Monzon, Delon e un mondiale parigino

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L’8 gennaio del ‘95 Carlos Monzon moriva in un incidente stradale. A vent’anni dalla scomparsa, ricordo il campione con il racconto del mondiale con Josè Napoles tratto dal libro che ho scritto con Riccardo Romani (Monzon, il professionista della violenza).

 

ERA acqua ghiacciata quella che stava venendo giù dal cielo. Un vento forte soffiava da sud ovest e toglieva il respiro dando maggiore consistenza alla pioggia. Il capannone del circo era stato montato su un terreno abbandonato. Il fango rendeva difficile ogni piccolo passo. La gente arrivava ai confini di quello spazio umido e sporco in gruppi di tre o quattro.

Procedevano cercando un minimo aiuto in una passerella di legno. Altre tavole segnavano il cammino verso la meta, indicata da una luce che usciva forte e inattesa da una piccola porta in fondo alla strada. Attorno c’erano solo vie sterrate e fangose. Grosse frecce poste all’uscita della metropolitana suggerivano la strada per raggiungere il luogo che avrebbe ospitato l’evento. I pugili erano rintanati in due enormi camper che comunicavano con il tendone attraverso gallerie all’aperto.

Tanto silenzio attorno. Il buio era reso meno pesante dai lampeggianti delle auto della polizia e dai fari dei camion della televisione. Erano venuti in tanti per vedere un uomo di trentatrè anni che sarebbe salito sul ring portandosi dietro dieci centimetri e cinque chili in meno del suo rivale.

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Quell’uomo era Josè Napoles, detto Mantequilla. Lo chiamavano “burro” perché i colpi degli avversari sembrava scivolassero sul suo corpo. E lui sgusciava via, sempre e comunque, come un panino di burro. Schivate millimetriche che rivelavano la grandezza del fuoriclasse.

Un pugile abile sul piano tecnico, ma dotato anche di un pugno pesante. Era stato campione del mondo dei welter per sei anni, tranne una breve parentesi di pochi mesi.

Il titolo in palio nella fredda notte parigina era però quello dei pesi medi…

Un francese fascinoso e con il viso d’angelo, impartiva ordini con una voce metallica. Si muoveva sicuro nel caos. Curava gli ospiti di bordo ring, voleva che tutto fosse perfetto.

Alain Delon aveva già organizzato i due mondiali tra Carlos Monzon e Jean Claude Bouttier, ora però l’appuntamento era più complesso. Indossava un cappotto di cammello che gli stava a pennello, i capelli erano tenuti assieme da un leggero strato di gel.

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Josè Napoles si era allenato nella palestra Jovert, nella zona nord ovest di Parigi. Un locale pieno di ragazzi che ogni pomeriggio alzavano lo sguardo verso la parete principale dove giganteggiava una foto di Marcel Cerdan. Il profumo delle Gauloises riempiva l’aria.

Carlos Monzon si allenava a Neuilly, in avenue Charles De Gaulle, nell’ile de France a meno di dieci chilometri dal centro di Parigi. Vietato fumare e severo controllo delle credenziali per chiunque volesse assistere al rito. C’era un freddo boia e una tensione che non calava mai. Ttutti temevano le reazioni violente dell’argentino, ma avevano anche ammirazione per quella belva scatenata che anche in allenamento sapeva essere feroce, cattivo, spietato.

Napoles era nato a Cuba, aveva imparato a fare a pugni per le strade dell’Avana. Lavorava come lustrascarpe e andava in palestra. Aveva chiuso la carriera da dilettante, gestita da tre zii, con una sola sconfitta in 115 match. Poi, era passato professionista. Nel 1961 Fidel Castro aveva vietato la boxe “dei capitalisti” e lui era scappato in Messico portandosi dietro un record di 17 vittorie e una sconfitta.

Fisico compatto, faccia tonda, incattivita da un paio di baffi da bandito, Josè Angel Napoles amava le donne in un modo selvaggio. Poco sentimento e tanto sesso.

È arrivato il falco che mangerà le pollastrelle”, si annunciava così.

Amava fare l’alba e cercare il grande colpo scommettendo sui cavalli. In un solo pomeriggio alle corse era stato capace di perdere 30.000 dollari. Gli piaceva bere. Eric Thomas, detto “Baby Cassius” era uno degli sparring più assidui. Raccontava che più di una volta aveva sentito l’odore dell’alcool uscire dalla bocca del campione durante le sedute di allenamento. Aveva poi aggiunto che quando si accorgeva di essere scoperto, Napoles diventava cattivo.

Una volta mi ha fatto davvero male. Ero lì, tutto quello che volevo era guadagnare qualche dollaro per il Natale. Ma lui ha cercato di uccidermi a forza di pugni. Mi colpiva, poi colpiva ancora, ancora, ancora.

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Napoles la sera prima del mondiale era stato visto al Cabaret sugli Champs-Elysees. Lì aveva posato per una foto con due belle ragazze poco vestite appoggiate sulle gambe. In sala c’era anche Josè Sulaiman, lì per festeggiare il quindicesimo anno di matrimonio. Napoles si era seduto al tavolo del dirigente. Ma Sulaiman non era stato il solo a vedere lo sfidante. Il giorno dopo L’Equipe aveva infatti sparato la foto del pugile e delle due signorine in prima pagina, titolando: “Monzon si allena mentre Napoles si diverte.”

Lui aveva provato a giustificarsi.

Vivo ancora con il fuso orario del Messico. Dormo di giorno e resto sveglio la notte.“

Il circo era pieno, quasi undicimila spettatori. Un gruppo di messicani ritmava senza pause il canto di guerra.

«Me-hi-co, rah, rah, rah- Me-hi-co, rah, rah, rah».

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Gli argentini, più numerosi, in risposta urlavano ingiurie piene di sangue e promesse di distruzione. Il fumo delle sigarette avvolgeva le prime file di bordo ring. Faceva caldo sotto il tendone. Fuori la pioggia ghiacciata continuava a venire giù come se volesse maledire il giovane Delon che aveva avuto l’ardire di mettere in piedi la grande sfida.

Carlos Monzon e Josè Napoles salivano sul ring a Puteaux, a ovest di Parigi nell’alta Senna, il distretto dove Delon era nato.

Era il 9 febbraio del 1974.

Nel momento stesso in cui si toglieva l’accappatoio Napoles scopriva di avere fatto il primo errore di una serata in cui i guai si sarebbero rincorsi senza sosta.

Pochi giorni prima aveva scoperto di dover pagare 75.000 $ in tasse. Alain Delon si era offerto di saldare il debito, a patto di poter usare il nome del pugile per fare pubblicità alla rivista LUI. Gli aveva così portato i pantaloncini che avrebbe dovuto indossare sul ring, la scritta era sulla cintura.

Non metterò mai questi pantaloncini, sono stati toccati da una maga.”

Angelo Dundee aveva sentito il suo pugile pronunciare quella frase e aveva storto la bocca. Poi aveva cominciato una lunga opera di persuasione. Alla fine era riuscito a convincerlo, pantaloncini nuovi, scritta nuova.

Mancava però la persona che cucisse il nome sulla cintura. Josè non si fidava di nessuno, l’unica che avrebbe potuto sfidare la malasorte era la madrina che stava arrivando in aereo da Los Angeles per vedere il match. Problema risolto.

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Errore. Quando Napoles si era tolto l’accappatoio i pantaloncini erano apparsi con il loro grottesco messaggio. Sulla cintura la scritta recitava: “LIU”.

Alain Delon non aveva mai pagato quei 75.000 $. Napoles aveva dovuto saldare in proprio il debito con il Fisco.

Durava meno di tre round la speranza di Mantequilla. Metteva a segno un destro che toccava la mascella di Monzon e la storia finiva lì, anche se Mantequilla continuava ad avanzare, quasi saltando sulle punte. Andava a cercare il campione, ma era una guerra impari. C’era troppa differenza fisica, almeno due categorie in più in favore dell’argentino. Il destro di Carlos era lungo, sembrava non dovesse mai finire. Veniva giù come un’enorme palla di ferro, di quelle che servono per abbattere i palazzi. Nella sesta ripresa l’incontro diventava una mattanza, un gancio sinistro del campione feriva il rivale. Il sangue riempiva la faccia di Napoles, piccoli rivoli rossi che disegnavano macabre linee su un volto sempre più cupo. Non si fermava la furia dell’argentino. Nell’intervallo, la resa.

Diceva Josè Napoles all’angolo.

Angelo no veo, no veo nada.”

Gli rispondeva Dundee.

Finiamola qui.”

 

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