Don King, il viale del tramonto dell’omone dai capelli elettrici

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Una faccia di gomma, il sigaro perennemente in bilico sulle labbra, baffetti da gatto e quei capelli sparati al vento. Una giacca jeans con mille pin che faticano a trovare posto, coccarde presidenziali, una croce cristiana con finti diamanti, una stella ebraica a cinque punte. Decine di bandierine sempre a portata di mano, per qualsiasi evenienza.

Inconfondibile, unico. Don King tenta di sopravvivere a se stesso. È una delle poche figure del boxing universalmente riconoscibili, anche adesso che è praticamente fuori dal giro.

Un solo pugile con mezzi sufficienti per avvalorare le sue ambizioni, Amir Imam: 17 vittorie, 14 ko, superleggero vicino a un match per il titolo. Il resto sono controfigure, personaggi buoni per arricchire il record di quelli bravi. Da tre anni Don King non ha un evento principale su HBO o Showtime, il suo ufficio in Florida ha ridotto il personale e di soldi ne entrano pochi.

In oltre trent’anni di attività ha promosso eventi per oltre due miliardi di dollari, almeno 500 milioni sono finiti sul suo conto in banca.

È sempre stato più bravo a promuovere se stesso che i suoi pugili” dice Steve Cunningham, ex mondiale dei massimi leggeri che ha lavorato otto anni con lui.

Oggi tutto sembra scivolare via dalle mani dell’omone dalla criniera al vento.

Nell’ottobre scorso è caduto e ha sbattuto la testa. Ne è uscito bene, senza danni né brutte indicazioni. Ma ha capito la lezione. Adesso gestisce meglio la dieta e i sigari li tiene in bocca, li mastica un po’, li annusa, ma non li fuma.

L’ultimo colpo da ko l’ha subito da Mike Tyson che l’ha citato in giudizio chiedendo 100 milioni di dollari di risarcimento. La causa si è chiusa con un accordo extragiudiziale di 14 milioni. Una brutta botta.

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Don King continua a parlare di futuro, di mondiali da portare in Oriente, di nuovi campioni da gestire. La realtà racconta storie diverse.

È difficile fare la comparsa quando sei stato un protagonista assoluto.

È stato un numero 1, oggi è sul viale del tramonto.

Ma la gente ha negli occhi la sua inconfondibile figura. Gli chiede un autografo, lo prega di posare per una foto assieme a loro, lo saluta da lontano.

Don King mi ha sempre dato l’idea di un personaggio dei fumetti. Troppo colorato, troppo esuberante, troppo vistoso, con una voce cantilenante che mette in piedi improvvisati rap ogni volta che pensa di doverti convincere con la parola.

Donald King, per tutti Don King. Chiamato sempre con il nome intero, come si fa con Charlie Brown. Anche se il promoter americano non ha certo il candore del protagonista dei Peanuts di Charles M. Schultz.

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Era uscito appena due anni e mezzo prima dal carcere, dove aveva scontato una pena per omicidio colposo, quando ha piazzato il colpo della vita.

Aveva tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili erano tutti finiti knockout. Poi aveva avuto l’intuizione giusta.

Padrone solo della sua dialettica, aveva convinto Muhammad Ali e George Foreman a firmare per la grande sfida. Soltanto dopo avere il contratto in mano aveva trovato i soldi.

Era nato “The Rumble in the Jungle”.
I nemici dicevano che i suoi capelli fossero come lui: non rispettavano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King aveva, ovviamente, una spiegazione più spirituale.

«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».

Un po’ come i Blues Brothers.

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Ho parlato più di una volta con Don King, che il 20 agosto festeggerà 84 anni. Definirle interviste mi sembra improprio. L’omone che viene da Cleveland ascoltava le domande e poi si lanciava in un rap in cui metteva in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiudeva ogni verso con una fragorosa risata e una richiesta.

Salutami Berlusconi”.

Richiesta mai esaudita perché io Berlusconi l’ho visto solo in Tv.

Rideva quando parlava del suo conto in banca. Rideva quando raccontava la lite con Mike Tyson.

«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il suo nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici

Rideva e il pancione tremava.

Non rideva Mike Tyson quando parlava di lui.

Ho scoperto che qualcuno che credevo fosse mio padre, mio fratello, uno che aveva il mio stesso sangue si era rivelato il vero Zio Tom, il vero negro, il vero traditore. Ha fatto più male lui ai pugili neri che qualsiasi organizzatore bianco nella storia della boxe. Pensavo fosse il mio fratello nero. E’ solo un uomo cattivo, un vero uomo cattivo . Lui è spietato, avido. Non sa amare nessuno”.

Don King è un omone taglie forti, 190 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per l’accoppiamento dei colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo.

A dimenticarsi di lui erano stati però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto era stato di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale.

Portrait of promoter Don King with Muhammad Ali and Joe Frazier during their WBC/ WBA World Heavyweight Title fight preview photo shoot at Life Studios.  New York, New York 8/25/1975 (Image # 1097 )

Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove leggeva Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo avevano permesso, si era messo a riscuotere e pagare le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.

Nel 1954 aveva ucciso un uomo che aveva cercato di rapinare l’incasso della lotteria clandestina. Gli era stata riconosciuta la leggittima difesa. Poi il secondo omicio e la condanna.
Era uscito dal limbo grazie a Muhammad Ali.
«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
Rideva per il suo ultimo appello. Poi tornava all’interno del clan che lo proteggeva con decisione e amore. Quando uno ha cento pugili sotto contratto, può sempre esserci un’anima candida che pensi di farsi giustizia da solo.

Oggi non deve temere più nessuno, se non se stesso.

DON KING AND MUHAMED ALI

Ha gestito grandi campioni. Sotto la sua sigla hanno combattuto Ali, Foreman, Holmes, Tyson, Holyfield. Tanto per restare tra i massimi. Leonard, Benitez, Duran, Sanchez, Gomez, Arguello, Chavez, Pryor, Hokins, Lopez, Trinidad, Zarate, McCallum nelle altre categorie.

Ha organizzato sfide mitiche.

Ali-Foreman a Kinshasa, Ali-Frazier a Manila, Leonard-Duran. E’ stato il promoter del match che ha avuto il più alto numero di spettatori nella storia: 132.000 per Chavez-Haugen allo stadio di Città del Messico.

E’ stato sicuramente per molti anni il più “chiacchierato” uomo di pugilato. Di lui hanno detto e scritto le cose peggiori.

Don King si è sempre difeso con una frase che è diventata il suo motto.

Io sono l’attestazione vivente del sogno americano. Io sono l’esaltazione di questa grande nazione. Tutto è possibile in America”.

Non è sulla stessa lunghezza uno dei più grandi pesi massimi della storia: Larry Holmes.

Don King sembra nero, vive da bianco, pensa verde”.

Il riferimento al dio dollaro non è del tutto casuale.

Bob Arum, il grande nemico, è ancora lì e detta legge.

Al Haymon è il nuovo padrone del boxing mondiale.

Oscar De La Hoya e la Golden Boy Promotion lottano per restare tra i protagonisti.

Don King è scivolato nell’ombra imboccando un viale del tramonto senza ritorno, quella risata di pancia che chiudeva ogni discorso oggi sembra solo l’ultimo colpo di un clown triste.

Ha peccato molto, sta pagando (quasi) tutto.

 

 

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