Monzon, il campione nato all’inferno

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Questo è il racconto del giorno in cui è nato Carlos Monzon, un campione maledetto. Sono pagine tratte da “Monzon, il professionista della violenza”, un libro che ho scritto assieme a Riccardo Romani. Dentro c’è la storia di un uomo che ha attraversato la boxe da vincitore e la vita da perdente. Bello e dannato, ha travolto tutti fino a quando non ha travolto anche se stesso. Fino a uccidere e a uccidersi.

SAN JAVIER, 160 chilometri da Santa Fè, anni Quaranta. Pochi abitanti senza speranza nelle case lungo la strada che portava verso l’estremo Nord dell’Argentina. Don Roque Monzon passeggiava nervosamente davanti a quel posto che trasudava povertà. Viveva lì da molti anni, la sua era una famiglia numerosa. La casa era nel barrio de La Flecha. Quattro mura tirate su con grande fatica. Dentro c’era il nulla, o quasi. Pochissimi mobili, una cucina che minacciava di crollare ad ogni acquazzone e letti ovunque. Materassi rotti o sfondati per accogliere la sera il popolo dei diseredati. Mura di cartone a separare un letto dall’altro. Una casa povera, in un quartiere povero, in una città povera.

Don Roque e Amalia Ledesma si erano conosciuti a Saladero Mariano Cabal, ottocento abitanti e qualche appartamento con vista sul fiume. L’amore era una delle poche cose che potevano permettersi. Era gratis.

Per una vita avevano inseguito la tranquillità economica. Di città in città, di lavoro in lavoro.

Il primo trasferimento era stato a San Javier. Amalia tirava su qualche soldo pulendo le scuderie di cavalli, proprietà di un signorotto del posto. Don Roque faceva il gaucho, che in spagnolo suona meno duro di vaccaro ma sempre quello è. Un mandriano delle Pampas. Si svegliava ogni mattina alle 5 e passava almeno tredici ore a lavorare. Correva in sella a un cavallo dietro le mucche per sette pesos e sei litri di latte alla fine di ogni giornata.

Era il 7 agosto del 1942, giorno di San Cayetano. I paesani stavano festeggiando in chiesa. Amalia era sdraiata sopra un letto di paglia e di stracci, legati l’uno all’altro a terra, a formare una coperta che sostituiva il pavimento e addolciva la durezza della pietra. La donna urlava di dolore e don Roque soffriva assieme a lei. I suoni che uscivano dalla bocca di Amalia erano flebili lamenti, ma con il passare del tempo si stavano lentamente trasformando in grida disperate. Poi, accompagnado da un urlo lacerante della mamma, era arrivato il pianto liberatorio del neonato. Il bambino si era deciso a venire al mondo.

Era sano, robusto e strillava anche lui. Sarebbe stato battezzato tre settimane dopo nella Cappella di San Francesco da padre Belicio Lorenzon. Avrebbe avuto per padrini Catalino Bazan e la moglie Antonia Macel. Gli sarebbe stato dato il nome di Carlos Roque Monzon.

Era appena nato uno dei più grandi pesi medi nella storia della boxe.

“Auguri Don Roque, complimenti. La famiglia cresce”

“I figli sono una benedizione di Dio, siamo poveri ma ci prenderemo cura di loro”.

Povertà. Un eufemismo per indicare la situazione economica dei Monzon. L’unica cosa che non mancava in casa erano i figli. Carlos era il nono, poi ne sarebbero arrivati altri quattro. Tredici in tutto. Assieme al futuro campione c’erano Zacarias, Niceforo, Rosa, Rosendo Albino, Inocencio, Marta Elsa, Alcides René, Elbe Yolanda, Delia Beatriz, Edgardo Reyes, Reynaldo Oscar e Victor Hugo.

Don Roque era a caccia di un lavoro migliore, per questo aveva deciso di spostarsi con tutta la famiglia a Santa Fe. Aveva caricato i pochi mobili, la moglie e i figli su un carro trascinato da quattro cavalli e dopo sei giorni era approdato lassù, a cinquecento chilometri di distanza dalla ricca Buenos Aires. Un posto con 250.000 abitanti, in una conca tra tre fiumi, vicina alla confluenza tra il Gran Paranà e il Rio Salado. Case sparse tra le colline, c’era anche un Casinò. Ma Santa Fe restava una città vecchia, piatta e sporca.

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alberto ha detto:

    mi sa che manca una parte del racconto?!!?

    1. dartortorromeo ha detto:

      Per il resto della storia bisogna leggere il libro indicato nelle righe che precedono il racconto: “Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free.

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