Tsonga, l’amore e la paura della solitudine

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Jo-Wilfried Tsonga ha sconfitto anche Jerzy Janowicz. Mentre il popolo parigino era in delirio, lui già pensava al prossimo appuntamento. Al quarto turno del Roland Garros affronterà Novak Djokovic e non potrà non ricordare i quarti di due anni fa. Quattro match point gettati al vento prima di cedere la strada al serbo. Il francese non è più all’apice della carriera, ma tiene vivo il sogno di un popolo. Sarà dura, ma… E’ un grande personaggio il giovanotto nato a Le Mans da padre congolese e madre francese. Attualmente è 14 del mondo con dieci titoli in bacheca. Ma soprattutto ha una sensibilità rara tra i professionisti dello sport. Per aiutarvi a conoscerlo meglio, ecco una chiacchierata che ho fatto con lui…

 

JO-WILFRIED Tsonga, quale è la cosa più importante nella vita di un uomo?

«Amare ed essere amato».

E la peggiore?

«Essere solo».

Spesso le chiedono del grande Muhammad Ali (foto sotto, il campione di pugilato è a destra), le parlano continuamente della somiglianza con lui da giovane. E’ una cosa che le dà fastidio?

«No, per me va bene. Non è mica una mia colpa. Ma devo ricordarmi di chiedere ai miei genitori perchè somiglio così tanto ad Ali. Ci sarà qualcosa che devo sapere?»

Ha mai tirato di boxe?

«Sì, per scherzo. Una volta in Germania».

E le è piaciuto?

«Sì».

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Da bambino, quale era lo sport che preferiva?

«Il football».

Ha giocato al calcio?

«Ho giocato dai 7 ai 13 anni, in una vera squadra. Avevamo il campo vicino a Le Mans, dove abitavamo. Giocavo all’attacco. Ero, comesi dice in inglese?».

Wing (ala).

«No, quelle sono degli animali».

Si dice così anche per il calcio.

«Allora, va bene».

Segnava molti gol?

«Sì»

Tifa per qualche club?

«Mi piace molto giocare, ma penso che oggi il calcio sia meno interessante di una volta. Perché non sempre è il migliore a vincere, per

problemi con gli arbitri o per altri problemi. I giocatori poi non hanno fair play. Non mi piace guardarlo, ma adoro ancora giocarlo».

Lo fa spesso?

«No, è pericoloso per il mio lavoro».

Quali sport guarda in tv?

«Basket e atletica, qualche volta mi piace vedere la boxe».

Quale è lo sportivo che ammira di più?

«Non ho uno sportivo preferito. Mi piacciono le grandi performance, chiunque le faccia. Mi piacciono gli atleti di forte personalità. Gente che abbia carisma, sappia essere forte e leale».

Quale è stata la più forte emozione che ha provato su un campo da tennis?

«Quella durante la la finale di Paris Bercy nel 2008. In tribuna c’era tutta la mia famiglia, c’erano i miei amici, tutti quelli che mi avevano aiutato nel corso della carriera. E’ stato un momento davvero speciale. Avevo chiara la sensazione che stavo facendo qualcosa di importante anche per chi mi aveva dato così tanto».

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Cosa le piace di più nel tennis?

«Mi piace quando riesco a dare il meglio di me».

E cosa non le piace?

«Non dico viaggiare, perchè per tanti è una cosa bella e non possono farla. Dico allora che non mi piace stare tanto tempo chiuso in albergo. Anche se è un hotel di lusso, resta sempre qualcosa di impersonale».

Che fa per ingannare il tempo durante quelle lunghe giornate?

«Non ho tanto tempo libero, se voglio fare bene il mio lavoro devo occuparlo soprattutto nella preparazione dei match. Quando posso, leggo, guardo qualche film alla tv e soprattutto passo delle ore al telefono».

Cosa deve avere un tennista perchè sia il migliore?

«Deve possedere la capacità di dare il meglio di sè in campo. Puoi anche essere il numero 80 del mondo ed essere contemporaneamente un grande giocatore, perché dai sempre il meglio rispetto alle tue possibilità. Non è una questione di quanta tecnica, talento, fisico, o forza mentale tu abbia. E’ la capacità di sfruttare tutto quello che hai dentro per dare il massimo. Essere il miglior giocatore del mondo è importante, ma lo è ancora di più essere forte nella tua mente».

Può un allenatore insegnare queste cose?

«E’ un risultato che raggiungi mettendo assieme molte cose: la tua evoluzione umana e sportiva, la tua educazione. Gli insegnamenti di tutti i coach che hai avuto durante la carriera. E’ poi serve quella che comunemente noi tutti chiamiamo esperienza. Le faccio un esempio. Se incontro un uomo anziano, uno che ha vissuto più di me, posso star sicuro che lui saprà più cose di me. Perché lui ha avuto la possibilità di mettere assieme più esperienze. Ecco, per dare il meglio devi avere l’esperienza di un uomo anziano e la forza di un giovane che sappia tradurla in gioco».

Ma, lei mi insegna, un tennista può anche fare a meno di un allenatore.

“Io gioco per divertirmi, provo piacere nella lotta, nella sfida. Non voglio essere influenzato da qualcuno. Mi diverto quanso sono me stesso, senza segreti. E’ questo che mi porta a pensare che si possa fare a meno di chiedere consigli. E’ bello ritrovare la spontaneità perduta”.

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Cosa è per lei il Roland Garros?

«E’ il mio Slam preferito, quello che mi piacerebbe vincere (nella foto sopra la sconfitta con Djokovic del 2012). Lo metterei davanti anche a Wimbledon, che rappresenta la tradizione».

Quale è stata la prima volta che ne ha sentito parlare?

«Non lo ricordo più, ero così giovane. In Francia è l’unico torneo che trasmettono su un canale pubblico. Lo guardano e ne parlano tutti, anche la gente che non ha i soldi per l’abbonamento alla tv satellitare».

Quale è la cosa più importante che i suoi genitori le hanno insegnato?

«Essere una persona che ha rispetto per gli altri e per se stesso».

E’ difficile essere un personaggio popolare?

«A volte sì».

La popolarità cambia le persone?

«Certo che le cambia. Sei uno che nessuno conosce e improvvisamente diventi uno che tutti conoscono. E’ il mondo attorno a te a non essere più lo stesso. Qualcosa di tutto questo entra nella tua testa. Può cambiarti in tanti modi. Ma stai certo che se avrai ricevuto un’educazione forte, cambierai in meglio».

Jo-Wilfried Tsonga, quale è il sogno della sua vita?

«Essere lo stesso fino alla morte. Vivere sempre con accanto la mia famiglia e tutti quelli che mi sono stati vicini».

 

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