Di notte verso la California

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LA RAGAZZA è bionda, la pelle leggemente abbronzata. E’ magra e veste elegante. Siede accanto al camino nella grande hall del Ritz Carlton di Aspen, Colorado. Il suo uomo è vicino aii sessanta, ha un fisico asciutto, indossa un vestito di Armani. Deve avere qualche milione di dollari in banca. Stanno ascoltando un gruppo che canta dal vivo.

Capelli neri e lisci. Lunghi e pettinati all’indietro dove sono raccolti in una coda di cavallo. Occhiali improbabili, orecchino al lobo sinistro. E’ la voce guida del duo che sta intrattenendo ricchi signori e belle ragazze. Cantano “Tears in Heaven” (http://www.youtube.com/watch?v=JxPj3GAYYZ0&feature=youtu.be), testo e parole di Eric Clapton dedicati a Connor, il figlio avuto da Lori Del Santo. Il bambino di quattro anni morto in un tragico incidente.

“Would you know my name if I saw you in heaven?

Would it be the same if I saw you in heaven?

I must be strong and carry on

‘Cause I know I don’t belong here in heaven”

“Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?

Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?

Devo essere forte e andare avanti

Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso”

Sono uno dei pochi a sentirmi triste dentro. Forse perché ascolto le parole. La gente attorno a me parla, balla, beve. E’ la mia ultima sera prima di lasciare la città. Leonardo Coen, un collega, mi invita alla Woody Creek Tavern. A pranzo ci sono autentici cow boy. A cena l’umanita che popola il locale si fa più interessante.

Una ragazza, credo abbia da poco passato i vent’anni, gioca a biliardo. Indossa jeans aderenti, un top nero e sopra una maglietta bianca trasparente. Quando si china in avanti per tirare il colpo il seno abbondante fatica a non uscire dall’ampia scollatura. Non sempre ci riesce. Il compagno di gioco è un tizio alto e magro, i suoi capelli credo non abbiano incontrato acqua da molto tempo.

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La sala è piena. Birre, bistecche, chili e quesadilla circolano in grande quantità. Alle pareti spiccano articoli di giornale, foto sbiadite. C’è un chiasso infernale. Si urlano le ordinazioni, le voci si accavallano.

Il tizio alto e magro, quello che non si lava mai i capelli, si siede sopra il biliardo, sotto una tv sempre accesa anche se nessuno la guarda. Prende sulle gambe la provocante giocatrice. Cominciano un gioco diverso da quello di prima, ma che sembra appassionarli decisamente di più.

Finalmente le birre arrivano al nostro tavolo. E’ notte, la neve scende su Aspen.

La mattina dopo mi sveglio a fatica. Le birre mandate giù devono essere state decisamente troppe. Dico al tassista di andare veloce, rischio di perdere l’aereo. Quando arrivo, il quadro delle partenze ha un’indicazione inquietante.

09:00 Denver, delayed. (volo ritardato)

Tre ore dopo la scritta cambia.

09:00 Denver, cancelled. (volo cancellato)

La città è sotto una tormenta di neve, impossibile dire quando si tornerà alla normalità. Non so a che ora riuscirò a partire. Perderò la coincidenza per la California.

Perché non andiamo da Aspen a Mammouth Mountain in macchina?

Leo lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.

Milleduecento miglia da fare in un giorno e mezzo, dobbiamo essere lì per una nuova tappa della Coppa del Mondo di sci. Quattro Stati da attraversare, dal Colorado alla California passando per Utah e Nevada, centinaia di chilometri lungo la I-50. La strada più solitaria d’America.

Va bene, accetto.

Siamo in tre sul fuoristrada. Il terzo uomo è Claudio Colombo, compagno di mille avventure.

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Prendiamo la Interstate 70. Quaranta miglia e siamo già fermi per mangiare. Glenwood sembra deserta, in realtà ha seimila abitanti ed ha vissuto giorni felici sino alla Grande Depressione. Dalla seconda guerra mondiale in poi ha un’economia si regge sul turismo che viene di riflesso da Aspen.

Camminando verso il ristorante, ci fermiamo davanti a una vetrina. Al centro, illuminata da due lampade, c’è una foto formato poster di John Wayne vestito da cow boy. Costa 175 dollari, una pazzia. Uno di noi vorrebbe comprarla, lo frena solo la paura di una lunga, interminabile presa in giro.

Mangio qualcosa che non so identificare. Mi sembra una gigantesca insalata con sopra avanzi di ragù dei giorni scorsi.

Proseguiamo sulla I-70, passiamo per Fruita, Loma ed eccoci a Salina. Siamo entrati nello Utah. Meno di duemila abitanti, la cittadina sembra dormire tranquilla. Sono da poco passate le nove quando apro la porta dello Shaheen’s Restaurant. E’ un locale messicano, ma a gestirlo è una famiglia di cacciatori di Dallas. Decine di teste d’alci attaccate alle pareti. Siamo nella terra dei Mormoni.

La cameriera è una biondina molto carina. Mi sembra si senta troppo bella per vivere lì.

Mi porti un’Anchor Porter, per favore.”

“Non ne ho.”

Allora una Rock Bottom Dark.

“Non ne ho.”

Una Sam Adams.”

“Non ne ho.”

Mi ricordo che da queste parti la sera è proibito servire alcolici superiori al 3.2%. Beata ragazza, era così difficile dirlo?

Meglio così. Dobbiamo fare ancora duecento miglia per arrivare a Ely dove ci fermeremo per dormire.

A Scipio prendiamo per 12 miglia la I-15 in direzione South. A Holden siamo di nuovo sulla I-50 e marciamo verso North. Eccoci a Delta, poi i 2400 metri del Sacramento Pass e finalmente Ely.

La strada che porta dallo Utah al Nevada offre splendidi scenari. Vai avanti per centinaia di chilometri senza incrociare una persona. Non è un caso che negli States chiamino la I-50 “la strada più solitaria del mondo”.

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Attraversiamo il deserto. Il cielo è limpido e pieno di stelle, sono più di quante sia mai riuscito ad ammirarne in tutta la vita. La Via Lattea è davanti ai  miei occhi ed è di un’ affascinante bellezza. L’aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello in cui ho vissuto sino a poche ore fa. Il brutto è che fra qualche ora tornerò in quel mondo.

Passiamo accanto a maestose montagne e le sento vicine come fossero persone, i canyon mi regalano invece una sensazione di potenza.

Una frenata improvvisa, una sterzata rischiosa. Il coniglio selvatico è salvo. Desert cottontail e fit fox, volpi che arrivano sino a mezzo metro di lunghezza, sono gli unici esseri viventi che incontriamo nella nostra lunga notte attraverso il deserto.

Accendo la radio, Bruce Springsteen canta “Glory days” (http://www.youtube.com/watch?v=6vQpW9XRiyM). Un inno alla malinconia, quando i ricordi ti lasciano senza nulla e tu non puoi fare a meno di aggrapparti ai pochi giorni di gloria sfumati nel tempo che fugge via.

“Now I think I’m going down to the well tonight

And I’m going to drink till I get my fill

And I hope when Iget old I don’t sit around thinking about it

But I probably will

Yeah, just sitting  back trying to reapture a little of the glory off,

Well time slips away

And leaves you with nothing, mister, but

Boring stories of”

“Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata

Ma il tempo fugge via

E ti lascia senza nulla, amico,

solo noiose storie di giorni di gloria”

Ely è città di frontiera. Il primo punto di riferimento per i giocatori che cercano la realizzazione dei propri sogni nel Nevada. Blackjack, roulette, slot machine. Tutto, meno che i dadi. Non si trova un posto per giocare in cinquecento miglia di strada da Jackpot a Las Vegas.

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Quando entriamo nell’albergo guardo l’orologio. Segna l’1:30 della notte. C’è un signore al video-poker. Il resto è silenzio. Per chi è stato anche una sola volta a Las Vegas, Ely ha l’aspetto di un luogo senza futuro.

Il letto è comodo, dormo il sonno dei giusti. Colazione robusta. Uova strapazzate, bacon, fette di pane tostato, succo d’arancia, latte e dolci. Siamo di nuovo in macchina. Copper Flat, Egon Rouge, i 2300 metri del Passo Robinson Summit, White Pine Mountains, Eureka.

Un grande cartello, a meno di un chilometro dalla città, ricorda a tutti i bei tempi quando centoventi saloon e decine di alberghi accoglievano la folla di turisti che piombava a Eureka.

C’è molta Italia in questo posto sconvolto da un vento che alza nuvole di sabbia e fa rotolare sulla strada grossi cespugli le cui radici non hanno legami profondi col terreno. Emigranti delle nostre terre sono arrivati quaggiù nel 1870. Non parlavano una parola di inglese, ma lavoravano onestamente e con grande impegno nelle miniere. Molte costruzioni sono frutto di menti italiane. Il Brick Building di Celso Tatti, il Colonnade Hotel dei Benevolenti, il Saloon Lani e Repetto.

Vedo l’insegna di un ristorante. E’ ancora chiuso. Poggio le mani sulla vetrina per annullare gli effetti del riflesso e scruto all’interno. Tavoli polverosi, sedie rotte, pareti screpolate. Deve essere chiuso da un secolo. Cinquanta metri e trovo un altro posto dove vendono cibo. Un tavolo di legno, posate che hanno conosciuto tempi migliori. Una signora senza sorriso mi presenta il menù. Bistecca, patatine fritte, strudel di mele, due birre. Totale, dieci dollari. Fosse così anche nell’altra America viaggiare non sarebbe solo un sogno. A Eureka con 18 dollari trovi un posto letto all’Hotel Alpine. Non è il Danieli di Venezia, ma ti puoi accontentare.

Un cartello sulla porta di un negozio di robivecchi attira la mia attenzione.

Apriamo ogni mattina alle 9, ma possiamo aprire anche alle 10 o alle 8. A volte non apriamo per niente. Chiudiamo ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ma possiamo anche stare aperti fino alle 6 o chiudere alle 3. Sabato e domenica restiamo chiusi, ma se passate potete anche trovarci aperti. Se avete proprio bisogno, chiamateci a casa. Non ci troverete”.

Entro e compro una guida della città, “A step back into history” (un passo indietro nella storia). Un po’ pretenziosa.

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Lasciamo Eureka, scendiamo dalle Diamond Mountains, attraversiamo la Diamond Valley dove la US 50 curva verso ovest. Passiamo il Cancello del Diavolo ed entriamo nelle Manogany Hills. Superiamo Summit Mountain e Antelope Peak oltre i 3300 metri. Piombiamo nella Monitor Valley.

Austin è la malinconica testimonianza del decadimento di una città. Le miniere d’oro e d’argento l’aveva fatta ricca, oggi solo trecento persone popolano questo paesotto triste e solitario.

Abbiamo poca benzina. Per centinaia di chilometri non abbiamo incontrato case, figuratevi quale sia la nostra speranza di incrociare una stazione di rifornimento. Procediamo e dopo una decina di minuti davanti a noi si manifesta una visione miracolosa. Un cartello di legno con la forma di una grossa freccia che indica la sinistra, una scritta rossa.

Food, drink, gas

Giriamo per un viottolo pieno di buche. Cinquanta metri, uno spiazzale di terra ricoperta di neve. Un grosso lucchetto blocca la pompa di benzina. Parcheggiamo davanti a una costruzione bassa, bianca, con le tegole per tetto e una scritta in rosso su sfondo bianco: “Cold Spring Station”. Si apre la porta ed esce un gigante di due metri con una lunga barba nera, il pancione fatica a stare dentro un camicia a quadri rossi e neri. Come direbbe un mio amico: “Si vede subito che non ha un filo di magro.” Viene verso di noi, lo seguono tre bastardini scodinzolanti. Leo lo riprende con la telecamera professionale con cui ha immortalato ogni momento del viaggio. Pochi secondi dopo gli fa rivedere la scena.

Il barbone ride, chiama ad alta voce la moglie. Lei esce dalla casetta bianca. Indossa una maglietta a maniche corte, si strofina l’avambraccio sinistro con la mano destra. “E’ fresco oggi.” Ci saranno cinque gradi sotto lo zero, è in maniche corte con una maglietta e niente più. E dice: “E’ fresco oggi.”

Dal saloon esce un altro uomo. E’ enorme, fatica a rimanere dritto. Barcolla, ha gli occhi socchiusi e umidi. La testa deve pesargli terribilmente vista la fatica che fa a tenerla dritta. Ride e ci invita a bere una birra. Lui è un mastodontico, noi abbiamo sete. Entriamo.

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Il saloon è buio. Due uomini e una donna, cappellaccio da cow boy e stivali a punta, se ne stanno appoggiati al bancone. Altri quattro, stesso abbigliamento, occupano due tavolini in fondo alla sala. Non riesco a capire da dove possano essere arrivati. Case non ne abbiamo viste. Chiedo al padrone.

Da dove viene questa gente?

“Dalle loro case.”

Questo lo supponevo, ma quanto distano da qui le loro case?

“Dipende, anche cento chilometri.”

E fanno cento chilometri per bere una birra?

“Fanno cento chilometri per stare con gli amici, scambiare qualche parola con una persona che non sia la moglie o il marito, ridere, scherzare e poi riprendere a lavorare da domani mattina.”

Mi sembra tutto molto strano.”

“Perché voi europei avete un concetto di distanza diverso dal nostro.”

Beviamo, facciamo benzina, salutiamo e siamo di nuovo in viaggio. La tabella di marcia è stressante.

Passiamo Falon ed entriamo a Reno, la città dei divorzi veloci, la città fondata dalla tribù indiana dei Washo. Cena e si riparte. Il ristorante, scelto a caso, è italiano. Impressionante il numero di ristoratori del nostro Paese che operano negli States. Claudio ha da tempo lanciato una scommessa: “Ogni volta che in una città americana non troverò un ristorante con la scritta “Italian cuisine” ti pagherò la cena.” Finora non ha mai pagato.

Di nuovo in viaggio. E’ la 395 direzione South la strada che ci porterà a destinazione. A Vinton entriamo in California. Poi passiamo velocemente Bishop, Bridgeport, Lee Virgin. Mancano 36 miglia a Mammouth Mountain quando scopriamo che l’indicatore della benzina segna rosso fisso. E’ notte, tutti i distributori sono chiusi.

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Fa freddo, la temperatura esterna è di 15 gradi sotto lo zero. L’idea di rimanere bloccati ci innervosisce. Con un filo di gas, sfruttando al meglio le discese e badando a non fare bruschi cambi di marcia, imbocchiamo la strada che collega la città al nostro albergo. Sono quattro miglia, ma al momento lo ignoriamo. L’auto si inerpica lentamente sulla salita. Neve e ghiaccio attorno a noi. Ed è la stagione in cui gli orsi si svegliano dal lungo letargo invernale. Ad ogni curva le speranze di farcela diminuiscono, gli occhi sono fissi sull’indicatore della benzina, la lancetta bloccata sullo 0.

Ancora una curva, magia. Le luci del Mammouth Mountain Inn ci accolgono festose, finalmente siamo a casa. Sono le 2 di notte, abbiamo lasciato l’aeroporto di Aspen da 36 ore. Ci abbracciamo, Ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo realizzato un’impresa da record, ma è stata sicuramente una bella avventura.

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