Sugar Ray Robinson, un caldo asfissiante, la paura di morire

ImmagineOrlando Fiordigiglio ha perso l’europeo superwelter contro il francese Vitu. Non ero a bordo ring, ma mi fido degli amici che c’erano. Mi hanno parlato di un caldo asfissiante, del giovane italiano sofferente per disidratazione. Una grande paura, per fortuna senza conseguenze. Mi è venuto in mente un vecchio episodio, una notte in cui il dramma è stato assai vicino alla tragedia.

Il primo ad arredersi era stato l’arbitro. Ruby Goldstein aveva detto basta alla fine del decimo round. Lo Yankee Stadium era diventato una fornace, bolliva per i 41 gradi che opprimevano l’aria. E c’era anche un’umidità pazzesca. Una pioggia violenta, torrenziale, nel pomeriggio aveva scaricato tanta acqua sullo stadio. Non aveva portato via il caldo, aveva però lasciato in eredità un’umidità che bagnava le camice degli uomini, attaccava al corpo i vestiti delle signore nelle prime file di ring. Ruby Goldstein aveva abbandonato, ormai vicino al collasso. Aveva preferito vivere.
Vincent Nardiello (foto sotto) era il responsabile della divisione medica della New York Athletic Commission e aveva già vissuto una tragedia sul ring. Era il 18 aprile del 1947, si combatteva nella fumosa Saint Nicholas Arena, l’arbitro designato per l’intera serata era Benny Leonard. Uno dei più grandi pesi leggeri di sempre. Dopo aver condotto sei incontri, stava dirigendo il primo round di un match tra i pesi welter Mario Roman e Bobby Williams. Improvvisamente Leonard era crollato al tappeto. Soccorso e trasportato negli spogliatoi, non aveva mai ripreso conoscienza. Morto per infarto. L’annuncio era stato dato dal giornalista Bill Corona.
Nardiello non voleva ripetere quella tragica esperienza. Si era avvicinato a Robert Kristienberry, il presidente della NYAC, ed aveva chiesto il permesso di far riposare Goldstein. Per la prima volta nella storia della boxe, un arbitro era stato sostituito. Ray Miller ne aveva preso il posto all’inizio dell’undicesima ripresa.

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Anche i due pugili sul ring erano stanchi, prossimi alla disidratazione. Joey Maxim era il campione dei mediomassimi. Il vero nome era Giuseppe Antonio Berardinelli, origini italiane: papà laziale, mamma marchigiana. Era diventato Maxim, perchè così lo chiamavano i suoi tifosi. Sparava colpi in sequenza, senza fermarsi per riprendere fiato. Proprio come la Maxim, la prima pistola automatica americana. Era alto, grosso, pesava 78 chili e mezzo.
Anche lo sfidante aveva un nome preso in prestito. Era nato Walker Smith jr nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori aveva portato la mamma, e lui, a New York dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr portava soldi a casa. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway. Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai suoi piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai loro piedi serviva per raccogliere le offerte. Nei fine settimana faceva il lucidascarpe.
La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre. Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match. Aveva 15 anni. Il pugile che non si era presentato si chiamava Raymond Robinson. Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson (foto in alto, al momento dello stop contro Maxim), poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Ray Sugar Robinson era uno che credeva nei sogni e la notte prima del mondiale dei mediomassimi contro Joey Maxim aveva sognato che sarebbe morto. Ma fino a quell’undicesimo round le cose erano andate dannatamente bene. Lui ballava, una danza infernale attorno al campione che si muoveva lentamente, portando un colpo alla volta. Sugar Ray lo tormentava col sinistro e l’altro avanzava, Robinson lo centrava con precisi ganci alla mascella e l’altro barcollava, ma continuava a venire avanti. I primi segnali di pericolo per lo sfidante erano arrivati nella ripresa numero 12.

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Sugar Ray era diventato meno mobile sulle gambe, Maxim continuava ad essere il robot del primo round. Clinch, pochi colpi, grandi trattenute. Tre minuti senza ritmo. Era in arrivo la tredicesima ripresa con Robinson avanti su tutti i cartellini. Il giudice Artie Aidala aveva nove riprese per lui, due per Maxim (a destra nella foto) e una pari. Il giornalista del New York Herald Tribune, Jesse Abramson, aveva addirittura dieci round per lo sfidante e due per il campione. Sarebbe bastato rimanere in piedi per tre riprese e Sugar Ray si sarebbe preso anche il titolo mondiale dei mediomassimi.

Faceva un caldo asfissiante, appiccicoso, quel 25 giugno del 1952. «Continuate a ripetermi questa storia, credete che al mio angolo ci fosse l’aria condizionata?» rispondeva Maxim a chiunque gli ricordasse quel giorno. Ma lui era più grande, faceva meno fatica ad assorbire i colpi, doveva lavorare meno dell’altro, costretto continuamente ad attaccare, portare pugni e danzare per evitare la reazione del campione.
Tredicesimo round. Sugar Ray ormai si muoveva come un fantasma. Provava a chiudere prima del limite, sparava un destro e mancava di venti centimetri il bersaglio. Cadeva a terra da solo, sulla spinta di quel colpo che lui stesso aveva portato. Si rialzava a fatica, suonava il gong, sbagliava angolo. Harry Wiley e Peewee Beal, i suoi cornermen, saltavano sul ring, lo prendevano sotto le braccia e lo mettevano a sedere. Robinson aveva gli occhi fissi nel vuoto, faticava anche a respirare. Il dottor Alexander Schiff, il medico del mondiale, gli chiedeva se la sentisse di andare avanti. Sugar Ray scuoteva leggermete la testa, faceva segno di no, non riusciva a parlare. Era finita. Esultava Joey Maxim che conservava il titolo mondiale per kot 14. Robinson aveva perso prima del limite. Sarebbe stata l’unica volta in 362 incontri, tra quelli da dilettanti e l’intera carriera professionistica.

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Lo avevano portato nello spogliatoio a braccia. Lo avevano messo sotto la doccia, ma lui non sembrava migliorare. Era arrivato il sindaco Impellitteri, un grande amico. Nel camerino, contravvenendo ad ogni regola che pretendeva che le donne rimanessero fuori, era entrata anche Edna Mae. La moglie. Ray era in evidente stato confusionale, cominciava a boxare contro chiunque gli passasse vicino. Lei lo aveva portato a casa, lo aveva messo a letto, l’aveva vegliato per tutta la notte. Nel match Sugar aveva perso oltre sei chili di peso. Edna (foto sopra dopo la grande paura) gli bagnava le labbra con dei cubetti di ghiaccio, gli dava da bere l’acqua un cucchiaio alla volta, controllava che la febbre non salisse.
Era andato assai vicino alla morte, completamente disidratato. Il mattino dopo aveva il corpo pieno di vesciche, per almeno due giorni non era riuscito a trattenere nulla nello stomaco. Delirava. Ci sarebbero voluti sei mesi perchè si riprendesse completamente.

(Sintesi da “E chiamavano me assassino” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

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