Griffith, vita tragica di un omosessuale

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IN ITALIA l’abbiamo conosciuto per le tre sfide contro Nino Benvenuti. Match di quasi mezzo secolo fa, ma ancora impressi nella memoria di chiunque abbia avuto una minima frequentazione con il pugilato. Nelle teste di tutti noi anziani c’è soprattutto quel 17 aprile del 1967, il primo epico incontro. Attaccati alla radio, legati a una vicenda di intimità familiare col papà che vi svegliava per ascoltare assieme la voce di Paolo Valenti che arrivava da così lontano, dall’America.

L’altra sera ho parlato di Emile Griffith a RaiSport 1, in una puntata dedicata all’omosessualità nello sport per il programma “Pugni di parole” di Andrea Fusco.

Emile Griffith era il nemico in quella notte magica. Aveva 29 anni e veniva da Saint Thomas, Isole Vergini. Vita stretta, torace da statua greca, una vocina flebile e un’ombra a fargli da compagna inseparabile. Il 24 marzo del 1962, sul ring del Garden, aveva incontrato Benny Kid Paret: un pugile di origini cubane, in palio il mondiale dei welter.

Alla dodicesima ripresa l’aveva chiuso all’angolo, i suoi pugni lo avevano reso incosciente. La testa ed il braccio sinistro di Paret erano rimasti intrappolati nell’ultima corda. Ma Emile aveva continuato a picchiare, picchiare, picchiare (foto sotto). Sedici colpi alla testa, senza che l’altro potesse difendersi, senza che l’arbitro Rudy Goldstein avesse il coraggio di intervenire in quei cinque secondi che avrebbero consegnato il cubano alla morte. Paret era entrato in coma e nove giorni dopo aveva lasciato questo mondo.

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Non so quanto abbia influito l’omofobia in quella tragedia, penso però che a livello inconscio la furia devastatrice di Griffith sia stata esaltata da quanto accaduto la mattina alle operazioni di peso.

Norman Mailer era stato il primo a scrivere quello che molti già dicevano nelle palestre, nei bar, nelle strade d’America. Quella mattina Paret aveva toccato il culo di Griffith e quando Emile si era girato, gli aveva urlato in faccia “maricon”, frocio. L’altro non l’aveva perdonato. Essere ufficialmente gay nell’America degli anni Sessanta era un lusso che potevano permettersi solo gli intellettuali, non certo i pugili. Lui aveva deciso di non rivelare la sua natura, quasi fosse un crimine di cui vergognarsi. Oggi è meno difficile decidere di fare coming out, cinquant’anni fa significava sfidare una cultura totalmente machista che non ammetteva deroghe. Soprattutto nello sport. Ci voleva coraggio, indipendenza e nessun condizionamento. All’uomo delle Isole Vergini mancavano due requisiti su tre.

Emile aveva una vocina sottile, gli piacevano tanto i cappellini da donna. Aveva lavorato a lungo in una fabbrica sulla 39esima e il gusto per le acconciature stravaganti gli era rimasto dentro.

Senza papà, era cresciuto all’ombra di una mamma forse troppo ingombrante che si era presa anche parte della sua vita. Faceva la cuoca a Portorico, poi si era spostata a New York. Ed Emile le era sempre stato accanto.

C’era stata anche una moglie nella vita di Griffith. Una copertura, come si usava tra omosessuali che non volevano rivelarsi. Lei si chiamava Sadie Donastorg. L’aveva conosciuta in un locale di St Thomas, in un posto che si chiamava “Bamboshay”. Avevano ballato una notte intera, due mesi dopo si erano sposati. Lui aveva adottato Christine, la figlia di Sadie. Due anni dopo si erano lasciati.

“Sesso?”

«Poco, anzi niente. Diceva che intralciava la sua carriera», ha sempre ripetuto la signora Donastorg.

Molti anni dopo il ritiro dalla boxe, la Nbc, uno dei tre grandi network televisivi americani, ha girato un documentario. L’ha intitolato “Ring of fire” (http://www.youtube.com/watch?v=f5OEBbzINOA&feature=kp). E come gran finale ha scelto di fare incontrare al Central Park di New York il figlio di Paret e Griffith. Un grande abbraccio, poche parole, tante lacrime, il perdono.

Lucy non c’era. La moglie di Benny Kid Paret non ha mai perdonato.

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Sul ring Emile Griffiht era dannatamente bravo. Un welter naturale che era salito di categoria fino ad approdare nei pesi medi. Sapeva fare la boxe come pochi, aveva testa e tecnica. E non credete a quelli che dicono non facesse male. Le sue mani piccole e quelle dita affusolate con nocche dure come noci, provocavano autentiche scosse elettriche ogni volta che andavano a segno.

La sua storia con Benvenuti è stata un romanzo in tre puntate. Sconfitta, vittoria, sconfitta. Ma quello che sarebbe venuto dopo, avrebbe avuto toni ben più drammatici. Con Nino era rimasto a lungo amico, aveva anche fatto da padrino a suo figlio Giuliano. Era con se stesso che Emile era stato sempre in guerra. Una lotta tra quello che era e quello che la gente avrebbe voluto che fosse.

Nel 1992, uscendo da “Hombre”, un bar per gay sulla 41esima nel West Side di New York, era stato pestato a sangue da un gruppo di delinquenti. L’avevano picchiato con mazze da baseball, preso a calci, ridotto quasi in fin di vita. Solo, con pochi soldi in tasca, aveva trascinato la sua esistenza fino a quando l’Alzheimer non l’aveva travolto, confinandolo in una demenza senile che lo aveva costretto a nascondersi nella nebbia della malattia. Niente più ombre, brutti ricordi, sentimenti da tenere nascosti.

Nessuno ha chiesto più nulla al grande Emile Griffith sino a quando il 22 luglio dello scorso anno ci ha lasciati per sempre. Amico sincero di una vita, Nino Benvenuti gli è stato spesso accanto (foto sopra) fino al momento in cui, a 75 anni, Emilio se ne è andato per sempre.

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