Sabbatini, l’uomo di Hagler e Monzon

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Ho letto su Facebook l’appello dell’amico Mario Magnin: “Mi piacerebbe se chi ha conosciuto Rodolfo Sabbatini, siano pugili, manager, colleghi, appassionati di pugilato o giornalisti, lasciasse un commento su di lui.” Questo è quello che ricordo di Rodolfo. Mi si perdonino le inesattezze, le dimenticanze e la lunghezza. Anche se so che lui non mi avrebbe mai perdonato…

 

RODOLFO scriveva di boxe come giornalista, poi aveva deciso di entrare da protagonista in un mondo che conosceva benissimo. Negli anni Sessanta l’inizio dell’attività da promoter. Il grande salto invece è datato 1977, l’anno in cui si è inventato l’alleanza americana con Bob Arum e la Top Rank. Assieme hanno messo su settanta campionati del mondo.

Ma la svolta di quella unione era l’accesso alla televisione americana e ai soldi che portava. Rudy, come lo chiamavano gli amici, mi raccontò i dettagli dell’affare nel maggio del 1978, alla vigilia della difesa mondiale tra Rocky Mattioli e Josè Duran. Quel match Rocky l’avrebbe vinto per ko 5 davanti a diecimila persone nello Stadio comunale di Pescara. Era stato un colpo da maestro quello del promoter romano, meglio del knock out del pugile di Ripa Teatina.

Sabbatini, classe 1927, ex cronista di pugilato prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera, era diventato il miglior organizzatore d’Europa.

Era un omone che adorava la polemica e la alimentava con quella voce roca che gli impediva di toccare le tonalità alte: anche quando urlava non riusciva mai a staccare l’acuto. Lo chiamavano “Capoccione” e, statene certi, non era solo per le notevoli dimensioni della sua testa. Capoccia, appunto, in dialetto.

Era romano in molte cose. Nella cadenza piacevole, nell’approccio burbero ma sincero, nella ricerca della battuta.

Mi diceva spesso che quei capelli sparati verso il cielo Don King li aveva perché era riuscito a scampare alla sedia elettrica all’ultimo istante, o meglio: quando la prima scarica era già arrivata. Poi, scoppiava in una fragorosa risata.

Eravamo amici.

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Ricordo quando l’avevo incrociato nella hall del Caesars Palace alla vigilia di Hagler-Hearns (nella foto sopra Obel e Hagler al Teatro Ariston di Sanremo)

Subito dopo esserci salutati, Rodolfo mi aveva chiesto.

«Secondo te, chi vince?»

«Sono incerto. Contro Duran e Roldan, Hagler non mi ha entusiasmato. Hearns picchia duro, potrebbe metterlo in difficoltà»

«Se vuoi fare bella figura, scrivi che Hagler lo metterà ko»

«Perché sei così sicuro?»

«Perché li ho visti negli ultimi allenamenti, perché Hearns da medio non ha la stessa potenza devastante di prima, perché Hagler è più bravo, più forte, più coraggioso. Dammi retta. Almeno per una volta, Dario dammi retta»

«Ma Hearns ha vinto il mondiale dei welter battendo un mito come Pipino Cuevas, ha conquistato quello dei superwelter superando un fuoriclasse come Wilfredo Benitez, ha steso Duran con un colpo micidiale, un diretto che sembrava una fucilata, “Mani di pietra” ne è stato fulminato. Hearns ha fatto in due round quello che Hagler non è stato capace di fare in quindici.»

«Ma Duran non era un peso medio. Contro uomini più pesanti, Hearns non ha mai espresso potenza. Hagler lo presserà, lo colpirà, lo farà impazzire. L’ho visto, è in condizioni eccezionali. Come non è mai stato. Maledizione, Dario. Per una volta, vuoi darmi retta?»

Gli avevo creduto. E avevo fatto bella figura.

Si è inventato Carlos Monzon (con lui nella foto in alto), ha portato in Italia Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.

Con l’argentino aveva un legame molto stretto. Ogni volta che passava da Roma, Carlos visitava i locali di via G.B. Vico. E si comportava da par suo, come quella volta che era entrato indossanto un elegantissimo completo bianco e si era seduto sulla sedie della scrivania di Silvana (la mitica segretaria di Sabbatini). La sedia aveva una delle rotelle rotte ed era in precario equilibrio. Monzon aveva deciso di rimediare all’inconveniente e… aveva lanciato la sedia fuori dalla finestra. Per fortuna l’ufficio era al primo piano e in quel momento non passava nessuno.

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Avevo conosciuto Ray Mancini (sopra, ha combattuto a St Vincent contro Feeney) a fine gennaio dell’83. Rodolfo l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982: quella notte sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Mancini aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria.

Quattro giorni dopo, Deuk-Koo Kim era morto in seguito alle ferite di cui era rimasto vittima durante il combattimento. L’American Medical Association aveva proposto l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione.

Erano di una ferocia inquietante, spaventosa.

Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association.

Ray avrebbe voluto chiudere lì con la boxe. Aveva assistito ai funerali del suo rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto salire un’altra volta sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Poi ci aveva ripensato e Sabbatini gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine.

Lenny, il papà, veniva da Bagheria, Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno.

Ray era felice di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo avremmo dovuto prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente dell’Alitalia ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo per Torino.

Era stato come accendere un cerino e dare fuoco a un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitazione per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso.

«Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre

«Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.»

«Parlo forse cinese? Oggi l’Alitalia non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.»

Le urla di Rodolfo avevano riempito l’aeroporto di Fiumicino. La gente aveva fatto capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, aveva così messo su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io eravamo saliti su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono sia severamente vietata) eravamo scesi da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino.

Ray Boom Boom Mancini quel match lo aveva poi faticosamente vinto.

Il Meraviglioso l’ho visto per la prima volta il 30 giugno del 1979, quando Rodolfo l’ha fatto combattere all’Esplanade de Fontvieille, a Montecarlo, sulla Costa Azzurra.

A fine riunione gli avevo fatto i complimenti.

Questi sì che sono ottimi programmi.”

“È facile fare i fenomeni quando ci sono i soldi delle televisioni americane…”

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Ha lavorato negli Stati Uniti con Bob Arum, in Gran Bretagna con Mickey Duff, in Argentina con Tito Lectoure. In Francia ha lavorato anche con Alain Delon (nella foto da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff al Riviera Hotel di Las Vegas)

Parlava solo romano, aveva imparato in fretta e in modo da comunicare senza problemi l’inglese, il francese e lo spagnolo.

Ha allestito programmi con tutti migliori. Non mi metto qui a fare l’elenco, ne dimeticherei qualcuno e si offenderebbe. Cito un match per tutti, uno dei più belli che abbia visto nella mia vita: il mondiale Wbc dei superpiuma tra Alfredo Escalera e Alexis Arguello a Rimini, sfida vinta dal nicaraguense per ko alla tredicesima ripresa.

Ha fatto combattere Carlo Duran, Vito Antuofermo, Don Curry, Victor Galindez e tanti giovani talenti italiani.

Il primo grande colpo l’aveva messo a segno nel 1965 organizzando il secondo mondiale tra Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi.

Ha portato sui teleschermi della Rai il meglio della boxe mondiale.

Ha guidato la carriera di Patrizio Oliva, ma non è riuscito a vederlo campione del mondo.

Patrizio ha battuto Ubaldo Sacco e conquistato il titolo dei superleggeri Wba il 15 marzo del 1986. Sabbatini era stato stroncato da un infarto due mesi prima.

Aveva avuto un primo segnale nell’81. Era stato salvato miracolosamente all’Ospedale di Ancona. I medici gli avevano detto “Freni, così rischia troppo.”

Avevamo cenato assieme in una di quegli incontri dopo match che si tenevano una volta, in quell’occasione era per un match di Nino La Rocca: pugile letteralmente inventato dalla mente geniale di Rodolfo e gestito dall’abilità del manager Rocco Agostino.

Rodolfo vedo che ti sei messo a dieta.”

“Dario, la botta è stata forte. Non posso scherzare. Meno stress, meno abbuffate:”

Ma il lavoro lo divorava dentro. Non riusciva a farne a meno. E così, poco alla volta, c’era cascato cascato nuovamente dentro.

L’8 gennaio dell’86 una telefonata mi aveva annunciato la sua morte.

È stato un grandissimo. Un genio dell’organizzazione pugilistica.

Suo figlio Roberto ci ha provato per un po’ assieme a Giulio Spagnoli, figlio di Renzo: per lungo tempo partner di Rodolfo. Poi si è arreso a un pugilato in cui non si riconosceva più.

La figlia Adriana è un numero uno nel mondo del casting, non c’è serie televisiva di successo che non porti il suo nome.

Ogni tanto chiamo Roberto a casa. Quando mi risponde la mamma, Maddalena, scambiano due parole sui vecchi tempi. Sì, era davvero una Belle Epoque.

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