto Duran non era mai stata facile.

Era venuto al mondo nella Casa de Piedra, il condominio dove abitavano nonna Ceferina Garcia e nonno Jose “Chavelo” Samaniego.

Pochi istanti prima che nascesse era accaduto il fattaccio.

“Chavelo” se ne era andato al bar per bere ma soprattutto per amoreggiare con una giovane ragazza, incurante del fatto che la figliola minore Clara stesse per dare alla luce il quarto bambino. Ceferina non si era persa d’animo, aveva raggiunto il marito e lo aveva teso sul pavimento con un gancio destro veloce e potente.

Poi l’aveva riportato a casa.

C’era bisogno dell’aiuto di tutti.

Una casa di pietra e un gancio destro.

Ancor prima che Roberto nascesse il segnale era già stato lanciato.

moore-duran

Per pochi spiccioli, da bambino, aveva ballato per i turisti del porto. Aveva lucidato le scarpe dei signori nei quartieri residenziali, aveva venduto i giornali per strada, aveva lavato i piatti nei ristoranti, aveva cantato e suonato nei night club.

Era cresciuto in fretta, accompagnato da una rabbia sempre più grande. Poi, era arrivata la boxe. Sul ring aveva saputo portare quello che aveva imparato per strada.

Il confine tra aggressività e follia era molto labile.

I successi erano stati accompagnati dai soldi, chi lo conosceva bene parlava di 50 milioni di dollari. Ma erano finiti tutti, assai più velocemente di come erano arrivati.

Senza più un centesimo in tasca, si era visto rifiutare dalla Federazione un vitalizio mensile di 300 dollari. Aveva chiesto il perchè. Gli avevano risposto che “non aveva i requisiti culturali e sociali richiesti”.

Era vero. Tutto in “mani di pietra” parlava di potenza, distruzione. L’unica cultura che conosceva era quella della violenza.

I soldi li aveva sperperati. Casinò, auto di lusso, ma soprattutto tasse non pagate. Ce l’aveva confessato in quella visita a Miami, tra un unghia pulita con lo stesso dito che poi sarebbe finito in bocca e un’ispezione meticolosa all’interno del naso.

«Don King e Bob Arum non hanno mai pagato le tasse sui miei combattimenti. Ho un debito con il Fisco di oltre sei milioni di dollari. Non posso neppure investire I miei soldi. Se apro un bar o un ristorante, tutto quello che incasso finisce nelle tasche del Ministero delle Finanze

Aveva rischiato di essere cacciato dalla casa panamense. Era stato salvato dal Governo che aveva cancellato i 300.000 dollari di ipoteca e aveva poi dichiarato l’appartamento “monumento di interesse nazionale”.

Ma il problema principale non era stato risolto.

Era senza un cent.

Dicono che per racimolare qualche dollaro fosse andato a suonare le congas in un locale buio e triste del Queens, New York. Che si fosse messo a vendere hot dog e bibite alla fiera del carnevale panamense, che avesse ceduto per pochi dollari cimeli e autografi.

Non so quanto ci fosse di vero o se tutto appartenesse invece alla leggenda del pugile maledetto che Duran si era cucito addosso.

Quando aveva battuto Sugar Ray Leonard la prima volta a Montreal si era tirato giù i pantaloncini ed aveva mostrato il sedere nudo ai reporter in prima fila.

«Adesso baciatemi il culo!»

leonard

A forza di comportarsi da selvaggio era stato abbandonato da tutti.

Erano sparite anche le quattro cinture di campione del mondo. Le aveva rubate il fratello di una delle sue ex mogli. Le aveva portate via di nascosto, per poi rivenderle a un ricettatore per dodicimila dollari.

Dicevano di averlo visto, sovrappeso, sguardo cattivo e volto gonfio, imbonire gli avventori di una fiera.

«Comprate una birra e un panino a questa bancarella e avrete la foto autografata del grande Roberto Duran.»

Il re del mondo era sceso definitivamente dal trono.

Aveva battuto Leonard, Buchanan, De Jesus, Barkley. Aveva resistito quindici riprese contro Marvin Hagler. Era stato il più forte peso leggero della storia. Aveva dominato l’universo della boxe. Anche quando era stato guidato da un supplente di una scuola cattolica della

Pennsylvania come Mike Acri, da un tassista di Brooklyn come Carlos Hibbart o da un profugo cubano come Luis de Cubas.

Aveva combattuto fino a 50 anni. A fermarlo non erano stati nè l’età, nè i colpi dei rivali.

Il 5 di ottobre del 2001 una Rover guidata dal signor Jimenez era andata a scontrarsi con una Fiat Palio. Dopo tre testa coda, aveva finito la folle corsa contro il guard rail dell’autostrada “9 de Julio”, una delle arterie principali di Buenos Aires.

Uno dei quattro passeggeri era stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Argerich. Aveva subito la frattura di sei costole e la perforazione del polmone sinistro. Era stato immediatamente operato.

Quel signore era Roberto Duran, sopravvissuto anche a quell’ultimo colpo.

Tre mesi dopo aveva finalmente annunciato il ritiro.

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  1. Sì, bellissimo. Se non ricordo male era nel libro ‘Quei favolosi anni ’80’.

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