Storia (un po’ malinconica) di quando il birro e Rimini facevano sognare le svedesi


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Dedico questa storia a chi ama le città di provincia, i film di Pupi Avati, il Fellini dei Vitelloni, l’atmosfera magica delle città di mare quando l’estate vola via. È un racconto che mi porto dietro da tempo, è la mia coperta di Linus. Ogni volta che sono triste, lo rileggo. Parla della Rimini di una volta. Ha una vena malinconica, ma fa bene al cuore.

Il birro viveva di notte. Alle cinque del mattino scendeva dalla collina del “Paradiso”. Usciva in compagnia di una donna dal dancing che allora era di Ivo Del Bianco, quello che aveva girato “Il principe fusto” con Maurizio Arena, ed oggi appartiene a Gianni Fabbri. Quello che ha il fratello che fa il semiologo a Parigi.

Scendendo a valle il birro incrociava i contadini che portavano la verdura al mercato. Cominciava all’alba la loro giornata di lavoro.

La città dormiva. Rimini conservava ancora quel sapore aristocratico che le permetteva di rivaleggiare con la Versilia dove “La Bussola” di Sergio Bernardini dettava legge, In Romagna faceva tappa quella che allora chiamavano “cafe society”. Nobili, politici, cinematografari, starlette e aspiranti attori si davano appuntamento qui. Al “Paradiso” incontravi i reduci di Cortina, In pedana c’erano i complessi di don Pedro Urbina o di Romano Mussolini. Se eri fortunato incappavi in un concerto di Chet Baker, il re del jazz moderno.

Sulla pista da ballo spargevano borotalco per scivolare meglio. Erano i tempi del mambo, del cha-cha-cha. Twist e hully gully sarebbero arrivati dopo. A ballare ci si andava con un unico scopo. Imbarcare una bella donna.

Chi aveva pochi soldi in tasca puntava su divertimenti meno impegnativi. I più giovani si tassavano e d’inverno affittavano il salone di un albergo chiuso per ferie. Se c’erano ancora soldi prendevano il juke-box. Altrimenti si dovevano accontentare del grammofono. I dischi erano quelli di Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’Orchestra Casadei era già famosa negli anni Quaranta, le “criminal song” di Fred Buscaglione avevano conquistato tutti.

Al dancing, con il biglietto di ingresso avevi diritto a una consumazione. Le finanze e lo spirito del giovanotto dettevano la scelta della seconda bibita. Dalla Cedrata Tassoni al vermut con ghiaccio, sempre più su sino alla vetta del desiderio. Un whisky.

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Andava forte l’orchestra di Riccardo Rauchi con cui raccoglieva applausi il “cantante pazzo”, un tenebroso signore che faceva rock and roll. Si chiamava Sergio Endrigo e il suo successo era “Non occupatemi il telefono”. Rideva. “Io che amo solo te”, “Viva Maddalena”,  i singhiozzi. Tutta roba che sarebbe venuta solo qualche anno dopo.

Un ragazzo con la chitarra e l’aria triste, giacche pesanti anche in estate, cominciava a farsi conoscere. Il suo nome era Domenico Modugno. Si esibiva in canzoni dialettali. Van Wood cantava “Butta la chiave”, Umberto Bindi era di casa al “Kansas City” dove abitualmente suonava Luciano Fineschi. Il talent scout era Marcello Minerbi che assieme a Tullio Romano e Carlò Timò avrebbe creato Los Marcellos Ferial. Un trio di goliardi e amici nato come parodia dei Los Hermanos Rigual. Per nascondere le loro origini italiane giravano su una Chevrolet decappottabile con targa venezuelana. Il successo sarebbe arrivato con “Sei diventata nera” e “Angelita di Anzio”,

In molti si erano presi una cotta per il jazz. Nel dopoguerra gli americani avevano portato i V-disc, 78 giri “king size” di musica classica e moderna. Avevano fatto conoscere Glenn Miller, Benny Goodman, Duke Ellington. E la gente se ne era innamorata.

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I punti di ritrovo erano il Saviolino, l’Embassy, Villa Alta e il Paradiso. La mondanità era quella che, cambiando città, avremmo rivisto nella “Dolce vita” di Federico Fellini.

L’Embassy era il dancing numero uno. C’era Fred Buscaglione. Si passavano interi pomeriggi a chiacchierare. Al centro dei discorsi c’era spesso il barman, mitico personaggio a cui Fred aveva dedicato anche il verso di una canzone: “Elio il barista è un ragazzo molto in vista”. Al Sombrero si dava da fare uno che avrebbe fatto strada. Silvio Berlusconi si esibiva assieme all’ex compagno di banco Fedele Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Intrattenevano il pubblico. Berlusconi raccontava barzellette e cantava rifacendosi ai francesi Gilbert Becaud e Yves Montand. Suonava anche chitarra e contrabasso. Avrebbe smesso nei primi anni Sessanta.

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Valerio Zurlini girava “Un’estate violenta” e “La ragazza con la valigia”, Jacqueline Sassard recitava in “Non siamo angeli”. Il Teatro Novelli era il regno dell’operetta. “La vedova allegra”, “Il paese dei campanelli” erano entrati nella vita di molti riminesi.

Sui muri della città c’erano grandi manifesti color giallo paglierino. Le scritte più piccole erano in nero. In rosso, tutto maiuscolo, il nome di una delle più note compagnie del momento: DE ZAN. Il papà Enrico era un cantante affermato, un tenore. Artista anche la moglie Maria Mascagno. Il figliolo, un giovane Adriano, si muoveva dietro le quinte. Presto sarebbe diventato la voce televisiva del ciclismo.

Due giornali scandivano i tempi della mondanità. “Lo Specchio” di Roma e “Le Ore” di Milano. Olghina de Robilant era la cronista più nota. Il settimanale romano si occupava di aristocrazia, nobiltà e alta finanza. Quello milanese raccoglieva le vicende dei neo ricchi, le storie dei “cummenda” e delle loro segretarie, le scappatelle, gli amori di un fine settimana.

I jeans li avevano in pochi. Quelli che pensavano di conoscere la moda se ne andavano in giro con i pantaloni bianchi larghi in fondo e una camicia nera. La macchina era la “500” o la “Topolino”. Con una “110 Fiat” decappottabile già potevi parlare di lusso. La passione dei più esuberanti era il Galletto, lo scooter con le ruote alte della Moto Guzzi.

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Non erano molti quelli che avevano la possibilità di andare fuori a cena. La gente provava un po’ di invidia per chi poteva permettersi di sedersi a un tavolo a mangiare mentre l’orchestra suonava dal vivo. E così ci si radunava fuori dai ristoranti. Il più noto era “Notte e dì”. Si ascoltava la musica e si guardavano i ricchi come se fossero animali dietro la vetrina.

Il gioco dei poveri era il “cirol”. Picchiavi con il bastone un pezzetto di legno e cercavi di lanciarlo il più lontano possibile. Il calcio era di moda, ma marciava forte anche il pugilato. Al bar si parlava delle imprese di Aldo Montanari, Duilio Bianchini o Alfredo Neri detto “il green”. Le palestre erano quelle della Libertas e del Dopolavoro Ferrovieri. Pugili ce n’erano tanti. Rimini poteva permettersi di sfidare con una squadra al completo Bologna, Forlì, Pesaro o Ferrara. Le sale erano piene, frequentate anche dalla nobiltà. Come il conte Perticani che a Savignano aveva proprietà in tutta la zona.

I ragazzi che nel ’46, dopo una guerra che aveva devastato la città, vendevano ferro e pulivano mattoni per racimolare qualche lira, avevano un sogno nel cuore. Diventare un birro.

L’esame lo tenevano al Bar Kansas City. Il premio era la patente di birro e la possibilità di sedersi in uno dei tavoli con una posizione strategica per imbarcare le svedesi. Le domande erano assurde e per essere promossi non serviva dare risposte esatte. Si era accettati solo in base all’umore degli anziani.

Il birro scandiva la giornata secondo ritmi precisi. Non si alzava mai prima delle quattro del pomeriggio. Non andava a letto mai prima delle sei del mattino. Sempre pallido, mai un filo di abbronzatura andava a involgarire il corpo. Quando faceva straordinarie apparizioni in spiaggia, spinto sempre dallo stesso richiamo “Mamma vuole conoscerti”, sembrava un alieno appena approdato sulla Terra.

Si faceva vedere al bar attorno alle sette del pomeriggio. Il primo giro era nei piccoli dancing. Se imbarcava, bene. Altrimenti andava al “Paradiso”. Viveva di notte e l’unica occupazione era la caccia alla straniera. La via migliore del successo era quella di “fare i treni”. Il birro sapeva tutto sugli orari di arrivo dalla Francia, Inghilterra e Svizzera. Etichettava le conquiste secondo una precisa graduatoria.

Alla stazione di Rimini c’era una sala d’aspetto di prima classe frequentata solo da questi giovanotti. Calzavano mocassini sui piedi nudi, segno di libertà e spregiudicatezza. Fino a qualche tempo prima il massimo era rappresentato dai calzini rossi sui jean con risvolto alto. Giocavano a carte, si raccontavano le loro avventure.

Quando il treno arrivava e la straniera scendeva, il birro scattava. Le prendeva la valigia, si offriva di accompagnarla. Quando ne valeva la pena scomodava perfino Martel, un vetturino alto due metri e con due mani gigantesche. La carrozzella portava la signorina, lentamente, fino alla pensione.

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La spiaggia era il luogo sacro dell’avventura. Un punto di ritrovo. A tutte le ore, ma soprattutto di notte. Si parlava, si giocava, ci si appartava. Le cabine erano in legno e molti erano quelli che le bucavano per spiare le signore arrivate al mare senza i mariti. C’erano le tende, non gli ombrelloni. Si giovana a paletta con racchette di legno e pallina da tennis, a pallavolo. Si ascoltava musica.

Il bagno di mezzanotte era un passo avanti nella conquista. Voleva dire che c’era amore.

Quando l’estate finiva i birri si radunavano al bar e raccontavano le loro conquiste. Qualcuno partiva per raggiungere la tedeschina in Germania o la biondina dell’ultima settimana in Svezia. I birri erano cinici, maschilisti, ma anche sentimentali.

Quelle estati riminesi erano abitate da strani personaggi.

Lelo si presentava come editore di una catena di giornali. Era il proprietario dell’edicola principale di Rimini. Shantung grigio, camicia bianca, sempre elegante.

Nerone era il latin lover del momento. Girava con un abito nero, gessato. Era alto, moro di carnagione, capelli scuri da cui nasceva il soprannome. Raccontava mille storie e tutti stavano ad ascoltarlo, anche se sapevano che molte di quelle avventure esistevano solo nella sua mente.

Poi c’era Silvio detto “Bigulin”. Scendava in strada con smoking e farfallina nera. Sempre profumato e ben pettinato. Declamava poesie d’amore. Batteva forte tre volte il piede in terra e annunciava: “Dove passa Silvio, passa l’amore”.

Il Carlini di professione faceva il commerciante. Vendeva cravatte. La sua vera passione era raccontare barzellette e lanciare “sordini”, pernacchie insomma, che si potevano ascoltare in tutta la città.

La cocaina circolava negli ambienti più eleganti. La gente meno pretenziosa si divertiva con roba assai meno pericolosa. Si andava al cinema. All’Arena delle stelle o all’Embassy. Due biglietti in galleria ti permettevano di vedere un bel film e ti garantivano l’intimità per pomiciare.

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Il sogno americano era la moda. Juke-box, jazz e cinema avevano portato la cultura d’Oltreoceano in Romagna. Nel dopoguerra erano arrivati i pacchi dell’ERP, il programma di sviluppo americano, i V-disc, il pane bianco, la cioccolata e tutta quella musica piena di ritmo che veniva fuori dagli altoparlanti e dalle radio. Come non farsi contagiare?

Sulle spiagge erano tornati i tedeschi. Qualcuno aveva una gamba in meno, lasciata in una guerra maledetta magari proprio sulla linea gotica. Portavano con loro figli e moglie. Li portavano a vedere dove avevano combattuto, sofferto e dove adesso avrebbero potuto tornare a essere felici.

La fine di quella Rimini romantica è cominciata a metà degli anni Sessanta. Le prime megadiscoteche, “La locanda del lupo” o “La baia degli angeli”, hanno annunciato l’arrivo di un nuovo mondo. I Beatles comandavano le classifiche con “Please please me” e “Love me do”, Elvis Presley era ancora sulla cresta dell’onda e la “gioventù bruciata” si apprestava a celebrare il decimo anniversario della morte di James Dean. Il professor Eugenio Pagnini era soprannominato “Olimpic Gen”. Insegnava al Liceo Classico Giulio Cesare, quello in cui aveva studiato Federico Fellini, e aveva fatto conoscere ai riminesi quello strano sport chiamato baseball. I figli della guerra avevano attorno ai vent’anni. Le svedesi erano sempre numerose. I birri, quelli veri con la patente, cominciavano invece a scarseggiare.

Oggi i birri non scendono a valle dalla collina del “Paradiso”. Di contandini lungo le strade non ce ne sono più. Adesso si corre contromano in autostrada, possibilmente a fari spenti. Si bucano gli stop di notte, droga e alcool sono spesso la compagnia più desiderata.

Divertirsi è una fatica mortale.

Chissà cosa direbbe Martel.

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